giovedì 27 aprile 2006

Italia casa nostra o cosa loro?

 


La Cdl ha deciso di candidare Giulio Andreotti, 87 anni, alla presidenza del Senato.
La seconda carica istituzionale dopo quella della Presidenza della Repubblica.

Io sono nettamente contrario a questa ipotesi, in quanto il senatore a vita Andreotti, come riportato nella sentenza della Corte d’Appello di Palermo del 2 maggio 2003 è stato ritenuto coinvolto in associazione a delinquere con Cosa Nostra.
Tale sentenza è stata confermata dalla Corte di Cassazione con sentenza depositata il 28 dicembre 2004.
Andreotti non venne condannato unicamente perchè il reato ascrittogli, anteriore alla primavera dl 1980, fu prescritto a causa del tempo trascorso tra crimine e condanna.

La sentenza dimostra che Andreotti incontrò esponenti mafiosi di primo piano coinvolti nell’omicidio di Piersanti Mattarella, allora presidente della Regione Sicilia, prima e dopo la sua morte.
(Dal blog di Di Pietro)

martedì 25 aprile 2006

Ecco spiegato il motivo


Ci sono due categorie di televisione: la televisione intelligente, che crea cittadini difficili da governare, e la televisione imbecille, che crea cittadini facili da governare.


Il mio XXV Aprile

La famiglia col carretto

 

Era il mezzo di trasporto-merci di allora: il carretto con due ruote, il pianale e due stanghe: si poteva tirare o spingere, a seconda. Quando, ai primi di agosto del 1944 il comandante tedesco avvisò D.Cristoforo, parroco di Lierna, che nel giro di poche or il paese sarebbe stato evacuato completamente per destinazione Romagna, la famiglia si mise in moto. Prima cosa l’infornata del pane, poi carne insaccata o salata, patate, verdure, un po’ di biancheria, quindi partenza per Poppi, il capoluogo, via Avena, Poggio Bandiera, la Torricella, il Ponte. L’uomo, giovane e forte, manda il carretto; la donna, piccola e bruna, un volto tirato in cui l’emozione del momento si esprime attraverso gli occhi scuri e belli. Stretti intorno a lei i quattro ragazzi, 11, 8, 6, 2 anni ancora non compiuti. L’ultimo a giòggiolo del padre o in collo alla madre, a turno. La strada, dopo Avena è in leggera discesa e tutto procede liscio. La giornata è serena, i campi coperti di covoni da grano, le piante di patate preparavano il più bel raccolto degli ultimi anni: intorno pace (si fa per dire) e silenzio; un silenzio particolare. Quando il carretto con i suoi esseri umani arrivò all’altezza della Torricella, a ridosso del paese, una donna in lacrime si fece incontro al gruppo e, tra i singhiozzi, riuscì a spiegare alla famigliola sbigottita che i tedeschi stavano rastrellando tutti gli uomini per portarli in Germania. Breve consulto e cambiamento di programma: l’uomo lasciò le stanghe del carretto alla donna aiutata dal più grande dei figlioli, caricò il piccolo sopra una coperta, e sparì tra i campi di granturco; la donna, un po’ sbiancata in volto, cominciò a spingere il carretto, attraversò il passaggio a livello, girò alla curva che dava alla stazione, imboccò via Roma e si avviò verso il Piazzone. Lo spettacolo fu improvviso: la piazza, delimitata da due lunghi portici, era piena di uomini seduti e silenziosi, disposti lungo le arcate come un grande nastro funebre, il centro della piazza era occupato da una pattuglia tedesca di cinque sei uomini col mitra in mano. Nessun rumore, non di ordini o minacce, niente rausarbeit; il carretto ebbe un attimo di indecisione, poi, superato l’angolo della bottega del Grechi, fu spinto verso il ponte sull’Arno, direzione Poppi. La pattuglia non si mosse, non fu chiesto nessun lasciapassare né ispezionato il carico: il carretto scivolò con la donna e i quattro bambini nel silenzio irreale di quel Piazzone rimasto con la sua grande bocca spalancata ammutolito come non era stato dal tempo della battaglia di Campaldino, quando il conte Guido Novello l’attraversò con tutti i suoi armati in fuga dalla battaglia; come non era stato - due secoli dopo - al momento della resa dell’ultimo dei conti Guidi alla Signoria fiorentina. Il carrettino e i cinque umani- come per magia - volarono rasente al suolo polveroso e sterrato della piazza come scivolassero su un cuscino d’aria, attraversarono il ponte sull'Arno e si fermarono a Poppi, in cima alla via che dà sul Pratello, ultima casa a destra, proprio davanti al castello.

Era il 7 agosto 1944.

 I protagonisti del racconto si chiamavano Cipriano (34 anni), Pia(36), Urbano(11), Cipriana(8), Sergio(6), Carlo(2).   


Nota aggiuntiva:

(Quello che segue è il racconto di D.Cristoforo, il prete che mi ha passato a comunione. I fatti da lui descritti risalgono a poche settimane prima del viaggio col carretto. Bastiano, coltivatore diretto, era lo zio paterno di Cipriano)

 

Il primo venerdì del mese era festa. A un certo momento vengono a dirmi che il maresciallo di Poppi mi aspetta a casa. Hai! - dissi fra me - con questi tempi, non c'è da aspettarsi niente di buono.
Entrai in cucina e subito:
- Reverendo conosce queste persone: Cipriani Sebastiano, Irma, Carmela, e Angiolo Baleni?
- Senz'altro, - risposi - è buona gente, che cosa c'è di nuovo?
 - Ho l'ordine ,di arrestarli... hanno dato rifugio a due prigionieri Inglesi.
 - È vero, ma hanno fatto come si farebbe tutti... come rifiutarsi?
 - Lo so, ma come si fa ora?
 Pensò un poco e aggiunse: li faccia fuggire, e dirò che non li ho trovati!
 Corsi a portare la brutta notizia, e in quattro e quattrotto la casa si vuotò. Il maresciallo poco dopo bussò e ribussò alla porta, gridò più volte: « Cipriani, Cipriani... ".
 - Nessuno, disse, e se ne andò.
 - Per tre giorni ritornerò alla solita ora, intesi?
 -D'accordo, risposi.
Il sabato mattina puntuale il carabiniere alle ore 10. Non volle ripetere la commedia del giorno precedente. Due chiacchiere e via... C'era da star contenti, ma la faccenda sarebbe andata così liscia?  La domenica mattina aspettai invano. Nessuno si fece vivo. Preoccupazione, inquietudine... brutti presentimenti...  Finalmente verso le ore 14 venne lo scalpellino di Avena. A nome del segretario del fascio di Avena e Lierna, disse di mandar giù le quattro persone.
 - No, dissi, assolutamente no!
 - Ma siete matti! Se scappano vi bruciano il paese, mandateli giù, ci sono i carabinieri... li interrogano e li rimandano a casa.
 L'eccitazione, il tono irato e imperioso, le minacce, confermarono il mio proposito.
 Rivolto al Cipriani: ({ andate via... subito, sparite, non vi fate più vedere! ».
 L'inviato impermalito, arrabbiato, corse a raccontare tutto ad Avena. I ,quattro fuggirono a Greppi del fratello di Bastiano. Da Avena dopo lo scalpellino, eccoti il sensale: Vagnoli Pietro o Casone e anche Pietro di Frullo; come lo chiamavano tutti! Era in buone relazioni con Bastiano e a forza di chiacchiere, con le belle e belline, come dice il popolo, lo convinse a  presentarsi.  Nel frattempo - era la ,chiesa piena - mi affrettai per la funzione vespertina. Non potei rivederli!  Giornata piovosa ,triste, di Novembre. La stagione tediosa aumentava il malessere e il fastidio!  Introdotti nel salotto del segretario del fascio, i due carabinieri venuti da Poppi, non ebbero il coraggio di arrestarli.
- Arrivate giù a Poppi, - dissero - veniamo anche noi!
 Il maresciallo se li vide davanti ... non restò che serrarli in camera di sicurezza.  Verso sera eccoti Maria, moglie di Bastiano! Piangeva e si disperava.
 - Perché - dissi - sono andati giù? Perché si son presentati? Chi l'ha consigliati?
 - È stato Casone, ha detto che non li avrebbero fatto niente ... volevano parlare con loro e poi li rimandavano a casa! 
- Era un inganno... L'hanno fatto apposta... sapevo che l'avrebbero arrestati!

