giovedì 20 marzo 2003

 

Robin Cook si dimette da Ministro del Regno Unito.

Trovato nella mia casella postale elettronica. E' un po' lungo, ma non si può far guerra alla guerra soltanto con le imprecazioni contro le teste di legno che prendono le decisioni sbagliate.

Per incoraggiare pigri e frettolosi ho sottilineato i passaggi più interessanti.

From: Donald Bathgate

Subject: Discorso di Robin Cook

Care amiche, cari amici,

Nel trambusto di queste ore, ritengo sia di conforto leggere le parole incisive pronunciate ieri nella Camera dei Comuni del Regno Unito da Robin Cook per rassegnare le dimissioni dal governo.

Chiedo venia per la qualità della traduzione ma ho fatto del mio meglio.

Ciao e un abbraccio a tutti

Donald

Discorso del 17 marzo 2003 di Robin Cook, già Ministro degli Esteri del governo Blair, in cui rassegna le dimissioni dal governo per la decisione di Blair di entrare in guerra.

Tradotto da Donald Bathgate

Le sottolineature e il NB sono di Barbabianca.

" Ho scelto di parlare [prima] alla Camera per spiegare perché non posso dare il mio appoggio ad una guerra che non gode né di accordo internazionale né di consenso interno.

Applaudo gli sforzi eroici che il Primo Ministro ha svolto nel tentativo di assicurare una seconda risoluzione ONU.

Credo altresì che nessuno avrebbe potuto superare i tentativi del Ministro degli Esteri per ottenere consenso per una seconda risoluzione del Consiglio di Sicurezza.

Ed è proprio l’intensità di questi sforzi che sottolinea quanto fosse importante portarli a buon fine.

Ora che questi tentativi hanno fallito, non possiamo fare finta che arrivare ad una seconda risoluzione fosse una cosa di nessun importanza.

La Francia è stato bersagliata di recente di una serie di commenti ostili.

Non è la sola Francia che vuole più tempo per le ispezioni. La Germania lo vuole, la Russia lo vuole mentre noi non siamo mai arrivati a raccogliere il pur minimo consenso necessario per l’approvazione di una seconda risoluzione.

Ci inganniamo se crediamo che il livello di ostilità internazionale sia tutto da imputare al Presidente Chirac.

La realtà invece è che la Gran Bretagna viene sollecitata a partecipare in una guerra senza il consenso da parte di qualunque degli enti internazionali in cui è partner di spicco – né la NATO, né l’Unione Europea ed ora, neanche il Consiglio di Sicurezza.

Il trovarsi in una situazione di tale debolezza diplomatica rappresenta un grave passo indietro.

Solo un anno fa, noi e gli Stati Uniti facevamo parte di una coalizione più vasta e più diversificata di quanto avrei mai immaginato contro il terrorismo.

La storia sarà sbalordita dagli errori di valutazione diplomatici che così presto hanno portato alla disintegrazione di quella coalizione così potente.

Gli Stati Uniti possono permettersi di andare avanti da soli, ma la Gran Bretagna non è una superpotenza.

I nostri interessi sono meglio serviti non da interventi unilaterali ma da accordi multilaterali, e da un ordine mondiale governato da regole.

Eppure stasera i raggruppamenti internazionali che per noi sono cruciali risultano indeboliti: l’Unione Europea è divisa, il Consiglio di Sicurezza è in stallo.

Queste sono vittime significative di una guerra in cui non è ancora partito il primo colpo.

Mi è capitato di sentire confrontare l’azione militare di queste circostanze con quella che intraprendemmo in Kosovo. Non c’era dubbio sulla solidità del consenso multilaterale raccolto attorno all’azione di quel contesto.

Aveva l’appoggio della NATO; aveva l’appoggio dell’Unione Europea; aveva l’appoggio di ognuno dei singoli paesi confinanti della regione. La Francia e la Germania erano i nostri alleati co-partecipi ed attivi.

Ed è precisamente perché ora non abbiamo quell’appoggio, che era diventato ancora più importante assicurarci il consenso del Consiglio di Sicurezza come ultima speranza di mostrare unità internazionale.

La base legale per il nostro intervento in Kosovo fu costituita dalla necessità di fare fronte ad una crisi umanitaria urgente ed impellente.

La nostra difficoltà nel raccogliere consenso ora si basa sul fatto che né la comunità internazionale né il popolo della Gran Bretagna è convinto che esista una ragione urgente ed impellente per questo intervento militare in Iraq.

La soglia della guerra dovrebbe sempre essere alta.

Nessuno di noi è in grado di prevedere il numero di morti che l’attacco imminente provocherà ma l’avvertimento americano di una campagna di bombardamento da “trauma e soggezione” rende probabile che le perdite si conteranno almeno in migliaia.

Sono fiducioso che le donne e gli uomini del nostro esercito si comporteranno in modo professionale e coraggioso. Posso solo sperare che ritorneranno tutti.

Spero anche che Saddam, perfino in questa fase tardiva, lasci Baghdad per evitare la guerra, ma sarebbe falso sostenere che solo coloro i quali sono a favore della guerra appoggino i nostri soldati.

E’ perfettamente legittimo appoggiarli mentre si cerca un’alternativa al conflitto che metterà a repentaglio la vita di quegli stessi uomini e donne combattenti.

