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mercoledì 15 aprile 2015

LA NONNA RICORDA


LA NONNA RICORDA
(Il paradiso è lontano) 1924 – 1950
Di Maria Grazia Niccolai Benadusi
presentato da Pinuccia e Paola
Maria Grazia Niccolai Benadusi
L'assessora alla cultura del Comune Pratovecchio-Stia con Giuseppina Magnaldi e Paola Galli
Castello di Porciano: sala Dante
sabato 11 aprile 2015
(Poppi 1944)
Arezzo era stata liberata e gli inglesi erano a poche miglia da noi. Fra il crepitio della contraerea tedesca, gli spezzoni lanciati dagli aerei i bengala come enormi fuochi artificiali, si presentavano ai nostri occhi, scenari indimenticabili e in quel terrore c’era una straordinaria bellezza di immagini e di visioni coloratissime. Le mamme decisero di rifugiarsi a Poppi alto con tutta la carovana. Ricordo i due grossi bovi che trainavano un carro pieno delle nostre suppellettili con i più piccoli sopra, avviarsi verso il paese dove trovammo asilo presso quella che oggi è casa Carlomagno, abitata allora dalla Barberina di Becarino.
Cominciò da quel giorno un periodo tragico dove veramente sentimmo tutto l’orrore e la disperazione di quella orribile, immane e insensata guerra. Finirono le nostre allegre giornate passate in campagna. I primi giorni d’agosto furono tranquilli. I tedeschi erano ancora nei dintorni e facevano scorrerie nel paese. Entravano nelle case per rastrellare uomini da avviare al lavoro e deportare in Germania. Una mattina mi trovavo nella camera presa in affitto da Nandino Fognani,
dove io andavo a dormire non essendoci sufficiente spazio nell’abitazione occupata dalle cugine. Avevo una grande febbre, forse provocata da una specie di “colerino” molto diffuso in quell’epoca – quando entrò all’improvviso un tedesco col mitra spianato. Aprì l’armadio, guardò sotto il letto, mi fissò un momento, mi fece un gran saluto e se ne andò. Ero gelata sotto le lenzuola e, da come io mi sentivo in quel momento, credevo che così arrivasse la morte. La Crocina era sede di guastatori che stavano minando le antiche mura, le strade e il ponte dell’Arno, la ferrovia. Gli inglesi già appostati a Bibbiena, a Fronzola, a Buiano mandarono in avanscoperta una camionetta con truppe indiane che furono sopraffate e massacrate dai tedeschi guastatori. Una mattina tutto l’antico borgo, all’alba, fu svegliato dalla forte voce del colonnello Baldi, un poppese che si era tenuto in contatto con il comando tedesco. che ci invitava a rifugiarci nelle cantine, perché le mine sarebbero brillate da lì a poco. Uscimmo delle case e ci infilammo nei fondi delle Signorine Gatteschi, vicino alla chiesa di Badia.
Erano gli ultimi giorni di Agosto.
In quel giorno fino al tramonto fu silenzio, un silenzio innaturale quasi sospeso nell’aria vuota anche di rondini. Noi ragazze trascorremmo quelle interminabili ore sedute accanto alle botti, ma nessuno aveva voglia di parlare. Mangiammo un pezzo di pane asciutto. La giornata era bellissima, la porta delta cantina si spalancava nel giardino assolato, solo i ronzii delle mosche e delle vespe rompevano quello strano silenzio.
Il boato fu immenso, apocalittico, infinito. Ci trovammo tutti distesi fra le botti con una polvere acre che ci riempì la bocca e gli occhi. Ci precipitammo su per le scale e vedemmo una nuvola rosso mattone che riempiva il paese, e un mare di sabbia avanzava dalla piazza come una corrente impetuosa. Il borgo sembrava un fiume rosso, alto circa mezzo metro, che aveva invaso anche i portici e correva verso fondo Badia dove noi ci trovavamo. La scena era impressionante, e dovemmo rimanere lì impossibilitati a muoverci, perché doveva ancora avvenire l’ultimo scoppio. Era gia scesa la sera, un boato squarciò l’aria: saltava il ponte sull’Arno. Rimanemmo dentro l’ingresso, il portone si spalancò all’urto e un sasso di fiume abbastanza grosso, ancora bagnato,
piombò in mezzo a noi come un proiettile rompendo alcune mattonelle del pavimento. Poi fu tutto un grido. Corremmo verso la piazza di porta a Fronzola, affondando in quella terra rossa che tutto
aveva invaso e ci ritrovammo in mezzo ad una folla di persone che cercavano di recuperare le proprie suppellettili sepolte sotto le macerie. La scena sembrava irreale. Tutto era rosso, sotto una luna lattea che illuminava il paese. Donne urlanti, bambini impauriti, uomini madidi di sudore che frugavano, spalavano, correvano, nella ricerca di catinelle, pentole, letti sfondati, cassettine, bauli, coperte stracciate, pacchi di carta, lettere cornici. Era tutto un tramestio convulso, spasmodico di ombre scure che si muovevano in quel baratro immenso dove tutto era stato travolto. Allora, per la prima volta dall’inizio della guerra, fui presa da un pianto convulso e urlai con tutta l’anima contro gli anni della mia adolescenza durante i quali mi avevano fatto credere a falsi ideali che ora mi crollavano insieme a quelle macerie e a quella disperazione: ideali che avevano rappresentato valori identificabili con la patria, con la vittoria, con la grandezza dell’Italia, con la Roma imperiale. Mi sentii ingannata, defraudata, senza alternative, presa da uno smarrimento e da una rabbia che a stento riuscivo a trattenere. Lavorammo anche noi, io e le mie cugine, per tutta la notte, con furia per aiutare i nostri compaesani, tra i pianti dei senza tetto.

(da “Il Paradiso è lontano di Maria Grazia Niccolai Benadusi, AGC edizioni Stia (AR), 2014)

della presentazione 

mercoledì 31 dicembre 2014

Il paese dei ladri

Il paese dei ladri - Italo Calvino

C'era un paese dove erano tutti ladri.
La notte ogni abitante usciva, coi grimaldelli e la lanterna cieca, e andava a scassinare la casa di un vicino. Rincasava all'alba, carico, e trovata la casa svaligiata.

E così tutti vivevano in concordia e senza danno, poiché l'uno rubava all'altro, e questo a un altro ancora e così via, finché non si rubava a un ultimo che rubava al primo. Il commercio in quel paese si praticava solo sotto forma d'imbroglio e da parte di chi vendeva e da parte di chi comprava. Il governo era un'associazione a delinquere ai danni dei sudditi, e i sudditi dal canto loro badavano solo a frodare il governo. Così la vita proseguiva senza inciampi, e non c'erano né ricchi né poveri.
Ora, non si sa come, accadde che nel paese di venisse a trovare un uomo onesto. La notte, invece di uscirsene col sacco e la lanterna, stava in casa a fumare e a leggere romanzi.
Venivano i ladri, vedevano la luce accesa e non salivano.
Questo fatto durò per un poco: poi bisognò fargli comprendere che se lui voleva vivere senza far niente, non era una buona ragione per non lasciar fare agli altri. Ogni notte che lui passava in casa, era una famiglia che non mangiava l'indomani.
Di fronte a queste ragioni l'uomo onesto non poteva opporsi. Prese anche lui a uscire la sera per tornare all'alba, ma a rubare non ci andava. Onesto era, non c'era nulla da fare. Andava fino al ponte e stava a veder passare l'acqua sotto. Tornava a casa, e la trovava svaligiata.
In meno di una settimana l'uomo onesto si trovò senza un soldo, senza di che mangiare, con la casa vuota. Ma fin qui poco male, perché era colpa sua; il guaio era che da questo suo modo di fare ne nasceva tutto un cambiamento. Perché lui si faceva rubare tutto e intanto non rubava a nessuno; così c'era sempre qualcuno che rincasando all'alba trovava la casa intatta: la casa che avrebbe dovuto svaligiare lui. Fatto sta che dopo un poco quelli che non venivano derubati si trovarono ad essere più ricchi degli altri e a non voler più rubare. E, d'altronde, quelli che venivano per rubare in casa dell'uomo onesto la trovarono sempre vuota; così diventavano poveri.
Intanto, quelli diventati ricchi presero l'abitudine anche loro di andare la notte sul punte, a veder l'acqua che passava sotto. Questo aumentò lo scompiglio, perché ci furono molti altri che diventarono ricchi e molti altri che diventarono poveri.
Ora, i ricchi videro che ad andare la notte sul punte, dopo un po' sarebbero diventati poveri. E pensarono: - Paghiamo dei poveri che vadano a rubare per conto nostro -. Si fecero i contratti, furono stabiliti i salari, le percentuali: naturalmente sempre ladri erano, e cercavano di ingannarsi gli uni con gli altri. Ma, come succede, i ricchi diventavano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.
C'erano dei ricchi così ricchi da non avere più bisogno di rubare per continuare a esser ricchi. Però se smettevano di rubare diventavano poveri perché i poveri li derubavano. Allora pagarono i più poveri dei poveri per difendere la roba loro dagli altri poveri, e così istituirono la polizia, e costruirono le carceri.
In tal modo, già pochi anni dopo l'avvenimento dell'uomo onesto, non si parlava più di rubare o di esser derubati ma solo di ricchi e poveri; eppure erano sempre tutti ladri.
Di onesti c'è stato solo quel tale, ed era morto subito, di fame.
(Letto da Beppe Grillo il 31 dicembre 2014)


Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti
di Italo Calvino
C’era un paese che si reggeva sull’illecito. Non che mancassero le leggi, né che il sistema
politico non fosse basato su principi che tutti più o meno dicevano di condividere. Ma questo
sistema, articolato su un gran numero di centri di potere, aveva bisogno di mezzi finanziari
smisurati (ne aveva bisogno perché quando ci si abitua a disporre di molti soldi non si è più
capaci di concepire la vita in altro modo) e questi mezzi si potevano avere solo illecitamente
cioè chiedendoli a chi li aveva, in cambio di favori illeciti. Ossia, chi poteva dar soldi in cambio
di favori in genere già aveva fatto questi soldi mediante favori ottenuti in precedenza; per cui
ne risultava un sistema economico in qualche modo circolare e non privo d’una sua armonia.
Nel finanziarsi per via illecita, ogni centro di potere non era sfiorato da alcun senso di colpa,
perché per la propria morale interna ciò che era fatto nell’interesse del gruppo era lecito; anzi,
benemerito: in quanto ogni gruppo identificava il proprio potere col bene comune; l’illegalità
formale quindi non escludeva una superiore legalità sostanziale. Vero è che in ogni transizione
illecita a favore di entità collettive è usanza che una quota parte resti in mano di singoli
individui, come equa ricompensa delle indispensabili prestazioni di procacciamento e
mediazione: quindi l’illecito che per la morale interna del gruppo era lecito, portava con se una
frangia di illecito anche per quella morale. Ma a guardar bene il privato che si trovava a
intascare la sua tangente individuale sulla tangente collettiva, era sicuro d’aver fatto agire il
proprio tornaconto individuale in favore del tornaconto collettivo, cioè poteva senza ipocrisia
convincersi che la sua condotta era non solo lecita ma benemerita.
Il paese aveva nello stesso tempo anche un dispendioso bilancio ufficiale alimentato dalle
imposte su ogni attività lecita, e finanziava lecitamente tutti coloro che lecitamente o
illecitamente riuscivano a farsi finanziare. Perché in quel paese nessuno era disposto non
diciamo a fare bancarotta ma neppure a rimetterci di suo ( e non si vede in nome di che cosa
si sarebbe potuto pretendere che qualcuno ci rimettesse) la finanza pubblica serviva a
integrare lecitamente in nome del bene comune i disavanzi delle attività che sempre in nome
del bene comune s’erano distinte per via illecita. La riscossione delle tasse che in altre epoche
e civiltà poteva ambire di far leva sul dovere civico, qui ritornava alla sua schietta sostanza
d’atto di forza ( così come in certe località all’esazione da parte dello stato s’aggiungeva quella
d’organizzazioni gangsteristiche o mafiose), atto di forza cui il contribuente sottostava per
evitare guai maggiori pur provando anziché il sollievo della coscienza a posto la sensazione
sgradevole d’una complicità passiva con la cattiva amministrazione della cosa pubblica e con il
privilegio delle attività illecite, normalmente esentate da ogni imposta.
Di tanto in tanto, quando meno ce lo si aspettava, un tribunale decideva d’applicare le leggi,
provocando piccoli terremoti in qualche centro di potere e anche arresti di persone che
avevano avuto fino a allora le loro ragioni per considerarsi impunibili. In quei casi il sentimento
dominante, anziché la soddisfazione per la rivincita della giustizia, era il sospetto che si
trattasse d’un regolamento di conti d’un centro di potere contro un altro centro di potere.
Cosicché era difficile stabilire se le leggi fossero usabili ormai soltanto come armi tattiche e
strategiche nelle battaglie intestine tra interessi illeciti, oppure se i tribunali per legittimare i
loro compiti istituzionali dovessero accreditare l’idea che anche loro erano dei centri di potere e
d’interessi illeciti come tutti gli altri.
Naturalmente una tale situazione era propizia anche per le associazioni a delinquere di tipo
tradizionale che coi sequestri di persona e gli svaligiamenti di banche ( e tante altre attività più
modeste fino allo scippo in motoretta) s’inserivano come un elemento d’imprevedibilità nella
giostra dei miliardi, facendone deviare il flusso verso percorsi sotterranei, da cui prima o poi
certo riemergevano in mille forme inaspettate di finanza lecita o illecita.
In opposizione al sistema guadagnavano terreno le organizzazioni del terrore che, usando
quegli stessi metodi di finanziamento della tradizione fuorilegge, e con un ben dosato stillicidio
d’ammazzamenti distribuiti tra tutte le categorie di cittadini, illustri e oscuri, si proponevano
come l’unica alternativa globale al sistema. Ma il loro vero effetto sul sistema era quello di
rafforzarlo fino a diventarne il puntello indispensabile, confermandone la convinzione d’essere il
migliore sistema possibile e di non dover cambiare in nulla.
Così tutte le forme d’illecito, da quelle più sornione a quelle più feroci si saldavano in un
sistema che aveva una sua stabilità e compattezza e coerenza e nel quale moltissime persone
potevano trovare il loro vantaggio pratico senza perdere il vantaggio morale di sentirsi con la
coscienza a posto. Avrebbero potuto dunque dirsi unanimemente felici, gli abitanti di quel
paese, non fosse stato per una pur sempre numerosa categoria di cittadini cui non si sapeva
quale ruolo attribuire: gli onesti.
Erano costoro onesti non per qualche speciale ragione ( non potevano richiamarsi a grandi
principi, né patriottici né sociali né religiosi, che non avevano più corso), erano onesti per
abitudine mentale, condizionamento caratteriale, tic nervoso. Insomma non potevano farci
niente se erano così, se le cose che stavano loro a cuore non erano direttamente valutabili in
denaro, se la loro testa funzionava sempre in base a quei vieti meccanismi che collegano il
guadagno col lavoro, la stima al merito, la soddisfazione propria alla soddisfazione d’altre
persone. In quel paese di gente che si sentiva sempre con la coscienza a posto loro erano i soli
a farsi sempre degli scrupoli, a chiedersi ogni momento cosa avrebbero dovuto fare. Sapevano
che fare la morale agli altri, indignarsi, predicare la virtù sono cose che trovano troppo
facilmente l’approvazione di tutti, in buona o in malafede. Il potere non lo trovavano
abbastanza interessante per sognarlo per sé (almeno quel potere che interessava agli altri);
non si facevano illusioni che in altri paesi non ci fossero le stesse magagne, anche se tenute
più nascoste; in una società migliore non speravano perché sapevano che il peggio è sempre
più probabile.
Dovevano rassegnarsi all’estinzione? No, la loro consolazione era pensare che così come in
margine a tutte le società durante millenni s’era perpetuata una controsocietà di malandrini, di
tagliaborse, di ladruncoli, di gabbamondo, una controsocietà che non aveva mai avuto nessuna
pretesa di diventare la società , ma solo di sopravvivere nelle pieghe della società dominante e
affermare il proprio modo d’esistere a dispetto dei principi consacrati, e per questo aveva dato
di sé ( almeno se vista non troppo da vicino) un’immagine libera e vitale, così la controsocietà
degli onesti forse sarebbe riuscita a persistere ancora per secoli, in margine al costume
corrente, senza altra pretesa che di vivere la propria diversità , di sentirsi dissimile da tutto il
resto, e a questo modo magari avrebbe finito per significare qualcosa d’essenziale per tutti,
per essere immagine di qualcosa che le parole non sanno più dire, di qualcosa che non è stato
ancora detto e ancora non sappiamo cos’è.
Tratto da Romanzi e racconti – volume 3°, Racconti e apologhi sparsi, i Meridiani, Arnoldo
Mondadori editore. Uscito su la Repubblica, 15 marzo 1980, col titolo “Apologo sull’onestà nel
paese dei corrotti".

mercoledì 6 marzo 2013

Non tutte le galline sono uguali

La Volpe e le Galline

Una volpe aveva preso di mira le galline di un pollaio, chiedendosi come fare ad arrivare a loro.
E, saputo di un’epidemia che le aveva colpite, non ci pensò due volte e si recò al pollaio travestita da medico, con una borsa piena di strumenti e di farmaci.
Giunta che vi fu, disse:
- Buongiorno, care galline, come vi sentite ? Permettetemi di visitarvi. Aprite dunque quell’uscio.-
Risposero allora le galline a una voce:
- Te ne ringraziamo moltissimo, ma se te ne vai ci sentiremo assai meglio.-

La favola insegna che il saggio annuserà le cattive intenzioni di altri, per quanto mascherate da favori.
Esopo


sabato 1 agosto 2009

Bianca la rossa

  

Il libro che sto leggendo. Ho richiesto un commento a Paola, che di libri ne legge uno al giorno.