Cercai di rassicurarla. La trattenni a lungo con noi, in casa. AI mattino sarei andato a Poppi! La notte non chiusi occhio! Il bando tedesco minacciava la pena di morte per chi dava rifugio ai prigionieri alleati. Pensavo e ripensavo a quei quattro disgraziati ... avevo paura, tutto poteva  accadere. Non si faceva giorno: giravo e rigiravo nel letto senza prendere sonno. Il lunedì mattina corsi a Poppi in caserma.
 - Maresciallo, ma allora ...?! Perché li avete arrestati, non mi aveva promesso...  Quel poveretto si storceva, si struffava le mani ... andava avanti e indietro... agitato, sconvolto ... Come il disgraziato Don Abbondio si trovava fra due fochi. Capii anche troppo bene la sua situazione... erano state fatte pressioni perché li arrestasse e non poteva dirlo. Da chi? Non certo dai Tedeschi... Erano Italiani...
 - Li rilasci - dissi - sono brava gente, non si occupano di politica, di partiti.
 - Non posso, arresterebbero me con loro...
 - E allora che cosa ne farete? Dove li manderete?
 - Non so niente, non so neppure che cosa fare.
 Otto o dieci giorni di camera di sicurezza. Poi il Maresciallo li consigliò di presentarsi a Perugia. Qui erano stati fermati i due prigionieri e messi in campo di concentramento. In tasca avevano gli indirizzi dei quattro malcapitati.  Bombardamenti, strade interrotte, ferrovie altrettanto,come trasportarli a Perugia? Per tentare, Cipriano Cipriani offrì il camioncino. A proprie spese, spontaneamente, si consegnarono al carcere di Perugia. Un mese in gattabuia e perché andò bene! Due o tre volte Cipriano volò a trovarli. Portava il pane, i vestiti e qualche altra cosa da mangiare. Fu veramente eroico. Viaggiò in mezzo alle bombe e agli ostacoli di ogni genere. Verso la fine del mese, consigliai Cipriano di far scrivere una lettera al comando tedesco di Perugia. Irma la figlia maggiore con parole semplici e schiette raccontò tutto. Un ufficiale tedesco venne subito e li fece scarcerare, protestando di non sapere niente di tutta la faccenda. La mattina del primo venerdì di Dicembre erano nella mia cucina. Bastiano non finiva più di raccontare le sue avventure. Soddisfatto, ripeteva le parole dell'ufficiale tedesco che indignato voleva sapere chi aveva fatto mettere in carcere un padre di famiglia e quei figlioli innocenti. Non era il primo caso che i repubblichini incolpassero i tedeschi di arresti e uccisioni fatti da loro. Io vidi nel fatto ('assistenza di Dio. Il Sacro Cuore volle ricompensare con la liberazione chi ogni mese - uno dei pochi uomini - ascoltava la messa e si comunicava in suo onore! L'avventura cominciò il primo venerdì del mese e si concluse in quello successivo, a lieto fine. Dopo la liberazione, qualcuno si offrì per vendicare i quattro contro chi il aveva fatti incarcerare, ma Bastiano non volle, preferendo il perdono. Naturalmente non furono colpevoli il Sensale e lo Scalpellino. Essi agirono per ordine di altri in bona fede. 
Cristoforo Mattesini, Guerra e pace, Comune di Poppi, Quaderni della Rilliana 25 Edizioni Frusta Stia (Ar), pg 31 sgg

Il racconto di D.Cristoforo l'avevo già riportato qui

Il racconto di una mia visita a Vallucciole in compagnia di Paola e Mariella.


Nota storica 

Qui puoi leggere i rapporti degli ufficiali tedeschi sulla caccia ai partigiani ( banditi - oggi in Iraq li chiamano terroristi. Ma sempre resistenza è).

Qui hai da scegliere quanto vuoi.


domenica 23 aprile 2006

 



Leon Battista Alberti
L'uomo del Rinascimento


La mostra è a Firenze, nel palazzo Strozzi. L'ho vista sabato 22 aprile con Paola. Grande mostra, da vedere con molta calma. Da comprare il volume scontato a 35 € invece di 50. Ma dentro non ci sono le rielaborazioni al computer che ti ricostruiscono il lavoro del cervello, l'opera della mano, l'incanto della parola...Pensare che l'Alberti non ha mai tracciato grafici sui suoi testi di architettura per la paura (giustificata) che gli amanuensi li riproducessero con errori tali da fuorviare i futuri costruttori. Se potesse rivedere le ricostruzioni digitali delle architetture della mostra! Andiamoci noi per lui. Per i miei amici casentinesi: non sapevo che gli Alberti provenivano dall'alpe di Catenaia. E ne erano tanto orgogliosi da mettere la catena come emblema dello stemma di famiglia.


Nota pratica


BIGLIETTI
Intero € 9,00
Ridotto € 7,50
maggiori di 65 anni, insegnanti, sconto famiglia, gruppi organizzati minimo 15 persone, categorie convenzionate, residenti a Firenze, ragazzi dai 7 ai 18 anni
Ridotto € 6,50
clienti Gruppo CR Firenze
Ridotto € 4,00
scuole elementari, medie inferiori e superiori
Gratuito
bambini fino a 6 anni, accompagnatori disabili, accompagnatore gruppi, insegnante con classe, giornalisti con tesserino, guide turistiche di Firenze e provincia
Precisazioni ulteriori qui
Link della mostra


Da non perdere.

venerdì 21 aprile 2006

Troppo bellina



Grazie a Sherif El Sebaie Location:Torino, Piemonte, Italy Nato al Cairo, madre greca e padre egiziano.  


Impareremo mai a nuotare?

Calendario laico


 Quand'ero bambino il 21 Aprile era festa. Alle elementari si era "figli della lupa" (camicetta bianca, bandana nera incrociata, con una grande lettera M sul petto). Con Romolo e Remo, sostituti di Caino e Abele,  iniziava la storia sacra della nostra Patria. "Roma rivendica l'Impero...". E questa era la canzone che sentivo riecheggiare sotto il cielo di aprile:

Inno a Roma


¶ Roma divina, a Te sul Campidoglio
dove eterno verdeggia il sacro alloro
a Te nostra fortezza e nostro orgoglio,
ascende il coro.


Salve Dea Roma! Ti sfavilla in fronte
il Sol che nasce sulla nuova storia;
fulgida in arme, all'ultimo orizzonte
sta la Vittoria. ¶


Sole che sorgi libero e giocondo
sul colle nostro i tuoi cavalli doma;
tu non vedrai nessuna cosa al mondo
maggior di Roma.


Per tutto il cielo è un volo di bandiere
e la pace del mondo oggi è latina:
il tricolore canta sul cantiere,
su l'officina.
Madre che doni ai popoli la legge
eterna e pura come il Sol che nasce,
benedici l'aratro antico e il gregge
folto che pasce!


Sole che sorgi libero e giocondo
sul colle nostro i tuoi cavalli doma;
tu non vedrai nessuna cosa al mondo
maggior di Roma.


Benedici il riposo e la fatica
che si rinnova per virtù d'amore,
la giovinezza florida e l'antica
età che muore.
Madre di uomini e di lanosi armenti,
d'opere schiette e di penose scuole,
tornano alle tue case i reggimenti
e sorge il sole.


Sole che sorgi libero e giocondo
sul colle nostro i tuoi cavalli doma;
tu non vedrai nessuna cosa al mondo
maggior di Roma.




21 Aprile 753 Roma antica: -  Natale di Roma

I gemelli Romolo e Remo figli di Marte e di Rea Silvia secondo la leggenda della fondazione dell’Urbe furono abbandonati al Tevere in una cesta di vimini ed adottati dalla lupa. La tradizione romana fissò al 21 Aprile del 753 prima dell’era volgare la data in cui Romolo e Remo tracciarono il solco delle mura di Roma.
Roma sarà il primo stato non tribale al mondo ovvero basato sulla legge, non su relazioni di parentela.
Inoltre sia al tempo dei Re di Roma, sia con la Repubblica e con l’Impero il culto formale dei molti dei, fu distantisssimo dal concetto stesso di “fede” tipico dei monoteismi e dei totalitarismi millenaristici moderni. Il politeismo romano non fu mai in esclusione antagonistica con alcunché, e neppure col libero pensiero. La antica religione romana flessibile e non dogmatica fu invece un importantissimo strumento di integrazione, in quanto fu sempre aperta al riconoscimento dell’eguale dignità di diversi dei di altre genti, contribuendo così alla integrazione dei popoli stessi (tramite l’ammissione all’alleanza prima ed alla cittadinanza poi).
Roma “mater gentium” fu anche la madre del dirittoIl Diritto Romano è alla base delle legislazioni dell’occidente (sia per la common law anglosassone, sia per i codici di paesi latini germanici e slavi). .

21 Aprile 1109 Sancta Romana Ecclesia, ma anche luterani anglicani ed altri protestanti commemorano oggi la morte di Sant’Anselmo d’Aosta e di Canterbury (nato ad Aosta 1033, m. a Canterbury) confessore e dottore della chiesa, filosofo e teologo, arcivescovo di Canterbury dal 1093 che cercò di dare giustificazione razionale alla religione sostenendo nel “Monologion” (1076) che alla ragione spetta di tradurre in evidenze razionali le certezze della fede. Nel Proslogion (1077-8) formulò la cosiddetta prova ontologica dell’esistenza di dio. ... Ontologia è termine filosofico che dal XVII secolo indica quella che Aristotele aveva chiamato “la filosofia prima” definendola come scienza dell’essere in quanto essere indipendentemente dai modi di manifestarsi. E’ una parte della metafisica distinta e contrapposta alla gnoseologia o scienza del conoscere. Anselmo d´Aosta fu omosessuale, ebbe relazioni amorose prima con Lanfranco, poi con una serie di suoi allievi, a uno dei quali, Gilberto, dedica un intero epistolario dove leggiamo: «Amato amante, dovunque tu vada il mio amore ti segue, dovunque io resti il mio desiderio ti abbraccia. Come dunque potrei dimenticarti? Chi è impresso nel mio cuore come un sigillo sulla cera, come potrà essere rimosso dalla mia memoria? Senza che tu dica una parola, sai che io ti amo. E nulla potrebbe placare la mia anima finché tu non torni, mia altra metà separata».


21 Aprile 1649 L’Assemblea del Maryland passa The Toleration Act che autorizza il culto di ogni religione. La popolazione del Maryland (che fu colonizzato da Lord Baltimore, cattolico) era ed è in maggioranza cattolica. Approfittando dell’autonomia della colonia, la legge fu fatta per proteggere i cattolici dalle persecuzioni protestanti che erano in aumento da quando il potere di Oliver Cromwell in Inghilterra era cresciuto Secondo fonti cattoliche sembra che il totale dei cattolici messi a morte in Inghilterra dagli anglicani in tutti i tempi sia stato di ben 70.000 persone.


