sabato 29 ottobre 2005

Lungo l'Arno in bicicletta


Una bella girata in bicicletta lungo l'Arno, dall'Isolotto al Girone, a monte della città. La prima volta, per merito di Lucignolo, al secolo Pierfrancesco che me lo predicava da giorni. Il cielo limpido e l'aria mite di questo ottobre valgono una verifica delle piste ciclabili ormai aperte sul lungarno di Firenze, da Signa, a valle, al Girone, a monte. Sinceramente non me l'aspettavo ed è stata una bella sorpresa. Parlo del tratto Bellariva-Il Girone che non conoscevo. Il tratto Cascine-Renai di Signa l'ho già fatto più di una volta, sempre con Piero, ed è proprio bello. La manutenzione degli argini è ormai acquisita e il percorso molto buono seppure non ancora perfetto. Venerdi 28 ott. mi son fatto Isolotto-Il Girone con Pierfrancesco e Piergiorgio, appuntamento al Ponte da Verrazzano. Bellissimo il tratto di Bellariva, ma non mi aspettavo un così buon sentiero fino alle Gualchiere (1) del Girone, che vedo sempre dalla riva sinistra quando in macchina, di ritorno dal Casentino, faccio la Rosano-Bagno a Ripoli. Consigliata.


Qualche foto.

(1) Follatura" o "gualcatura" dei tessuti di lana; si trattava di un procedimento a cui venivano sottoposti i panni di lana immergendoli in una soluzione di acqua, sapone e altri ingredienti e battendoli con un "follone" fino a provocarne l'infeltrimento per rendere il tessuto compatto e in parte impermeabile.


I piccoli mulini presenti nelle campagne macinavano grano, mentre i grandi impianti azionavano meccanismi in grado di tagliare alberi e pietre, frangere olive, fabbricare carta e lavorare il ferro battuto attraverso l'uso di magli.Lungo il corso dell'Arno erano presenti complessi impianti produttivi composti da dieci o più mulini, da uno sbarramento o pescaia, realizzata nel letto del fiume per innalzare il livello delle acque, e da un canale o gora, necessario a far giungere l'acqua ai mulini. Numerose gualchiere erano ubicate, per esempio, a Rovezzano, Girone, Quintole e Remole.


Sulle gualchiere vedi qui.




giovedì 27 ottobre 2005

Free your mind and your ass will follow


 scritto nel riquadro sotto la mucca.
Firenze, atrio di S.Maria Novella.
La stazione è un luogo molto particolare. E' come l' web dentro un motore di ricerca: ci trovi tutto. Tutta l'umanità: colori, lingue, classi sociali. Martedi 26 ottobre u.s. aspettavo l'Eurostar delle 12,06 proveniente da Roma per l'arrivo di Paola. Ha un ritardo annunciato di 15' che saranno poi 25 perché un altro eurostar che viaggiava davanti s'era fermato sui binari da qualche parte, per un guasto. Ritardo segnalato per questo eurostar: 2 ore e mezzo! 
 Mi sono ritrovato dunque per tre quarti d'ora nel google della vita: visto e salutato Giampaolo in partenza per Roma, con cinque-sei compagni di lavoro, destinazione CNR, per una manifestazione di protesta presso la sede del Centro Nazionale Ricerche dove lui lavora. Poche volte la stazione è così piena: i ritardi concatenati e Firenze città d'arte sono i due addendi che danno oggi questo prodotto multicolore. Col mouse dei miei piedi circolo tra italiani, cinesi, giapponesi. eurorientali...Ritorno con l'ipertesto della mente ai personaggi di Folon incontrati al Forte Belvedere con la valigia in mano per l'eterno "viaggio" della vita e mi metto ad osservare tra ammirato e intimidito i gruppi di persone intorno alle macchinette dei Fast tickets che a me anziano mettono ancora soggezione, mentre invidio mentalmente Simone e tutti quelli come lui che con quattro tocchi "digitali" fanno uscire il biglietto giusto in tempi istantanei tipo email; stando così assorto nei pensier contemplativi, mi sento toccare alle spalle da una signora di aspetto giovanile e non trasandato che mi chiede qualche soldo. La guardo come un cretino e accenno immediatamente un no; troppa gente sconosciuta intorno a me, dovrei frugarmi intasca, estrarre e aprire il portasoldi, verificare i tagli di moneta...questo mi spaventa e fa scattare il riflesso condizionato del cervello che pone immediatamente l'antivirus, quello che non apre l'allegato per paura del solito hacker.  Logorio della vita moderna, nevrosi diffusa; così frequente nelle persone che conosci,  spiacevole constatarla in se stessi; tutta colpa del nineeleven? Sta di fatto che questo mio gesto irriflesso mi dà noia anche a distanza di giorni. Decisione di tenere a portata di mano, fuori del portasoldi, moneta spicciola da poter estrarre con la disinvolta indifferenza di una caramella, se si ripeterà mai un caso del genere.  Quella signora con la faccia pulita, né supplice né aggressiva, se ne è ritornata nell'ombra della folla senza accenni di reazione negativa.
Sposto il mouse nel grande atrio delle biglietterie, rimango colpito dalla mucca qui in testa al post che mi spiega come salvare mind e ass. Mentre la fotografo con la mia inseparabile digitale, inquadro due signore del volontariato che danno un pranzo confezionato ad una "barbona" semisdraiata sull'angolo del corridoio che porta al ristorante interno; mi affaccio fuori verso le scalette dove troverò l'autobus di ritorno ed osservo, ad un tavolo, persone che distribuiscono alimenti e vivande. Senza ressa né disordine. Ritorno indietro, alzo gli occhi ai tabelloni degli arrivi e vengo avvisato che l'eurostar Roma-Firenze diretto a Milano attraccherà al track numero 9, quasi di fronte a me. L'ultimo tocco del mouse mi porta in braccio a Paola. Passo dal virtuale al reale.
Quanto è importante, nel turbinio di una stazione sovraffollata, potersi abbracciare con una persona conosciuta e amata.  Per questo le stazioni sono sempre piene di baci ed abbracci.

sabato 22 ottobre 2005

La questione del parecchio.


Approfitto di questo sabato piovigginoso passato in casa, anche perché domattina si parte con Paola per una scappata a Roma (ho comprato i biglietti online, mi presento all'Eurostar delle 7,54, non timbro il cartellino, salgo sulla vettura n.9, prendo il mio posto numerato e quando passa il controllore gli presento l'email. Già: il biglietto, formato A4. Riflessione sul classico tema scolastico: l'uomo progredisce nella tecnica e poi va indietro nel progresso umano).


Di questi tempi mi capita spesso di pensare a Giolitti. Il quale era di Dronero, alta Italia, basso Piemonte. Qui in Toscana, parlando, si usa dire parecchio nel senso di molto. Si vede che usa così anche nel cuneese, perché ci fu un momento nella storia d'Italia che questo avverbio campeggiò a caratteri cubitali sui nostri giornali, intorno al 1913-14. Era successo che Giolitti, capo del governo come è oggi il Berlusca, di fronte a chi voleva la guerra contro l' Austria e gli Imperi centrali, per riscattare le terre ancora irredente, fece un discorso più o meno così: la Germania e l'Austria non sono la Libia;  la guerra non è uno scherzo; . Francia e Inghilterra, grandi potenze coloniali, stanno per fare la guerra agli Imperi Centrali; noi avremmo qualche contenzioso anche con la Francia, tanto è vero che i nostri cannoni fino a ora sono stati voltati verso Mentone e la Savoia e i nostri generali sanno a memoria le cartine dell'Istituto geografico militare di Firenze; Verso il Nord c'eravamo sistemati col trattato della Triplice Alleanza, la quale, stretta ora alle corde da Francia e Inghilterra ci fa capire che, in cambio della nostra neutralità, noi si potrebbe ottenere "parecchio". L'avverbio era in tedesco, ma Giolitti lo tradusse così. Apriti cielo! Tutti i giornali a ridere su questo parecchio; anche in Corte il re ridacchiava coi nipotini che andavano a scuola e raccomandava di usare l'avverbio "molto", magari anche "tanto", ma non parecchio. Si riunirono le testate dei giornali insieme ai testoni dell'industria pesante, quella che usa il ferro col quale si fanno i cannoni, e tutti furono d'accordo: Giolitti rompe e parecchio (anzi,sorry, molto molto); mandiamolo via. La Patria irredenta pianse lacrime di gioia alla notizia dell'arrivo di Salamandra o Salandra o non so chi, vado a memoria. Anche Salvemini, del resto, aveva bollato Giolitti, motivatamente, come "Ministro della malavita", colluso con la mafia del mezzogiorno d'Italia. E così vennero il Carso, il Montello, Monte Sabotino, Caporetto, il Piave su una montagna di ragazzi di vent'anni sbudellati dalle granate austriache, colpiti dal fuoco amico dei carabinieri che li vigilavano alle spalle se al momento dell'ordine di attacco non si fossero buttati - col moschetto 91 e baionetta innestata -  contro le mitragliatrici austriache. (V. Nota a fondo pagina)

Novecentomila i morti ammazzati.

Il conto degli altri fatti fuori dai nostri novecentomila prima di morire non ce l'ho sul momento. 

Ancora dei nostri, più di un milione tornarono a casa feriti nel corpo e nello spirito, disperati, disoccupati, mentalmente disturbati. Crearono una confusione tale che portò altri impauriti e disperati da tutto quel terrorismo di strada a rifugiarsi nelle braccia della buon'anima. Sopra le Alpi la Repubblica democratica di Weimar, messa alla fame dall'embargo franco-inglese cercò rifugio sotto i baffi striminziti ma protettivi di Adolfo. I quali, dopo poco tempo, aritonfa...

La seconda guerra mondiale è figlia diretta della prima.


Tutto questo immodico,  illetterato quasi dislessico fraseggio mi viene in questi tempi di sovente alla mente quando leggo nei commenti a Beppe Grillo o ad altri validi blogghisti le espressioni disperate: me ne vado dall'Italia, non voto per questa sinistra alla mortadella, devota e baciapile. Sono tutti uguali. Giolitti o Salandra, cosa cambia. Bush o Kerry cosa cambia.

Per Giolitti non ci fu bisogno di una giornalista fiorentina disturbata, capitò al punto giusto un poeta indebitato e via con Le Laudi degli Eroi. Penso a Celentano che attacca "I politici" che intende giudicare Berlusca e Prode in base a quello che "faranno", e si mantiene neutrale, perché ancora deve capire; penso a Bertinotti rivoluzionario che tira giù il governo Prode, non so se per la questione delle 35 ore;  penso a quando pensavo che Berlusconi non avrebbe fatto gran danno, perché - destra o sinistra - l'Italia essendo talmente condizionata dalle macropotenze, dalla macroeconomia e dalla macrovaticania, mi ripetevo: ha potuto far poco d'Alema, potrà far poco Berlusconi. Amici miei mi sbagliavo.  Berluscone fa, e fa davvero.