Diceva una cara amica che i libri che vengono scritti possono essere un grande regalo per chi li legge. A me, che ho cominciato a scrivere da pensionata perché la scrittura (in modo particolare l’autobiografia) mi era sempre parsa una sorta di frivolezza, il libro di Bianca Guidetti Serra è apparso proprio un regalo e dico subito perché. A voler sintetizzare il pensiero in poche parole, direi che in mezzo a tanti avvenimenti politici scoraggianti perché sprovvisti di uno spessore minimo di dignità, questo libro ha la capacità di far scorrere sotto gli occhi i non pochi eventi positivi, le tante conquiste che sono state realizzate nel tessuto sociale di questo paese negli ultimi cinquant’anni. E a ricordarli al lettore non è un’osservatrice ben documentata ma una persona che spesso ha contribuito alla loro realizzazione. E’ appunto proprio questo l’elemento più qualificante del libro e in proposito mi sento anche di dire che un’autobiografia ha tanto più ragione di essere scritta, quanto meno la personalità di chi scrive si ricava uno spazio proprio nei confronti dei fatti che vengono raccontati, quanto più cioè si inserisce come elemento che trova la sua ragione d’essere proprio nelle dinamiche dei fatti stessi. Fin dall’inizio del libro, nella premessa, sappiamo che i fatti più personali e privati saranno lasciati da parte. E’ una scelta non secondaria e lo conferma il carattere “riservato” di questa scrittura che non a caso è quasi ”neutra” , cioè lontana da uno stile che potrebbe essere definito come “femminile”. E ancora non a caso si rivela lontana dal femminismo della “differenza” la pur intensa partecipazione ai problemi della questione femminile alle cui vicende Bianca Guidetti Serra ha dato il suo contributo. Questa parte dedicata alle donne è molto interessante e mi trova d’accordo su parecchie cose. Per esempio sul fatto che la posizione delle femministe attuali tende ad essere elitaria e che in certe posizioni, in certi scritti, sembra diventare particolarmente sfuggente l’attenzione ai condizionamenti sociali e a quanto abbiano contato e contino tutt’ora. E trovo anch’io ozioso un certo “separatismo” in funzione di contrapposizione al mondo maschile. Perciò mi piace la correzione proposta da Bianca alla manifestazione della Regione Piemonte al Lingotto nel 2006: non “più donne per contare di più”, ma “più donne per contare meglio”: dizione migliorativa di un’affermazione che pure ha il suo valore. Sarebbe stato semmai opportuno soffermarsi, nel libro, su quello che è stato da parte del femminismo il passo avanti fatto nella elaborazione della “differenza”, nel senso che il discorso dell’uguaglianza rimane astratto se non si considera che esiste una differenza, biologica e culturale, che vale come identità e solo se è riconosciuta come tale, rende davvero attivo il diritto all’uguaglianza. Comunque, c’è in tutte queste pagine sulle donne un tale spirito di compartecipazione che osservazioni critiche come quella che ho fatto, risultano nell’insieme di un’importanza marginale. Elemento questo della compartecipazione che è del resto una costante in questo libro, qualunque sia il terreno dell’impegno come avvocata, lotte operaie, brigate rosse, problemi dell’infanzia abbandonata e via dicendo. Una presenza che evidenzia immediatamente a chi legge una forte carica di umanità. Mi riferisco in particolare al capitolo sulla banda Cavallero e a quello in cui si ricorda affettuosamente l’amicizia con Primo Levi. Una sintonia tutta personale ho trovato con quanto l’autrice esprime nell’ultimo capitolo “Mi è piaciuto il fare”, non tanto perché “le parole sono più volatili e possono essere piegate a fini diversi”, osservazione facilmente condivisibile, ma soprattutto perché credo che le parole cambino la realtà meno delle azioni, anche piccole e di modesta portata, che si possono compiere, inserendosi in situazioni dove il contributo di un operato umano può servire a rendere meno pesante, meno ingiusta e più tollerabile una condizione, qualunque essa sia.

Bianca la rossa

Bianca Guidetti Serra

con Santina Mobiglia

Einaudi, Torino, 2009

 Paola Galli

Nota: Leggi il commento anche qui.

sabato 16 maggio 2009

Tita Biagiotti



Alba tita biagiotti


E' ritornata in grembo all'Universo. Qui al microfono sta raccontando storie, storie vere al teatro Dovizi di Bibbiena nel 1999. Il piacere di averla avuta a tavola, un anno fa, non di  più. Spiritosa, allegra, barzellettiera.  Maestra per una vita, single, capiva il bambino e quindi l'uomo con l'intuito di madre e nello stesso tempo con il distacco che una madre carnale ha difficoltà ad avere: gran cuore e bel cervello.


La mia casa era in Piazza Nova, di fronte alla Stazione del trenino Arezzo-Stia, a Ponte a Poppi. Una piazza interamente coperta da grandi olmi. Affacciato alla finestra vedevo a fianco la scuola elementare e dall'altra parte, proprio di fronte, la Cooperativa. Ci andavo tutti i giorni a comprare il pane, lo zucchero, il burro: mi serviva la Norina.  Dietro la Cooperativa, all'angolo il forno di Gigi; un pezzo di pane, davvero. Accanto al forno il fascinaio; quando era il momento Gigi usciva da via Nazario Sauro, si metteva all'angolo della piazza, proprio di fronte alla Cooperativa e chiamava alla voce Rosa, Gina, Luisa alle Casenove, oltre la piazza, di là dalla ferrovia, là sulla collina.  Dopo dieci minuti Rosa, Gina, Luisa spuntavano da sotto la stazione e attraversavano tutta la piazza con la spianatoia dei pani da cuocere sulla testa.  Gino lo portarono via i tedeschi nell'agosto del 44 insieme a tutti gli uomini validi del paese. E' rimasto a Mauthausen. 


Ora faccio parlare la Tita:


 La Cooperativa di consumo, sorta nel 1898 per iniziativa popolare, ebbe la sua prima sede oltre il ponte d'Amo nel quartiere Levanella. Per molti anni fu una piccola bottega gestita da una coppia di coniugi anziani e, dopo la morte del marito, dalla vecchietta e da una nipote; trasferita, verso l'anno '30, in Piazza Nova, ebbe un locale più ampio, più fornito di generi, con il forno annesso e, in seguito, con il macello.

La Cooperativa contava numerosi e fedelissimi soci, offriva generi di buona qualità e a prezzi inferiori agli altri negozi. La possiamo considerare, circa i prezzi, l'antenata del supermercato anche se non esisteva la varietà e l'abbondanza dei generi dei moderni Coop, Crai, Despar e altri.

Come del resto nelle altre botteghe, il pregio dei prodotti che la Cooperativa offriva era la genuinità; ad esempio, non c'era da chiedersi: "E questo prosciutto come sarà?". Era lì, bello, né rosso né rosa, né troppo fresco né secco, ben "virgolato" di grasso bianco; era, insomma, l'inconfondibile prosciutto del Casentino. Ottimi erano tutti gl'insaccati e il pecorino, gradevole il vino dei nostri vigneti, anche se un po' aspretto, squisito l'olio toscano.

Era, la Cooperativa, la bottega con un particolare clima di socialità e di allegria: arrivava Gigi, il fornaio, con le sue ceste di pane gustoso e croccante, con la sua bella vitalità, le battute spiritose dirette alle massaie che erano sue clienti per la cottura del pane, dei ciambelloni e dei vari dolci casalinghi.

Per queste donne fare la spesa alla Cooperativa rappresentava un momento di autentica evasione da un quotidiano irto di difficoltà: le amiche s'incontravano, si salutavano cordialmente, a bassissima voce si confidavano qualche segreto. Mentre le commesse Sandrina e Norina servivano i clienti e, non distratte dal "cicalio" delle donne, facevano i conti con il lapis sulla carta gialla da involti, si veniva a conoscenza di molti avvenimenti del paese, dei "fatti loro", del menù del giorno della famiglia. Così:

"T'ha' sentito? Gino sta male: capisco che un la leva".

"La Lisa, pora citta, l'ha uto la gambata: lui ci ha 'n'antra".

"S'è sempre saputo che l'era 'n farfallone!".

"T'ha visto Tonio? A quer nipote che gni ha fatto tanto un gni ha lasciato nulla".

"On se sa: a' bischeri la gni va sempre male".

"Norina, dammi la presa ché oggi vo' fare un ciambellone".

"A me tu me dai du' fette de mortadella ché a le mi' bocche de scimmia gni fo la bragiola ripiena".

E così via con il simpatico ciarlare in vernacolo.

Al primo piano dell'edificio c'era il Circolo e lì, specie d'inverno, convenivano i "merenderi" che in estate si vedevano ai tavolini di Azelio. Incuranti, o meglio, ignoranti del rischio colesterolo, trigliceridi e pressione alta, erano lì per l'attesa mangiata di stagione: "maiale", che passione! quando il maiale era maiale! E allora giù cotenne co' fagioli, grifo, braciole sulla gratella, "rocchi" (salsicce) coi fagioli all'uccelletto e migliaccio. Innumerevoli erano i bicchieri e poi la partita e i canti e il gran ridere.

Al pianterreno non mancavano gli affezionati al bicchiere: Rinne, un barbone che poteva dormire anche nella cappella del cimitero e, la mattina dopo, spaventare a morte Motore, spazzino per i vivi e becchino per i morti; e il vecchietto dall'orbita vuota, autentica spugna, seguito sempre dal nipote down; il cenciaiolo di Soci, anche cercatore di pelli di coniglio, che, sicuramente, raccoglieva più "canne" che pelli.

Questi personaggi erano, spesso, protagonisti di piccole liti e di scenette che non andavano mai al di là della comicità.

Gestori della Cooperativa furono, per tanti anni, Augusto e la Beppa, due tranquilli coniugi che, per seguire la figlia sposata negli Stati Uniti, volarono oltre Oceano e là rimasero a lungo, anzi la Beppa per sempre.

Anche Gigi se ne andò deportato in Germania e la sua esuberanza si spense in un lager nazista: perché i lager sono esistiti.


Da "Gente del Ponte", edito dalla biblioteca Rilliana di Poppi, 1997, pp.19-20.