21 Aprile 1930 nasce Silvana Mangano attrice.


21 Aprile 1967 Svetlana Alliluyeva (figlia di Giuseppe Stalin, tiranno anche in famiglia) diserta dall’Unione Sovietica, sceglie la libertà e rimane a New York.


Il calendario l'ho trovato qui  


Resoconto finanziario



Zara a chi tocca  


   Quando si parte il gioco de la zara,
      colui che perde si riman dolente,
    repetendo le volte, e tristo impara;
 con l'altro se ne va tutta la gente;
      qual va dinanzi, e qual di dietro il prende,
    e qual dal lato li si reca a mente;
  el non s'arresta, e questo e quello intende;
      a cui porge la man, più non fa pressa;
    e così da la calca si difende.
  Tal era io in quella turba spessa,
      volgendo a loro, e qua e là, la faccia,
  e promettendo mi sciogliea da essa.


Purgatorio VI, 1-12.


Quando si conclude la partita della zara, colui che perde resta a ripetere le gettate dei dadi per essere più addestrato le prossime volte, e tristemente impara;
il vincitore se ne va seguito ed attorniato da tutta la gente, ognuno cerca di ottenere in regalo una parte della vincita;
ma egli non si ferma, ascolta or questo, or quello, porge la mano, e fra una promessa e l'altra, si difende dalla calca.
Così in quella turba spessa ero io, volgevo la faccia un po' qua e un po' là e promettendo mi allontanavo da essa. 
Dante viene attorniato dalle anime morte violentemente, le quali cercano di parlargli e si paragona, perciò al vincitore del gioco della zara.
Un tempo, il gioco dei dadi era chiamato così per il fatto che la partita veniva annullata quando sulla faccia principale dei dadi appariva un numero convenzionale che corrispondeva allo zero e veniva definito "zara" dall'arabo "zehâr".

LA ZARA
Possiamo dire che il suo nome ricorre ancora nei nostri discorsi ogni volta che parliamo di giochi di fortuna.
Gioco d'azzardo
azzardum
zardum
zarrum
ZARA
Per il gioco della zara (ludus azarj) servono tre dadi a 6 facce ed un tavolo piano (e molti soldi da perdere perché ci si giocava anche le mutande); durante il gioco il giocatore di turno chiama un numero e vince se la somma dei tre dadi lanciati è pari al numero chiamato "suum numerum invocavit" (Petrarca) "Io chiamavo cotal numero che era ragionevole a dover venir" (Jacopo della Lana). Le puntate potevano esser fatte poggiando i soldi sui numeri scritti sul tavolo come in una moderna roulette; a seconda delle combinazioni uscite i giocatori pronunciavano le parole AZAR PUNCTUM PARTIA o altre ancora che spesso servivano a mascherare il gioco stesso, sempre proibito, alle orecchie attente degli ufficiali giudiziariL'offiziale ha da procedere "si audierit aliquem ipsorum dicere AZAR vel PUNCTUM vel PARTIA vel simil verbia" (Statuto alessandrino e già dal XIV sec.)Ora siccome con tre dadi le combinazioni che si possono manifestare in un solo modo quindi più raramente sono 1 , 4 , 17 ,18 queste venivano chiamate AZARI e non computate nel gioco "In tre dadi si è tre lo minore numero che vi sia. E non può venire, se non in un modo, cioè quando ciascun dado viene in asso. Quattro non può venire in tre dadi, se non in uno modo, cioè: uno in due e due in asso. E però che questi numeri non possono venire, se non per uno modo per volta, per schifare fastidio, e per non aspettare troppo, non sono computati nel giocho e sono appellati azari. Lo simile di 17 e 18" Jacopo della Lana
Che la parola zara rappresentasse la combinazione sfavorevole lo si può desumere anche dall'antichissimo proverbio "zara a chi tocca"

giovedì 20 aprile 2006


  Dispotismi antichi e nuovi 



( Questo articolo è stato prima sollecitato e poi rifiutato dalla Stampa di Torino)


 L’estenuante battaglia a colpi di parole messa in atto sugli schermi televisivi in questa campagna elettorale – da parte di alcuni, una vera e propria scimmiottatura della guerra civile – è la spia di un uso anomalo e preordinato dell’informazione pubblica e privata, voluto da chi negli ultimi anni ha diretto politicamente il paese. Non a caso il generale Carlo Jean, parlando nel 1991 ai dirigenti di Mediaset, ricordava che nel mondo della comunicazione di massa il controllo della televisione ha acquistato “da un punto di vista politico-strategico” un’importanza analoga alla “forza militare”. Giovanni Sartori, in una recente raccolta di saggi (Mala Costituzione e altri malanni, Laterza, Bari 2006), alludendo al caso italiano ha usato esplicitamente il termine “dispotismo”. Lo stato che ha in mente l’attuale maggioranza, ha scritto il politologo fiorentino, è “il frutto di un dispotismo elettivo pilotato dalla dittatura del premier”. Dodici anni fa, dalle colonne della “Stampa”, anche Norberto Bobbio aveva avvertito che la “tendenza all’unificazione del potere politico col potere economico e col potere culturale attraverso il potentissimo strumento della televisione […] ha un nome ben noto nella teoria politica. Si chiama, come la chiamava Montesquieu, dispotismo”.

 Questo è il dato di fatto ignorato dai più e su cui occorre riflettere. Il regime dispotico evoca antichi scenari, ma anche fenomeni legati alla modernità. Lo si può definire come una forma di governo caratterizzata dall’assolutezza del comando e da un esercizio del potere nell’esclusivo interesse di chi lo detiene. Dominio “senza legge e senza regola”, il dispotismo è concepito da Montesquieu come la perdita del punto di equilibrio sia delle monarchie sia delle repubbliche, e dunque come una possibile forma di corruzione di ogni governo legittimo. Chi detiene il potere dispotico sommuove e riplasma la stessa società civile. Un regime fondato sull’obbedienza dei sudditi esige infatti individui incolti, vaghe leggi, funzionari governativi con vasti poteri discrezionali, giudici asserviti all’esecutivo e un notevole rafforzamento del potere ecclesiastico, perché la religione, in un contesto siffatto, “è una paura aggiunta alla paura”. In altri termini: il dispotismo sta alla democrazia come il “governo degli uomini” sta al “governo delle leggi”.

 Alla vigilia della Rivoluzione francese, la riflessione sul regime dispotico registra una novità sostanziale. Il comando di un uomo solo, avverte Condorcet, “è soltanto un’astrazione”. In tutti i paesi in cui ha prevalso un despota si è sempre avuta “una classe di uomini o di più corpi che hanno diviso con lui il potere”. L’ultimo dei philosophes ha intuito che la società moderna è un organismo complesso e ramificato, ma che può essere governata dispoticamente sia in forma “diretta” che “indiretta”, perché tanto le forze tradizionali (come l’aristocrazia, il clero e l’esercito) quanto i gruppi interessati ad un’economia di mercato (come gli industriali, i banchieri e gli uomini della finanza) esigono un esecutivo forte e tendono comunque a condizionare pesantemente quello esistente.

 Un ulteriore elemento va sottolineato: la nascita in epoca contemporanea della “mentalità totalitaria”, intesa come mobilitazione delle energie e delle coscienze per fini di potere. Essa non solo ha preceduto – come ha ricordato a suo tempo Hannah Arendt – l’avvento dei “regimi totalitari”. E’ anche sopravvissuta alla loro disfatta, favorendo all’interno di alcune democrazie la tendenza a concentrare e a confondere i poteri pubblici con quelli privati. Perché la mentalità totalitaria e le forme dispotiche di potere hanno continuato ad aver fortuna? Si deve ad Albert Hirschman, alcuni anni fa, l’introduzione di alcune categorie che l’autore ha definito “retoriche dell’intransigenza”, messe a punto, inizialmente, dal pensiero conservatore e reazionario contro i grandi eventi della modernità (la rivoluzione francese, il suffragio universale, la politica del welfare state) e riproposte poi dal filone più radicale della sinistra e della destra del Novecento. Uno degli aspetti più interessanti dell’analisi è che queste retoriche si sono manifestate non solo all’interno dei regimi autoritari, ma anche in quei paesi democratici usciti da una guerra che ha visto su fronti avversi anche la popolazione interna. In questi paesi, la politica ha continuato ad essere concepita, anche a decenni di distanza, come la “pura continuazione della guerra civile con altri mezzi”, e dunque secondo la logica amico/nemico. I valori della democrazia (come la libertà, l’eguaglianza, la tolleranza, il dialogo), formalmente restaurati, sono stati vissuti in chiave prevalentemente tattica, come risultato di un compromesso provvisorio tra gruppi sociali e politici che si sono ferocemente combattuti in passato e che hanno continuato a considerarsi, a dispetto del nuovo regime costituzionale, inesorabilmente contrapposti.