Non è neanche giusto accusare noi, che sollecitiamo più tempo per le ispezioni, di non avere una strategia alternativa.

Per quattro anni, mentre ricoprivo il ruolo di Ministro degli Esteri, condividevo la responsabilità della strategia occidentale di contenimento.

Negli ultimi dieci anni quella strategia ha distrutto più armamenti che la Guerra del Golfo, ha smantellato il programma di armamento nucleare dell’Iraq e ha fermato i piani di Saddam per quanto riguarda i missili di media e lunga gittata.

La forza militare dell’Iraq è ormai meno della metà di com’era durante l’ultima Guerra del Golfo.

L’ironia della sorte vuole che è solo la debolezza delle forze di Saddam che ci permette di contemplare l’invasione. Alcuni che caldeggiano il conflitto sostengono che le forze di Saddam sono talmente deboli, demoralizzati e male equipaggiati che la guerra finirà in pochi giorni.

Non possiamo basare la nostra strategia militare sull’idea che Saddam è debole e, nello stesso tempo, giustificare un intervento preventivo perché rappresenta una minaccia.

Con ogni probabilità l’Iraq non possiede armi di distruzione di massa nell’accezione generale del termine – ovvero un’arma capace di essere lanciata contro un obiettivo strategico cittadino.

Probabilmente possiede ancora delle tossine biologiche e munizioni chimiche da campo di battaglia che, però, possiede dagli anni ’80 quando aziende statunitensi vendevano agenti di antrace a Saddam, e il governo britannico di allora diede il suo benestare per la costruzione di fabbriche per la produzione di munizioni e prodotti chimici.

Perché è diventato così urgente che occorre intervenire militarmente per disarmare una capacità bellica che esiste da 20 anni e che abbiamo contribuito a costruire?

Perché è necessario fare ricorso alla guerra questa settimana mentre l’ambizione di Saddam di completare il suo programma di riarmo viene bloccata dalla presenza degli ispettori ONU?

Solo un paio di settimane fa, Hans Blix ha detto al Consiglio di Sicurezza che i restanti compiti fondamentali di disarmo potrebbero essere portati a termine entro pochi mesi.

Ho sentito dire che l’Iraq ha avuto non mesi bensì anni per disarmarsi e che ormai la nostra pazienza si è esaurita.

Tuttavia, sono trascorsi più di 30 anni da quando la risoluzione 242 esigeva che Israele si ritirasse dai territori occupati.

Non viene espressa la medesima impazienza nei confronti del rifiuto continuo di Israele di adempiere a questa esigenza.

Approvo il forte impegno personale che il Primo Ministro ha dato per la pace in Medio Oriente ma il ruolo positivo della Gran Bretagna in quell’area non è sufficiente per compensare il forte senso di ingiustizia che serpeggia nel mondo islamico che vede l’applicazione di una regola per gli alleati degli Stati Uniti mentre ad altri ne viene applicata una diversa.

La nostra credibilità, inoltre, non viene coadiuvata dai nostri partners a Washington che sembrano meno interessati al disarmo ma puntano maggiormente verso un cambio di regime in Iraq.

Ciò spiega perché le indicazioni che dimostrano progresso nelle ispezioni provoca non soddisfazione bensì costernazione a Washington in quanto diminuisce invece di aumentare l’argomento a favore della guerra.

Ciò che mi ha turbato di più in queste ultime settimane è che se le schede bucate in Florida fossero state interpretate in modo diverso e Al Gore fosse stato eletto Presidente, non saremmo ora alla stregua di impegnare soldati britannici.

IL lungo periodo durante il quale ho servito la collettività in questa Camera mi ha procurato un grande rispetto per il buon senso e la saggezza collettiva del popolo britannico.

Sulla questione irachena, ritengo che l’umore prevalente del popolo della Gran Bretagna sia preciso. Non hanno dubbi che Saddam sia un dittatore brutale ma non sono persuasi che rappresenti una chiara ed attuale minaccia per la Gran Bretagna.

Desiderano che venga data una possibilità alle ispezioni, e hanno il sospetto di essere trascinati da una spinta eccessiva verso un conflitto da parte di un amministrazione USA che persegue gli interessi propri.

Sono, soprattutto, a disagio con l’idea che la Gran Bretagna fugga in avanti con un’avventura militare, priva di una larga coalizione internazionale, e con l’ostilità di molti dei nostri alleati tradizionali.

Fin dall’inizio di questa crisi, come Presidente della Camera, ho insistito al diritto di questa Camera di votare se la Gran Bretagna si debba impegnare in una guerra.

Molti commentatori amano dire che questa Camera non occupa più un ruolo centrale nella politica della Gran Bretagna.

Nulla potrebbe meglio dimostrare che sbagliano, se questa Camera fermasse l’impegno di inviare truppe in una guerra che non gode né di accordo internazionale né di consenso interno.

Intendo associarmi domani sera a coloro i quali voteranno contro l’intervento militare ora. E’ per quella ragione e unicamente quella, e con malincuore, che mi dimetto da questo governo."

NB. La Camera ha poi approvato l’entrata in guerra.

 

Vai ora nel blog di Paolo Valdemarin che ti dà la possibilità di vedere e sentire il discorso di Robin Hood(!)  e ti mette anche il testo inglese.

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