Ma oggi penso a Giolitti e Salandra, a Zapatero ed Aznar, a  Kerry e Bush, a Sandino e Somoza, a Chavez e chi l'ha preceduto, a Lula e chi prima di lui. Gli abbinamenti sono un po' sbuccioni, mi rendo conto e chiedo scusa.

Ma ero già in età di intendere e di volere quando nelle mie campagne e montagne del Casentino i briganti badogliani venivano perseguiti a morte dai tedesco repubblichini.

Occhio, ragazzi. Se Giolitti fosse rimasto a capo del governo, non saremmo entrati in guerra, avremmo avuto lo stesso Trieste e Bolzano città, non la provincia abitata da tedeschi, come già aveva riconosciuto Cesare Battisti, deputato italiano al Parlamento di Vienna. E invece no: milioni e milioni di morti cullati dalla
ninna nanna di Trilussa, osannati come eroi sui monumenti di tutte le piazze e piazzette e paesini d'italia.

E quando noi li chiamiamo eroi, assolviamo  
gli assassini che li hanno mandati a morire, perché riconosciamo che era loro dovere obbedire ad un ordine giusto, oltreché legittimo. Se invece li chiamiamo vittime la cosa cambia. Ragione per cui non sentirete mai questa parola nei discorsi commemorativi ufficiali. Pensate: 400.000 cause per renitenza alla leva, rifiuto di combattere, autolesionismo mirato ad evitare il servizio militare. Se ti spari a una mano o a un piede senza frapporre, non so, un pane o un oggetto assorbente, e la corte marziale stabilisce che il colpo è partito da distanza ravvicinata, perché sul moncone ti è rimasto l'alone nero della polvere da sparo, per te c'è il plotone d'esecuzione.


Occhio ragazzi. La Germania aveva il più forte partito operaio d'Europa. Quando le SA e poi le SS cominciarono a menar le mani, quel partito trovò il modo di continuare a litigare al suo interno, sino alla fine.

Turiamoci il naso, amigos, ma non gli occhi.

Abbiamo parecchio ancora da perdere, perché questi sono determinati, non si fermano se non li fermiamo.


Dedico questo mio post-iccio ai Die-ins che in questo momento sono in presidio permanente davanti alla Casa Bianca in attesa del prossimo 2 Novembre, giorno d'inizio delle manifestazioni nazionali per la fine del regime Bush.


  Nota di fondo pagina

Andare avanti significava morire, ma anche tornare indietro significava morire; a decine venivano infatti fucilati sommariamente, senza processo, per vigliaccheria o per ammutinamento e, laddove non si individuavano i responsabili, si procedeva alla drammatica strategia della decimazione:un soldato su dieci, innocente o colpevole, veniva cioè sorteggiato e  mandato di fronte al plotone di esecuzione, senza pietà, in una sorta di  agghiacciante roulette russa.

Continua qui.

venerdì 21 ottobre 2005


E bévila bevila bevila (canzone veneta)



21 ottobre 2005
Omicidio Hariri:
rapporto Onu
accusa la Siria


Dalla stampa


Negroponte onuponte mossadponte mediaponte fratibigisottoilponte...

Jean Michel Folon




Ciao, Jean Michel.

E grazie del bel ferragosto 2005 passato insieme a te al Forte Belvedere.

Da parte mia e di Paola che ti dedica questo pensiero:

"E' morto Jean Michel Folon. Che dispiacere! Folon era scultore, pittore, disegnatore, pubblicitario, ma soprattutto un sognatore. Che sogni faceva? Sogni concreti, non vaghi. Poter abitare in un mondo di pace, rallegrato dalla poesia, dal godimento delle cose belle che ci sono nella natura e che l'uomo può fare. Avevamo visto a metà Agosto la sua bella mostra al Belvedere, il cortile abitato dalle statue dei suoi uomini svagati e silenziosi. Ma non sono silenziose tutte le statue? Certo che no. Parlano le creature sovrumane di Michelangelo, parlano le statue drammatiche di Donatello, cantano i suoi putti delle cantorie nel museo dell'opera del duomo...Gli uomini di Folon sono ometti introversi e silenziosi, che, se anche fossero vivi, non direbbero niente a nessuno. Come non diceva niente, esprimendosi solo con lo sguardo e la figura, Jacques Tati, che Folon mi ha ricordato.

Figure le sue che contrastano col clamore eclatante di molti personaggi dei nostri tempi barocchi
. Per questo è stato, e credo sarà amato, Folon, perché i suoi valori sono stati la discrezione, lo humour e l'ottimismo e bastava guardare e ascoltare il video che accompagnava la mostra per accorgersene. Anche i suoi limpidi e luminosi acquerelli, come disegni di un bambino bravissimo, lo dicevano.


Non sarebbe bello se tutti amassero questo modo di immaginare la vita?"

di Gabriele Vannini
 Una doverosa precisazione preliminare. Chi si aspetta una critica d’arte può passare oltre perché questo è soltanto il racconto di una visita e delle emozioni che ha suscitato. Ho sentito il bisogno di scriverlo perché questa città, così incattivita e dolente, quest’estate ci ha saputo anche riservare, con la mostra di Jean-Michel Folon al Forte di Belvedere, qualcosa di bello e di unico.

Più di 30 anni fa erano state le figure svettanti e misteriose di Henry Moore ad incantarmi, non ancora ventenne, dall’alto di quegli spalti.

A dimostrazione della forza incredibile che l’arte possiede, per quello che riesce a comunicare anche a chi non dispone di chiavi di lettura ‘professionali’.

Volete averne un’idea? Basta vedere la disinvoltura con cui i bambini si muovono fra le installazioni di Folon. Il piacere estetico, sostiene Kant, è tanto più grande quanto più si desidera estenderlo agli altri, quanto più è ‘universalizzabile’.

Ebbene, appena uscito dalla mostra di Folon ho avvertito un bisogno irresistibile di parlarne a tutti. Ai colleghi di lavoro, agli amici, al vicino di casa, al ciclista incontrato per strada. Cos’è dunque che tanto affascina in questo artista belga che ha allestito a Firenze “l’esposizione più importante della sua vita”?

Che cosa ha attirato già quasi 50.000 visitatori, spingendo l’organizzazione a prorogare la mostra fino al 2 ottobre?

Il protagonista delle opere di Folon è “Il Signor Qualcuno”, una sorta di doppio a cui l’artista affida il suo sguardo sul mondo.

In testa un massiccio cappello a cilindro, addosso un mantello pesante, un volto appena tratteggiato, quasi anonimo, che invece trasmette un candore disarmante e inesplicabile. Porta delle scarpe robuste, saldamente ancorate al suolo, anche se nella gigantesca scultura “L’Envol” i piedi sembrano già sul punto di staccarsi da terra.
Colpisce nelle sculture di Folon la straordinaria leggerezza, il senso di incanto e di sorpresa, la capacità sempre rinnovata di mettersi in gioco. Non è un caso se il viaggio rappresenta uno dei fili conduttori delle sue opere, fino ad assumere, nell’installazione intitolata ‘L’evasione’, i contorni struggenti di una valigia sospinta da un volo di anatre e aperta sul panorama di Firenze, pronta a riempirsi dei mille diversi punti di vista di chi la osserva. Né sorprende che gli animali rappresentino gli ideali compagni di viaggio del ‘Signor Qualcuno’, dal gatto adagiato con aria complice e sorniona sulla barchetta (nell’opera ‘Partire’), agli uccelli indicatori di nuove rotte, ai pesci accolti in grembo nella grande fontana davanti al cassero.
La giocosità dell’invenzione raggiunge il culmine nella terrazza con la successione folgorante di teste surreali. Al posto della testa umana Folon si diverte a inserire una varietà di oggetti: un gomitolo, un grattacielo, un arnese meccanico, una poligonale spezzata, una valigia, un libro oppure -più che mai opportuno- un punto interrogativo, quasi a sancire un’identità sempre più indefinita e sfuggente.
L’itinerario poetico dell’artista si completa con la visione degli acquerelli e dei disegni, che rappresentano l’esordio della sua attività creativa (infatti solo nell’ultimo decennio Folon si è votato alla scultura come evoluzione naturale della propria ricerca formale). I colori del Folon pittore sono sorprendentemente tenui, impalpabili, quasi fluttuanti. Eppure il senso di leggerezza non vi risulta così evidente come nelle sculture; anzi, questa sezione aiuta a scoprire anche in esse quel tanto di disagio e di malinconia che si intuiva ma non si riusciva a mettere a fuoco. Mi viene allora da pensare che le opere di Folon ci parlano forse anche dell’inconsistenza e fragilità della nostra condizione di ‘contemporanei’. Vi avverto dentro la vertigine di una realtà che non si riesce più ad afferrare e che sembra acquistare senso solo nello sguardo solitario di un sognatore.
Un sognatore ‘vigile’, ‘artefice’, capace di tenere a bada gli incubi della notte in cui tutti siamo immersi, la notte di questo nostro tempo senza centro e senza riferimenti, in cui sono tornate a dettar legge la violenza e la volontà di potenza.“La paura la lascio alla notte, di giorno mi godo la bellezza”, spiega Folon nel video che accompagna la mostra.
Ecco dunque che si precisa l’interesse, la modernità, la capacità di rappresentazione delle opere di Folon rispetto al mondo in cui viviamo. Ecco perché ci sentiamo a casa nostra nei panni del ‘Signor Qualcuno’. Potrebbe essere il primo uomo sulla terra -ne ha l’innocenza- ma anche l’ultimo -ne porta dentro la dolente consapevolezza.
Trovato qui