Le riflessioni di Hirschman aiutano a capire, in particolare, quanto è successo in Italia, ossia in un paese fortemente scosso prima dal “biennio rosso” e dal colpo di stato del 1922, poi dalla guerra civile del 1943-45 e dalle lotte sociali degli anni sessanta e settanta. Dopo l’implosione del mondo comunista e la scomparsa traumatica negli anni novanta della Democrazia cristiana e del Partito socialista, le contrapposizioni frontali e le retoriche dell’intransigenza sono state esibite perlopiù dalla destra. Ma secondo un copione che, dietro i furori ideologici, ha tentato di nascondere all’opinione pubblica ben altri conflitti. Nati sul terreno degli interessi. I poteri coinvolti in questo processo di trasformazione, che ha assunto da tempo inedite forme dispotiche, sono quattro: l’esecutivo, il legislativo, il giudiziario e il sistema mediatico. Tre di questi poteri, ossia l’esecutivo, il legislativo e il sistema dell’informazione televisiva hanno fatto spesso blocco attorno alla figura del primo ministro, simbolizzato recentemente nel corpo vorace del caimano; mentre un clima culturale intollerante e aggressivo avvelena da tempo i rapporti con la magistratura e tenta di condizionare, attraverso lo schermo, gli orientamenti dell’opinione pubblica. Cito alcuni esempi, tre dei quali dimostrano come il governo degli uomini possa essere progressivamente restaurato anche attraverso il governo delle leggi.

 1) I provvedimenti che hanno favorito “il più forte di tutti”: la depenalizzazione del falso in bilancio; la legge sulle rogatorie internazionali; la sospensione dei processi in corso per le massime autorità dello stato; la riduzione dei tempi di prescrizione per i reati degli imputati eccellenti. Si è parlato, per questi atti legislativi, di leggi ad personam. Ma, dal momento che il capo del governo li ha concepiti sibi et suis, perché non chiamarli leggi ad dominum?

 2) La riforma della seconda parte della Costituzione, approvata a maggioranza semplice e sottoposta ora a referendum popolare. Essa ha introdotto una trasformazione radicale delle funzioni attribuite dai costituenti del 1948 al Presidente della Repubblica e alle due Camere, a tutto vantaggio del capo del governo, nuovo “garante” degli equilibri istituzionali dello stato.

 3) Il “riordino” della magistratura. Mentre lascia irrisolti i problemi di efficienza e di funzionalità della giustizia, ripristina pesantemente il controllo degli organi inquirenti sia da parte della gerarchia interna sia da parte dell’esecutivo.

 4) L’irrisione e il disprezzo per gli avversari politici e per gli organi istituzionali che dissentono dall’attività del governo. I giudizi sarcastici e caricaturali formulati sistematicamente dal premier non sono forse l’espressione di una logica fondata sull’antitesi amico/nemico, in auge nei regimi autoritari ?

 5) Gli scenari improbabili evocati da un gruppo di “atei devoti” e da altri analisti che praticano un uso politico della storia. Da una parte i teo-con italiani, sintonizzati culturalmente e politicamente con la destra americana, diffondono la morale manichea del Bene (di produzione propria) e del Male (di produzione altrui). Dall’altra la vulgata revisionista, di area governativa, rivede capziosamente il passato e interpreta il presente attraverso approssimative nozioni di liberalismo, comunismo e fascismo, suggerite dalle necessità ideologiche dell’oggi.
Le tendenze culturali dominanti, all’interno delle democrazie, possono essere efficacemente contrastate con solide argomentazioni critiche. Non così gli assetti del potere, e i costumi che li accompagnano. In caso di vittoria elettorale, le forze dell’Ulivo non devono illudersi. Se non ripristineranno con convinzione e con l’autorità della legge le regole dello stato di diritto, i lupi perderanno forse il pelo, ma non rinunceranno certamente a praticare il vizio. E anche se fossero lupi di un altro branco, il quadro d’insieme, sostanzialmente invariato, risulterebbe altrettanto inquietante. Non aveva forse scritto Cicerone, sollevando un problema tacitato per secoli, che essere liberi “non consiste nel vivere sotto un padrone giusto, ma nel non averne alcuno”?