Per andare al macello dovevo invece attraversare tutto il paese, lungo via Roma, arrivare in Piazza Garibaldi, attraversarla e proprio all'angolo su via Roma mi trovavo di fronte a un grande banco di marmo, alto due metri da terra!, con sopra la Càtera. Non ho mai visto un bancone di macellaio così monumentale. Tita parla di "donnino", io che la Catera l'ho sempre e solo vista sulla sommità di quel trono l'ho sempre pensata alta e robusta. Statua del Bernini. Tita qui è una sua buona allieva.


La Càtera del macello


Su un banco di marmo molto alto, una specie di pulpito, troneggiava un donnino dal volto ossuto e con due occhi chiari molto vivi: era la Caterina dal nobile casato Della Rovere, sposata Ceccarelli, comunemente conosciuta come "la Càtera del macello". Discendente forse da qualche antenato condottiero, rivelava un carattere manageriale, non inesistente, seppure raro, nelle donne di quel tempo.

Di lassù, dov'era collocata nel suo ruolo di macellaia, distribuiva "i pezzi della bestia" di cui era espertissima e, donna generosa e comprensiva di certe precarie situazioni familiari, vendeva (e talvolta regalava) il tanto richiesto "cintelllino per fare un po' di brodo" a prezzo stracciato.

Mentre sceglieva, tagliava, incartava, tra lei e i clienti si svolgeva una conversazione i cui argomenti erano le malattie, il lavoro, gli avvenimenti di cronaca nazionale e paesana.

Se veniva a conoscenza di qualche problema che angustiava le sue clienti, la Càtera si prodigava in suggerimenti e consigli: la parola facile, la grande esperienza di vita, unitamente al suo senso dell'umorismo, alle battute spiritose ispiravano fiducia e infondevano coraggio.

Da quella sua apparente fragilità si sprigionava un grande vigore di carattere e molta determinazione uniti a una bella intelligenza. Dal suo pulpito dirigeva tutto il movimento di un'azienda che comprendeva varie operazioni e richiedeva mente sveglia e occhio attento. Non era sola, anzi nel marito, valente macellaio, e nel figlio aveva un valido sostegno, ma il ruolo di dirigente in prima era il suo. E i suoi dipendenti? Erano tre: Giulio, Boba e Flok.

Giulio Della Rovere, fratello della Càtera, non aveva la grinta del suo omonimo, papa famoso: carraio di mestiere, era molto presente nel macello; si vedeva, ma non si sentiva perché parco di parole, discreto, rispettoso, carattere mite che si manifestava nello sguardo. Boba, dalla grossa mandibola e dallo sguardo indefinibile, lo ricordiamo in due versioni: il fiero fascista in grigioverde, fez nero e moschetto e il garzone nel lavoro al macello sempre seguito dal fedelissimo Flok.

Quante volte vedemmo Boba e Flok nel piazzone camminare insieme come due amici affezionati! Il nero mastino sosteneva con i denti una grossa sporta che conteneva diversi "fagotti" di carne e si dirigeva poi, con una precisione incredibile, a domicilio dei clienti.

Al Ponte fu aperto un altro macello ma ebbe vita breve perché, per noi, "macello" significava Càtera, cioè un'istituzione del paese.  (c.s. p.21)

Appendice storico-musicale


"Il Vecchio e il Bambino" di F.Guccini


Il vecchio e il bambino Un vecchio e un bambino Si preser per mano E andarono insieme incontro alla sera La polvere rossa si alzava lontano E il sole brillava di luce non vera L'immensa pianura sembrava arrivare Fin dove l'occhio di un uomo Poteva guardare E tutto d'intorno Non c'era nessuno Solo il treto contorno di torri di fumo I due camminavano, il giorno cadeva Il vecchio parlava e, piano piangeva Con l'anima assente, con gli occhi bagnati Seguiva il ricordo di miti passati I vecchi subiscono l'ingiuria degli anni Non sanno distinguere il vero dai sogni I vecchi non sanno nel loro pensiero Distinguer nei sogni il falso dal vero E il vecchio diceva, guardando lontano Immagina questo coperto di grano Immagina i frutti, immagina i fiori E pensa alle voci e pensa ai colori E in questa pianura fin dove si perde Crescevano gli alberi e tutto era verde Cadeva la pioggia, segnalavano i soli Il ritmo dell'uomo e delle stagioni Il bimbo ristette Lo sguardo era triste E gli occhi guardavano cose mai viste E poi disse al vecchio, con voce sognante E mi piaccion le fiabe Raccontane altre

Guccini


Ascolta la canzone qui


 

mercoledì 28 gennaio 2009

Spoil Hill

28 gennaio

giornata della memoria dimenticata



Dove sono i 19 milioni di comunisti russi morti per liberare Auschwitz il 27 gennaio 1944?

Dove sono i 500.000 rom finiti, per discriminazione raziale, nei forni crematori dei 500 lager nazisti sparsi per ogni dove nell'Europa centro orientale?

Dove sono i 6 milioni di non ebrei passati insieme a questi per il camino dei forni crematori di

 BELZEC (1942)  

BERGEN BELSEN (1943)   BOLZANO (1944)  

 BORGO SAN DALMAZZO (1943)  

 BUCHENWALD (1937)

 CHELMNO (1941

 DACHAU (1933) 

 DORA MITTELBAU (1943)  

 DRANCY (1939)  

 ESTERWEGEN (1943)  

 FLOSSENBURG (1938)  

FOSSOLI (1942) 

GROSS ROSEN (1940) 

MAJDANEK (1941) 

MAUTHAUSEN (1938) 

NATZWEILER (1941) 

NEUENGAMME (1938) 

 RAVENSBRUCK (1938) 

RISIERA DI SAN SABBA (1943) 

SACHSENHAUSEN (1936) 

SOBIBOR (1942) 

STUTTHOF (1939) 

TREBLINKA (1942) 
?


Dove sono gli anarchici spagnoli fuggiti in Francia, catturati dai francesi di Vichy, consegnati ai nazisti, mandati a costruire il lager fortezza di Mauthausen, in aiuto ai dissidenti austriaci?

Dove sono i dissidenti tedeschi mandati a inaugurare il primo lager - modello di tutti quelli che seguirono - di Dachau?

Dove sono quel milione di tedeschi antifascisti eliminati in Germania per l'opposizione al regime Hitleriano?

Dove sono i triangoli rossi dei prigionieri politici, i triangoli rosa degli omosessuali, viola degli zingari, arancioni dei testimoni di Geova, neri degli asociali, azzurri degli apolidi...?

Dove sono Mario Scaffei, Alberto Ducci partiti da S.Maria Novella i primi di marzo del 44 col quel treno per Mauthausen, Gusen, Ebensee insieme a tanti toscani che avevano scioperato contro l'occupazione nazifascista della Toscana?

Dov'è Sergio Rusic, catturato dai tedeschi in Yugoslavia, deportato a Flossemburg, sopravvissuto per venire a Firenze,  maestro elementare e maestro di vita, in mezzo a noi testimone infaticabile?

Dov’è Mario Piccioli? No, lui è ancora qui e ho il piacere di incontrarlo spesso nelle vie fiorite dell’Isolotto. Conosciuto nei pulman che ai primi di maggio partono ogni anno dalle scuole di Firenze e Toscana, direzione Monaco, Dachau, Salisburgo, Linz, Mauthausen, Gusen, Ebensee. Lunga vita a Mario.


 Tutti – anche Mario in maniera figurata - giacciono sulla collina di Spoil Hill.

Ma dov'è la collina di Spoil Hill? La collina della discarica?

E' quella coperta da una coltre di fosforo bianco. Cercala là sotto.


Ti può aiutare anche la CBSNEWS americana.

venerdì 3 ottobre 2008

Damasco

Dimashq دمشق detta: La Città Fragrante


 


 Damasco è la capitale della Siria, si trova sulle pendici della catena chiamata Antilibano. È un fiorente centro di molte attività commerciali, agricole e tessili tra cui anche quelle tradizionali di tappeti, armi lavorate e damaschi, favolosi tessuti di seta particolarmente famosi. Si stima abitata da una popolazione vicina ad 1.400.000 abitanti.


Damasco è una tra le città più antiche del mondo, con una durata abitativa che si perde nei millenni.

Capitale aramaica intorno al 1000 a.C., durante il corso dei secoli ha visto il passaggio di molti eserciti e di molte dominazioni come quella assira, babilonese, persiana e romana.


Nel 653 d.C. fu presa dall’esercito musulmano e successivamente, dal 661 al 750 d.C., divenne capitale dell’impero islamico sotto la dinastia omayyade. Questo fu il periodo di massimo splendore di Damasco, infatti con lo spostamento della capitale a Baghdad iniziò per lei un lento ma inesorabile declino economico e politico arrestato solamente in periodo ayyubide e mamelucco durante il medioevo. Più recentemente Damasco è stata sotto il protettorato francese.


Piace molto anche agli States e Israele. Anche S.Paolo ci batté la testa.

sabato 20 settembre 2008

Fratelli d'Italia

Heimat


Sant'Angelo di Brolo è un comunello di quattromila abitanti nell'interno della provincia di Messina e il miglior modo di arrivarci è, o almeno era una volta, la motocicletta; e precisamente la Bianchi 125 su cui mio padre, molti anni fa, andava a raggiungere la scuola di montagna dove insegnava, con me bambino accovacciato sul serbatoio e alberi e fiori che sfilavano allegri ai margini della trazzera. Il paese, che allora era molto povero, era composto quasi esclusivamente di bambini e donne, la maggior parte degli uomini essendo a quell'epoca emigrati in Belgio, in Germania o al nord; mandavano, ogni mese, quasi tutta la paga nelle "librette" delle famiglie rimaste a casa e per questo inghiottivano molti duri bocconi dai tedeschi, dai belgi, dai "non si affitta a meridionali".