giovedì 20 ottobre 2005

mercoledì 19 ottobre 2005

Sono stato a trovare Dante

Ma lui non c’era. Trasferito a Ravenna. In Santa Croce la sua tomba vuota, in greco:ceno-tafio=vuota-tomba. E questo si sapeva. La casa vuota anch’essa; il perché è scritto nel “Libro del chiodo” dove sono i verbali delle condanne del tribunale fiorentino, che venivano trascritte su pergamene-manifesti e inchiodate all’albo pubblico: Wanted.
Questa la prima condanna.
“…ordiniamo che i detti messer Palmerio , Dante, Orlanduccio e Lippo…vengano multati di libbre 5000 di fiorini piccoli per ciascuno, da dare e pagare ai tesorieri del Comune di Firenze;…se non obbediscano alla condanna entro il terzo giorno, che tutti i beni del non pagante siano confiscati, devastati e distrutti; e devastati e distrutti restino di proprietà comunale…” 27 gennaio 1302. La seconda, del 10 marzo 1302: in nome di dio, amen. Questa è la sentenza di condanna data, premessa e promulgata dal nobile e potente cavaliere  messer Cante dei Gabrielli da Gubbio, onorevole Podestà della città di Firenze…che se qualcuno dei predetti in qualsiasi tempo cadrà in potere del detto comune, sia bruciato col fuoco finché muoia.
La terza, del 6 novembre 1315: In nome di Dio, amen. Questi sono i bandi profferti e pronunziati dal nobile cavaliere Rayneri di Zaccaria di Orvieto, Regio Vicario nella città di Firenze, contro i circoscritti ribelli…per il Sesto di Porta S.Piero tutti di casa Portinari…Dante Alighieri e figli…se in qualsiasi tempo verranno in potere nostro e del Comune di Firenze, siano condotti sul luogo di giustizia e quivi sia loro tagliata la testa dalle spalle, così che muiano.
La copia di questo libro delle condanne fa bella mostra nella casa-museo da poco riaperta e inaugurata qui a Firenze. E’ una casa falsa, ma ricostruita su modello e situata nel luogo vero dove Dante aveva imparato a dir “pappo e dindi”, nel sestiere di S.Piero, tra il Duomo e Palazzo vecchio. Per voi turisti: Dal Duomo prendete via Calzatoli, pochi metri e trovate via del Corso, sulla sinistra; la imboccate, sorpassate la prima gelateria (sempre piena di turisti, ma ce ne sono di meglio), continuate avanti, trovate il bar del bombolone caldo che viene giù dal piano di sopra: ripieno di cioccolata o crema o marmellata – io scelgo marmellata – Pochi metri avanti, sempre sulla destra, la chiesa di Beatrice, tomba di famiglia dei Portinari: gran buon uomo il padre di Bea, benefattore, con Monna Tessa, dei malati e poveri fiorentini. Tutto documentato da lapidi e iscrizioni contornate se non sovrapposte da mille sghiribizzi dell’attuale parroco-gestore che approfitta della notorietà del luogo per mettersi in mostra: si è già immortalato come ultimo dell’elenco scolpito nel marmo dei priori della chiesa, cominciando da quello che officiò le esequie della giovane e bella figlia dei Portinari morta nel fiore dell’età; addirittura il priore fa un salto all’indietro e si presenta dentro un quadro nell’atto di officiare il matrimonio morganatico tra Dante e Beatrice. Ma soprattutto riempie la chiesetta di cartelle a stampa riscrivendo i dettami del vangelo e del corano per dimostrare la superiorità del primo sulla furia bellica del secondo che pretende di tener testa ai buoni crociati cristiani con la scimitarra della guerra sacra e con l’arma impropria del terrorismo suicida: altro che paradiso con le 70 beate vergini; l’inferno più rosso, con fuoco al calor bianco aspetta i martiri di Allah.  E chi non crede nella divinità di Cristo è un anticristo. (Povera Margherita Hack e povero anche me. Ma il priore pensava a Maometto).
Insomma una divertente divagazione di attualità messa a contrasto con la buia penombra delle lapidi nascoste sotto gli altari laterali dove si testimonia l’avvenuta sepoltura, in quel luogo, di Monna Tessa e Beatrice insieme a tutti i Portinari del Sestiere di S.Pietro.
Usciamo dalla chiesetta del parroco sfizioso, rientriamo nel Corso, la prima traversa, parallela alla chiesa di Beatrice, ci porta alla casa museo. Dalla trilogia delle sentenze sopra riportate si può capire il perché dell’assenza di Dante e della mancata originalità della sua casa.  Ma il posto è più o meno quello, la casa dei Portinari è lì a un passo, la Torre della Castagna è ancora quasi integra, le case e negozi intorno portano chiari i segni delle torri di allora. Già la casa torre: alta fino a 70 metri: settanta! Con quelle scale! La cucina in vetta per via dei fumi e degli incendi. Povere massaie per andare e tornare dalla spesa, per tirar su una mezzina d’acqua…Ma a un certo punto della storia il comune ordinò che nessuna casa torre superasse i trenta metri: prima Legge contro le barriere architettoniche.
La casa museo è dunque vuota di Dante, come la sua tomba di S.Croce.  E’ su tre piani, si visita a pagamento (4 euro). Reperti, pannelli e oggetti vari sono stati disposti con un certo gusto e criterio; e poi c’è la copia anastatica del libro del chiodo.  In bella evidenza Poppi, il mio paesello, sullo sfondo dello scenario che rievoca la battaglia di Campaldino.
Qualche foto.


 

martedì 18 ottobre 2005

Seggio 26 isolotto

Una grande giornata di partecipazione democratica

2638 votanti

40% del nostro elettorato nelle relative sezioni elettorali

2066 voti per Prodi

oltre 3600 euro raccolti (mille più degli elettori)

lunedì 17 ottobre 2005

Franco Piacentini


Cappelle del commiato, Careggi, ore 10 del 17 ottobre 2005. Ritrovo Umberto, Paola Rossi, Donata, gli studenti Marco Cei, Mauro Ragnini con altre persone non conosciute, una ottantina. Celebra la "funzione religiosa" il frate cappellano. Non conosce Franco, lo chiama Giuseppe, seguendo l'anagrafe. Pamela Villoresi (sì, proprio lei) gli si avvicina e sommessamente suggerisce il nome d'arte, Franco, cioè il nome di vita, perché l'arte del teatro è stata la vita di Franco Piacentini. La funzione religiosa ripete la favoletta-cliché consolatoria dei 4 novissimi (cioè ultimissimi) morte giudizio inferno paradiso, con il classico compromesso fra il terzo e il quarto che prende il nome di purgatorio, che il buon frate presenta a noi e a Franco, ormai muto nella cassa, come soluzione realistica in grado di mettere insieme la infinita bontà di un dio perfetto contabile con la ostinata perseveranza di noi umani incalliti ostinati peccatori. Non esclusi certo gli omossessuali e comunisti come Franco notoriamente era. L'immagine del lungo tunnel del Purgatorio ha accompagnato la mia immaginazione lungo il viaggio di rientro, in macchina, attraverso le sinuose vie del Terzolle, Careggi, Viale Morgagni, Piazza Dalmazia, Viale Redi, Ponte alla Vittoria, Lungarno dei Pioppi, Isolotto. Proprio ora ho sotto mano il libro di Jacques Le Goff, la nascita del Purgatorio, che il noto autore rimanda al secolo XII dell'era cristiana, dandone merito ad Alessandro di Halès, nato a Londra nel 1185, francescano come il nostro cappellano, titolare della prima cattedra francescana di teologia all'università di Parigi, dal 1225 al 1245. Proprio lui garantisce che "poco numerosi sono nella Chiesa coloro i cui meriti sono sufficienti e che non si devono far passare per il Purgatorio" (pag. 279 dell'opera citata, Einaudi tascabili). Nulla comunque da rimproverare al frate cappellano dell'Ospedale di Careggi che adempie diligentemente alla incombenza a lui affidata dalla Regione Toscana, che lo retribuisce con i fondi del SSN (servizio sanitario nazionale), nell'ambito della dovuta assistenza, riabilitazione e cura dei corpi e delle anime. Nulla da rimproverare salvo una cosa: che dopo le sue tante parole non abbia avuto la fantasia di rivolgersi ai presenti ancora in vita per dire: chi di voi ha qualcosa da esporre dal fondo del cuore è libero di farlo. Ha aperto e chiuso la pratica, gli addetti hanno deposto la salva sull'auto funebre e...


a questo punto, nella bella cappellina senza più il frate né la salma, tra i presenti ancora tutti astanti ha preso la parola un signore...E' cominciato così il funerale laico. La persona che parla è un medico, piuttosto giovane, che ha assistito Franco negli ultimi tempi. Ricorda che Franco era omosessuale e comunista, che era quella persona generosa e squisita che tutti conoscevamo, e che nei momenti più duri della malattia era stato proprio Franco il paziente a far coraggio a lui medico.
Casualmente mi sono caduti gli occhi sul cristo crocefisso in un bel bassorilievo di metallo dalla parte destra della parete di fondo della cappellina; m'è sembrato che avesse come un sussulto di impazienza contro i chiodi conficcati, ha socchiuso gli occhi nel balenio di un sorriso...è stato un attimo.
Una volta rotto il ghiaccio ha parlato un secondo signore ricordando gli anni novanta dell'Istituto Tecnico Commerciale Einstein di Firenze, quando Franco per una lunga serie di anni scolastici aveva portato il soffio della sua poesia all'interno di una comunità di mille studenti e 100 insegnanti con rappresntazioni fantastiche fatte dagli studenti da lui preparati, insieme a Donata e Umberto: la poeticità del "Risveglio di Primavera" di Vedekind al teatro Niccolini di Firenze, la "Trilogia del Risveglio di Primavera" di Carlo Goldoni al teatro Cestello, "La contenibile ascesa di Arturo Ui" al Teatro Studio di Scandicci. E' stato letto un brano della lettera di addio del Preside, al momento di lasciare la direzione di quella scuola, in cui tra le altre cose scriveva: "Ma come potrò dimenticare il "Sogno di una notte di mezza estate" - giugno 1987 - sul prato della scuola, con l'immenso telone, al chiarore della luna, con lo sfondo della palestra in costruzione, la musica di Haendel, il laghetto con i folletti, la danza dei noastri, i fiori di luce delle veneziane e, al centro, gli innamorati, tutti vestiti di bianco". Star bene a scuola: questo ha significato Franco per tanti studenti e per gli insegnanti, in quegli anni particolarmente impegnati nell'apertura della scuola ai venti di riforma che soffiavano con più veemenza di oggi. Barbabianca era presente alla rappresentazione di quel "sogno" e quella rievocazione gli ha attraversato l'anima con l'intensità d'una scarica elettrica.


Si è fatto avanti poi un giovane attore, bello e bruno, che non è riuscito a citare il pezzo della "Tempesta" di Shakespeare al quale voleva legare il ricordo della grande affinità e ammirazione che legava lui a Franco. I singulti gli hanno troncato la parola in gola. E mi dispiace da morire non potere qui riferire il brano shakespiriano. Tra parentesi ricordo quando fui sentimentalmente travolto da "La Tempesta" regia Streler rappresentata qui alla Pergola di Firenze, many years ago..
E' la volta poi di un giovane attore magro ed evanescente che ci dice" da Franco non ho imparato a recitare per la pochezza dei miei mezzi espressivi, ma ho imparato a vivere". (Lo abbraccio mentalmente). Infine un vecchio attore poveramente vestito racconta di aver vissuto l'ultima recita di Franco, già condannato dalla malattia, instancabile come sempre, generoso come non mai.


