mercoledì 1 aprile 2015

Esser pieno di speranza in tempi cattivi

Auguri di buona pasqua 2015

Esser pieno di speranza in tempi cattivi


Howard Zinn   
Brooklyn , 24 agosto 1922 – Santa Monica , 27 gennaio 2010
Esser pieno di speranza in tempi cattivi non è poi così follemente romantico. Si basa sul fatto che la storia umana è una storia non solo di crudeltà, ma anche di passione comune, sacrificio, coraggio, gentilezza.  Quello che noi scegliamo di esaltare in questa storia così complicata determinerà le nostre vite. Se noi vediamo solo il peggio, questo distrugge la nostra capacità di fare qualcosa. Se noi ricordiamo quei tempi e luoghi - e ce ne sono tanti - dove la gente si è comportata magnificamente, questo ci dà l'energia  per agire, e almeno la possibilità di mandare questa trottola del mondo in una direzione differente. E se noi agiamo, per quanto in piccolo, noi non abbiamo da attendere qualche grande utopia futura. Il futuro è una infinita successione di presenti, e vivere ora come noi pensiamo che gli esseri umani dovrebbero vivere, a dispetto di tutto quello che c'è di male intorno a noi, è in se stesso una meravigliosa vittoria”.
"Se la storia ha da essere creativa in modo da anticipare un possibile futuro senza negare il passato, essa dovrebbe, credo, mettere in evidenza nuove possibilità mettendo in luce quegli episodi del passato che sono stati tenuti nascosti, quando, anche se in brevi sprazzi, la gente dimostrò la sua capacità di resistere, di mettersi insieme, e qualche volta di saper vincere. Io suppongo, o forse solo spero, che il nostro futuro può essere trovato  nei fuggevoli momenti di sofferenza solidale del nostro passato piuttosto che nei suoi ininterrotti secoli di  guerre..
“To be hopeful in bad times is not just foolishly romantic. It is based on the fact that human history is a history not only of cruelty, but also of compassion, sacrifice, courage, kindness. What we choose to emphasize in this complex history will determine our lives. If we see only the worst, it destroys our capacity to do something. If we remember those times and places—and there are so many—where people have behaved magnificently, this gives us the energy to act, and at least the possibility of sending this spinning top of a world in a different direction. And if we do act, in however small a way, we don’t have to wait for some grand utopian future. The future is an infinite succession of presents, and to live now as we think human beings should live, in defiance of all that is bad around us, is itself a marvelous victory.”

Storia del popolo americano dal 1492 a oggi - Milano,il Saggiatore, 2005,pp.512

sabato 21 marzo 2015

Il calcio e Paolo Rossi



         Il calcio e Paolo Rossi
Anche noi amiamo il calcio. Anche noi abbiamo il diritto di amare il calcio. E abbiamo il diritto di assistere alla partita. Perché no? Perché non sfuggire un po’ alla routine della morte? In un rifugio, siamo riusciti a procurarci l’energia elettrica usando alla batteria di un’automobile. In un battibaleno Paolo Rossi ci ha trasmesso la gioia che ci mancava. È un uomo che, in campo, si vede solo dove conviene che lo si veda. Un diavolo smilzo che noti solo dopo che ha segnato la rete, esattamente come un aereo da bombardamento si vede solo dopo che i bersagli sono esplosi. Dove c’è Paolo Rossi c’è un gol, c’è un’ovazione. Poi lui scompare, oppure si nasconde per aprire nell’aria un varco per quei suoi piedi pronti a cercare le buone occasioni, a portarle a maturazione, a raggiungerle in un picco di voluttà. Non è mai chiaro se sta giocando a calcio oppure facendo l’amore con la rete, una rete ritrosa che lui, sul torrido campo spagnolo, tenta e seduce con una raffinata galanteria italiana. Che lusinga come farebbe un gatto in calore. E poi, infine, ecco che Paolo Rossi, sotto gli occhi dei guardiani della virtù, un imene di 10 uomini posto a protezione della verginità della rete, ecco che Paolo Rossi avanza, avanza in un impeto di lussuria, avanza, muscolo d’aria, e sfonda. Ed ecco che la rete, incapace di resistergli, si rilassa e si arrende al suo ineffabile stupro.
Il calcio: cos’è quest’incantevole follia capace di imporre una tregua che ci fa godere di un piacere innocente? Questa follia in grado di attenuare la violenza della guerra e di ridurre i missili alla stregua di fastidiosi mosconi? Cos’è questa follia che, per un’ora e mezzo, sospende la paura? Che rasserena corpo e anima più dell’ardore della poesia, più del vino e più del primo incontro con una sconosciuta? È stato il calcio. Il calcio ha fatto il miracolo, ha risvegliato un popolo che pensavamo morto, morto di paura e di noia.
Video Youtube (3 minuti):  http://youtu.be/gdtPuMxAjvI