E' uno dei posti del mondo a cui voglio bene. L'ho rivisto per caso l'altro giorno, alla tivvù. Niente di straordinario, per fortuna: era solo il tiggì regionale e non era una notizia d'importanza. Pare che le autorità abbiano deciso di mettere da quelle parti un campo provvisorio per emigranti (algerini, tunisini, neri, gente sopravvissuta a stento al mare estivo e ai suoi annegamenti). E, siccome anche Sant'Angelo di Brolo ormai avrà pure lui i suoi bravi fascisti, qualcuno ha organizzato una piccola manifestazione contro gli emigranti. "Non li vogliamo qui!", "Fuori da casa nostra!", "Via gli stranieri!".


I cartelli e le grida (queste ultime non troppo forti, da razzisti alle prime armi) erano quelli regolamentari, e così pure le interviste che i giornalisti del Ministero andavano prendendo in giro. La gente, davanti al microfono, parlava con timidezza, un po' per la non-abitudine, un po' per la vecchia buona educazione montanara; ma insomma, sia pure senza gridare, diceva quel si voleva che dicesse. Solo qualcuno, fra i giovani, cercava di fare la faccia feroce, ma senza riuscirci poi tanto. Il tiggì andava, e io rivedevo la moto di mio padre, e i santangiolesi di allora, e quella povera scuola degli anni Cinquanta.


Dal blog diRiccardo Orioles

venerdì 16 maggio 2008

La paura

Promessi Sposi

CAPITOLO XXXII


L'altro caso (e seguì il giorno dopo) fu ugualmente strano, ma non ugualmente funesto. Tre giovani compagni francesi, un letterato, un pittore, un meccanico, venuti per veder l'Italia, per istudiarvi le antichità, e per cercarvi occasion di guadagno, s'erano accostati a non so qual parte esterna del duomo, e stavan lì guardando attentamente. Uno che passava, li vede e si ferma; gli accenna a un altro, ad altri che arrivano: si formò un crocchio, a guardare, a tener d'occhio coloro, che il vestiario, la capigliatura, le bisacce, accusavano di stranieri e, quel ch'era peggio, di francesi. Come per accertarsi ch'era marmo, stesero essi la mano a toccare. Bastò. Furono circondati, afferrati, malmenati, spinti, a furia di percosse, alle carceri. Per buona sorte, il palazzo di giustizia è poco lontano dal duomo; e, per una sorte ancor più felice, furon trovati innocenti, e rilasciati.


Né tali cose accadevan soltanto in città: la frenesia s'era propagata come il contagio. Il viandante che fosse incontrato da de' contadini, fuor della strada maestra, o che in quella si dondolasse a guardar in qua e in là, o si buttasse giù per riposarsi; lo sconosciuto a cui si trovasse qualcosa di strano, di sospetto nel volto, nel vestito, erano untori: al primo avviso di chi si fosse, al grido d'un ragazzo, si sonava a martello, s'accorreva; gl'infelici eran tempestati di pietre, o, presi, venivan menati, a furia di popolo, in prigione. Così il Ripamonti medesimo. E la prigione, fino a un certo tempo, era un porto di salvamento.


...Tre giorni furono spesi in preparativi: l'undici di giugno, ch'era il giorno stabilito, la processione uscì, sull'alba, dal duomo. Andava dinanzi una lunga schiera di popolo, donne la più parte, coperte il volto d'ampi zendali, molte scalze, e vestite di sacco. Venivan poi l'arti, precedute da' loro gonfaloni, le confraternite, in abiti vari di forme e di colori; poi le fraterie, poi il clero secolare, ognuno con l'insegne del grado, e con una candela o un torcetto in mano. Nel mezzo, tra il chiarore di più fitti lumi, tra un rumor più alto di canti, sotto un ricco baldacchino, s'avanzava la cassa, portata da quattro canonici, parati in gran pompa, che si cambiavano ogni tanto. Dai cristalli traspariva il venerato cadavere, vestito di splendidi abiti pontificali, e mitrato il teschio; e nelle forme mutilate e scomposte, si poteva ancora distinguere qualche vestigio dell'antico sembiante, quale lo rappresentano l'immagini, quale alcuni si ricordavan d'averlo visto e onorato in vita. Dietro la spoglia del morto pastore (dice il Ripamonti, da cui principalmente prendiamo questa descrizione), e vicino a lui, come di meriti e di sangue e di dignità, così ora anche di persona, veniva l'arcivescovo Federigo. Seguiva l'altra parte del clero; poi i magistrati, con gli abiti di maggior cerimonia; poi i nobili, quali vestiti sfarzosamente, come a dimostrazione solenne di culto, quali, in segno di penitenza, abbrunati, o scalzi e incappati, con la buffa sul viso; tutti con torcetti. Finalmente una coda d'altro popolo misto.


...La processione passò per tutti i quartieri della città: a ognuno di que' crocicchi, o piazzette, dove le strade principali sboccan ne' borghi, e che allora serbavano l'antico nome di carrobi, ora rimasto a uno solo, si faceva una fermata, posando la cassa accanto alla croce che in ognuno era stata eretta da san Carlo, nella peste antecedente, e delle quali alcune sono tuttavia in piedi: di maniera che si tornò in duomo un pezzo dopo il mezzogiorno.


Ed ecco che, il giorno seguente, mentre appunto regnava quella presontuosa fiducia, anzi in molti una fanatica sicurezza che la processione dovesse aver troncata la peste, le morti crebbero, in ogni classe, in ogni parte della città, a un tal eccesso, con un salto così subitaneo, che non ci fu chi non ne vedesse la causa, o l'occasione, nella processione medesima.


Lessico


Gradi della paura


La paura ha differenti gradi di intensità a seconda del soggetto: persone che vivono intensi stati di paura hanno sovente atteggiamenti irrazionali e/o pericolosi. Può essere descritta con termini differenti a seconda del suo grado di intensità:




Terrore


Il terrore è un evidente stato di paura, durante il quale un individuo diventa confuso e viene attanagliato da un senso di elevato pericolo. Questo porta il soggetto a non riconoscere più il "giusto" e l'"errato", portandolo quindi a commettere azioni al di fuori di qualsiasi logica, ma dettate solo dall'istinto. Se esaminiamo il terrore umano e quello animale riscontriamo veramente poche differenze, l'unica differenza sta nel fatto che l'uomo può controllare questo suo stato di paura con ragionamenti logici, mentre l'animale si limita a seguire l'impulso e quindi tenta di difendersi fino alla fine, molto spesso senza riconoscere, nel caso di un animale domestico, neanche il padrone.



Paranoia


Paranoia è un termine per descrivere una psicosi di paura, relativa alla percezione di essere perseguitati. Questa percezione spesso causa il cambiamento del comportamento naturale in modo radicale, dopo un po' di tempo il comportamento dei soggetti affetti può diventare estremamente compulsivo.



Voci correlate



Da Wikipedia

giovedì 21 febbraio 2008

Fiera del libro 2008 (6)

Sahar Khalifah

 Potete ascoltare QUI la puntata di Fahrenheit dedicata all'ultimo libro, Una primavera di fuoco, della scrittrice palestinese Sahar Khalifah.


Trascritto da Georgiamada.  Il suo tag "controfiera": Consiglio a chi legge, ringrazio chi scrive.

sabato 9 febbraio 2008

Fiera del libro 2008 (4)

Un altro muro apartheid








Più di duecentomila persone vivono oggi in questo territorio arido a una decina di chilometri da Tindouf, su un altopiano desertico, la Hammada, qui di giorno la temperatura può arrivare a 50 gradi, la notte scendere fino allo zero.


Una vita precaria, originata da una situazione di emergenza, che è finita negli anni col diventare stabile. Ma i Saharawi si sono adattati a queste dure condizioni solo perché credono nel ritorno allo propria terra che infine gli sarà restituita.


 Il diritto al ritorno

Il diritto al ritorno è celebrato ogni anno il 27 febbraio, nella data in cui oltre trenta anni fa fu proclamata la RASD, la Repubblica Araba Democratica Saharawi, quel giorno è diventato la vera festa nazionale di un popolo di rifugiati: la sede della celebrazioni è Tifariti a circa 400 chilometri dai campi profughi di Tindouf. Per raggiungere quell' avamposto nella sabbia si mettono in marcia a migliaia. Una carovana di centinaia di fuoristrada, il viaggio da Tindouf a tifariti dura un'intera giornata.


Per saperne di più clicca sulla prima foto.


Ammesso al concorso "Il muro più bello" della prossima Fiera del libro di Torino.


Ho ricevuto una email a firma Rolando Picchioni nella quale si precisa che la dicitura "muro più bello" fa torto a una qualità che è importantissima nei moderni concorsi miss e mister: l'intelligenza. Invito accolto. Il titolo del concorso sarà "Mister Muro Apartheid" presso la Fiera del libro di Torino 2008.