E poi la soddisfazione di salutare Atina Cenci, presente in mezzo agli altri, materna consolatrice di Pamela Villoresi visibilmente commossa, per non dire affranta. Io sono un grande ammiratore di Pamela e Atina e mi ha fatto doppio piacere constatare che Franco, umile, anche se grande, attore, era apprezzato stimato e amato da attrici di questa valenza professionale e di così profonda umanità.

venerdì 14 ottobre 2005


Visto ieri giovedi 20,40 su Arte, col decoder, via satellite, gratis, senza una minima interruzione pubblicitaria. In lingua originale (cioè italiano), con sottotitoli francesi. Grande Scola. Conviene dare un'occhiata alla programmazione settimanale.
Per la scheda del film premi sull'immagine.



 

giovedì 13 ottobre 2005

Eleven/Two contro nine/eleven


The World Can’t Wait!
Drive Out the Bush Regime!

Mobilize for November 2, 2005!


Leggi qui (in inglese)

mercoledì 12 ottobre 2005

Non ci resta che ridere?




Ridere pare essere un elisir cardiaco di per sé: in uno studio recente il dottor Michael Miller della facoltà di medicina dell'università del Maryland ha osservato che la visione di un film divertente per 15 minuti rilassa le arterie periferiche e aumenta il flusso sanguigno per oltre 45 minuti, un effetto comparabile a quello di un esercizio aerobico. Il dottor Miller pertanto, insieme a uno stile di vita salubre, oggi prescrive anche 15 minuti di risate "di cuore" al giorno - non essendosi ancora studiati gli effetti dei sorrisi, delle risatine e della ridarella.
L'articolo

La cocaina fa male


Non solo a Lapo. Un post da leggere.

lunedì 10 ottobre 2005



Fabrizio Gatti
Io clandestino a Lampedusa
Ripescato in mare e rinchiuso nel centro di permanenza temporanea, l'inviato dell'Espresso Fabrizio Gatti ha vissuto una settimana con gli immigrati in condizioni disumane. E' stato poi liberato con il foglio di via.

di Fabrizio Gatti 
 Un nome inventato e un tuffo in mare. Non serve altro per essere rinchiusi nel centro per immigrati di Lampedusa. Basta fingersi clandestino e in poco tempo ci si ritrova nella gabbia dove ogni anno migliaia di persone finiscono il loro viaggio e dove nessun osservatore o giornalista può entrare. La via più veloce per infiltrarsi nella Cayenna dell'Unione europea prevede un salto dagli scogli e qualche ora in acqua. Se non si vuole partire dalla Libia e rischiare di affondare con le barche sovraccariche, non esistono alternative. Così ho scelto un nome straniero e uno stratagemma preso in prestito da Papillon, il mitico film del 1973: per fuggire dalla Cayenna, quella vera, Steve McQueen si butta dalle rocce e si affida all'Oceano aggrappato a una zattera di fortuna. Solo che qui lo scopo non è scappare ma farsi prendere. Ed è ciò che mi è successo: ripescato da un automobilista, catturato dai carabinieri sul lettino del pronto soccorso e rilasciato la settimana dopo, la sera di venerdì 30 settembre. Libero, con la possibilità di andare a lavorare in qualunque città d'Europa come clandestino, nonostante i precedenti penali e una condanna nel 2004. Comincia e finisce così il diario di otto giorni da prigioniero nell'inferno di Lampedusa.
Leggi l'articolo.   Ne vale la pena.


 intervista audio a Fabrizio Gatti. La sto ascoltando mentre scrivo.  Molto professionale, fa onore al giornalismo. Bravo Fabrizio! (E' davvero bravo).


 


 

sabato 8 ottobre 2005

Lo sciopero degli angeli
Divertissement


Approfitto del discorso cascato sugli angeli in rivolta per la conquista dei diritti civili agli inizi del Novecento, dentro il romanzo di Anatole France, per regalare ai passanti di turno questo racconto, leggero e piano come una poesia, di Mario Bucci, un amico (e parente) che ci ha lasciato da poco più di un anno. Come introduzione al racconto mi limito a riferire che Mario è stato docente di museologia per 25 anni, a Pisa. Ho scannerizzato il racconto avendo in mente quel pomeriggio di poche settimane prima quando in casa nostra, qui a Firenze, lesse, a Paola, Serena e sottoscritto il primo dei racconti che ora trovo nel libro da cui ho elettronicamente tratto questo e cioè:
Mario Bucci, Lo sciopero degli angeli e altre storie particolari. Ed. Archeoclub d’Italia – Sede di Cupra Marittima. Luglio 2004. Gli amici dell’Archeoclub di Cupra non me ne vorranno per questa piccola manomissione del copyright. Nel caso sono sicuro che Serena (Grazzini-Bucci) si farà mia mallevadrice presso di loro. Buona lettura.


Lo sciopero degli angeli


L'ultimo gruppo di turisti era uscito da poco, tra discorsi incrociati e risatine soffocate, come fossero liberi finalmente, finita la lunga lezione. L'ultimo visitatore, dopo una carezza furtiva al trono dorato di una Madonna, di nascosto al custode distratto, si era avviato con gli altri verso l'uscita. Dopo tanto brusio e confusione di linguaggi diversi, dopo l'ordine stentoreo della guida, il silenzio pesante, greve, ovattato, è piombato nelle sale del grande museo. Le luci si sono spente d'un tratto. Si sono sentite chiaramente chiudersi le serrature complesse dei vari cancelli; si sono accese le piccole luci rosse con le spie degli allarmi innestati.
Ma la notte che stava per arrivare non era, non doveva essere uguale alle altre; era l'inizio di una notte tutta speciale. Nell'aria restavano ancora le tracce dei comandi perentori delle guide, i loro commenti stereotipi, le osservazioni ridicole, ovvie; lo strusciare dei piedi era fInito da poco e nell'aria restava il sentore speciale, da bagno, di creme e oli protettivi misti al sudore naturale dei corpi, caratteristico di questo tipo di "greggi" stagionali.
Nell'immobile panorama dei grandi dipinti, appesi in ordine sulle pareti, in lunga teoria, qualcosa iniziò a fermentare, dapprima impercettibilmente, poi via via in modo più sensibile. Il movimento cominciò dai piedi. I piedi, coperti o meno da vesti color pastello, bordate da ricami floreali, da ghirigori preziosi, hanno cominciato a vibrare, a pulsare, tornati vivi, animati da una nuova energia che veniva da dentro, senza possibilità di smorzarsi, tornare alla quiete. I piedi finalmente si sono spostati e sono scesi sui gradini dorati dei troni, sui quali sedeva da secoli una Madonna, i Santi Martiri del ricco Olimpo cristiano. Sono stati i piedi che hanno guidato tutta una folla di personaggi; sono loro che hanno dato l'avvio e il comando; le vesti, i grandi mantelli, le armature hanno obbedito.
Su in alto, anche gli angeli, sempre dorati e sorridenti, gli angeli reggicortina con le mani stanche e gli occhi rivolti da sempre alla Madonna, saltando da una nuvola all'altra, attaccandosi ai filamenti di stelle, sempre più giù, di tendaggio in tendaggio, di gradino in gradino, sono arrivati al limito della cornice, e con un balzo sono saltati sul pavimento. Un altro gruppo di angeli ha scavalcato le nuvolette di bambagia del loro cielo; con lu polle delicata dei loro piedini rotondi, profumata d'incenso, hanno sfio1'11\0 Ic mattonelle anonime della sala, sulla terra di tutti i mortali, inquinata da scarpe maleodoranti, su quel pavimento che mandava un vago odore di detersivo, profumato di acacia e di pino.
Anche i Santi, più lenti, sono discesi, slittando sui piani inclinati dei quadri che li contenevano, che li bloccavano da secoli; si sono guardati curiosi, assetati di novità, affamati di aria, di vento, di pioggia. Si sono mossi sicuramente determinati; si sono svegliati a un tratto perché qualcosa _ scattato nella loro secolare pazienza, qualcosa che ha incrinato la loro fiducia, le loro più segrete convinzioni. Non si sa se l'evento, così straordinario e fuori dall'ordine stabilito delle cose, era da considerarsi come una liberazione, tanto desiderata quanto proibita, e negativa, forse stridente, poco in sintonia con la classe del loro rango. Si sono fermati, scendendo, al bordo delle cornici, come fossero al bordo di una piscina e fossero incerti di lanciarsi, tuffarsi in una avventura, in una dimensione ancora sconosciuta, che poteva turbarli.
Poi, dopo qualche minuto di sospensione, dopo il movimento, sono nate le voci, sono rimbalzati i richiami, prima timidi, incerti, poi sempre più chiari e decisi; da un quadro all'altro, come gruppi di gitanti posti a diversa altezza di una vallata, di una collina. Il greve silenzio, il religioso, silenzioso, l'immobile silenzio del museo si è costellato di voci, di grida, di comandi, come il teatro di una battaglia; e il tono era sempre più alto, pii. pl1rentorio, le voci sempre più libere e disordinate. Si è arrivati al tumulto, un chiasso incredibile, come quello delle scolaresche all'uscita dalla scuola, dopo le lunghe ore di lezione. Si è formata un'atmosfera che sembrava quella di certi comizi politici, dove viene a mancare la misura e il contegno.
 I gruppi disordinati dei Santi, dei Martiri, degli angeli saltellanti, dei guerrieri decisi, sferraglianti, le folle dapprima estatiche a guardare un miracolo, sulla tela dell'antico dipinto, catalogato, etichettato, inchiodato sul muro, sciamavano per le scale sontuose dell'edificio come i soldati in libera uscita. E tutti andavano verso lo spazio del chiostro, che fa da fulcro al museo, alle celle del vecchio convento; quel chiostro che ha ascoltato per secoli solo preghiere e litanie. '
Lo sciame dei giovani inanellati di qualche antica festa, dai boccoli d'oro sulle spalle, erano felici di toccare finalmente coi piedi nudi l'erba fresca del prato, come un tappeto vivo nel centro del chiostro. Dopo tanta "erbetta" raffinata, dipinta con infinita pazienza, stelo dopo stelo, dal pennello dell'antico Maestro, erano tutti incantati dalle semplici piccole margherite vere, fiorite sul prato come un miracolo; margheritine morbide e dense di rugiada, mentre i piedi dei personaggi avevano sfiorato, senza calpestarli, i fiorellini preziosi, distillati da pennelli pazienti, copiati da pagine di un antico erbario conservato nella biblioteca di qualche convento.
Tutti sono accorsi, grandi e piccini, uomini e donne, verso gli spicchi di prato, verso il pozzo al centro del chiostro. Dandosi le spinte, curiosi, per farsi largo e guardare dietro la griglia di ferro, l'acqua che luccica sul fondo e manda barbagli, cercando di vedere riflessa, un po' compiaciuti, la loro immagine.
Sono arrivati i pastori insieme alle pecore delle varie "Natività", felici di stendersi, felici di brucare le pecore, col muso affondato nel verde. I pastori che avevano dei cestini con dentro i doni per il Bambinello hanno consumato sul prato una merenda, liberando una coppia di colombe e dando la frutta a chi stava vicino. Tutti a godersi quel pezzo di natura stillante, fresca, sotto un cielo di stelle primaverili. Anche i guerrieri si sono sbracati sull'erba, liberandosi delle armature sferraglianti, hanno posato gli scudi e le lance mentre qualcuno, smanioso, ha iniziato a sciogliersi i muscoli, fingendo duelli e schermaglie sotto alloggiato.
Un'incredibile confusione, un accorrere di uomini e di animali felici di sgranchirsi muscoli e giunture. Si sono anche viste le lepri saltare da un capitel1o all'altro, scappate a una grande caccia dipinta, mentre i cani, usciti dal bosco, sono venuti a fare i bisogni sull'angolo di un sarcofago, proprio quello che un tempo proteggeva il corpo prezioso di un santo. Le rarfal1c, 1iberate dalla tela, si scrostavano la vernice e la polvere svolazzando fra le figure di marmo, tra i grandi Profeti e le Sibille che stavano in ordine sparso sotto alle arcate.