 Franco Sbarberi








Trovato qui

giovedì 13 aprile 2006

Un racconto di Paola


                                     
I tufi
- Oggi c’è odore d’autunno - disse Alice spenzolandosi dalla finestra e allargando la bocca. 
– E com’è l’odore d’autunno? – la voce di Clara aveva una sfumatura annoiata – E poi l’odore non deve mica entrare in bocca, non è mica un sapore.
- A me invece mi entra in bocca e poi sale su nel naso – disse Alice aspirando forte – e quando passa dalla bocca diventa più grande e dopo lo sento meglio.
 -  Grullina – ora la voce aveva la sfumatura del soprapensiero dal momento che l’interesse di Clara era già occupato dalle scarpe che dovevano essere lucidate bene perché era giorno festivo, in piazza c’era gente e parecchi l’avrebbero guardata. Com’era eccitante essere guardate, soprattutto da quei quattro o cinque giovanotti che non conosceva bene, ma che venivano in paese giusto per dare un’occhiata alle ragazze. A lei facevano un certo effetto quelle occhiate lunghe che non sapeva se erano timide o sfacciate, forse tutt’e due. Quelle occhiate la turbavano e le davano un brivido molto piacevole a cui poi ripensava tutto il giorno.
 In città i suoi compagni erano ancora ragazzetti come lei, questi invece erano già grandi, coi baffetti, i capelli neri sfumati nel collo che veniva fuori abbronzato dalle camicie aperte, sempre bianche e ben stirate. Ce n’era uno, più alto, con un modo obliquo di guardare e i denti candidi come quelli di una réclame. Aveva sentito che lo chiamavano Domenico. Era un nome orrendo, una cosa assurda che lui non se ne rendesse conto. Nico era più bello, se fosse capitato di parlarci gliel’avrebbe detto.
 Comunque oggi sceglieva il vestito giallo con la vita bassa e la gonna a balze. Sotto sarebbero state ben in vista le ginocchia abbronzate e lisce e le scarpe nere lucide col piccolo tacco rotondo.
La nonna mise dentro la testa e un po’ del vestito nero a pallini bianchi.
– Su, carine, sbrigatevi. Ali, sei sempre in ritardo, cambiati e datti un’arrangiata ai maxicapelli.-
L’arrangiata era presto fatta, bastava una scossa forte della testa e la massa arruffata dei riccioli era a posto. Anche se la nonna dalla cucina dove stava preparando la colazione borbottava che per quel giorno poteva andare, ma poi era bene fare la treccia perché i capelli stavano più ordinati. Erano così folti, nessuno in famiglia ne aveva mai avuti tanti. Alice non capiva se era bello o brutto avere tanti capelli. Comunque quando la mamma non c’era, tutte le difficoltà venivano aggirate con molta disinvoltura perché la nonna era grande e faceva finta di credere a tutto quello che loro le rifilavano. Uscirono dirigendosi alla piazza della chiesa.
 – Oggi voglio il chinotto – disse Alice saltellando intorno alla nonna che cercava uno spazio sicuro per posare in terra il bastone. – E non voglio leggere nel libro di preghiere perché puzza di carta vecchia.
 La mano della nonna la carezzò brevemente.
 – Non è un problema, Ali, ma ora smetti di saltare. Dopo la messa si va tutt’e tre al bar.-
 – Clara non c’è – disse Alice, e fece con gli occhi un’espressione furba.
 - Cercala – disse la nonna con energia – e portala dentro. – Poi entrò in chiesa dritta nel vestitino nero che la faceva apparire più alta.
 Alice pensò a un pezzetto di liquirizia che stava per essere inghiottito da una balena. Indugiò un po’ a guardare la gente che entrava, tutta vestita per bene e un po’ buffa, poi corse verso la piazzetta dove si riunivano le ragazze e i ragazzi davanti al circolo culturale che era una brutta casa gialla ridipinta ogni anno di un giallo più scuro. Ora sembrava un pezzo di pecorino stagionato e faceva venir la voglia di staccarne un morso.
 Dal momento che Clara non c’era, non valeva la pena di tornare indietro e prese per la strada che scendeva verso i tufi, dov’erano le grotte che un tempo la gente aveva usato come cantine. Arrampicandosi sulla porticina di legno della prima grotta, col naso nel vuoto che c’era tra le assicelle, guardò nel semibuio. Veniva un buon odore di muffa e di vino, che annusò con piacere insieme al frescolino che alitava dal fondo oscuro della grotta. Non che non si facesse sentire un certo impulso a scappare, ma sapeva che doveva resistere.
 – Un due e tre, che il mio cane torni da me – disse tutto d’un fiato, poi siccome niente si muoveva, scese con un saltello e si arrampicò sulla porta della seconda grotta. – Tu lo sai dov’è Pillo, vero? Fammelo tornare.
  Aspettò qualche secondo, ma i piedi negli spazi stretti le facevano male e si lasciò andar giù. C’erano altre grotte tutte in fila, ma pensò di essere stata abbastanza coraggiosa per quella volta e che avrebbe potuto tornare. Forse sarebbe stata più fortunata. Corse via, l’importante era non voltarsi indietro, poteva succedere di inciampare e quelli che la guardavano da dietro, da dentro le grotte, avrebbero pensato che lei era una stupida, una bambina sciocca che non si meritava di ritrovare il suo cane.
 A messa arrivò tardi, in tempo per vedere la gente che usciva, tutti gli uomini davanti, perché dentro stavano sempre in fondo in piedi, forse per essere pronti a uscire prima. Era il momento più bello, perché si poteva chiacchierare finalmente con quelli che ci piacevano, ma la nonna era arrabbiata e il chinotto bisognava scordarselo per quel giorno.
La mattina dopo c’era un gran sole, già appena sveglia. Non era certo molto presto perché le cicale frinivano come impazzite sull’albero di sambuco che coi rami più grandi toccava quasi la finestra della camera. Una volta aveva visto una cicala morta, era gialla e brutta, invece i grilli, che vedeva spesso nell’orto saltare qua e là cercando riparo nei buchi della terra, erano amorosi, specie quando ne trovava uno sperduto in un angolo della camera e lo prendeva col fazzoletto per portarlo fuori. Però per sentirli bisognava aspettare la sera e gran parte della notte veniva sprecata perché era obbligatorio dormire. Quello del dormire era un problema di cui parlavano con Clara, anzi una delle poche cose su cui erano d’accordo. Perché si doveva passare proprio la notte a dormire e non il giorno che faceva tanto caldo? La notte era bella per tante cose, la luna che era un po’ strana, con quel viso serio, ma era anche unica, un incredibile lampadario appeso a niente e il cielo una coperta immensa fatta di una stoffa leggera blu, con stelle vere, mica di lustrini e poi tutti gli animali che di giorno non si fanno mai vedere e invece col buio escono, come i cerbiatti, i conigli selvatici e i porcospini che si trovano sempre schiacciati sulla strada, poveretti e i grilli che sarebbe interessante vedere come fanno a cantare così.
 Bevve in fretta il latte troppo caldo, scottandosi un po’ la gola e prese la fetta di pane con la marmellata di visciole, perché era più buona a mangiarla mentre camminava. Salutò in fretta la nonna e mentre con la guancia sfiorava quella di lei, la sentì sudata, fredda e sudata. La nonna era seduta vicino alla tavola e puliva i fagiolini. La luce della finestra la colpiva in pieno e la faceva vedere pallida pallida, un po’ spettinata, lei che era sempre così ordinata. Come faceva la pelle a essere sudata e fredda? Forse non era un momento buono per la nonna, ma lei aveva fretta e scappò via.
 Mentre camminava per la discesa dei tufi fra la macchia che diventava sempre più fitta, sentiva l’ombra che si faceva più scura e fresca, mentre una leggera inquietudine s’impadroniva di lei. Le grotte erano là a pochi passi, silenziose e appena visibili dentro la parete color zucchero bruciato. Si arrampicò sulla prima e restò zitta, col fiato sospeso per un po’. Una lucertola le passò davanti smuovendo un poco la terra che cadde in un polverio leggero.
 – Lucertola verde e nera della grotta, vorrei ritrovare il mio cane – disse con voce che cercò di rendere ferma. Le sembrò che ci fosse un’eco leggera e l’odore di una presenza invisibile, ma non successe nulla. Provò con la seconda grotta, ma quella sensazione strana si era dileguata. Si voltò per tornare indietro e si accorse che era a pochi passi dal cimitero. Era un luogo piccolo, un quadrato circondato dai campi, completamente assolato. Le cicale frinivano, un po’ più in là vedeva il campo sportivo lungo e deserto. Non c’era mai venuta sola, ma ora era lì e forse poteva chiedere di Pillo alla nonna Emilia, che ci stava da qualche anno. Lei era nata in quei posti e ci aveva sempre abitato, forse poteva sapere qualcosa. Faceva per lei e per Clara le lumachelle col grasso di prosciutto, quando cuoceva il pane e rideva sempre con gli occhi brillanti dietro gli occhiali. Pensò proprio al viso della nonna quando rideva mentre passava fra le brutte casine bianche di marmo, senza guardare troppo. Poi lo vide, quel ragazzo, seduto proprio lì vicino a un’aiuola con tanti fiori. Somigliava in tutto alla fotografia nel marmo.
– Sei Ivan? – chiese e intanto sentiva il cuore battere forte come se volesse saltar fuori. Era più bello di come se lo ricordava, prima che avesse l’incidente con la moto e non aveva punto sangue addosso.
 A un certo momento lui disse:
– mi sa che il tuo cane te l’ha preso l’accalappiacani. –
Diceva la c quasi come fosse un g.
 –Non è mica un gane il mio, - disse Alice – è un cane.  E poi me l’avrebbero detto, perché ha la medaglia col nome e il telefono.
Era contenta di come gli era venuto di dirlo, senza impappinarsi, com’era capitato altre volte quando era stata sola con un ragazzo. In quei momenti le venivano in mente tante cose, ma non riusciva a dirle. Clara in quei casi parlava tanto e in modo molto stupido, con sorrisi e occhi stralunati. E poi, a pensarci, per lei era facile perché erano ragazzi normali, mentre quello che accadeva a lei era difficile a succedere. Riuscì a guardarlo fisso e cercò di vedere se aveva qualcosa di particolare, ma non c’era niente. Era proprio come tutti gli altri, ma aveva degli occhi scuri molto belli, forse appena tristi. Lei si ricordava bene la sua mamma che viso disperato aveva. Anche lui la guardava, sperò che la vedesse carina, più grande di quello che era. Se si fosse messa il vestito celeste, forse allora poteva darsi.
Poi lui disse:
 – Devo andare ora, ma se torni a trovarmi, mi fai piacere. – Alice pensò che lo voleva rivedere, ma non lì, lì non sarebbe tornata volentieri. Meglio in un bel prato dove avrebbero potuto passeggiare mangiando due gelati portati da lei e chiacchierare.
 – Non puoi venire fuori di qui? – chiese.
- No, non posso – rispose lui. Aveva tirato fuori un coltellino con cui scalzava la terra intorno ai fiori. – I fiori sono brutti – disse – non mi sono mai piaciuti e questo posto non mi piace.
-Lo so perché – sussurrò Alice – perché vorresti tornare vivo, vero? –
 - Già, ma non si può –
 -Nemmeno se si potesse fare un baratto con Pillo?
 Era brutto pensare che Pillo avrebbe dovuto morire per poter far tornare vivo Ivan, ma le era venuto di dirlo così, senza pensare. Forse perché lui avesse un pensiero gentile e riconoscente verso di lei.
 – Chissà – rispose lui – non so se si può perché il tuo Pillo è un cane. Vai – disse con voce più amichevole – ci vediamo domani, se vuoi. Ne parliamo.
 Mentre usciva dal cancello di ferro, Alice pensò che forse lui era ancora lì a guardarla. Camminò tutta diritta, sentendo la treccia che le batteva sulla schiena. Certo era una pettinatura proprio da bambina, la nonna doveva smetterla di farle fare la treccia. Ma improvvisamente, mentre si sforzava di muovere le gambe che sembravano irrigidite ed era come nei brutti sogni che non si riesce ad andare avanti, mentre si cammina, sentì che no, non voleva crescere, voleva proprio restare così per giocare e correre, non diventare grande come Clara e le sue amiche. E avere la nonna vicina che la guardava e sapeva tutto, mentre le ravviava i capelli con la mano. Cominciò a correre, la strada prendeva a salire, la macchia si diradava e la luce del sole formava chiazze sempre più grandi sul sentiero. Vide i tetti delle case spuntare là in cima, fra le lacrime che cominciavano a scorrere giù e arrivavano in bocca col loro strano sapore pungente, perché lei non si meritava più che Pillo ritornasse salvo, ma ora era pentita e non poteva neanche pensare a una cosa così brutta. Ivan, che certo sapeva tutto, avrebbe capito che non era bugiarda e cattiva.

PAOLA GALLI  Un'identità intermedia Tufani ed. pag. 53 (il decimo dei 17 racconti brevi).

 


mercoledì 12 aprile 2006

Comunardo Tremaglia


             
comunardo nicolai


TREMAGLIA, Mirko. E' stato grazie al voto degli italiani all'estero, al quale lui ha dedicato anni di battaglie politiche, che Prodi ha conquistato la maggioranza assoluta al Senato. Non solo, ma la sua lista ("Per l'Italia nel mondo - Con Tremaglia") ha fatto registrare un clamoroso flop: un solo eletto su 18 parlamentari. Così Formigoni, maramaldeggiando, ha paragonando Tremaglia a Comunardo Nicolai, lo stopper del Cagliari passato alla storia del calcio per le sue autoreti. Anni e anni di viaggi in Argentina, per far vincere la sinistra in zona Cesarini.
(12 aprile 2006) Su   Repubblica 
Scrive Giacomo da Londra: "È inutile che il centrodestra s'arrabbi con Tremaglia. La realtà è che Berlusconi ci ha fatto fare figure meschine in Europa e nel mondo. Figure che ci hanno messo in imbarazzo. E questo imbarazzo credo sia stato determinante nell'andamento del voto estero". Scrive Emanuela da Washington: "Non potete neppure immaginare quante volte ho sentito commenti dopo una gaffe di Berlusconi. Uno stillicidio quotidiano che porta all'esasperazione e alla fine non se ne può più! E questo dev'essere successo a tutti gli italiani all'estero". Beppe Severgnini - Sul Corriere

veni vidi ici

martedì 11 aprile 2006

De consolatione poesiae:
(e quindi uscimmo a riveder le stelle)


11 Aprile - Italia addio - Anch'io sul satellite


Col viso ritornai per tutte quante
Le sette spere, e vidi questo globo
Tal, ch’io sorrisi del suo vil sembiante;
e quel consiglio per migliore approbo
che l’ha per meno; e chi ad altro pensa
chiamar si puote veramente probo...
E tutti e sette mi si dimostraro
Quanto son grandi e quanto son veloci
E come sono in distante riparo.
L’aiuola che ci fa tanto feroci,
volgendom’io con li eterni Gemelli,
tutta m’apparve dai colli alle foci.
(Paradiso XXII,133 sgg)


L'undici aprile 2006 la sonda spaziale Venus Express - russo-europea - dopo un viaggio di quasi 400 milioni di chilometri nello spazio raggiungerà finalmente la sua meta, il pianeta Venere. La sonda europea decollo dal deserto del Kazakhstan a bordo di un razzo Soyuz-Fregat il venticinque novembre 2005.
Il viaggio durato cinque mesi è sicuramente una delle parti meno impegnative di tutta la missione, domani la sonda Venus Expres dovrà portare a termine una delle fasi più cruciali, attraverso una serie di manovre entrerà in orbita attorno a Venere, se la parte finale della manovre dovessero concludersi con un esito negativo potrebbe compromettere tutto il lavoro svolto fino ad ora.
Grazie a Venus Express si potranno raccogliere preziose informazioni che sommandosi ad altri dati raccolti attraverso altri mezzi aiuteranno gli scienziati a comprendere qualcosa in più sul l'evoluzione del Sistema Solare e della stessa Terra. Si potrà studiare il ruolo dell'anidride carbonica e dell'acqua nell'evoluzione planetaria in generale e nell'effetto serra in particolare.  Qui
PS. Marisa non ti spaventare: ho in tasca il biglietto di ritorno. Nunc est pugnandum.