(Da: Mahmud Darwish, Trilogia palestinese,  Feltrinelli 2014, p.223)

venerdì 20 marzo 2015

Dante e Darwish


Dante e Darwish

La perla e l’ostrica

La Perla è un prodotto del dolore, risultato dell'entrata di una sostanza estranea o indesiderabile nell'interno dell'ostrica, come un parassita o un granello di sabbia. Un'ostrica che non è mai stata ferita, in un modo o in un altro, non produce perle, perché le perle sono ferite cicatrizzate.
O vos omnes qui transitis per viam attendite et videte si est dolor vester sicut dolor meus.     (Bibbia,  Geremia,I,12 )      
O voi che per la via d'Amore passate
attendete e guardate
s'elli è dolore alcun, quanto 'l mio, grave.
(Dante, Vita Nova, VII, 3-6)


Ahi dal dolor comincia e nasce

L'italo canto. (Leopardi: ad Angelo Mai)

La mia letteratura corrisponde a un preciso momento storico: Il poeta in fin dei conti cerca di umanizzare la storia e fa emergere la bellezza come risposta alla crudeltà dei nostri tempi. Io sono orgoglioso di essere palestinese, ma auspico che l’occupazione non sia condizione necessaria per diventare poeta.
(Darwish – Intervista fatta a Firenze nel 2005)


Sono tutti e due poeti dell’esilio e della sconfitta;
Tutti e due hanno fatto esperienze di governo;
Tutti e due hanno trovato nella poesia la fuoriuscita dalla banalità del male presente intorno a loro.

La Trilogia palestinese  e  la Divina Commedia a confronto:

L’Inferno e il Purgatorio di Dante  li apparento al “Diario di ordinaria tristezza” e “Memoria per l’oblio” di Darwish; il Paradiso ci fa vedere Dante che si distacca dall’”aiuola che ci fa tanto feroci” volando in cielo con Beatrice-teologia; “In presenza d’assenza” Darwis supera le barriere della morte con la poesia che “vince di mille secoli il silenzio”, per dirla con Ugo Foscolo.

Dante è la farfalla che vola via libera:
Non v’accorgete voi che noi siam vermi
Nati a formar l’angelica farfalla
che vola alla giustizia sanza schermi?
(Purgatorio, X, 24-27)
Darwish esce da se stesso, finalmente libero, verso una seconda vita:
Lascia che ti guardi, ora che ti sei staccato da me, indenne come pura prosa su di una pietra che si tinge di verde o di giallo in tua assenza, lascia che ti guardi, ora che mi sono staccato da te. Lascia che raccolga te il tuo nome come fanno i passanti con le olive dimenticate, nascoste tra i sassolini. Andiamocene insieme, tu e io, in due direzioni diverse: tu verso una seconda vita, promessa dalla lingua, in un lettore che forse sopravvivrà all’impatto di una cometa con la terra; io, verso un appuntamento più volte posticipato con la morte a cui, in una poesia, ho promesso un calice di vino rosso. (Trilogia palestinese, p. 287)
Dante ci saluta dal cielo, finalmente libero:
O insensata cura de’ mortali,
quanto son difettivi silogismi
quei che ti fanno in basso batter l’ali!
Chi dietro a iura, e chi ad amforismi
sen giva, e chi seguendo sacerdozio,
e chi regnar per forza o per sofismi,
e chi rubare, e chi civil negozio,
chi nel diletto de la carne involto
s’affaticava e chi si dava a l’ozio,
quando, da tutte queste cose sciolto,
con Beatrice m’era suso in cielo
cotanto gloriosamente accolto.
 (Paradiso, XI, 1-12)
Darwish: Voglio cantare e poi andar via.
Voglio cantare. Sì, esatto voglio cantare questo giorno bruciato. Voglio cantare. Trovare le parole che muteranno la lingua in acciaio dell’anima, una lingua che sappia battere questi aerei, questi insetti d’argento scintillante. Voglio cantare. Inventare una lingua che mi sostenga, che sosterrò, la lingua che mi dia prova e a cui darò prova della forza che ci abita, una forza capace di trionfare sulla solitudine universale. Voglio cantare e poi andare via. (Trilogia p. 179)

