venerdì 8 agosto 2003

La battaglia di Campaldino vista da Canaccini


 


Il Casentino tra poesia e storia


 









Itinerario dantesco



Seconda Appendice al cap. IV°



La battaglia di Campaldino vista da Canaccini


Gli aretini radunarono un poderoso esercito per fronteggiare il nemico, ma pur coinvolgendo numerosi alleati in uno sforzo enorme, non riuscirono ad eguagliare lo schieramento guelfo per quella che doveva essere la battaglia decisiva. I Ghibellini disponevano in campo di circa 8000 fanti,di cui pochi armati con balestre ed archi, e di 800 cavalieri, troppo pochi per fronteggiare la cavalleria pesante guelfa.
L'11 giugno di quell’anno segnò una battuta d’arresto nella vita della comunità aretina. Una pausa segnata dal sangue, dalla morte di oltre 1700 uomini, dalla distruzione del contado, dei villaggi,dalla morte di tutti i Capitani della città e della sua guida spirituale, il suo Vescovo.
Già ai tempi della battaglia, l’evento dovette generate una serie di episodi che esaltavano o denigravano fatti d'arme e personaggi. Nacquero così, come sempre accade, eroi e vigliacchi.
Il nostro Buonconte che probabilmente ad Arezzo aveva lasciato la sua Giovanna e la sua figlioletta si dice che prima dello scontro sia andato ad esaminare, su consiglio del Vescovo, lo schieramento avversario. Tornato con pessime notizie, sconsigliò l’attacco, ma di tutta risposta forse miope ma non vile, gli rispose che non era degno di portare il nome della sua nobile casata. Al che Buonconte replicò che dalla pugna nessuno dei due sarebbe uscito vivo.
E così accadde.
Dinanzi allo schieramento ghibellino si sistemarono dodici valenti uomini d’arme, che si facevano chiamare li paladini. La scelta cadde tra le famiglie più nobili ma non si fa menzione diretta di alcuno. Non possiamo far altro che elencare alcune di quelle nobili casate che persero i loro figli in quell'afoso sabato di giugno: i Pazzi del Valdarno, i Montefeltro, gli Ubertini, i Fifanti, gli Uberti,i Grifoni e gli Abati, i conti da Gangalandi e gli Scolari.
Buonconte da Montefeltro era tra i feditori, cavalieri destinati a sfondare con un urto violentissimo la schiera dei Guelfi. Lo seguivano suo fratello Loccio e le sue truppe appiedate, tutti sotto l’insegna dello stendardo a bande azzurro e oro. Accanto a Buonconte, sempre tra i feditori, doveva trovarsi il suo amico Guglielmo de’ Pazzi, vincitori assieme alle Giostre al Toppo appena un anno prima. Dopo aver gridato tutti "San Donato cavaliere!" i 600 cavalieri ghibellini si gettarono al galoppo contro il nemico, sfondando la prima linea di cavalleria. Dietro, a corsa, seguivano gli 8000 fanti. La battaglia fu aspra e dura, ma decisive furono le due ali di palvesari guelfi armati di lancia lunga e balestre che rovesciarono sul nemico un tale carico di ferraglia da chiuderlo ben presto in una stretta mortale. Tutti i cavalieri si trovarono accerchiati e la loro forza d’urto ormai esaurita.