In questo piccolo Eden sono venuti anche tre cammelli che hanno scaricati i Re Magi, e si facevano carezze col muso, sbavando dalla contentezza. A un tratto la folla si è divisa, ha lasciato passare una donna che voleva raggiungere il pozzo; era la Samaritana, felice di toccare con mano un pozzo vero, di bianco marmo lucente. Ma aspettava inutilmente l'arrivo di un Cristo che non veniva, che non poteva venire.
Se qualcuno, dopo avere goduto di questa allegra invasione, di questa fusto sa ribel1ione, avesse risalito l'ampio scalone dove stavano adesso solo delle celebri coppie, Adamo e Eva, Paolo e Francesca, Ettore e Andromaca, dandosi casti, commoventi bacetti, questo qualcuno avrebbe trovato le grandi sale di nuovo tuffate nel completo silenzio, abbandonate com’erano da quasi tutti. Le Madonne sul trono erano rimaste al loro posto, malinconiche e quasi sfiorate dalla tristezza, senza la compagnia degli angeli, dei Santi, dei committenti, sole anche perché il Bambino, il divino Bambino era scappato tra i primi, insieme alle pecore e ai pastori, a far ruzzoloni sul prato. Ed erano rimasti dentro la stalla, insieme alla Madonna e a San Giuseppe, il bove e l'asinello, che non potevano in nessun modo abbandonare la loro posizione, continuando a riscaldare col fiato la culla e la paglia rimaste vuote.
Non si era mosso il Cristo dell'ultima cena, rimasto solo al tavolo cosparso di piatti e bicchieri. Solo Giuda sedeva ancora dalla parte opposta,ma con Giuda non. era possibile, in nessun modo, stabilire un colloquio, un dialogo qualunque. Non si erano mossi i Cristi inchiodati alla croce, dolenti e muti, nei loro corpi sfiniti, personaggi che non potevano evadere. partecipare in qualche modo a questa sorta di sciopero generale. I Cristi, le  Sante Madonne, i Padri Eterni restavano "al pezzo", e San Giuseppe continuava a guardare, incantato, in direzione di quel gomitolo di carne rosa che stava prima nella culla; guardava e aspettava che gli altri tornassero: erano un poco smarriti in questa solitudine, in questo silenzio, con tante voci, tante risate e cori che arrivavano dall'esterno, come attutiti e lontani.
Le sale del museo sembravano uno strano acquario o lo scenario di un’opera senza le comparse, senza la musica. Nell'attesa, dall'occhio di Cristo è scesa una lacrima, una lacrima vera, nel silenzio.
 Qualcuno è venuto a mettere fieno fresco nelle mangiatoie dell'asino e del bove, qualcuno è venuto ai piedi del Cristo crocefisso e ha asciugato il sudore, le gocce di sangue che sgorgano dalla corona di spine; l’ha fatto dolcemente, per non fare male, con gesto amoroso e consolatorio. Alcune donne sono tornate nelle stanze di qualche Natività, ambientate nel ricco palazzo di un mercante del Quattrocento, per aprire i cassoni, quelli nuziali delle fanciulle che andavano a marito. Le donne, le fanciulle, curiose, tiravano fuori le vesti, le sete fruscianti, i mantelli, i pizzi rimasti da secoli chiusi, ripiegati, dentro alle stanze dipinte con storie allegre, colorite. La curiosità è stata più forte di qualsiasi cosa, anche del desiderio insopprimibile di libertà.
 Nello spazio del chiostro, intanto, i gruppi di uomini e bestie, di sacri e profani, ricordano le comparse disordinate sorprese durante 1'ora della siesta, del break di qualche opera lirica, di qualche film in costume. Ma il contegno di questi personaggi è diverso, più convinto, profondo, più vero.
Ci si chiede allora quale sia stata la molla, la prima scintilla accesa improvvisamente in un giorno, anzi, meglio, in una notte che era, o sembrava, uguale alle altre, nella monotonia del tempo che spesso si ferma, si mummifica, invece di scorrere come dovrebbe. Perché a un certo momento quei piedi si sono mossi, schiodati dai posti in cui era fissati per sempre? La vera causa, forse, viene dal museo, dal luogo stesso che le contiene, queste persone, che dovrebbe riuscire a conservarle vive, senza riuscire a operare il miracolo.
A un certo momento li hanno strappati dalle chiese, dove i fedeli li guardavano con occhi incantati, e pregavano di fronte a loro, perché erano i Santi, i Profeti. Li hanno rubati dentro ai palazzi dove continuavano a vivere insieme ai familiari e agli eredi che li riconoscevano come persone amate, di famiglia. Sono la Storia, quella dei grandi personaggi, nel bene e nel male, che continuano a vivere sotto forma di favola. Ma lo favole, Il volte ingenue, spesso crudeli e terribili, vanno cantate e recitate con sorriso o con il grido della tragedia, nel luogo adatto, nel momento giusto: perché le favole sono vere. Le belve parlavano, ammansite; nemici terribili che si inginocchiavano di fronte agli Dei. I ritratti dei "signori". dei tiranni d'un tempo, stanno accanto ai ritratti dei poveri, degli infelici, quelli del tempo passato e quelli di oggi. Stavano sulle pareti palazzi, tappezzati di velluto e di seta, con la musica vera di commento: il principe, la figlia del principe, e il disperato, l'innamorato senza un quattrino, vicino al boia pericoloso e all'eroe dwl momento... Sulle pareti del museo tutto è più anonimo, tutto più uniforme. Sono la "bella pittura", il gesto espressivo, il bel colore, la pennellata sfavillante; non c'è più l'odio, l'amore, la fede dei loro tempi. Colpisce soltanto la loro bellezza, sospesa a mezz'aria, l'abilità dell'artista, senza il calore delle passioni, dei sentimenti estremi, reali.
E i turisti, i visitatori dei musei, gli storici, i dottori dell'arte li toccano col dito curioso, indiscreto, li guardano al microscopio, fanno loro toilette come si fa ad un malato, ad un oggetto. Li fotografano con dei riflettori terribili, li accecano, li indagano, fanno radiografie, per capire il mistero del loro fascino, della loro magia. Sono lo spettacolo e insieme la cavia, l'esperimento. La folla, la folla viva dei personaggi a un tratto l'aveva capito.
Lo scatto era stato improvviso e generale; la folla si era svegliata dal sonno o dal dormiveglia dei secoli. Nessuno sapeva come sarebbe finita la bella rivolta, o forse tutti speravano che il miracolo potesse durare nel tempo. Ma tutti i sogni, è triste ricordarlo, finiscono all'alba.
Dopo tanto vociare e discutere, dopo gli abbracci e i cori della folla, è subentrata una fase di stanca; senza che nessuno l'avesse voluto, senza che se ne rendesse conto. È arrivato un grande senso di vuoto, di paura. Un mondo che fermentava, che brulicava fuori da quelle mura claustrali, Llil mondo dal quale erano difesi in questa specie di limbo, salvi dai turbamenti, li aspettava, con le nostre ansie terribili. Troppo caos, in questo mondo, troppi rumori, fuori dal coro celestiale.
Le voci sono cambiate in sussurri, le urla, i richiami, le espressioni forti poco a poco si sono smorzate. All'alba, nell'improvviso silenzio delle prime luci, il movimento si è acquetato, l'incrociarsi dei gesti si è composto; il brusio e la colonna sonora delle voci, dei cento linguaggi, tutto si è affievolito e, poco a poco, si è spento. L'orologio del convento, quello che un tempo suonava l'ora della preghiera, ha suonato le cinque. E’ stato un segnale. Lentamente, a ondate successive, quasi al ritmo di una musica interiore, i vari gruppi, la folla di pastori, dei guerrieri, dei santi
dai lunghi mantelli, dei Profeti dalle barbe prolisse, si sono avviati verso lo scalone, facendo a testa china la stessa strada che avevano fatto correndo, concitati, a testa alta. Animate ancora dal chiacchiericcio e dai sospiri, lo ,fanciulle dei Paradisi, le donne piangenti intorno alla morte di Sardanapalo, le suore chiuse nelle loro armature di panno grigio, sono rientrate, pressandosi le une contro le altre, appoggiandosi alla balaustra della scala, con un attimo di sosta arrivate alla porta della sala che le conteneva, ai piedi delle comici dei quadri che le aspettavano, con le grandi scenografie vuote. Sono tornate al loro posto fissato dal regista-pittore, assegnato dal loro destino di figure dipinte, inchiodate alla Storia.
Quando la lunga teoria di rientro fu esaurita e l'ultimo sussurro si è perso nell'eco delle sale vuote, è rimasto evidente sul pavimento, prima lucido e incerato, qualche filo di paglia scivolato dalla mangiatoia di una Natività, qualche sassolino ruzzolato da un Calvario, da un Golgota pietroso. È rimasta la polvere dei pretoriani, dei loro sandali sporchi di mota, venuti via da una Crocifissione, scalpitando disordinati, desiderosi di una boccata d'aria.
Una foglia di palma, un po' gualcita e accartocciata, venuta via da un Ingresso a Gerusalemme, dalle mani di un bambino di fronte a Gesù, è stata calpestata dalla folla riversata sul prato in ordine sparso. La foglia di palma era in terra, accanto a un fiocco di lana di pecora che svolazzava. Poi tutto è rientrato nell' ordine prestabilito, nella correttezza, nel rigore di sempre.
Alle sette in punto, all'apertura della mattina, con il cambio deI turni e dopo la consegna dei custodi di notte, l'addetto alle pulizie ha preso dallo stanzino assegnato, gli attrezzi particolari: spazzole, scope, cenci, barattoli vari, per fare di nuovo lucido il pavimento. Una lunga teoria di sale davanti a sé, una lunga fatica. Al primo sguardo ha notato subIto qualcosa di nuovo, di particolare, e si è fermato perplesso, interrogativo, decisamente allarmato. Uno sporco così non si era mai visto. E ha sbottato, parlando a sé stesso con la voce alta e sonora nei grandi saloni: “Ma che razza di turisti ci sono, adesso? Che razza di visitatori?... contadini?... pastori?... con tutte le pecore, il fieno della stalla! È incredibile!”.