Dante contempla il mondo dalla costellazione dei Gemelli (la sua):
Col viso ritornai per tutte quante
Le sette spere, e vidi questo globo
 Tal, ch’io sorrisi del suo vil sembiante;
 e quel consiglio per migliore approbo
 che l’ha per meno; e chi ad altro pensa
 chiamar si puote veramente probo …
E tutti e sette mi si dimostraro
Quanto son grandi e quanto son veloci
 E come sono in distante riparo.
 L’aiuola che ci fa tanto feroci,
 volgendom ’io con li eterni Gemelli,
 tutta m’apparve da’ colli alle foci;
poscia rivolsi gli occhi a li occhi belli.
(Paradiso, XXII, 133 sgg)
Darwish, più modestamente ma non meno acutamente, guarda i passanti dalla finestra:
Fa’ quel che devi: difendi il diritto della finestra di guardare i passanti. Non schernirti se non sei capace di addurre prove: l’aria è l’aria, non ha bisogno di certificato del sangue. Non abbandonarti al rimpianto. Non rimpiangere quel che hai perso quando ti sei assopito annotando i nomi degli invasori nel libro di sabbia. La formica racconta, la pioggia cancella. Quando ti svegli non rimpiangere di aver sognato. (Trilogia, p.289)
Dante rifiorisce come una pianta tramite la poesia:
Io ritornai da la santissima onda

rifatto sì come piante novelle

rinovellate di novella fronda,

puro e disposto a salire alle stelle.
(Purg. XXXIII, 136-144)
Darwish: La poesia fa spuntare l’erba dalla roccia:   
“l’erba non è così fragile come pensiamo. Da quando ha nascosto la sua ombra modesta nel segreto della terra, non si spezza più. Nell’erba spuntata dalla roccia c’è il prodigio della parola rivelata dal mistero divino, senza clamore né squilli di trombe. L’erba è profezia spontanea, senz’altro profeta che il proprio colore opposto a quello della terra arida. L’erba è fluente poesia di intuizione, semplicemente inafferrabile e inafferrabilmente semplice. È l’avvicinarsi della lingua al significato e il connubio del significato con l’ospitalità della speranza”. ( Trilogia, p.372)

Dante: La poesia potrà riportarmi in patria:
Se mai continga che il poema sacro
vinca la crudeltà che fuor mi serra
del bell’ovile ov’io dormì’ agnello,
nimico ai lupi che mi danno guerra,
con altra voce ormai, con altro vello
ritornerò poeta, e in sul fonte
del mio battesmo prenderò il cappello.
(Paradiso 25,1-19 )
Darwish:  Le parole valgono una patria
In questo tramonto soltanto le parole sono qualificate a riparare il tempo e il luogo spezzati e a nominare dei che ti hanno trascurato e si sono gettati nelle proprie guerre con armi primitive. Le parole sono le materie prime per costruire una casa. Le parole sono una patria.
(Trilogia, pag. 336)
Dante ha problemi con i compagni di sventura:
“Tu proverai sì come sa di sale
lo pane altrui, e come è duro calle
lo scendere e il salir per l’altrui scale.
E quel che più ti graverà le spalle,
sarà la compagnia malvagia e scempia
con la qual tu cadrai in questa valle;
che tutta ingrata, tutta matta ed empia
si farà contr'a te; ma, poco appresso,
ella, non tu, n'avrà rossa la tempia.
Di sua bestialitate il suo processo
farà la prova” …ma, poco appresso,
ella, non tu, n’avrà rossa la tempia.”
(Paradiso XVII, 58-66)
Darwish: “Quante incongruenze tra noi palestinesi”
“quante incongruenze,” ho esclamato, “tra noi palestinesi. Ci sono interi uffici con tanto di aria condizionata e saloni di rappresentanza che servono solo a diffondere calunnie maldicenze. Quel gruppuscolo si è specializzato nel commercio di martiri: ‘ce ne servirebbero altri 20 per portarci al livello’. E così si è combattuto per accaparrarsi un martire di cui non si conosceva l’affiliazione. Si è messo a morte un combattente perché ha rifiutato di sparare a un amico che militava in un’altra organizzazione. Si è buttato il suo cadavere in un pozzo abbandonato e li è rimasto finché una veggente non l’ha ritrovato”. (Trilogia, p.197)
Il materiale di cui si compongono le opere di Dante e Darwish comprende tutto lo scibile a loro contemporaneo, impastato con le loro esperienze di vita:
Nel “ poema sacro al quale han posto mano e cielo e terra” trovi l’impegno politico di Dante, l’esilio, i classici latini (Virgilio, Ovidio, Lucano, Stazio, Orazio, Cicerone…), I padre della chiesa, la bibbia, la letteratura romanza, la filosofia e letteratura araba.
Nella Trilogia palestinese Darwish inserisce le vicende della patria e della famiglia, la Bibbia, il Vangelo, la  Thora, il Corano, i filosofi e saggi arabi:Abd Allah ibn Salam, Ka’ab, Dahhak, Mujahid, Akrama. Al-Sirri, Abi Salik e Abu Malik, Murra al-Hamadhani, Ibn Mas’ud, Ibn al-Athir…
Vedi a p. 186,  in Matteo XIII Gesù che, cedendo alle insistenze di una madre, le guarisce la figlia ( leggi: Palestina), vedi a p. 200 Begin marchiato da terrorista crudele come il Giosuè biblico ( Bibbia, libro di Giosuè, VI, 6-26).
Vedi a p. 173-74 la sura del Calamo dove si evidenziano i vaneggiamenti pseudo religiosi dei cosiddetti saggi.