A questo punto il conte Guido Novello sarebbe dovuto intervenire con le sue riserve. Ma non si decise e la viltà prevalse sul valore, spingendolo a spronare il suo cavallo verso il castello di Poppi. Da lì assistette impotente alla disfatta degli Aretini di cui era Podestà.
Nella piana frattanto la battaglia infuriava e Corso Donati, che era stato nominato Capitano delle riserve lucchesi e pistoiesi, rovinò su un fianco dell’esercito ghibellino facendone strage.
La battaglia dei Ghibellini era perduta. Molti dei vessilliferi erano già stati uccisi e anche i paladini annientati.
E Buonconte?
Il giovane, strenuissimus Bonuscomes, impegnato sin dall’inizio nello scontro delle prime file era uno dei personaggi più in vista dello schieramento ghibellino e sarà stato di certo mira di numerosissimi attacchi sia da parte della cavalleria che da parte dei balestrieri che avranno riconosciuto la sua divisa. I Capitani guelfi avranno probabilmente indicato i comandanti avversari descrivendo l’arme del Vescovo, di Buonconte, di Guglielmino de’ Pazzi. Fatto sta che del corpo di Buonconte nulla si seppe al termine dello scontro. L’impietoso ufficio del riconoscimento dei caduti, da parte di congiunti o amici, contrastava con quello che poche ore prima si era consumato, quando "i villani non aveano pietà e gli ammazavano" ( Cronaca di Dino compagni).
Sulla fine del montefeltrano pesa, è inutile dirlo, il racconto che Dante ha intessuto nel V dei Purgatorio.
Numerose sono sorte le ipotesi attorno a questo struggente episodio. È probabile che all’indomani dello scontro, non sapendo più nulla di un capitano così in vista, siano nate delle leggende attorno alla figura di Buonconte; così come dovettero nascere attorno alla piana lugubre di Campaldino. evitata per anni, ricoperta da ossa e popolata fino ai giorni nostri da spettri.
Tutto il racconto sulla morte di Buonconte è però frutto dell’immaginario poetico di Dante. Sia lo Zingarelli che il Papini avanzarono addirittura che fosse stato lo stesso Dante ad aver ucciso Buonconte, ma nulla c’è a riprova di tale fantasiosa ipotesi. Interessante è invece quella proposta dal Vivaldi, il quale sottolinea come forse Buonconte, scampato alla strage, avesse tentato di salvare il proprio drappello spingendosi verso la vicina Bibbiena, per poi proseguire verso Arezzo o la stessa Montefeltro, come ipotizza il Franceschini. Ed è qui che nei pressi della ghibellina Bibbiena, ai suoi piedi scorre l’Archian rubesto, furono forse raggiunti dai Fiorentini e qui dovette accendersi un ulteriore scontro.
Comunque sia, il giovane montefeltrano trovò la morte in Casentino insieme a molti altri, illustri e non. E come tanti non ebbe probabilmente sepoltura.


(Federico Canaccini, Gli eroi di Campaldino, 11 giugno 1289 Scramasax ed.pgg 33,34)


Dopo la battaglia l'esercito fiorentino assediò Bibbiena, devastò le campagne e arrivò sino ad Arezzo, dove si esibì in sceneggiate di sfottimento fuori delle mura, ma senza tentare di espugnarla.

giovedì 7 agosto 2003

La battaglia di Campaldino vista da Barbabianca

La battaglia di Campaldino vista da Barbabianca




Il Casentino tra poesia e storia


 Itinerario dantesco


Appendice al cap. IV


 



 12000 fiorentini contro 8000 aretini. Battaglia avvenuta seguendo le regole: il guanto di sfida lanciato dal vescovo aretino fu portato il giorno prima al campo dei fiorentini che confermarono lo scontro per il giorno dopo.


L’11 giugno era una giornata ovviamente calda, con il cielo parzialmente coperto di nuvole. La sera prima, il Consiglio dei capitani di guerra fiorentini aveva stabilito la tattica da seguire: aspettare da fermi l’urto della cavalleria aretina e procedere poi al contrattacco.


Immaginiamo 800 cavalli via via lanciati al galoppo, lì tra Certomondo e l’Arno contro il muro dei cavalieri e palvesari, mentre da una parte Corso Donati con i pistoiesi si tiene pronto all’intervento di emergenza in appoggio ai fiorentini; lo stesso, da parte Aretina, dovrebbe fare Guido Novello, Signore di Poppi e Podestà di Arezzo. Dante, a cavallo, è tra quelli che ricevono l’urto e l’urlo dei nemici; componente della cavalleria leggera, forse si è trovato leggermente defilato dal centro dello scontro e non è finito disarcionato come tanti cavalieri posti al centro dello schieramento; e neppure è finito colpito da un’asta o trafitto da una balestra: se l’è cavata con molta paura (“temenza molta” come lui confessa) e la Divina Commedia è salva. Le balestre erano un’arma relativamente nuova, proibita dalle convenzioni internazionali del tempo, voglio dire dalle autorità della chiesa, perché capaci di trapassare a morte le corazze più potenti che resistevano almeno in parte alle spade e alle lance.