 

mercoledì 5 ottobre 2005

 


A proposito degli angeli
La rivolta degli angeli
Un gruppo di angeli fuggiti dal Paradiso si incontrano nella Parigi di inizio Novecento per cercare di organizzare l'assalto al potere divino, partendo dalla decisione di un angelo custode di abbandonare il suo incarico e votarsi alla rivolta contro Dio sulla scorta dell'esempio di Satana.  La rivolta degli angeli è il trionfo del piacere sulla frustrazione e il moralismo, è l'invito a una vita guidata dalla passione del sapere, dalla priorità del dubbio rispetto al dogma. Gli angeli di France si battono contro le ingiuste leggi imposte da Dio in opposizione alla natura delle cose, contro il dolore, contro la fatica del lavoro, contro la morte, contro ogni potere che è affermazione della barbarie sulla felicità.
 Anatole France: "la rivolta degli angeli" (1914) edito recentemente da Meridiano Zero in una nuova traduzione .


Segnalazione di Fabrizio Saettone (Gruppo email di Libera Uscita)


Che Dio ce lo mantenga: il sorriso e il personaggio.


Il ritratto è di http://www.stefanospaziani.com/



HO VISTO STORACE!


La storia dell'uomo catanese risvegliatosi dal coma e' di quelle che lasciano piu' di un dubbio. Gia' il fatto che sia uno scoop di Tgcom (che segue da molti mesi la triste vicenda) dovrebbe autorizzarci a pensar male. Oggi repubblica.it ha - come tutti - un pezzo sulla vicenda e cita testualmente le frasi che Salvatore Cristafulli, in coma da due anni, avrebbe improvvisamente pronunciato:
"Sono vivo per mio fratello, i medici dicevano che non ce l'avrei mai fatta, ma io sentivo e capivo tutto e, per la disperazione piangevo"
Per la cronaca ieri sera al Tg de LaSette dicevano che il paziente e' uscito dal coma ma non parla. L'articoletto di repubblica.it merita comunque una occhiata, anche per frasi tipo questa:
Salvatore è stanco, è coricato su un letto particolare nella sua stanza trasformata in una sorta di sala con macchinari e computer che in questi due anni lo hanno fatto sopravvivere. Sulla parete la famiglia ha attaccato le immagini di Sant'Agata che è la santa protettrice di Catania, quella di Padre Pio, un crocifisso, una sciarpa della squadra di calcio della città e una foto di Storace, il ministro della Salute.


 Trovato qui


Vedi anche su Repubblica

Il bicchiere mezzo pieno


Alzarsi di buon'ora ma non troppo, partire sotto l'acqua con la richiesta medica di analisi sangue e urine, arrivare all'ambulatorio Asl di via Canova, sentir dire - ore 8,30 - "I numeri sono finiti, tornare domani", trovare un numero di un rinunciatario (cortesia delle commesse), aver lo stimolo di far pipì al momento giusto, assistere all'estrazione di 4 provette del proprio sangue con una sola iniezione d'ago, indolore, bravura della dottoressa - ma chi sarà che ha inventato il marchingegno che permette di cambiare le provette rimanendo fermo l'ago - vedere al lavoro persone serene e sorridenti, educate nell'animo...Tutto agratis, anche la provetta dell'urina.


Sì dolce sì gradita quand'è com'or la vita?


Certo per la gratuità serve l'età...Giovani miei amici, si chiama gerontocrazia, ma a questo livello si può accettare.


Un'altro bicchierino mezzo pieno me lo ritrovo quando facendo il numero 840003003 mi vien fissato l'appuntamento per la visita specialistica ospedaliera. In pochi minuti, da una voce più spesso femminile, sempre gentile.


Insomma qui in Toscana mi sembra non vada poi tanto male.


Facciamola durare. E qui penso a voi giovani. (e alla finanziaria).
Ho buttato giù queste righe per dimenticare un po' le discussioni sul sesso degli angeli del post precedente a questo. Buona giornata, con questa (anche se oggi non c'è gran sole).

I saggi bioetici


...la mozione del gruppo di esperti coordinati da Francesco D’Agostino, cattolico, filosofo del diritto all’Università di Tor Vergata:


Non si può togliere il sondino ai pazienti in stato vegetativo persistente. Non si deve privarli di cibo e acqua. Alimentazione e idratazione artificiale non vanno infatti considerati «atti medici», ma rientrano nell’ordinaria assistenza. Ed anche se è lo stesso malato ad averne richiesto la sospensione nel suo testamento biologico, scritto quando era in piena coscienza, né i medici né i familiari hanno diritto a sottrargli questi due elementi, necessari perché resti legato ad un esilissimo filo di vita.


Sarebbe una forma «da un punto di vista umano e simbolico particolarmente crudele di abbandono del malato». E non di «doverosa interruzione di accanimento terapeutico».

Esprimono soddisfazione per questa mozione gli esponenti di An e Fi Riccardo Pedrizzi e Francesco Giro.


…il sondino è un trattamento medico, come indicato da una vasta letteratura internazionale, e quindi è il medico a decidere se toglierlo attuando la cosiddetta «eutanasia di compassione». Ciò non costituirebbe una «forma crudele di abbandono del malato». Secondo Neri, non sono cibo e acqua ad essere somministrati, ma un composto chimico.
Demetrio Neri, ordinario di bioetica a Messina
Dal Corriere del 5 ottobre 2005


Ricorso storico


I dotti di Costantinopoli del XIV secolo si preoccupavano di discettare sul sesso degli angeli e su altre questioni "bizantine" mentre i Turchi erano alle porte della città e l'Impero Romano d'Oriente sull'orlo del tracollo.


San Tommaso d’Aquino (1221-1274), che si occupò così a fondo di angeli da meritare il soprannome di Doctor
Angelicus, fu un acceso sostenitore dell’incorporeità degli angeli e attribuì loro una natura totalmente spirituale. Egli si occupò del loro ruolo nell’architettura del creato e ipotizzò che agli angeli fosse affidato l’incarico di determinare il movimento degli astri, guidandone i moti secondo la volontà di Dio
Nella speculazione teologica del XIII secolo, successiva al IV Concilio Lateranense, si andò anche affermando la continua necessità di una più attenta valutazione dei ruoli e dell’identità degli angeli.
San Bonaventura (1217-1274) stabilì che gli angeli erano parte di una sola specie, come gli uomini, provvisti di intelligenza, memoria e volontà; inoltre affermò che questi esseri erano dotati di libero arbitrio e in grado di agire seguendo il bene o il male, come dimostrato dall’azione di Lucifero.


Nel XVIII secolo, anche se la filosofia illuminista tendeva a valutare ogni cosa sul piano della razionalità, negando molti valori della religione, l'indagine sugli angeli continuò, benché attraverso interpretazioni spesso in contrasto con la visione dogmatica.
Emblematico è il lavoro del filosofo luterano svedese Emanuel Swedenborg (1688-1772) che elaborò una tesi secondo la quale il mondo naturale e quello spirituale si incontravano, dando vita a un universo dove angelo e uomo potevano confondersi. Per il pensatore svedese gli angeli avevano sesso e vivevano come in una sorta di comunità costituita da tanti nuclei familiari; accanto all'attività di custodi e messaggeri, svolgevano anche i tanti compiti che la vita in gruppo richiedeva, curandosi di molteplici impegni, allevando i figli, difendendo il mondo dai demoni e scrivendo con una scrittura altamente sofisticata incomprensibile per gli uomini.


Fonte


 Il culto pagano dell'Arabia pre-islamica voleva che gli angeli fossero creature femminili, e in particolare erano considerate le figlie di Dio. Questa fu una questione dibattuta a lungo anche in Europa.


Il Corano risponde a tutti coloro che avanzano ipotesi sul sesso degli angeli: «Considerano femmine gli Angeli, i servi del Compassionevole.
Sono stati forse testimoni della loro creazione?» (XLIII:19) e dice ancora: «Poni loro questa domanda: "Il tuo Signore avrebbe figlie e loro figli?". Abbiamo forse creato Angeli femmine ed essi ne furono testimoni? Non è forse vero che, nella loro calunnia, dicono: "Allah ha generato". In verità sono bugiardi! Avrebbe forse preferito le figlie ai figli» (XXXVII: 149-154). La realtà, allora, è che gli angeli non hanno l'esigenza di un sesso definito, perché, per la loro natura, non si devono accoppiare per riprodursi.
Gli Angeli non bevono, non mangiano, non si annoiano e non si stancano:
I sapienti musulmani sono arrivati alla conclusione che gli angeli non mangiano perché quando si presentarono ad Abramo, il quale gli offrì del vitello arrostito essi rifiutarono. A proposito di questo episodio il Corano dice: «Quando vide le loro mani non lo avvicinavano, si insospettì ed ebbe paura di loro. Dissero: "Non aver paura, siamo stati inviati al popolo di Lot"» (XI:70). Inoltre i sapienti sono concordi sul fatto che essi non si stancano e non si annoiano, ma svolgono la loro funzione incessantemente: «Lo glorificano notte e giorno, e non smettono» (XXI:20).
Fonte della notizia


Oviedo 4 aprile 1997
 
Convenzione per la protezione dei diritti dell’uomo e la dignità dell’essere umano riguardo alle applicazioni della biologia e della medicina: Convenzione sui diritti dell’uomo e la biomedicina Consiglio d’Europa (1996)
 
Articolo 9
Desideri precedentemente espressi
I desideri precedentemente espressi a proposito di un intervento medico da parte di un paziente che, al momento dell’intervento, non è in grado di esprimere la sua volontà saranno tenuti in considerazione.
Italia 
Legge 28 marzo 2001, n. 145
"Ratifica ed esecuzione della Convenzione del Consiglio d'Europa per la protezione dei diritti dell'uomo e della dignità dell'essere umano riguardo all'applicazione della biologia e della medicina: Convenzione sui diritti dell'uomo e sulla biomedicina, fatta a Oviedo il 4 aprile 1997, nonché del Protocollo addizionale del 12 gennaio 1998, n. 168, sul divieto di clonazione di esseri umani"
pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 95 del 24 aprile 2001


Privacy
...nel pieno delle mie facoltà mentali, e allo scopo di salvaguardare la dignità della mia persona, intendo affermare solennemente con questo documento, che deve essere considerato come una vera e propria dichiarazione di volontà, il mio diritto, in caso di malattia, di scegliere tra le diverse possibilità di cura disponibili e al caso anche di rifiutarle tutte, nel rispetto dei miei principi e delle scelte di seguito indicate.
Fonte


Barbabianca vorrebbe semplicemente non morire nella m., con le piaghe da decubito, ridotto a pelle e ossa, imboccato, intubato  contro voglia. Con Benigni dico “La vita è bella”, con Claudio Villa  non vorrei dire “Morte fai schifo”. Insomma “vivere e morir bene”.
Sto parlando di me: posso appartenere a me stesso?
Sì, ma…
Allora ricominciamo da capo: Home: ripartiamo da sopra…


Antifona finale: Tra i bioetici  del Comitato e i bioetilici dell’attuale Parlamento, Europa aiutami tu.
 Ma dov’è Oviedo?



martedì 4 ottobre 2005

 


E perché no?