Aggiornamento del 13 aprile
E le stelle stanno a guardare
Venere raggiunto da Venus-Express 12/04/06
La ESA ieri ha confermato che la loro sonda spaziale Venus-Express ha raggiunto il suo obbiettivo principale, cioè il pianete Venere. La sonda è entrata nell'orbita del pianeta.
Ricordiamo che la sonda è stata costruita e lanciata nello spazio con l'intento di raccogliere dati relativi alla superficie del pianete ed inviare questi dati direttamente sulla Terra per futuri studi.
Bisogna sottolineare l'importanza che ha l'Italia nelle più recenti esplorazioni del sistema solare. Ecco le presenze dell'Italia nella ricerca spaziale: sonda Cassini su Saturno (frutto della collaborazione fra NASA, ESA e Agenzia Spaziale Italiana, ASI), la missione europea Rosetta destinata a incontrare una cometa nel 2014, e un radar italiano e' in funzione sulla sonda americana Mars Reconnaissance Orbiter.
Sulla sonda Venus l'Italia ha inserito alcune degli strumenti più tecnologicamente avanzati e più sensibili. Sono gli spettrometri italiani Virtis e PFS.

Prime immagini di Venere. Qui.
Nota su Venere
meravigliosa venere sei tu...
Bella da vedere, ma non da stare...
 Venere è talvolta considerato come il pianeta fratello della Terra. Sotto certi aspetti essi sono molto affini:
       -- Venere è solo leggermente più piccolo della Terra (95% del diametro terrestre, 80% della massa).
       -- Entrambi hanno pochi crateri e ciò indica superfici relativamente giovani.
       -- La loro densità e la loro composizione chimica sono simili.
A causa di queste somiglianze, si era pensato che sotto le sue dense nuvole Venere potesse essere molto simile alla Terra e che potesse addirittura ospitare la vita. Sfortunatamente, però, studi più dettagliati hanno rivelato che in molti aspetti fondamentali Venere è radicalmente diverso dalla Terra.


    La pressione dell'atmosfera di Venere alla superficie è di 90 atmosfere (all'incirca la stessa che si trova ad un chilometro di profondità negli oceani terrestri). L'astmosfera venusiana è composta per lo più da anidride carbonica. Ci sono vari strati di nuvole, spessi parecchi chilometri, composti da acido solforico. Tali nubi ci impediscono totalmente di osservare la superficie. Questa densa atmosfera produce un notevole effetto serra, il quale fa aumentare la temperatura alla superficie fino a 400 K, con punte di 740 K (abbastanza per fondere il piombo). La superficie di Venere è dunque più calda di quella di Mercurio, sebbene sia quasi due volte più distante dal Sole.
continua qui
E già che ci siamo:25 anni di carriera per lo Space Shuttle
L'ente americano per la ricerca spaziale (NASA) ha oggi ufficialmente aperto i festeggiamenti per i 25 anni di attività dello Space Shuttle.
Leggi qui 

Ma a Treviso...
si legge ancora sui cartelli della propaganda elettorale:
Difendi la tua casa, la tua famiglia, il tuo patrimonio.
Finalmente l'autodifesa è legale
. (riferito da Claudia)

Four eleven - 11 Aprile
Primo post - Scritto dopo gli exit poll

Se ne va






Sul Gran Sasso. Tenterà di rotolarci addosso. Salviamo Assergi, metafora d'Italia. Occhio anche alla cicogna del col. Skorzeny. E' ancora padrone dell'etere. Poco fa (ore 18 del 10 aprile) Emilio senza più fede ha detto di avere già in valigia la tuta da astronauta; anche dal satellite pregherà per lui.
Divagazione:
Arcore-Bologna
L’11 aprile un povero Itagliano,
ner vede un suo amico annà ar macello,
sbottò in un pianto e disse. Addio, frate:
nun ce vedremo più, nun c'è riparo!
Bisogna esse filosofo, bisogna.
je disse l’altro via, nun fa' lo scemo
ché forse un giorno se ritroveremo
in quarche mortadella de Bologna!
Trilussa (con varianti)
Il p
rincipio e la fine
Mortadella
Padella
Scodella
Cannella
Besciamella
Bacinella
Mannella
Mammella
Sentinella
Sorella
Piastrella
Colombella
Passerella
Palombella
Mortadella
(originale del blog)

Il sogno di noi maschietti

I bimbi non nascevano in provetta, ma nascevano.
Pochissimi avevano il bagno o la doccia, ma c'erano i maceri, i torrenti e la bacinella.
Abbiamo bevuto l'acqua del pozzo e siamo sopravvissuti.
Non abbiamo mai chiuso la porta a chiave e non ci è mai mancato nulla.
Non andavamo mai dal dottore né lui veniva da noi: eravamo sani come pesci.
Non si andava a teatro o al cinema, ma avevamo il cortile e la stalla.
Si parlava solo il dialetto, ma ci si intendeva benissimo.
Il sogno di noi maschietti era la bicicletta.Il mio lavoro più bello? La vendemmia.

Esistevano già il parmigiano e il prosciutto di Parma, ma noi conoscevamo solo la mortadella.

Secondo post - Scritto a bocce quasi ferme
Italiani, datevi alle istorie
La mattina del 25 luglio il Duce accettò di recarsi dal re. Fece il suo ingresso a Villa Savoia alle 17, per il consueto colloquio settimanale.
(Giornale radio)
Sua Maestà il re e imperatore ha accettato le dimissioni dalla carica di capo del governo, primo ministro segretario di stato, di sua eccellenza il cavaliere Benito Mussolini, e ha nominato capo del governo, primo ministro segretario di stato il cavaliere maresciallo d'Italia Pietro Badoglio'
Dichiarazione di Badoglio:
L'Italia duramente colpita nelle sue provincie, nelle sue città distrutte, mantiene fede alla parola data, gelosa custode delle sue millenarie tradizioni. La guerra continua .
Cronaca di quei giorni:Mussolini fu prima relegato a Ponza nella casa già occupata dal prigioniero abissino ras Immiru,  poi all'Isola della Maddalena, poi al Gran Sasso. Le notizie dell'arresto di Mussolini e della formazione del Governo Badoglio furono accolte in tutt'Italia con manifestazioni di giubilo; gli antifascisti e molta gente comune scese in piazza e divelse i simboli del vecchio regime, inneggiando alla democrazia e alla pace.
Antefatto ( la notte tra il 24-25 luglio)


OdG Grandi cronaca della seduta
 Quando prese la parola Grandi (Presidente della camera dei Fasci e delle Corporazioni) chiese senza mezzi termini di votare il suo odg per ripristinare le prerogative costituzionali sospese ...  e passare al Re anche la decisione di una eventuale uscita dal conflitto....
Il Gran Consiglio del Fascismo dichiara che  è necessario l'immediato ripristino di tutte le funzioni statali, attribuendo alla Corona, al Gran Consiglio, al Governo, al Parlamento, alle Corporazioni i compiti e le responsabilità stabilite dalle nostre leggi statutarie e costituzionali; invita il Governo a pregare la Maestà del Re, verso il quale si rivolge fedele e fiducioso il cuore di tutta la Nazione, affinché Egli voglia per l'onore e la salvezza della Patria assumere con l'effettivo comando delle Forze Armate di terra, di mare, dell'aria, secondo l'articolo 5 dello Statuto del Regno, quella suprema iniziativa di decisione che le nostre istituzioni a Lui attribuiscono e che sono sempre state in tutta la nostra storia nazionale il retaggio glorioso della nostra Augusta Dinastia di Savoia
.
Battutina finale:
il petrolio è come il maiale: non si butta via niente. Il senato è come  il petrolio e il maiale
(anche Kossika può far brodo).
Riflessione (originale):
Mai come oggi gli italiani sono stati così uniti dalla comune sofferenza delle loro contrapposte delusioni. A ognuno la sua bicicletta.

 



 



 



 

venerdì 7 aprile 2006

Four eleven 

...andate a votare per cacciare Berlusconi e la sua banda. Perché dall'11 aprile comincerà un'altra partita. Nella quale saremo noi - cittadini, movimento, società civile - a scendere in campo. ( letto su Carta). 