I fiorentini avevano più balestrieri degli aretini, la cui fanteria leggera era composta anche da contadini armati di accette e forconi (dio mio che mattatoio). Sta di fatto che 800 cavalli, una volta fermi e circondati da nemici ben disposti e armati, sono quasi un peso morto se immediatamente i 8000 fanti al seguito non prendono il sopravvento sullo schieramento nemico. E’ questione di minuti. Ma i fiorentini, che hanno rinculato al centro, reggono ai lati con parte dei cavalieri e tutti i palvesari, hanno lance lunghe e balestre ultimo modello. E poi c’è quel pazzoide di Corso Donati che, anche senza ordini, si butta nella mischia al momento giusto. Guido Novello, pendant di Corso Donati per la parte aretina, se la fa sotto e invece di dar manforte alla fanteria, scappa come un ladro tra le braccia della mamma, dentro al suo Castello di Poppi, troppo vicino e facile da raggiungere per lui. Così sugli aretini una trappola che si chiude, un mattatoio si apre. I700 ammazzati, 2000 imprigionati. Un po’ come era successo all’esercito romano di Lucio Emilio Paolo e Terenzio Marrone a Canne, in Puglia, quando ancora non era nato Cristo: la fanteria pesante – gli opliti – che sfondano al centro contro i tunisini di Annibale e rimangono poi intrappolati, presi ai lati dalla cavalleria libica e algerina, voglio dire dai Numidi di Massinissa, che mettono in fuga i cavalieri romani e danno tempo ai “marocchini” di tagliare a fette 40.000 (quarantamila) italici.


Così va il mondo.


Apro una parentesi: al tempo dell’Orlando Furioso gli scontri facevano meno morti. La battaglia serviva ad affermare la superiorità dell’uno o dell’altro; raggiunto lo scopo le spade riposavano. Per risparmiare il proprio sangue, i cavalieri antiqui, davano molta importanza al cerimoniale che poteva comprendere anche la semplificazione di uno scontro a 3 contro 3 (Oriazi e Curiazi), oppure a 12 contro 12 (disfida di Barletta). Lupo non mangia lupo, nobile non mangia nobile. Ma a Campaldino i mercanti di ricchezza recente e nobiltà comprata non si fanno scrupolo di eliminare per sempre dalla faccia della terra il cavaliere loro avversario e residuato storico: differenza fra scontro feudale e scontro comunale. I borghesi combattono per uccidere e per vincere, alla svelta. La guerra non è una professione, tanto meno un gioco con cerimoniale, combattuto tra fratelli d’arme: deve durare poco e permettere il ritorno veloce agli affari, proprio come in questo momento ci spiegano Bush e Blair (scusate).


Dante ha certo in mente queste scene di premiata macelleria quando, per esempio, descrive i dannati nella nona bolgia, cerchio ottavo, dei seminatori di scismi e di discordie (inferno c.28).


Dopo la battaglia l'esercito fiorentino assediò Bibbiena, devastò le campagne e arrivò sino ad Arezzo, dove si esibì in sceneggiate di sfottimento fuori delle mura, ma senza tentare di espugnarla.


Da qui i primi versi del XXII canto dell'Inferno, scritti a commento della celebre pernacchia di Barbariccia (ultimo verso del Canto XXI):


lo vidi già cavalier muover campo,
e cominciare stormo e far lor mostra,
e talvolta partir per loro scampo;
corridor vidi per la terra vostra,
o Aretini, e vidi gir gualdane, 
fedir torneamenti e correr giostra; 
quando con trombe, e quando con campane, 
con tamburi e con cenni di castella, 
e con cose nostrali e con istrane; 
né già con sì diversa cennamella 
cavalier vidi muover né pedoni, 
né nave a segno di terra o di stella. 
Note –


Stormo=sturm=assalto


Gualdane=scorrerie


Esempio di sfottimento: catapultato dentro le mura di Arezzo un somaro con la mitria in capo.

mercoledì 6 agosto 2003

La battaglia di Campaldino vista dalle sorelle Noyes









 


Il Casentino tra poesia e storia


 







Itinerario dantesco


 





cap. quarto



La battaglia di Campaldino



The battle of Campaldino



as seen by Ella Noyes




Noyes, Ella. The Casentino and Its Story. ill. Dora Noyes. London, New York: E. P.


Dutton & Co, 1905


Pgg.113-118



As you near the town by the high road from Pratovecchio you pass by the old



Franciscan church and monastery of Certomondo.