Un libro in regalo


"Il sapere liberato" edito da Feltrinelli è disponibile per il download qui.

Segnalato sul blog di Mantellini


...La proprietà intellettuale è l'ultimo valore venerato dall'economia capitalista.
Si tratta di un culto recente, propagandato con fervore sempre maggiore negli
ultimi due o tre decenni, mentre l'economia del mondo occidentale è andata
progressivamente smaterializzandosi e digitalizzandosi: l'industria ha lasciato
spazio all'economia dei servizi, in cui la merce più scambiata sul mercato è
l'informazione. Ma l'informazione, come tutti i beni immateriali, è una merce
anomala: può essere copiata, diffusa e condivisa senza troppo sforzo. Provate a
fare lo stesso con una tonnellata di carbone, e capirete la differenza.
Anzi, dal punto di vista economico, un prodotto che si cambia così facilmente
non è nemmeno una "merce", ma un "bene comune", di cui nessuno può davvero
appropriarsi. E il capitalismo non poteva certo riconoscere di aver creato, in
quella che sembra sempre di più essere una fase finale di questo sistema
economico, un'economia basata sui beni comuni, antitesi della privatizzazione,
dunque del capitalismo medesimo.
Perciò, un apparato potentissimo, formato da grandi imprese, governi, gruppi di
pressione e organismi sovranazionali, si è messo in moto per convincere anche i
più scettici che utilizzare le idee altrui senza pagare sia un furto e che le
idee, oltre ad un valore d'uso, hanno anche un valore di scambio, misurabile in
moneta sonante. Gli strumenti giuridici per regolare questa nuova economia sono
il brevetto e il diritto d'autore, o copyright: grazie ad essi, l'autore
rispettivamente di una tecnologia o di un'opera letteraria o artistica detiene
per alcuni decenni il diritto esclusivo allo sfruttamento commerciale della
propria invenzione. Paradossalmente, negli stessi anni si abbattevano barriere
doganali e monopoli in favore della competizione di mercato (persino laddove il
mercato non garantisce un'equa distribuzione delle risorse) perché la democrazia
esigerebbe anche illimitata libertà economica: con notevole spregiudicatezza, le
stesse ragioni oggi giustificano monopoli "immateriali" anche crudeli (si pensi
ai brevetti sui farmaci).
...

Nosiglia ci consiglia

 




 



… il vescovo di Vicenza Nosiglia cosi' scrive: «Anche i musulmani dunque hanno diritto ad avere queste sale di preghiera. La moschea tuttavia, è bene saperlo e tenerlo  non è solo un luogo di preghiera ma anche centro di cultura, di propaganda islamica e di promozione politica, essendo religione e politica un tutt’uno nell’Islam».

 




Traduzione mussulmana:

 



 
«Anche i cattolici dunque hanno diritto ad avere queste sale di preghiera. La chiesa tuttavia, è bene saperlo e tenerlo presente non è solo un luogo di preghiera ma anche centro di cultura, di propaganda cattolica e di promozione politica, essendo religione e politica un tutt’uno nel cattolicesimo ... e non bisogna per questo considerare le chiese covi di terroristi o quant’altro essendo frequentate da molta gente semplice e popolare che vive pacificamente tra noi. La chiesa comunque è considerata dalle leggi dello Stato terra che appartiene al vaticano e in qualche modo rappresenta il segno visibile della conquista cattolica del territorio in cui si costituisce»

 




 



Trovato qui (con una modifica mia: ho sostituito “dai fedeli cattolici” con “dalle leggi dello Stato)



 





 


lunedì 3 ottobre 2005









Documento originale   Chavez at the UN



Traduzione di Marina Minicuci per lumanita.it

















 



 


15 Settembre 2005
ZNet


Discorso all'Onu
Discorso del Presidente del Venezuela, Hugo Chavez alla sessione per 60.mo anniversario dell'ONU


Hugo Chávez



 

 





Crediamo che sia tempo di creare una città internazionale aliena alla sovranità di qualsivoglia Stato, con propria forza morale per rappresentare le Nazioni del mondo, ma questa città internazionale deve riequilibrare cinque secoli di disequilibrio. La nuova sede delle Nazioni Unite dovrà essere al Sud. "Anche il Sud esiste!" ha detto Mario Benedetti.





Eccellenze, amiche e amici, buon pomeriggio:


Il proposito originale di questa riunione è stato completemente sviato. Ci hanno imposto come centralità del dibattito un male chiamato processo per le riforme che relega in secondo piano ciò che è più urgente, ciò che i popoli del mondo reclamano con urgenza, come l'adottare misure per fronteggiare i veri problemi che ostacolano e impediscono gli sforzi dei nostri paesi per lo sviluppo e la vita.


Cinque anni dopo il Summit del Millenio, la cruda realtà è che la gran parte delle mete designate, nonostante fossero già di per sé modestissime, non saranno raggiunte.


Pretendevamo di ridurre alla metà 842 milioni di affamati entro il 2015. Al ritmo attuale la metà si raggiungerebbe nel 2215, vedremo chi di noi sarà lì per celebrarla, posto che la specie umana riesca a sopravvivere alla distruzione che minaccia il nostro ambiente.


Avevamo proclamato l'aspirazione di raggiungere per il 2015 la meta della scuola dell'obbligo universale. Al ritmo attuale la meta si raggiungerà dopo il 2100, prepariamoci dunque a celebrarla.


Questo, amiche e amici del mondo, ci conduce irreversibilmente a un'amara conclusione: le Nazioni Unite hanno esaurito il loro modello, e non si tratta semplicemente di procedere a una riforma, il XXI secolo reclama cambiamenti profondi che sono possibili solo con una rifondazione di questa organizzazione. Quella attuale non ci serve, bisogna dirlo, è la pura verità.


Per le trasformazioni, alle quali dal Venezuela ci riferiamo, il mondo scandisce, dal nostro punto di vista, due tempi. L'immediato, quello del qui e subito; e quello dei sogni, dell'utopia. Il primo è segnato dagli accordi presi dal vecchio schema, non lo rifiutiamo, e estraiamo persino proposte concrete all'interno di questo modello a breve scadenza. Tuttavia il sogno di quella pace mondiale, il sogno di un "noi" che non ci faccia vergognare per la fame, la malattia, l'analfabetismo, la necessità estrema, necessita -oltre che di radici- di ali per volare. Sappiamo che vi è una globalizzazione neoliberista distruttiva, ma vi è anche un mondo interconnesso che dobbiamo affrontare non come un problema ma come una sfida, possiamo, sulla base delle realtà nazionali, intercambiare conoscenza, complementarci, integrare mercati, ma al tempo stesso dobbiamo intendere che vi sono problemi che ormai non hanno più soluzione nazionale, né una nube radioattiva, né i costi mondiali, né un'epidemia, né il riscaldamento del pianeta o il buco dell'ozono sono problemi nazionali. Mentre progrediamo verso un nuovo modello delle Nazioni Unite che faccia suo e vero questo "noi" dei popoli, vi sono quattro riforme urgenti e irrinunciabili che estrapoliamo da questa Assemblea. La prima è l'espansione del Consiglio di Sicurezza tanto nelle sue categorie permanenti come nelle non permanenti, permettendo l'entrata a nuovi paesi sviluppati e a paesi in via di sviluppo come nuovi membri permanenti. La seconda, è il necessario miglioramento dei metodi di lavoro per aumentare la trasparenza e non per ridurla, per aumentare l'inclusione. La terza, consiste nella soppressione immediata -lo diciamo da anni dal Venezuela- del veto nelle decisioni del Consiglio di Sicurezza, questa vestige elitaria è incompatibile con la democrazia, incompatibile anche solo con l'idea di uguaglianza e di democrazia.


In quarto luogo il rafforzamento del ruolo del Segretario Generale, le sue funzioni politiche nell'ambito della democrazia preventiva, deve essere consolidato. La gravità dei problemi chiama a trasformazioni profonde, le mere riforme non bastano per recuperare il "noi" che aspettano i popoli del mondo, al di là delle riforme reclamiamo dal Venezuela la rifondazione delle Nazioni Unite, e come ben sappiamo in Venezuela, grazie alle parole di Simón Rodríguez, il Robinson di Caracas: "O inventiamo o sbagliamo".


Nella riunione del passato gennaio di quest'anno 2005 al Social Forum Mondiale di Porto Alegre, diverse personalità hanno chiesto che la sede delle Nazioni Unite uscisse dagli Stati Uniti se continuano le violazioni della legalità internazionale da parte di questo paese. Oggi sappiamo che non sono mai esistite armi di distruzione di massa in Iraq, il popolo statunitense è sempre stato molto rigoroso nell'esigere la verità ai propri governanti, i popoli del mondo anche: non ci sono mai state armi di distruzione di massa e malgrado ciò, e al di sopra delle Nazioni Unite, l'Iraq è stato bombardato, occupato e continua ad esserlo. Perciò proponiamo a questa Assemblea che le Nazioni Unite escano da un paese che non rispetta le risoluzioni di questa Assemblea. Altre personalità, allo scorso Social Forum, hanno proposto come alternativa una Gerusalemme trasformata in città internazionale. E' una proposta che racchiude la generosità di proporre una risposta al conflitto che vive la Palestina, ma forse ha spigolosità che rendono difficile portarla a compimento. Per questo portiamo qui un'altra proposta, ancorata nella "Lettera di Giamaica", che scrisse Simón Bolívar, il grande Liberatore del Sud, in Giamaica, nel 1815, 190 anni orsono. Lì, Bolívar propose la creazione di una città internazionale che servisse come sede all'idea dell'unità che pianificava. Bolívar era un sognatore che sognò ciò che oggi è la nostra realtà.


Crediamo che sia tempo di creare una città internazionale aliena alla sovranità di qualsivoglia Stato, con propria forza morale per rappresentare le Nazioni del mondo, ma questa città internazionale deve riequilibrare cinque secoli di disequilibrio. La nuova sede delle Nazioni Unite dovrà essere al Sud. "Anche il Sud esiste!" ha detto Mario Benedetti. Questa città che può essere già esistente, o possiamo inventarla, potrebbe trovarsi laddove sono collocate varie frontiere o in un territorio che simbolizzi il mondo, il nostro Continente è a disposizione per offrire il suolo sul quale edificare l'equilibrio dell'universo del quale parlò Bolívar nel 1825.