Il tema dell’esilio

Dante affronta così l’esilio:
E io, che ascolto nel parlar divino
Consolarsi e dolersi
Così alti dispersi,
I'essilio che m'è dato, onor mi tegno.
(mi ritengo onorato di soffrire l’esilio 
visto che così nobili esiliati soffrono
e si consolano col loro parlare divino.)
 (Dante, la canzone dell'esilio )
E ancora:
…lungi da un uomo che predica la giustizia il pagare, dopo aver patito ingiustizie, il suo denaro ai persecutori come a benefattori.
Non è questa la via del ritorno in patria; ché se non si entra Firenze per una qualche siffatta via, a Firenze non entrerò mai.

E che mai? Forse che non vedrò dovunque la luce del sole e degli astri? Forse che non potrò meditare dolcissime verità dovunque sotto il cielo, se prima non mi riconsegni alla città, senza gloria e anzi ignominioso per il popolo fiorentino? Né certo il pane mancherà. (Dante, lettera all’amico fiorentino, 1215)
Darwish affronta l’esilio, lo sfida e lo elogia:
l’esilio non è un viaggio, un andare e tornare, né un soggiornare nella nostalgia. Forse è visita, attesa degli effetti del tempo, uscita da se stessi incontro agli altri per fare conoscenza e stare in armonia o per tornare nella propria conchiglia.
…In esilio ti scegli uno spazio per domare l’abitudine, uno spazio personale per il tuo diario e scrivi:

il luogo non è trappola

 possiamo dire: 


qui abbiamo una strada laterale


un fornaio

una lavanderia

una tabaccheria

un angolino

un odore che ricorda…

L’esilio è un ponte tra le immagini per attraversare la fragilità, è il narciso sottoposto al test della superbia e della modestia al contempo, è la disputa dei diversi, è l’accordo dei simili. Non tutto ciò che qui ti rifiuta, laggiù ti accoglie. Non tutto ciò che somiglia al laggiù, qui chi accoglie.
E non dimenticare di ringraziare l’esilio con magnanimità: “ti elogerò, esilio, degno di elogio, laggiù, sotto un fico che mi darà ospitalità, presso la casa di mia madre, come un passante in un autunno passeggero”.(Darwish, Trilogia, p.334).
Post scriptum: Concludiamo con le seguenti parole di Dante che dedichiamo ai palestinesi figli della Nakba, esiliati in patria e dispersi in ogni parte del pianeta Terra:
“Soffro per tutti coloro che soffrono, ma maggior pietà provo per coloro che visitano la loro patria soltanto in sogno”. (Dante, De Vulgari Eloquentia, II,6)
Firenze, BibliotecaNova dell’Isolotto, 12 marzo 2015   Urbano Cipriani