The church and monastery, which is now suppressed, were founded for the Friars Minor



by Guido Novello and Simone di Battifolle in 1262 in thanksgiving for the Ghibelline



victory of Montaperti, and were by a strange coincidence destined to be the scene of



a battle in which the fortunes of Montaperti were completely reversed. For the



peacefulleve1 of vineyards and fie1ds which stretches round Certomondo, beneath the



walls of Poppi, is one of the graveyards of history. It is the famous fie1d of



Campaldino, where Guelfs and Ghibellines met in deadly combat on June 11th, the day



of St. Barnabas, 1289. The story of this great .day has been related at length by



the FIorentine chroniclers. A great host of Florentines and armed men from the allied cities of Tuscany, commanded by Messer Amerigo di Narbona, had descended into the



Valley over the mountain of the Consuma, and had laid waste all the lands of Count



Guido Novello, then Podestà of Arezzo. Hearing of their coming, the valiant Bishop



of Arezzo, Guglielmino degli Ubertini, had gathered together his forces, and



supported by the Guidi, and by Buonconte da Montefeltro and the flower of the



Ghibelline chivalry of Italy, had come forth to meet them. On coming into sight of



each other beneath Poppi both armies drew up in order of battle, with the feditori



(those appointed to make the first attack) ranged in the front rank. These chosen



warriors were led on the FIorentine side by Messer Vieri de' Cerchi, who with his



sons and kinsmen had elected to occupy this post of danger; and numbered among them



was the young Dante Alighieri, as he himself relates in a letter cited by his



biographer Leonardo Bruni. The Aretini, 'who numbered only 800 horsemen to the 1600



of the opposing army, and 8000 foot soldiers against 10,000, nevertheless laughed



their plebeian foes to scorn, and their feditori rushed upon the Guelf host with



such; impetuosity that in the shock most of the FIorentine horsemen were unseated,



and their whole army recoiled. But recovering themselves they stood firm again and a



fierce struggle followed. The FIorentine' arrows rained upon the adventurous Aretini



land the air grew dark with clouds of dust, and great numbers were slain in the



melée. Many that day who were esteemed to be of great prowess did cowardly, and


many of whom none spoke won great repute," says the chronicler Dino Compagni. Corso



Donati, at the head of a band which he had held in reserve, felI upon the flank of



the Ghibellines, who began to give way. Seeing this, Guido Novello, who had kept



aloof from the strife, vilely abandoned his allies, and belying all his great



repute for va16ur, fled with his people into his castle of Poppi,and there, in base



inaction, awaited his inevitable fate. And in the end the Aretini were completely



routed by the greater numbers of their


enemy, and put to flight and slain. Bishop Guglielmino, who according to Villani had



been plotting against his own friends and knew that his life was


. not safe from their vengeance if he survived, put spurs to his horse, and rushing



into the thickest crowd of the foe, fell by the hand of a common soldier. His body



is said to have been laid in a wayside chapel, from which it was uprooted later by



the vindictive order of Florence, and was carried away by the pious friars of



Certomondo in the secrecy of the night to bury within their precincts.


More famous is the fate of Buonconte da Montefeltro, the splendid young



Ghibelline chief who lay at the time of the battle under the papal curse. He fled



from the field with a mortaI hurt and was never seen again. But the mystery of his



end dwelt in the mind of one present on that day, and in the Antepurgatorio of his



Vision the poet finds the lost warrior again among the late repentant who have died



in contumacy against the Church. Unsped by the prayer of wife or kin, he is wearing


out the thirty times multiplied length of the years which he spent rebellious on


earth before he is admitted to purgation. Thus he reveals himself and tells his tale


to Dante:



'' I was of Montefeltro, I am Buonconte; Giovanna, or any other, hath no care for


me; wherefore I go among these, with downcast brow."


And I to him: "What violence or what chance made thee stray so far from Campaldino,


that thy burial-place ne'er was known?



" Oh," answered he, "at Casentino's foot a stream crosses, which is named Archiano,


and rises in the Apennines above the Hermitage.



There where its name is lost, did I. arrive, pierced in the throat,


flying on foot, and bloodying the plain.


There lost I vision, and ended my words upon the name of Mary ;


and there fell I, and my flesh alone was left.


I will speak sooth, and do thou re-speak it among the living: the


angel of God rook me and one from Hell cried: 'O thou from Heaven, wherefore robbest thou me?