Naturalmente la firma è uno pseudonimo d'un buontempone d'ingegno che scherza con

Rolando Picchioni (Como, 21 maggio 1936) è un politico italiano, attualmente presidente della Fondazione per il libro, la musica e la cultura, che gestisce la parte culturale della Fiera internazionale del libro di Torino e altre iniziative.

giovedì 7 febbraio 2008

Fiera del libro 2008 (3)

La Sindrome di Auschwitz


 


La sindrome di Stoccolma è una condizione psicologica nella quale una persona vittima di un sequestro può manifestare sentimenti positivi (in alcuni casi anche fino all'innamoramento) nei confronti del proprio rapitore.

Viene talvolta citata anche in riferimento ad altre situazioni simili, quali le violenze sulle donne o gli abusi sui minori e tra i sopravvissuti dei campi di concentramento. (1)


Da Wikipedia



Tavola rotonda a cura della SPI Società Psicoanalitica Italiana.


Partecipa Israel Shamir. All'inizio della manifestazione viene letto un suo racconto:



LO "STATO" MENTALE


 I ripidi pendii del Wadi Keziv della Galilea occidentale sono tappezzati dalle brevi quercie locali e da ricciuti cespugli. Nelle valli, gli oleandri ed i cipressi si specchiano nelle pozze generate dalle sue cascate. Mi piace questo canyon racchiuso. Nei caldi giorni estivi, ci si puo' nascondere nelle sue profonde, intricate caverne e sguazzare nelle limpide acque fresche, aspettando un cervo e sperando di vedere una ninfa. Nei giorni piu' freddi, ci si puo' arrampicare su di un ripido sperone, chiamato Qurnain, il Corno, in arabo: da qui il nome arabo di Wadi Keziv, Wadi Qurnain. Al di sopra dello spur, il castello crociato di Monfort si innalza e scruta verso il distante Mar Mediterraneo.

 

Questo posto contiene molte memorie. I sionisti del 12esimo secolo, i Cavalieri Teutonici di Santa Maria, fortificarono il castello al di sopra dello sperone e lo chiamarono Starkenberg, il Monte della Potenza. Ne' il nome ne' la sua posizione inaccesibile furono d'aiuto: essi furono sconfitti da Saladino, il simbolo arabo del valore e della compassione, che permise loro di ripartire con armi ed onore alla volta dell'Europa orientale.


Il sentiero in pietra che conduce alla cascata e' stato descritto in maniera incantevole in Arabesque, una squisita novella dello scrittore palestinese Anton Shammas. Shammas, nato a Fassuta, nei dintorni, e' probabilmente l'unico non-ebreo al mondo ad avere scritto libri e poesie in ebraico.


Piu' ad occidente, il ruscello di Keziv si getta nel mare presso le rovine di az-Ziv, il villaggio cristiano palestinese distrutto dagli ebrei nel 1948. In questo villaggio, nei lontani anni '20, una ragazzina palestinese fu visitata da un'altra donna palestinese, la Vergine. In altre parole, e' il tipico luogo dell'insolita terra di Palestina.


...verso la pianura di Akka, mi sono imbattuto in una presenza umana. C'erano alcuni contadini thailandesi e cinesi che lavoravano i campi di un kibbutz locale. Un kibbutznik di mezza eta' osserva il lavoro seduto all'ombra. Mi avvicino giusto per un sorso d'acqua fresca ed una fumatina.


E' il prototipo del buon ebreo, grosso, bruciato dal sole, sorriso amichevole sotto baffi a cespuglio e parlata brusca. Cinquant'anni fa, lui, o forse il suo predecessore, uno delle Storm Troopers ebraiche, la Palmach, rubo' le terre di az-Ziv e deporto' in Libano i contadini che vi abitavano. Trent'anni fa, lavorava con le sue mani quella terra rubata. Ora guarda i thailandesi lavorarla. Molto presto, mi dice, andra' a New York, a trovare suo figlio, un web designer. Mentre sara' via, alcuni russi della citta' di Maalot andranno a controllare il lavoro dei contadini asiatici nel kibbutz. Nessun ebreo prova interesse nel lavorare la terra, e neanche nel guardare i thailandesi lavorarla, mi dice. Il kibbutz spera di ottenere un permesso per costruire, costruire case per venderle. E' un buon posto, dice, tra Naharia e Akka.


Gli stringo la mano, augurandogli buon viaggio, e saluto lui, i thailandesi sudati, i campi verdi, le montagne del Libano a nord, che contengono i campi profughi in cui sono finiti gli abitanti originari di az-Ziv, le montagne della Galilea ad est, che contengono la citta' "russa" di Maalot.

...

Il racconto per intero qui.


Letture per le scuole (a cura delle  Sorelle del Baby Hospital di Betlemme)




Betlemme


Il percorso del muro e` stato tracciato con estrema “intelligenza” e attenzione:  non solo si insinua tra le case, ma anche tra i  terreni in modo da ritagliare quanto piu` e` possibile della zona verde, togliendola al Territorio Palestinese, e tutto cio` come se fosse la cosa piu` ovvia. Il percorso del muro fa attenzione ad includere nella parte israeliana anche le sorgenti d’acqua del Territorio Palestinese, per destinarle ai  nuovi insediamenti che stanno invadendo dovunque le alture che circondano Betlemme, generalmente le zone piu` belle e piu` verdi.


La domenica mattina e` uno dei giorni piu` interessanti per vedere in che cosa consiste  l’umiliazione palestinese e la vendita della propria dignita` per  mendicare a Israele un po’ di lavoro e di pane quotidiano; la fila di coloro che attendono di varcare il check point comincia alle 4 del mattino: persone, anche anziane, in piedi per ore, con il loro misero sacchetto nero di plastica con dentro un po’ di cibo, esposti alle intemperie, incanalati pazientemente verso i controlli.  E questi sono i pochi “fortunati” che ricevono il permesso di uscire da Betlemme per lavoro.




Le lacrime di Jamil


La costruzione del muro ha causato la perdita e la distruzione di molte proprieta` degli abitanti di Betlemme, come in tutta la Palestina. Tra le molte, dolorose storie con cui veniamo a contatto, ci colpisce quella di Jamil.


Conosciamo da tempo Jamil, un uomo mite e semplice, che trascorreva la gran parte della giornata nel suo  cafe` shop[1], un piccolo locale privo di molti conforts, ma tutto suo, in un edificio a fianco della tomba di Rachele, vicino al nostro ospedale, un luogo altamente strategico, al confine tra Israele e Palestina.  In questi ultimi anni i suoi clienti erano diventati rari, ma il locale era ugualmente tanto importante per lui, e costituiva una specie di simbolo, un baluardo.  E baluardo lo era davvero per Jamil.  Lui sapeva, (o non lo voleva sapere) , e tutti sapevamo,  che prima o poi sarebbe stato privato del suo piccolo “regno” , incluso l’appezzamento di terra circostante, come stava avvenendo alle varie proprieta` palestinesi nella zona della tomba di Rachele, all’entrata di Betlemme[2].


 Ma la sua era la terra di famiglia, dei suoi padri, parte essenziale della sua vita e futuro per i suoi figli, e l’avrebbe difesa e custodita fino in fondo. Comincio` la costruzione del muro a Betlemme, e sempre piu` appariva chiaro quale sarebbe stato il suo percorso. I blocchi di cemento avevano gia` invaso Betlemme, ma Jamil rimaneva impavido al suo posto di lavoro, fedelissimo e puntuale, anche senza clienti, che ormai cominciavano a dileguarsi per paura.


Le autorita` Israeliane volevano quella terra, ma Jamil resisteva, fino ad andare in tribunale.


Gli offrirono denaro in abbondanza purche` cedesse i suoi beni cosi` preziosi. E poiche`, vendendo la sua terra ad Israele, Jamil avrebbe rischiato pelle e onore di fronte alla Palestina, gli avrebbero anche assicurato vita tranquilla in un altro Paese.


Jamil rifiuto` ogni offerta, per amore della sua terra, per onore, per paura per la sua vita, per i suoi figli, convinto che l’onore di difendere la sua terra vale mille volte di piu` di una montagna di denaro.  


 Il muro raggiunse infine il  cafe` shop di Jamil e lo avvolse anch’esso nelle sue anse grigie,  vi aggiunsero un cancello imponente e lo chiusero velocemente, e pure una torretta di colore grigio, con la permanente presenza di soldati a vigilare su  Rachele e sui Palestinesi. Il piccolo regno di Jamil spari` all’interno del muro, ingoiato per sempre insieme al piccolo appezzamento di terra.  


 Ancora oggi, Jamil lascia la sua casa al mattino e raggiunge il muro. A volte qualche soldato pietoso apre per lui il  cancello grigio, e lo fa entrare – fino a quando sara` possibile -  in quello che “era” il suo cafe` shop, e lui rimane li` alcune ore, in compagnia delle cose che un tempo erano la sua vita quotidiana e tutto il suo mondo. Se nessuno gli apre,  se ne torna a casa.


Jamil piange quando racconta la sua storia, il suo sguardo suscita tenerezza e ancora una volta non gli togliamo la speranza che, chi lo sa, magari un giorno la vita ritornera` felice e semplice come un tempo…. (le sorelle del Baby hospital)



(1) Esistono anche la

Sindrome del cuore di pietra 

Tal insieme di segni clinici colpisce i pazienti nella fase dopo aver sostenuto un’ operazione chirurgica, con caratteristica ipertrofia ventricolare sinistra


La sindrome di Gerusalemme

E' simile a quella di Stendhal ma si rapporta all'ambito religioso. Consiste nella manifestazione improvvisa, da parte del visitatore della città di Gerusalemme, di appassionati sentimenti religiosi e di un impulso a proferire espressioni visionarie.

sabato 26 gennaio 2008

Paranal, l'isola di pietra


Leonardo Vanzi  (clicca per ingrandire)


Paranal, l'isola di pietra nel deserto di Atacama

Il capitano è un vecchio lupo di mare... o di cielo a seconda dell'occasione.