Cogitanti mihi saepenumero et memoria vetera repetenti, Quinte frater… Caro fratello Quinto, sesto, settimo …ultimo, anch’io, come Cicerone,  penso spesso ai tempi passati… a quel 25 luglio del 1943 quando cadde Mussolini. Puer eram, in Via Roma, apud Ponte a Poppi (AR): dum plebs bibit et pede libero tellus pulsat, mentre la gente è in festa, la Maria di Gioia dal suo banco della frutta ammonisce la gente in festa: attenti, la guerra non è finita, verranno tempi duri.
La guerra continuò fino all’8 settembre,
poi divenne lotta di resistenza al nazifascismo
che non voleva morire.
Ecco, l'11 aprile 2006 è il 25 luglio 1943, nel senso che fascisti e Monarchia (leggi: casa delle libertà e confindustria) fanno mancare i voti a  Napoloni che viene momentaneamente
trasferito sul Gran Sasso
delle ricchezze accumulate
delle antenne conglobate,
braccato dai mandati
di comparizione,
guardato a vista
e spolpato
a sangue
dagli avvocati
del suo carrozzone.
Dal 25 luglio all’8 settembre i resti dei partiti antifascisti, compresi gli imboscati e i pentiti, si ricollegano tra loro – con non poca fatica – mettono i loro uomini nei vecchi posti di comando, cercano l’accordo con gli alleati (angloamericani e Vaticano, concordano l’amministrazione della Sicilia con la famiglia Genovese e coi Vizzini) e dichiarano che la guerra è finita. Nel frattempo i tedeschi usurpatori occupano il territorio, i fascisti mantengono i vecchi posti di comando. Tutti i negri da cortile si piazzano nei salotti buoni al servizio dei vecchi padroni. Napoloni vola dal Gran Sasso sulle braccia di Hynkel che nel frattempo s’è spostato a Washington DC e si è alleato con  l’ebreo Bertold Goetz, capo di un gruppo nazista, che finalmente è riuscito a venir  fuori – dopo più di quarant’anni d’attesa - dai “Simulacri” di Philip Dick.
Dopo l’8 settembre i negri dei campi capiscono l’antifona, si organizzano, costituiscono i CLN, comitati di liberazione nazionale, cantano we shall overcome, impugnano la bandiera dei 7 colori, riportano a casa i bersaglieri, pongono le loro piazzeforti nei liberi comuni e nelle Assemblee locali, iniziano la lotta di lunga durata contro i dipendenti in parlamento che si sono autoproclamati di ruolo – a vita - si sono ricoperti d’oro e di privilegi. Il Principe senza scettro (leggi: il popolo) si sveglia dal torpore e riforma la Costituzione: riduce il numero di parassiti, manda a casa gli ormai bolliti, rimette in equilibrio la tripartizione dei poteri, lascia perdere l’America, torna in Europa, si affaccia alla sponda meridionale del mediterraneo e racconterà ai nipotini:
c’era una volta Napoloni
che rompeva gli scatoloni,
batté la testa nei quattro cantoni
scese dalle scale a ruzzoloni…


Ballata finale senza ballo

Ma la cosa più importante
Non è mettersi a far festa.
Con pazienza ma un po’ in fretta
Poniam mano alla carretta;
prima cosa qui da fare
casa propria riassettare.
Sia D’alema sia Violante
Petruccioli o Bertinotti
Quando erano al volante
Sono stati solo buoni
A far posto a Napoloni.
L’han lasciato scorrazzare
Sia per terra che per mare.
Per nutrir quella cotenna
gli hanno fatto anche scalare
tutto il cielo con l’antenna.
Cari amici se vogliamo
Costruir l’alternativa
Qui ci vogliono i ricambi;
sia perché l’Italia viva
sia perché l’Italia cambi.
Nel frattempo amico caro
Non ti far tanto prezioso;
tu vorresti la nutella
ed un pasto più sfizioso;
io che ho visto anche la guerra
posso dirti che è pur bella
una fetta di pan bianco
imbottito a mortadella.


Anche Orazio manda a dire:


non est bibendum, non pede libero pulsanda
 tellus, non Saliaribus
ornare pulvinar deorum
tempus adhuc est dapibus, sodales.


Ora non si deve bere, non si deve pestare
con piede libero la terra, non è ancora tempo, amici,
di offrire alle immagini degli dei cibi degni dei Saliari.


Seriamente:
I due voti di famiglia
andranno a
Comunisti italiani,
Italia dei valori.
Scelti per esclusione.
Ma tutti i voti sono buoni
per levarsi dai berlusconi
sia Hynkel che Napoloni.

giovedì 6 aprile 2006

9-10 aprile - Forza, Caifa


                                                                                   
essere                                                                                                         non essere


Itagliani coglioni                                                                                        italiani con i c.


Nero da cortile (fa ridere il padrone)                                                   Nero dei campi (lo fa sudare)


Il padrone prendeva Tom e lo vestiva bene, lo nutriva bene e gli dava persino un po’ d’istruzione: un po’. Gli regalava un cappotto lungo e un cappello a cilindro e così tutti gli altri schiavi lo guardavano con invidia. Poi si serviva di lui per controllare gli altri. La stessa strategia di cui si serviva in quei tempi, lo stesso uomo bianco l’adopera oggi: prende un negro, un cosiddetto negro, e lo rende famoso, gli suona la grancassa, gli fa tutta la pubblicità possibile fino a farlo diventare celebre, fino a farne un portavoce e un leader dei negri.


Per capire ciò bisogna tornare alle definizioni date poco fa da quel giovane fratello sui due tipi di negro che c’erano durante la schiavitù: il negro da cortile (house Negro) e il negro dei campi (field Negro). Il negro da cortile viveva insieme col padrone, lo vestivano bene, e gli davano da mangiare del cibo buono, quello che restava nel piatto del padrone. Dormiva in soffitta o in cantina, ma era sempre vicino al padrone e lo amava molto di più di quanto il padrone amasse se stesso. Questi negri da cortile avrebbero dato la vita per salvare la casa del padrone, prima ancora di quanto non lo avrebbe fatto lui stesso. Se il padrone diceva: «Abbiamo proprio una bella casa», il negro da cortile rispondeva subito: «Sicuro, abbiamo proprio una bella casa». Ogni volta che il padrone diceva «noi», anche lui diceva «noi». Da ciò si riconosce il negro da cortile.


Ecco com’era il negro da cortile. A quei tempi era chiamato house nigger.


In quelle stesse piantagioni c’era il negro dei campi: le masse. I negri che lavoravano nei campi erano sempre più numerosi di quelli che erano addetti alla casa del padrone. Nei campi si viveva come all’inferno, si mangiavano gli avanzi. Mentre in casa si mangiavano tutte le parti buone del maiale, al negro nel campo non toccavano altro che le interiora. Oggi le chiamano chitlings (interiora), ma a quei tempi le chiamavano col loro vero nome, e cioè budella (guts).  Ecco cosa eravate voi: dei mangiatori di budella (gut-eaters).  Alcuni lo sono ancora.
Il negro dei campi prendeva legnate dalla mattina alla sera, abitava in una capanna, anzi una baracca, e indossava vecchi abiti smessi. Odiava il padrone, vi assicuro che odiava il padrone. Era intelligente.
Trovato qui


  Forza, Caifa: «È meglio che muoia un solo uomo  per il popolo e non perisca la nazione intera» (Giovanni XI,50)


Aggiornamento serale


Occhio ragazzi


È facile, anche se amaro, dire che il Sovversivo ha appena iniziato a mostrarsi apertamente, uccidendo il Conservatore che pure aveva tentato il Cavaliere nei primi anni, e che ha sedotto buona parte dei suoi elettori. Il conflitto di interessi, invece che un impaccio anomalo e pericoloso, diventa così un'arma, se il metodo è la sovversione di ogni regola. Lo ha dimostrato ieri Fedele Confalonieri, usando tragicamente per la sua azienda le stesse esatte parole che Berlusconi usava per il suo partito, con l'accusa alla sinistra di inscenare "prove di regime" solo perché si era ribellata pubblicamente all'ultimo abuso politico della televisione privata del Cavaliere.


A differenza di Confalonieri, che passava per moderato, io non ho mai parlato di regime, in questi anni sventurati per il nostro Paese, perché credo sufficientemente grave denunciare l'indebolimento della qualità della nostra democrazia causato dall'anomalia berlusconiana; e anche perché penso che l'Italia possa farcela, con l'arma del voto, a chiudere quest'avventura. Ma l'epilogo rischia di essere peggiore del dramma. Da vero titano, il Cavaliere può ancora danneggiare questo Paese, anche se sarà sconfitto.
(La Repubblica 6 aprile 2006) Il Sovversivo
di EZIO MAURO

Così finisce l'articolo. Non sarebbe male se tu, coglioncello mio, lo leggessi fin dall'inizio.


A G.G. questo articolo ha fatto venire in mente Aguirre

Prendo dal sito indicato da Granieri:
"Fue hombre de casi cincuenta años, muy pequeño de cuerpo y poca persona; mal agestado, la cara pequeña y chupada; los ojos que si miraban de hito le estaban bullendo en el casco, especial cuando estaba enojado... Fue gran sufridor de trabajos, especialmente del sueño, que en todo el tiempo de su tiranía pocas veces le vieron dormir, si no era algún rato del día, que siempre le hallaban velando. Caminaba mucho a pie y cargado con mucho peso; sufría continuamente muchas armas a cuestas; muchas veces andaba con dos cotas bien pesadas, y espada y daga y celada de acero, y su arcabuz o lanza en la mano; otras veces un peto."