Thou bearest hence the eternal part of this man, for one little tear


that snatches him from me; but with the other will I deal in other fashion.'


Thou knowest how in the air that damp vapour gathers, which


turns again to water soon as it ascends where the cold condenses it.


He united that evil will, which seeks ill only, with intellect, and stirred the mist and wind by the power which his nature gave.



Then when day was spent, he covered the valley from Pratomagno to the great mountain chain with mist, and the sky above


made lowering.


So that the saturated air was turned to water: the rain fell, and to the water-rills carne what of it the earth endured not ;



And as it united into great torrents, so swiftly it rushed towards the royal stream, that naught held it back.



My frozen body at its mouth the raging Archian found, and swept it into the Arno, and loosed the cross on my breast,



Which I made of me when pain o'ercame me: it rolled me along its banks and over its bed, then covered and wrapped me with its spoils."-



(Purgatorio, C. v., vv. 88-135, TempIe C!assics Ed.)



These verses remain the most poignant and most enduring memorial of Campaldino;



rounding the awful human tragedy of the day with the terror of the mountains and the



floods-with the overwhelming power of those mysteriously moved- forces of Nature



amid which his little torch of faith is man's only safety. And the littleness of it



in time, the quick recurrence of the green springing years bringing ,new hope and



life to those left behind on earth, is told in' that saddest word of the forgotten



spirit: "Giovanna, o altri, non ha di me cura."





Il Casentino e la sua storia, Fruska ed.


pgg 121-125




Quando ci si avvicina alla città, per la strada maestra che viene da Pratovecchio,



si passa a fianco della vecchia chiesa francescana ed al convento di Certomondo.


La chiesa ed il monastero, ora soppresso, furono fondati da Guido Novello e da



Simone di Battifolle nel 1262, per i Frati Minori, in ringraziamento per la vittoria



dei Ghibellini a Montaperti, ed erano, per una strana coincidenza, destinati a



divenire la scena della battaglia in cui le sorti di Montaperti furono completamente



rovesciate: la pacifica estensione di campi e vIgneti che si allarga intorno a



Certomondo, fin sotto le mura di Poppi, è infatti uno dei cimiteri della Storia. E'



la famosa Piana di Campaldino dove i Guelfi e i Ghibellini si scontrarono in un



combattimento mortale 1'11 giugno, giorno di San Barnaba, del 1289. La storia di



questo gran giorno è stata narrata dettagliatamente dai cronisti fiorentini. Un



grande esercito di Fiorentini ed altri armati delle città della Toscana alleate a



Firenze, comandati da Messer Amerigo di Narbona, erano calati nella Vallata



attraverso i monti della Consuma ed avevano devastato tutte le terre del Conte Guido



Novello, allora Podestà di Arezzo. Saputo della loro venuta, il valoroso Vescovo di



Arezzo, Guglielmino degli Ubertini, aveva radunato le sue forze e, sostenuto dal



Conte Guidi, da Buonconte da Montefeltro e dal fiore della cavalleria ghibellina



d'Italia, s'era mosso per incontrarli. I due eserciti, avvistatisi sotto Poppi, si



schierarono in ordine di battaglia con i {editori (le truppe di primo assalto)



disposti in prima linea. Questi combattenti scelti erano per i Fiorentini, al



comando di Messer Vieri de' Cerchi che, con i suoi figli e parenti, aveva scelta la



posizione di maggior pericolo; fra i feditori Fiorentini si trovava il giovane Dante



Alighieri, come egli stesso racconta in una lettera citata dal suo biografo Leonardo



Bruni. Gli Aretini, disponevano di solo 800 cavalieri, contro i 1600 del nemico e di



8000 fanti contro 10000, nonostante ciò si dettero ad insultare e a deridere i



nemici, i loro feditori si gettarono con tale impeto sullo schieramento guelfo che



nell'urto molti cavalieri fiorentini furono disarcionati e l'intero esercito



indietreggiò. I Guelfi si ripresero e fecero fronte ai Ghibellini. Si accese una



lotta feroce: le frecce fiorentine grandinavano sugli intrepidi aretini, l'aria si



fece scura per le nuvole di polvere e un gran numero di combattenti rimase ucciso



nella mischia. "Molti quel dì, che erano stimati di gran prodezza, furono vili, e



molti di cui non si parlava, furono stimati", dice il cronista Dino Compagni. Corso



Donati, alla testa di un gruppo, che aveva tenuto di riserva, piombò sul fianco dei



Ghibellini, che cominciarono a cedere. Vedendo quello che accadeva Guido Novello,



che si era tenuto fuori dalla mischia, abbandonò vilmente i suoi alleati e,



smentendo la sua fama di valoroso, fuggì con i suoi dentro il castello di Poppi e



qui, da inetto, attese il suo inevitabile destino. Alla fine gli Aretini furono



completamente disfatti dal soverchio numero dei nemici, messi in fuga e sterminati.