Vecchio non lo è per niente a dire la verità, testa pelata ed uno sguardo che ti inchioda. La voce profonda non lascia spazio a repliche.

Lo trovo verso il tramonto con gli occhi puntati verso l'orizzonte sulla piattaforma, alcuni la chiamano ponte, in ogni caso fa poca differenza.

Da quassù lo sguardo arriva lontano, fino al vulcano Llullallaco a più di 120 km di distanza verso la cordigliera delle Ande, oppure su in alto a migliaia di anni luce. Il mare invece è giù in basso, sotto di noi, non lo vediamo; a quest'ora è coperto dalla camanchaca, la nebbia che, sollevandosi dall'oceano, si accumula durante il giorno e sotto la quale sopravvive la poca vegetazione della costa.

Quassù invece, 2800 metri più in alto, sul Cerro Paranal, di vegetazione non se ne parla. L'unico fiore che spunta da queste parti è l'ombra della pietra! non lo dico io, lo dice Rivera-Letelier, lo scrittore della pampa. E, a proposito di ombre, quella della montagna su cui ci troviamo si allunga sul deserto e corre veloce verso le Ande insieme agli ultimi raggi del sole che colorano di rosso il paesaggio marziano.


Ci salutiamo, il direttore dell'osservatorio ed io e guardiamo il sole scomparire. E' greco, figuriamoci!, e porta il nome di un antico navigatore.

Non ci potrebbe essere combinazione più propizia, insieme alla geografia del luogo, per farci sentire su di un'isola. Niente raggio verde per stasera. La luna è una falce sottile.

Nella luce del crepuscolo cominciamo a cercare le prime stelle. La vedi quella che compare per prima proprio vicino alla luna? Si la vedo, è il pianeta Giove.

I quattro giganti sono lì accanto a noi, li conosce come le sue tasche il direttore-capitano, perché è arrivato qui prima di loro e li ha visti nascere.

Io a quell'epoca navigavo in altre acque, comunque non lontano da qui. Si chiamano Antu, Kueyen, Melipal e Yepun. I nomi in lingua Mapuche (la tuttora indomita popolazione nativa del Cile) del sole, la luna, la Croce del sud e la stella Sirio rispettivamente.

Sono i telescopi dell'European Southern Observatory, l'organizzazione europea che ha costruito in Cile l'osservatorio astronomico più grande del mondo. Ciascun telescopio è un gigantesco obiettivo di più di 8 metri di diametro attaccato ad una grande camera digitale o a uno strumento più complesso per osservare il cielo.

Pesano 400 tonnellate ciascuno e si muovono con la precisione di un orologio svizzero. Devono raccogliere gli scarsi fotoni che ci arrivano dai confini dell'universo e che portano con sé preziose informazioni: ci parlano dell'inizio del mondo, delle origini della vita.

Mi riunisco con i colleghi, non nella cabina di prua, anche se a me piacerebbe, ci vediamo invece nella sala di controllo dei telescopi. La rotta da seguire è fin troppo chiara, così come la notte del deserto. Puntiamo dritti verso alcune regioni di formazione stellare nelle Nubi di Magellano e poi di li ci muoveremo verso due galassie ad alto redshift (*), lontane milioni di anni luce. Non le raggiungeremo di persona, naturalmente, ma solo con lo sguardo grazie ai potenti telescopi.

Nella sala di controllo ronzano i computer davanti ai quali lavoriamo e attraverso i quali controlliamo gli strumenti, le osservazioni e riceviamo i dati e le immagini elettroniche. Ma un'occhiata al cielo è irrinunciabile.

Esco di nuovo nella notte, come un marinaio o un pescatore di un tempo, a scrutare il cielo. La luna nel frattempo è tramontata e mi avvolge l'oscurità.

Qui le stelle non ci provano neppure a scintillare! L'atmosfera è troppo tersa e rarefatta. La Via Lattea è una striscia luminosa su in alto, allo zenit, attraversata da macchie scure. Cerco le stelle note, nella Croce del Sud, il Centauro, il Sagittario, lo Scorpione. Mi abituo alla oscurità e vedo le montagne lontane contro il cielo stellato, l'oceano, tutto intorno buio, quasi fossi davvero un navigante in mezzo al mare. Immagini non troppo lontane affiorano dalla memoria, la "mia" Isola lontana, immersa nel Mediterraneo.

Quando il vento soffia forte da nord fischiando fra i telescopi mi vengono in mente quelle notti di maestrale in cui ti svegli per le persiane che sbattono, esci fuori e senti quel magnifico profumo di mare e di macchia mediterranea. Se piovesse sarebbe bellissimo! Anche qui quando è piovuto è stato bellissimo. Una pioggia breve ed intensa. Era fine agosto, la fine dell'inverno australe, e sono bastate quelle poche ore di pioggia a popolare il deserto di piccoli fiori rosa che hanno resistito al sole nei mesi successivi. Una cosa così succede ogni dieci anni da queste parti e non passa inosservata.

Viviamo qui, come su un'isola o su una nave. A volte non manca niente, altre tutto! Ci sono Internet ed il telefono attraverso il collegamento satellitare, eppure le notizie arrivano rarefatte ed il mondo appare lontanissimo.

E quando scende la notte a volte ti senti solo e lontano, come in mare. Allora apri la cupola e ti metti al lavoro per non pensare e per scacciare la nostalgia di casa. E' come partire nell'oscurità e buttare giù le reti. Peschiamo fotoni, ovvero la luce proveniente da mondi infinitamente lontani. Le ore passano lente fino al mattino quando andiamo a dormire, per poi ricominciare la notte successiva.

Cosi, notte dopo notte, raccogliamo piccoli pezzi di informazione che cerchiamo poi di mettere insieme per conoscere quelle stelle, quei pianeti e quelle galassie lontane. Per capire come è nato e come finirà tutto, insomma un po' per capire da dove veniamo e dove andiamo!

Dormiamo di giorno in un grande edificio sommerso, dello stesso colore della terra e che si affaccia sull'Oceano Pacifico. All'interno un rigoglioso giardino artificiale, gli uffici, la biblioteca, il cinema, la piscina. Siamo su un'isola, un'isola nel deserto.

L'acqua la facciamo venire in camion da Antofagasta, la città più vicina, con un viaggio di più di tre ore, come si faceva e forse si fa ancora sulle isole più piccole e lontane, e così tutto il resto, tranne l'elettricità che produciamo qui.

La chiamo la "mia" isola, ma non e' nel suo carattere nè nel suo stile appartenere ad alcuno. Ho solo avuto la fortuna di esserne ospite durante sempre troppo brevi soggiorni, ed è proprio come qui. Lontana, dura, a volte perfino inospitale e un po' rude, di poche ma intense parole, di pochi ma intensi attimi. E' la mia dimensione, ci sbarco e mi sento subito a casa e quando dalla nave ne vedo allontanarsi il profilo penso solo a tornare. Così, se un giorno smetterò di fare l'astronomo e lascerò questo posto, credo che potrò solo vivere là.



Il racconto lo trovi pubblicato nel periodico mensile "L'isola"


 (*) Redshift


Fenomeno riguardante le galassie ed i loro moti di allontanamento. Scoperto da E.Hubble consiste nell'effetto doppler che fa variare lo spettro delle galassie in funzione della loro velocità relativa di allontanamento rispetto al punto di osservazione.

Nota. Racconto letto oggi a tavola con Clara e Marco, i genitori di Leonardo.  Mi sono divertito con internet e l'ipertesto.

Caro Leonardo, spero di venirti a trovare  a Santiago, prima o poi.

Guarda che luna!

lunedì 31 dicembre 2007

Il raggio verde (II)

Controcanto natalizio


 .. il Natale, inteso come nascita verginale di un Dio destinato a salvare l’umanità, ha almeno 5.000 anni. Nel mondo mediterraneo e del Vicino e Medio Oriente si contano a decine gli dei nati da una vergine e in una grotta, uccisi per amore del genere umano e per esso resuscitati. Il mito di Apollo/Dioniso è forse il più bello, crocifisso anche lui. Tutte queste divinità, compreso Gesù, nascono ovviamente in una grotta per il semplice motivo che questa rappresenta evidentemente l’utero femminile: per l’esattezza, l’utero della Madre Terra, divinità primigenia che nel mondo Mediterraneo benché sdradicata col ferro e col sangue è sopravvissuta – o risorta? – in una infinità di simboli. 


... Se Gesù nasce bambino da un vergine e in una grotta, assai più saggiamente il Dio etrusco nasce da un’ara e già adulto, evitando così l’amarezza di una Madonna che – ufficialmente – non godrà mai le gioie del sesso e l’umiliazione di un Giuseppe padre putativo, cioè non carnale, con tutto ciò che di assurdo, misogino, maschilista e castrante questo comporta nella religione ed educazione cristiana, cattolica in particolare.