martedì 17 marzo 2015

La situazione dei prigionieri politici palestinesi


La situazione delle carceri israeliane e dei prigionieri politici palestinesi

La situazione all’interno delle carceri per i prigionieri politici Palestinesi peggiora di mese in mese.
Sono diversi i dati che possiamo leggere di questa degenerazione, a partire dal numero stesso dei prigionieri che aumenta proporzionalmente all’intensificarsi dell’occupazione israeliana dei territori.
Come si vede dalle tabelle sotto riportate (tabella 1 - dicembre 2013 e tabella 2 - dicembre 2014), in un anno i prigionieri sono aumentati del 23%.
È importante notare come anche siano aumentati i prigionieri provenienti dall’area Est di Gerusalemme (+122%). Tale intensificazione sta ad indicare un’inasprimento da parte di Israele nei confronti degli abitanti della Città Vecchia, vista sempre più evidentemente come il nuovo epicentro degli insediamenti.
Sono significativamente anche aumentati le detenzioni amministrative. Questo strumento è stato sempre più usato dalle forze israeliane soprattutto in seguito della Seconda Intifada. L’amministrazione detentiva permette ai militari israeliani di trattenere prigionieri senza limiti di tempo e sotto informazioni segrete, senza aver l’obbligo di definire l’accusa o senza permesso di poter partecipare ad un normale processo. Nonostante per le leggi internazionali le detenzioni amministrative dovrebbero essere usate solo in via eccezionale, Israele le usa come routine in modo da poter eludere alle strette leggi internazionali.
La detenzione amministrativa può durare qualche giorno, come nel caso dell’ultima ragazza ventitreenne arrestata a Ramallah solo qualche giorno fa (Lina Khattab), la quale dopo 10 giorni di detenzione amministrativa è stata condannata a 6 mesi di prigione più ad una pena pecuniaria, ma può durare anche mesi, anni, come nel caso di Mohammad Ghazal, che dopo essere stato arrestato ha visto una lunga serie di reiterazioni di detenzioni amministrative (3 mesi + 3 mesi...).
Detenzioni amministrative e detenzioni legali hanno comunque un minimo comune denominatore: le condizioni intollerabili di vita dentro le carceri israeliane.
Ogni diritto umano viene violato, i prigionieri vengono torturati, maltrattati e le condizioni della loro esistenza vengono rese insopportabili.
Vengono sottoposti a mesi interi di isolamento, intesa come misura preventiva, e per questo infatti spesso indirizzata nello specifico a prigionieri politici, ossia a persone attive nel mondo politico e per questo scomode all’interno delle carceri. Ma anche il solitary confinement, che prevede un isolamento totale all’interno di una cella minuscola senza luce e senza aria, con all’interno solo un materasso e un tempo indefinito da trascorrerci dentro.
È inoltre quasi impossibile per le famiglie andare a visitare i propri parenti in carcere. I parenti di primo grado infatti non posso andare a visitare il prigioniero (solo moglie, figli e genitore), e a praticamente nessun uomo in età compresa tra i 16 e i 35 anni viene permessa la visita. Quando possibili le visite possono avvenire una volta ogni due settimane per 45 minuti.
La vita nelle e delle prigioni diventa insostenibile non solo per chi è dentro, ma l’obiettivo è proprio quello di creare un isolamento completo del detenuto, rendendo impossibile anche alla famiglia resistere a questa tortura psichica e fisica.
Tra le ultime, ma non per importanza, cause di violazione dei diritti umani nelle carceri israeliane troviamo la negligenza medica. Oltre alle malsane condizioni di vita all’interno delle carceri (poca luce, dieta non corretta, sporcizia), è fondamentale per un malato poter comunicare, e anche ciò non può avvenire: i medici nelle carceri sono tutti ebrei e non parlano arabo, rendendo impossibile la comunicazione medico-paziente.
Questo si ripercuote negli ultimi casi di sciopero della fame. Sono sempre di più i prigionieri che scelgono la via della resistenza attraverso lo sciopero della fame. Il non rispetto e la violenza delle corti militari israeliane fanno si che anche questi metodi diventino un vero e proprio mezzo di tortura per i prigionieri stessi: a questi ultimi vengono negate infatti le principali cure mediche e i sali minerali di cui, anche se in sciopero della fame, si continuano a nutrire.
Fonte: www.addameer.org