Il Vescovo Guglielmino, che, secondo il Villani, aveva complottato contro i suoi



stessi amici e che temeva la loro vendetta se fosse sopravvissuto, diè di sprone al



suo cavallo, si gettò dov'era più fitto il '!I nemico e fu ucciso da un fante



fiorentino. Si dice che il suo corpo fu sotterrato in una cappella lungo la strada,


da dove fu dissepolto per ordine della vendicativa Firenze, ma poi, con il favore


delle tenebre, fu portato via dai frati di Certomondo, che lo seppellirono entro il


recinto del convento. Più famosa è la fine di Buonconte da Montefeltro, lo splendido


giovane capo ghibellino, che era sotto l'anatema papale al tempo della battaglia.


Fuggì dal campo, mortalmente ferito, e non fu più visto. Ma il mistero della sua


fine rimase nella memoria di uno che era presente quel giorno e nell'Antipurgatorio


della sua Visione incontrerà ancora il guerriero disperso, fra i pentiti in punto


di morte e in disobbedienza colla Chiesa.



Senza il suffragio delle preghiere della


moglie e dei parenti, dovrà attendere un numero di anni trenta volte superiore a


quello che spese in disobbedienza alla Chiesa, prima di èssere ammesso al


Purgatorio. Così egli si svela a Dante e gli narra di sè:



" lo fui di Montefeltro, io son Buonconte ;


Giovanna, o altri, non ha di me cura:


per ch' io vo tra costor con bassa fronte."



Ed io a lui:." Qual forza o qual ventura


ti traviò sì fuor di Campaldino


che non si seppe mai tua sepoltura?"



" Oh," rispos' egli, "a piè del Casentino


traversa un' acqua che ha nome 1'Archiano,


che sopra l'Ermo nasce in Apennino.



Dove il vocabol suo diventa vano


arriva' io forato nella gola,


fuggendo a piede e sanguinando il piano.



Quivi perdei la vista, e la parola


nel nome di Maria finii; e quivi


caddi, e rimase la mia carne sola.



lo dirò il vero, e tu il ridi' tra i vivi;


l'angel di Dio mi prese, e quel d'inferno gridava:


' O tu del ciel, perchè mi privi?



Tu te ne porti di costui l'eterno


per una lagrimetta che il mi toglie;


ma io farò dell' altro altro governo.'



Ben sai come nell' aere si raccoglie


quell' umido vapor, che in acqua riede


tosto che sale dove il freddo il coglie.



Giunse quel mal voler, che pur mal chiede,


con l'intelletto, e mosse il fummo e il vento


per la virtù, che sua natura diede.



Indi la valle, come il dì fu spento,


da Pratomagno al gran giogo coperse


di nebbia, e il ciel di sopra fece intento



sì che il pregno aere in acqua si converse:


la pioggia cadde, ed ai fossati venne


di lei 'ciò che la terra non sofferse



e come a' rivi grandi si convenne


ver’ lo fiume real tanto veloce


si ruinò, che nulla la ritenne.



Lo corpo mio gelato in su la foce


trovò l' Archian rubesto e quel sospinse


nell' Arno, e sciolse al mio petto la croce,



ch' io fei di me quando il dolor mi vinse;


voltommi per le ripe e per lo fondo,


poi di sua preda mi coperse e cinse."



(Purgatorio, C. v., vv. 88-135, TempIe C!assics Ed)



Questi versi restano la più intensa e duratura memoria di Campaldino. Alla terribile



tragedia umana di quel giorno fanno corona il terrore delle montagne e la piena dei



fiumi, con la irresistibile potenza delle forze della Natura, mosse misteriosamente,



in mezzo alle quali l'unica salvezza dell'uomo è la piccola torcia della sua fede.