...Ma torniamo al Natale del 25 dicembre. Dopo il solstizio d’inverno del 21 dicembre, giorno in cui cioè il sole raggiunge il punto più basso dell’orizzonte, a un occhio non dotato di telescopi quale era quello degli antichi il sole pare stia fermo in quel punto per tre giorni di fila prima di rimettersi a risalire sull’orizzonte inaugurando così un nuovo ciclo dell’anno solare, astronomico. Prima cioè di “nascere”. O meglio: “rinascere”. 21 più 3 fa 24, ed ecco che alla mezzanotte del giorno 24 inizia il fatidico 25, giorno del Natale, cioè della nascita anche di Gesù Cristo oltre che di uno stuolo di altre divinità benefiche o salvatrici del genere umano. In pratica, il Natale non è altro che la nascita dell’anno nuovo, anche astronomicamente parlando, come prova la tradizione della messa di mezzanotte: a nascere a mezzanotte non è infatti certo Gesù, che nessuno sa in che giorno sia nato e tanto meno a che ora, a nascere è invece il nuovo giorno, 25 dicembre, che in questo caso come abbiamo visto è l’inizio del nuovo anno astronomico perché il sole prende a rialzarsi sull’orizzonte. Analogamente, la Pasqua non è altro che la “resurrezione” della Natura con la primavera, tant’è che la Pasqua è fissata con un criterio astronomico e non ha una data fissa del calendario. Da notare che già prima della nascita di Cristo si usava sotterrare uova nel periodo pasquale, essendo l’uovo l’allegoria del seme della vita, al punto che “l’Uovo cosmico” era in antichità il principio dell’Universo intero.


... Gli antichi romani dell’epoca di Gesù e successiva chiudevano l’anno facendo bagordi per molti giorni con le feste dei Saturnalia, esattamente come si usa fare oggi a dicembre e con la stessa frenesia di acquisti, regali e mangiare e bere in modo molto superiore al normale. In particolare, per un bel pezzo e fino all’epoca costantiniana il 25 dicembre era il “dies natalis Solis Invicti”, cioè il giorno del “sole non vinto”, non vinto perché – appunto – ricominciava a sollevarsi dalla sconfitta di essere finito nel punto più basso dell’orizzonte e a “nascere” per il nuovo anno solare.


...Sol Invictus, “Sole Invitto”, o per esteso, Deus Sol Invictus, “Dio Sole Invitto”, era l’appellativo religioso di tre diverse divinità nel tardo impero romano, vale a dire di Eliogabalo, Mitra e Sol.  Il culto del Sol Invicuts era molto diffuso in tutto l’impero romano... A Roma il culto acquisì importanza con l’imperatore Eliogabalo (Elio significa appunto Sole), che volle imporre il culto di Elagabalus Sol Invictus, il Dio-Bolide solare di Emesa, la sua città nativa in Siria. Eliogabalo fece costruire sul Palatino un tempio dedicato alla nuova divinità. Ucciso Eliogabalo nel 222 dopo Cristo, questo culto cessò di essere coltivato a Roma, anche se gli imperatori continuarono ad essere ritratti sulle monete con l’iconografia della corona radiata solare per quasi un secolo. Nel 272 Aureliano riunificò l’impero sconfiggendo Zenobia, regina del regno di Palmira, principale nemica di Roma, grazie all’aiuto provvidenziale della città Stato di Emesa, aiuto provvidenziale: arrivò infatti proprio nel momento in cui le milizie romane stavano cedendo. L’appoggio dei sacerdoti di Emesa, cultori del dio Sol Invictus, bendispose l’imperatore che, all’inizio della battaglia decisiva, disse di aver avuto la visione benaugurante del dio Sole di Emesa. Insomma, Costantino per la battaglia decisiva di ponte Milvio, quella della famosa visione “In hoc signo vinces”, non fa altro che copiare da Aureliano…. Il lato comico è che lo stesso Costantino aveva già avuto la stessa visione in occasione di un’altra battaglia importante, quando era ancora un seguace del dio Sole, anzi ne era il pontefice massimo, cioè il “papa”. Costantino infatti fu Pontifex Maximus del culto del Sole Invitto e raffigurò il Sol Invicuts sulla sua monetazione ufficiale, con l’iscrizione Soli Invicto Comiti, cioè “al compagno Sole Invitto”, definendo quindi il dio come un compagno.


... il culto del Sole era presente in tutte le regioni dell’impero, e, l’adozione del culto del Sol Invictus fu vista da Aureliano come un forte elemento di coesione, a parte i motivi di gratitudine personale, né più e né meno come Costantino farà con il cristianesimo. Si noti che Gesù Cristo verrà definito “il nostro Sole” e rappresentato per un bel pezzo esattamente come il dio Sole e il dio Mitra, cioè con l’aureola solare attorno al capo e alla guida di un cocchio trainato da quattro cavalli.


Anche se il Sol Invictus di Aureliano non era ufficialmente identificato con il dio Mitra, altra divinità importata dall’Oriente, il suo culto richiama molte caratteristiche del mitraismo.


...Dell’origine della credenza della resurrezione converrà parlare a Pasqua, ma è il caso di dire sin da ora che essa nasce nel mondo mediterraneo con il culto egizio di Osiride e Iside. Prima di tale culto le vita nell’Aldilà era appannaggio esclusivo dei faraoni. La democratizzazione della vita eterna e della resurrezione anche per i comuni mortali avviene con il culto di Osiride e Iside, che in pratica anticipa molto dell’iconografia e delle credenze cristiane. Ringrazio la lettrice Ele che ha inviato in un suo commento della puntata precedente del blog il link di un film che cerca di fare chiarezza su tutto ciò, tanto che - pur scusandomi con la lettrice Anita che mi sconsiglia di riportarlo -  credo utile indicare a mia volta il link in questione: http://zeitgeistmovie.com


Insomma, la Sacra Famiglia e Dio non sono altro che la rappresentazione del ciclo naturale delle stagioni e del lavoro umano per trarre nutrimento da essa. La Madonna altri non è che la Madre Terra, e Gesù non è altro che la rappresentazione del fatto che tutto ciò che da essa stagionalmente nasce è destinato a stagionalmente morire per poi nascere nuovamente in un nuovo e sempre rinnovato ciclo di nascita/morte/nascita/morte…… S. Giuseppe non è altri che il lavoro dell’uomo, che per quanto si dia da fare per fecondare la Madre Terra, sia con l’agricoltura che con l’allevamento animale, non ne è mai il fecondatore decisivo perché le leggi della natura, compreso il ciclo delle stagioni, non dipendono da lui. Dio non è altro che il cielo (“Padre nostro che sei nei cieli”), il quale feconda la Dea Madre con la pioggia – simbolo verginale dello sperma – e presiede con il sole alla possibilità stessa di esistenza della vita e con le stelle e le costellazioni allo sviluppo delle vicende umane. E’ infatti credenza millenaria, viva ancora oggi, che le stelle e le costellazioni condizionano la vita e il destino di ogni essere umano.


...(Pino Nicotri)



L'articolo per intero  qui.

giovedì 20 dicembre 2007

Il raggio verde


Natale


Nati il 25 dicembre:


Mitra, Persia. Figlio del sole e sole egli stesso (come dire: figlio di dio e dio egli stesso). 3600 anni fa.


Osiride: Egitto

Viene fatto a pezzi, resuscita, ha un figlio, Horus, da Iside che viene rappresentata così (antico Egitto):





E chiamata "madre di dio"


Talmuz: Babilonia

unico figlio della dea Istar rappresentata con il bimbo in braccio e con una aureola di dodici stelle attorno alla testa.

 

Quetzalcoatl: Messico

Bacab: Yucatan

Huitzilopoctli, dio degli Atzechi

Bacco: Grecia

Adone: Siria.


Il Cenone dei Romani


dal 17 al 24 dicembre chiudevano le scuole e tribunali; ci si scambiava visite e doni, sparivano le classi sociali. Il giorno 24 si concludeva con un grande banchetto illuminato da lumini e candele, con brindisi e scambio di auguri. Il giorno 25 era dedicato al Sole Invicto: il Sole, cioè, che sembra sul punto di essere inghiottito dalle tenebre ma invece risorge e torna a brillare, a scaldare, a riportare la Vita sulla Terra.


Mitra pian piano venne introdotto a Roma. Esso fece talmente presa sulla popolazione, che nel 274 d.C. l’Imperatore Aureliano lo ufficializzò.

Mitra, quando la sua missione salvifica é compiuta, partecipa con i suoi adepti ad un banchetto; dopo aver consumato il pasto come atto sacrificale, il dio sale al cielo su un Carro di Luce, per riunirsi al Padre Sole.

Separati nettamente grazie all’intervento di Mitra il Bene dal Male, la vita sulla Terra sarebbe andata avanti sino al Grande Anno, periodo dell’Apocalisse. Mitra sarebbe allora tornato sulla terra per separare i giusti dai peccatori: ai primi avrebbe offerto la bevanda dell’immortalità, resuscitando anche i loro corpi fisici; i secondi sarebbero stati distrutti dal fuoco. Il culto di Mitra contemplava anche il battesimo


Gesù: Palestina. Last but not least.


Ma perché chiamare "falsi e bugiardi" Mitra, Iside, Talmuz...? Perché perseguitarne i fedeli?  Questo il peccato originale del Cristianesimo, datato quarto secolo, e via per-seguitando.


Buon Natale davvero a tutti.



Dulcis in fundo




Il raggio verde

Nel momento in cui il Sole raggiunge il suo minimo di influssi sulla Terra, quando è stanco e intorpidito, un Raggio Verde parte dal più profondo dell’Universo ed attraversa per un istante la Terra stessa. E’ il Raggio del Puro Spirito, del maggior contatto del Materiale con. . .ciò che sta al di là.



Leggi il Natale di Leonardo.