Signore, signori, affrontiamo oggi una crisi energetica senza precedenti, in un mondo nel quale si combinano pericolosamente un inarrestabile incremento del consumo energetico, l'incapacità di aumentare l'offerta di idrocarburi e la prospettiva di un declino delle riserve provate di combustibili fossili. Inizia a scarseggiare il petrolio.


Nel 2020 la domanda diaria di petrolio sarà di 120 milioni di barili il che significa, anche senza tenere conto della futura crescita della domanda, che si consumerà in 20 anni una quantità simile a tutto il petrolio che l'umanità ha consumato fino ad ora, ciò significherà inevitabilmente un aumento delle emissioni di diossido di carbonio che, come si sa, incrementa ogni giorno la temperatura nel nostro pianeta.


Katrina è stato un doloroso esempio delle conseguenze che può provocare l'uomo ignorando queste realtà. Il riscaldamento degli oceani è, a sua volta, il fattore fondamentale che sta dietro il terribile incremento nella forza degli uragani che abbiamo visto negli ultimi anni. Cogliamo l'occasione per trasmettere ancora una volta il nostro dolore al popolo degli Stati Uniti, che è un popolo fratello ai popoli dell'America e ai popoli del mondo.


In pratica, è eticamente inammissibile sacrificare la specie umana invocando in modo demenziale la vigenza di un modello socioeconomico con una galoppante capacità distruttiva. E' suicida insistere nel disseminarlo e imporlo come rimedio infallibile per i mali di cui esso è, precisamente, la principale causa.


Poco tempo fa il signor Presidente degli Stati Uniti nel corso di una riunione dell'Organizzazione degli Stati Americani, ha proposto all'America Latina e ai Caraibi di incrementare le politiche di mercato, l'apertura al mercato, vale a dire, il neoliberismo, quando questo è precisamente la causa fondamentale dei grandi mali e delle grandi tragedie che vivono i nostri popoli: il capitalismo neoliberista, il Consenso di Washington che lo ha generado è il maggior responsabile di miseria, diseguaglianza e tragedia infinita dei popoli di questi continenti.


Ora più che mai abbiamo bisogno, signor Presidente, un nuovo ordine internazionale. Ricordiamo che all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, celebrata nel 1974, alcuni di quelli che sono qui non erano ancora nati o erano molto giovani.


Nel 1974, 31 anni fa, si adottò la dichiarazione e il programma di azione del nuovo Ordine Economico Internazionale, insieme al piano di azione l'Assemblea Generale adottò, il 14 dicembre di quel medesimo 1974, la Carta dei Diritti e dei Doveri Economici degli Stati che rese concreto il Nuovo Ordine Economico Internazionale. Esso fu approvato con la schiacciante maggioranza di 120 voti a favore, 6 contro e 10 astenzioni. Ciò accadde quando ancora si votava alle Nazioni Unite. Ora qui non si vota più, ora qui si approvano i documenti come questo documento che denuncio a nome del Venezuela, nullo e illegale, perché viola la normativa delle nazioni Unite, questo non è un documento valido! Bisogna discutere questo documento, il Governo del Venezuela lo farà conoscere al mondo, ma nel frattempo noi non possiamo accettare la dittatura aperta e schiacciante delle Nazioni Unite, queste cose sono fatte per essere discusse e a questo proposito mi appello molto rispettosamente ai miei colleghi Capi di Stato e Capi di Governo.


Questo documento, scritto solo in inglese, è stato consegnato cinque minuti fa ai delegati e si è approvato con un martellamento dittatoriale, che denuncio dinnanzi al mondo come illegale, nullo e illegittimo.


Ascolti una cosa, signor Presidente, se noi accettiamo questo documento, siamo spacciati, abbiamo spento la luce e chiuso le finestre! Se accettiamo la dittatura di questa sala, è la fine.


Ora più che mai -dicevamo- abbiamo bisogno di ritessere cose che abbiamo smarrito nel cammino, come la proposta approvata in questa Assemblea nel 1974 di un Nuovo Ordine Economico Internazionale. Ricordiamo che l'Articolo 2 del testo di quella Carta, conferma il diritto degli Stati di nazionalizzare le proprietà e le risorse naturali che si trovano in mano ad investitori stranieri, proponendo al tempo stesso la creazione di cartelli di produttori di materie prime. Nella Risoluzione 3.201 del maggio del 1974, è espressa la determinazione ad agire con urgenza per stabilire un Nuovo Ordine Economico Internazionale basato - ascoltatemi bene, vi prego- "nell'equità sovrana, l'interdipendenza, nell'interesse comune e la cooperazione fra gli Stati qualsiasi siano i loro sistemi economici e sociali, che correggano le diseguaglianze e riparino le ingiustizie fra i paesi sviluppati e i paesi in via di sviluppo, e assicurino alle generazioni presenti e future, che la pace, la giustizia e lo sviluppo economico e sociale si acceleri a ritmo sostenuto", chiudo le virgolette, stavo leggendo parte di quella Risoluzione storica del 1974.


L'obbiettivo del Nuovo Ordine Economico Internazionale era modificare il vecchio ordine concepito a Bretton Woods.


Credo che il Presidente degli Stati Uniti abbia parlato quasi 20 minuti ieri, qui, così mi hanno detto, io chiedo il permesso, Eccellenza, di terminare il mio discorso.


L'obbiettivo del Nuovo Ordine Economico Internazionale era modificare il vecchio ordine economico concepito a Bretton Woods nel 1944, e che aveva vigenza fino al 1971, con il crollo del sistema monetario internazionale: solo buone intenzioni, nessuna volontà per progredire in questa strada, e noi crediamo che questa fosse e continui ad essere la strada.


Oggi i popoli reclamano, in questo caso il popolo del Venezuela, un nuovo ordine economico internazionale, ma risulta anche imprescindibile un nuovo ordine politico internazionale, non permettiamo che un pugno di paesi tenti di reinterpretare impunemente i principi del Diritto Internazionale per dare copertura a dottrine come la "Guerra Preventiva" adesso ci minacciano con la guerra preventiva! e la ora chiamata "Responsabilità di Proteggere", ma dobbiamo chiederci chi ci proteggerà e come ci proteggerà.


Io credo che uno dei popoli che richiede protezione sia il popolo degli Stati Uniti, lo abbiamo ora visto dolorosamente con la tragedia del Katrina: non ha un governo che lo protegga dai disastri annunciati della natura, se quello di cui stiamo parlando è di proteggerci l'uno con l'altro; questi sono concetti molto pericolosi che va delineando l'imperialismo, esso va delineando l'interventismo e cerca di legalizzare la mancanza di rispetto e di sovranità. Il pieno rispetto dei principi del Diritto Internazionale e alla Carta delle Nazioni debbono costituire, signor Presidente, la pietra miliare delle relazioni internazionali nel mondo di oggi, e la base del nuovo ordine che propugnamo.


Permettetemi una volta ancora, in conclusione, di citare Simón Bolívar, il nostro Libertador, quando parla dell'integrazione del mondo, del Parlamento Mondiale, del Congresso di Parlamenti, è necessario riprendere molte proposte come quella bolivariana. Diceva Bolívar in Giamaica, nel 1815 - l'ho già citato- leggo una frase della Lettera di Giamaica. "Che bello sarebbe sarebbe se l'istmo di Panama fosse per noi ciò che è quello di Corinto per i greci, magari un giorno avessimo la fortuna di istallare lì un congresso dei rappresentanti delle repubbliche, dei regni, per trattare e discutere degli alti interessi della pace e della guerra, con le nazioni delle altre parti del mondo. Questa specie di corporazione potrà avere luogo in qualche epoca della nostra rigenerazione". Ceramente, urge affrontare in modo efficace il terrorismo internazionale, ma non usandolo come pretesto per scatenare aggressioni militari ingiustificate che violano il Diritto Internazionale e sono diventate dottrina dopo l'11 settembre. Solo una vera strategia di cooperazione, e la fine della doppia morale che alcuni paesi del Nord applicano al tema del terrorismo, potranno porre termine a questo orribile flagello.


Signor Presidente:


In appena 7 anni di Rivoluzione Bolivariana, il popolo venezuelano può esibire importanti conquiste sociali ed economiche.


Un milione e 406 mila venezuelani hanno imparato a leggere e scrivere in un anno e mezzo, noi siamo circa 25 milioni e, fra qualche settimana, il paese potrà dichiararsi libero dall'analfabetismo, e tre milioni di venezuelani prima esclusi a causa della povertà, sono stati inseriti nell'educazione primaria, secondaria e universitaria.


Diciassette milioni di venezuelani e venezuelane -quasi il 70% della popolazione- ricevono, per la prima volta nella nostra storia, assistenza medica gratuita, comprese le medicine e, in pochi anni, tutti i venezuelani avranno accesso gratuito all'attenzione medica per eccellenza. Si somministrano oggi più di 1 milione e 700 mila tonnellate di alimenti a prezzi modici a 12 milioni di persone, quasi la metà dei venezuelani, un milione dei quali li ricevano gratuitamente, in forma transitoria. Queste misure hanno generato un alto livello di sicurezza alimentare nei più necessitati.


Signor Presidente, si sono creati 700 mila posti di lavoro, riducendo la disoccupazione di 9 punti percentuali, tutto ciò nel mezzo delle aggressioni interne ed esterne, che includono un golpe militare preparato a Washington, e un golpe petrolifero preparato anch'esso a Washington, malgrado le cospirazioni, le calunnie del potere mediatico, e la permanente minaccia dell'impero e dei suoi alleati, che stimola perfino il magnicidio (assassinio di un capo di governo NdT). L'unico paese dove una persona si può permettere il lusso di chiedere il magnicidio di un Capo di Stato sono gli Stati Uniti, come è accaduto poco tempo fa con un reverendo chiamato Pat Robertson molto amico della Casa Bianca: ha chiesto pubblicamente davanti al mondo la mia uccisione e gira a piede libero, questo è un delitto internazionale, è terrorismo internazionale!


Ebbene, noi lotteremo per il Venezuela, per l'integrazione latinoamericana e per il mondo.


Riaffermiamo qui, in questa sala, la nostra infinita fiducia nell'uomo, oggi assetato di pace e giustizia al fine di riuscire a sopravvivere come specie. Simón Bolívar, padre della nostra Patria e guida della nostra Rivoluzione, giurò di non dare riposo alle sue braccia, né dare riposo alla sua anima, fino a vedere l'America libera. Noi non daremo riposo alle nostre braccia, né riposo alla nostra anima fino a quando non sarà salva l'umanità.


Signori, molte grazie.