Come tutto ciò sia poca cosa nello scorrere del tempo, come il ripido succedersi


degli anni giovanili porti nuove speranze e nuova vita a coloro che sono rimasti



sulla terra, è detto con queste tristi parole dello spirito dimenticato: Giovanna, o altri, non ha di me cura.



lunedì 4 agosto 2003

Lettera ai fratelli Taviani

 


Non si sa mai


Paola, in questo momento, è andata all'ufficio postale di Poppi, per spedire un pacco cpn dentro un libro, un fascicolo e una lettera. Destinatari i fratelli Taviani.
Barbabianca rende pubblica la lettera di accompagnamento. Eccola:



Cari fratelli Taviani,


mentre andavamo avanti nella lettura di questo libro che ci permettiamo di mandarvi, vedevamo passare davanti agli occhi immagini di paesaggi e di persone, come se venissero da uno schermo cinematografico. Perché davvero il cinema è diventato per molti di noi un mezzo ideale a cui vorremmo consegnare le immagini che amiamo e le emozioni che ci suscitano. Così ci siete venuti in mente voi, perché toscani, perché il vostro cinema ha rappresentato storie del passato nella cornice preferenziale della nostra regione e anche perché di recente abbiamo letto su “La Repubblica” ( 6 luglio scorso) una breve intervista a voi sull’Arno “un concentrato di memorie, un viaggio fra passato e presente”. Questo libro “Il Casentino e la sua storia” è la traduzione dall’originale del “Casentino and its story” pubblicato a Londra e New York nel 1905. Questo testo è ormai rarissimo, forse ritrovabile presso qualche libreria antiquaria. Lo possiede comunque la Biblioteca Comunale di Poppi. La traduzione italiana che vi mandiamo è uscita nel 2001 in ed. privata con numero limitato di copie. Autrici della storia sono due sorelle inglesi, Ella e Dora Noyes, la prima scrittrice, la seconda illustratrice (acquerelli e disegni a china). Di loro abbiamo poche notizie, come potete vedere dal promemoria allegato. Si viene a sapere comunque che erano donne intelligenti, sensibili e originali, da qualcuno definite femministe: sicuramente interessanti. Così come davvero interessante c’è parso questo libro, pieno di notazioni realistiche e nello stesso tempo ricche di poesia relative all’epoca, agli abitanti dei borghi e al loro lavoro quotidiano, al
paesaggio coi suoi castelli e le sue pievi, visti stupendamente nella luce del mattino come in quella
del tramonto, ai monasteri della Verna e di Camaldoli e allo spirito che li animò, in linea con la visione francescana e povera del cristianesimo. La spada, la croce, la poesia sono, secondo le autrici, i simboli che riassumono la storia di questa valle. Tutte queste cose ci hanno spinto a scrivervi, nella speranza che vogliate leggere anche voi questo libro e, perché no, trasformarlo, come sapete fare, in immagini di poesia. Grazie.


Fto Paola G (e Barbabianca.)


Chissà, Non si sa mai.


 


Il fischio all'orecchio


 


Ho tra le mani un pezzo, di prossima pubblicazione, del mio amico Franco Sbarberi che mi permete di anticipare questo brano.


Sono note giornaliere di Benedetto Croce, scritte dopo l'8 settembre 1943, giorno del crollo del fascismo in Italia.


Leggendole, Barbabianca si è sentito fischiare le orecchie. Fate la prova anche voi che gli fate il piacere e gli concedete l'onore di leggere il suo blog.