Cerco rifugio in un testo italiano:
 La spedizione di Lope de Aguirre (1560)
Meno di vent'anni dopo la spedizione di Orellana, nel 1560, il viceré del Perù incarica il generale spagnolo Pedro de Ursua di ridiscendere la cordigliera, e di andare alla ricerca del mitico regno di El Dorado e della leggendaria città di Manoa.
Non appena l'esercito di Ursua raggiunge l'Amazzonia, un  oscuro sottufficiale basco di nome Lope de Aguirre si ammutina, mette a morte il generale e si auto proclama non solo comandante della spedizione ma anche re dell'Amazzonia. È chi non vorrà seguirlo, sarà dato in pasto ai coccodrilli!
L'avventura di Aguirre si perderà nei labirinti d'acqua amazzonici. Forse, mentre cerca le Guyane, quindi spostandosi più a nord, potrebbe aver scoperto senza saperlo, due secoli e mezzo prima di Humboldt, il Casiquiare, canale naturale che unisce l'Orinoco al Rio Negro. In ogni caso, la spedizione arriverà all'esturario dell'Orinoco, di fronte a Trinidad, e, dopo essersi impadronita dell'isola di Margarita--l'isola dei cercatori di perla, dal latino margarita, sarà sconfitta dalle forze lealiste in Venezuela. Naturalmente, Aguirre verrà condannato a morte.

mercoledì 5 aprile 2006

Teocrazia
"Peras imposuit Iuppiter nobis duas"
(Giove ha imposto a noi due bisacce)


Charly Chaplin, durante una delle riunioni tra artisti, assai frequenti nella Hollywood dell’epoca, ebbe modo di incontrare il musicista Igor Stravinskij, il quale gli propose di fare un film insieme.
«Inventai una storia lì per lì — racconta Chaplin —. “Dovrebbe essere una storia surrealista”, dissi. Descrissi un decadente locale notturno con i tavoli disposti tutt’intorno su una pista da ballo. A ogni tavolo coppie e comitive rappresentano il mondo terreno: qui l’avarizia, là l’ipocrisia, la crudeltà ecc. Lo spettacolo è costituito dalla passione di Cristo, e mentre è in atto la crocifissione del Redentore le comitive intorno ai tavoli la seguono con indifferenza, chi ordinando la cena, chi parlando d’affari, chi mostrando uno scarsissimo interesse. La folla, i sommi sacerdoti e i farisei agitano il pugno all’indirizzo della croce […].


«A un tavolo vicino c’è un gruppo di uomini d’affari che stanno parlando animatamente di una grossa operazione commerciale. Uno aspira nervosamente il fumo della sigaretta, solleva lo sguardo a Gesù, e lo soffia distrattamente nella sua direzione […]. Durante lo spettacolo un ubriaco, seduto a un tavolo per conto suo, sotto l’influenza dell’alcool comincia a piangere rumorosamente e a gridare: “Guardate! Lo crocifiggono, e tutti se ne infischiano!”. Cerca di alzarsi, ma cade a terra. Poi, sollevandosi a stento tende supplichevolmente le braccia verso la croce. La moglie di un pastore seduta lì vicino si lamenta col capo cameriere, e l’ubriaco viene messo alla porta […]. “Vede — dissi a Stravinskij —, lo buttano fuori perché rovina lo spettacolo”. Gli spiegai che rappresentare la passione di Cristo sulla pista da ballo di un night-club equivaleva a mostrare come era diventato cinico e convenzionale il mondo nella sua professione del cristianesimo. Sul viso del “maestro” si dipinse un’espressione assai grave. Ma è una cosa sacrilega!”, disse».
La collaborazione tra Chaplin e Stravinskij era terminata prima di cominciare.
(Dall'autobiografia di Chaplin)
Quod non fecerunt Chaplin et Stravinskij
Ratzinger fecit cum Pera et eius vitiis.

lunedì 3 aprile 2006

                                                                       

 



      The ballot or the bullet     La scheda o la pallottola

(suggestione venuta da un estratto d’articolo di Giorgio Bocca in cui l’ultimo dei nostri grandi giornalisti e storici testimoni ci avverte che questo regime, se non fermato in tempo, avrà come sbocco la violenza (cioè la guerra civile).
Mala tempora currunt. Come quando Cicerone  scriveva al fratello Quinto:

 Cogitanti mihi saepenumero et memoria vetera repetenti perbeati fuisse, Quinte frater, illi videri solent, qui in optima re publica, quom et honoribus et rerum gestarum gloria florerent, eum vitae cursum tenere potuerunt, ut vel in negotio sine periculo vel in otio cum dignitate esse possent. M’è capitato spesso riandando con la mente ai  tempi andati di considerare che quando la cosa pubblica è ben amministrata gli uomini godono di una vita felice, perché prima possono amministrare i loro affari senza pericolo e poi si possono godere il meritato riposo in dignitosa pace.
Quam spem cogitationum et consiliorum meorum cum graves communium temporum tum varii nostri casus fefellerunt.  Nam qui locus quietis et tranquillitatis plenissimus fore videbatur, in eo maxumae moles molestiarum et turbulentissumae tempestates extiterunt.   Ma questa mia speranza che  finora aveva accarezzato i miei pensieri e prodotto le mie riflessioni è per il momento  svanita, causa la situazione generale del mondo e alcune disavventure personali. Infatti proprio nel momento in cui tutto sembrava arridere, proprio allora ci son capitate addosso gravi disgrazie e terribili tempeste.
Cicerone,
De oratore
                         Malcom X                                                                                                                       Giorgio Bocca










 

...non sono venuto qui stasera a parlare della mia religione o a cercare di cambiare le vostre convinzioni in materia. Non sono venuto qui per discutere di ciò che ci divide perché è tempo di cancellare i nostri disaccordi e di renderci conto che abbiamo tutti lo stesso problema, un problema comune, un problema che vi costringerà a vivere in questo inferno sia che siate battisti, metodisti, musulmani, o nazionalisti. Non importa se siete colti o analfabeti, se abitate in zone eleganti o nel ghetto, siete anche voi in questo inferno, proprio come me. Siamo tutti nelle stesse condizioni e tutti dovremo vivere nello stesso inferno che ha organizzato per noi lo stesso uomo. Quell'uomo è il bianco e tutti noi abbiamo sofferto qui, in questo paese, l'oppressione politica, lo sfruttamento economico, la degradazione sociale ad opera dell'uomo bianco.

 

 

Il dire queste cose non significa che siamo contro i bianchi come tali, ma contro lo sfruttamento, contro la degradazione e contro l'oppressione. Se l'uomo bianco non vuole che siamo suoi nemici, ebbene la smetta di opprimerci, di sfruttarci e di degradarci. Indipendentemente dal fatto che siamo musulmani, cristiani, nazionalisti, agnostici o atei, dobbiamo prima di tutto imparare a superare i nostri contrasti. Se tra noi ci sono delle divergenze, discutiamone in privato e quando ci mostriamo in pubblico non accapigliamoci tra di noi prima di aver finito di discutere con l'uomo bianco. Se il defunto presidente Kennedy poté incontrarsi con Kruscev e stabilire degli scambi commerciali, noi abbiamo molte più cose in comune tra di noi di quante non ne avessero loro.

 

Se non si agisce presto, penso che dovrete convenire sul fatto che saremo costretti a servirci o della scheda o delle pallottole. Non è che stia per arrivare il momento: il momento è già arrivato.

 


 

Ma vogliamo chiederci a che punto è la nostra democrazia, la democrazia che vorremmo regalare agli afgani e agli iracheni e poi all'universo mondo? È una democrazia che nelle regioni meridionali è ancora legata al patto mafioso fra borghesia del sottogoverno e cosche criminali. Le cosche criminali e il loro controllo del territorio sopravvivono perché garantiscono la continuità di una borghesia che campa e cresce sui ricatti economici ed elettorali. I criminali della lupara sono necessari come lo sono nei paesi autoritari le polizie politiche, le Gestapo, la Ghepeu.

 

 

Il capitalismo è fuori discussione, il neocolonialismo globale è una necessità, la legge del Condor, cioè dell'imperialismo che nasconde i suoi cadaveri è, in fondo, accettata dalla massa dei privilegiati, le utopie comuniste sono tragicamente fallite: ma qual è la società che si è formata sotto la guida illuminata di Reagan e della Thatcher? È la società in cui 2 mila vip milanesi e decine di migliaia nel resto di Italia corrono, al modico costo di 500 euro a testa, ai pranzi elettorali dell'onorevole Gianfranco Fini, l'ultimo super-trasformista passato dal neofascismo all'antifascismo nel deserto delle idee e delle tradizioni, secondo la regola berlusconiana che questo è il paese in cui si può dire tutto e il contrario di tutto, tanto l'unica cosa che conta è avere il controllo del pubblico denaro da spartire con la nuova classe padrona delle tecniche e dei nuovi consumi.

 

Non è sempre andata così? La Milano da bere in cui i craxiani facevano un miliardo di debiti solo al ristorante Savini, la Milano di Mani pulite sono state surclassate dai crack Parmalat e Cirio e simili: un saccheggio dei risparmiatori che il presidente del Consiglio giudica normale.




Malcom pronunziò questo discorso ai primi di Aprile del 1964, a Cleveland e lo ripeté il 12 Aprile a Detroit.  Se vuoi fare una buona e utile esercitazione di inglese apri questo sito:

 http://www.americanrhetoric.com/speeches/malcolmxballot.htm
Ci trovi il testo completo con il file audio  mp3. Il testo e l'audio sono quelli del discorso così come venne registrato, con i commenti e gli applausi così caratteristici nei convegni dei neri americani. Una vera liturgia della parola.
L'audio lo puoi scaricare in MP3. (A questo punto scarica anche il discorso delle  Grassroots - La seconda parte dove parla del negro dei campi e di quello da cortile è uno spasso) .
Qui trovi la traduzione italiana.

Dedico questo post
agli israeliani di Gush Shalom  e  Not in my name 
e agli americani  di  the world can't wait,   e  Not in our name.