“Riflettevo stamani – scrive Croce – che quasi da nessuno si parla più del Mussolini, neppure per imprecare contro di lui. La stessa voce che di tanto in tanto circola, che egli sia morto, comprova che egli è veramente morto nell’animo di tutti. Anche a me di rado sale dal petto alcun impeto contro di lui al pensiero della rovina a cui ha portato l’Italia e della corruttela profonda che lascia in tutti i rami della vita pubblica: persino nell’esercito, persino nei carabinieri. Né per niun conto so risolvermi a scrivere della sua persona, non solo oggi, ma anche trasferendomi con l’immaginazione in un tempo più calmo e di ravvivate speranze. Ma pure rifletto talvolta che ben potrà darsi il caso, e anzi è da tenere per sicuro, che i miei colleghi in istoriografia (li conosco bene e conosco i loro cervelli) si metteranno a scoprire in quell’uomo tratti generosi e geniali, e addirittura imprenderanno di lui la difesa, la Rettung, la riabilitazione, come la chiamano, e fors’anche lo esalteranno. Perciò mentalmente m’indirizzo a loro, quasi parlo con loro, colà, in quel futuro mondo che sarà il loro, per avvertirli che lascino stare, che resistano in questo caso alla seduzione delle tesi paradossali e ingegnose e “brillanti”, perché l’uomo, nella sua realtà, era di corta intelligenza, correlativa alla sua radicale deficienza di sensibilità morale, ignorante, di quella ignoranza sostanziale che è nel non intendere e non conoscere gli elementari rapporti della vita umana e civile, incapace di autocritica al pari che di scrupoli di coscienza, vanitosissimo, privo di ogni gusto in ogni sua parola o gesto, sempre tra il pacchiano e l’arrogante. Ma egli, chiamato a rispondere del danno e dell’onta in cui ha gettato l’Italia, con le sue parole e la sua azione e con tutte le sue arti di sopraffazione e di corruzione, potrebbe rispondere agli italiani come quello sciagurato capopopolo di Firenze, di cui parla Giovanni Villani, rispose ai suoi compagni di esilio che gli rinfacciavano di averli condotti al disastro di Montaperti: - E voi, perché mi avete creduto? - Il problema che solo è degno di indagine e di meditazione non riguarda la personalità di lui, che è nulla, ma la storia italiana ed europea, nella quale il corso delle idee e dei sentimenti ha messo capo alla fortuna di uomini siffatti. Quando la radio tedesca annunziò la sua liberazione e il suo ritorno all’azione politica, rimasi indifferente, perché egli prese in me la figura di un fantoccio di pezza, che ha perduto la segatura della quale era imbottito, e pende e si ripiega floscio” .


Fate una pausa e dite se le orecchie fischiano anche a voi.

sabato 2 agosto 2003

Ratzinger-Wojitila, l’orologio del Marocco e il meridiano di Greenwitch.


 


Quel primo giorno di viaggio Spagna-Marocco – vedi sotto…- al passaggio doganale di Ceuta, l’orologio che un metro prima segnava le 12 è passato, come per un incantesimo, alle 10. Da quel momento anche il mio stomaco, che, certo, non è quello del mio amico Franco, è andato indietro. Dopo un’ora erano le 11; poi sono venute le 12 e poi le 13. Anche al primo ristorante erano le 13: tutto pronto e predisposto. Ho pranzato con l’appetito delle 13. Sono arrivato a Fes alle ore 20, proprio in tempo per la cena. Voglio dire che, se l’orologio avesse segnato, come in quel momento a Siviglia, le 22, avrei imprecato al ritardo. Invece no: proprio quella l’ora giusta: fresco giusto, terrazza panoramica, occhio sulla Medina di Fes, vista del Palazzo reale, pietanze succulente.


Lo scambio di orario ha funzionato come un incantesimo, ma non era altro che una convenzione: Fes è più o meno sullo stesso meridiano di Ceuta.


Come tutto è relativo!


E quanto grande la forza di suggestione.


Mettete Ratzinger ( e, accanto a lui, Wojitila) sulla stessa corriera di Barbabianca: guai a voi, marocchini: il meridiano di Greenwitch segna le 12 e non le 10; tra un’ora ci si ferma al Ristorante Natura per il lunch, e alle 20 (le nostre 20) il Pulman si ferma dove si trova e lì si pranza.


“ Ma non c’è ristorante, a Fes ci sta aspettando una cena succulenta”, azzarda Hassam, la guida mussulmana.


“Tu non fai testo. Pedro Gonzales, tu che fai l’autista, lì messo dietro nostra raccomandazione, ti fermerai alle 20 in punto, ora di Greenwitch e lì tutti dovranno cenare”.


“Perché le convenzioni sono opera del demonio e gli incantesimi li possiamo fare solo noi”


Amen.


 

venerdì 1 agosto 2003

Comunicazione di servizio: quando non si apre qualche immagine cliccando sulla parola calda, aprite l'intero album e cercate la foto, per esempio, nella casella "Casentino". Grazie.


NB. Mi sto organizzando in campagna col lap top; a presto.