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domenica 31 ottobre 2010

Il flauto magico

E tutti i gatti miao!











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Ortignano in Casentino, lungo la strada romanica che porta da Ortignano al castello di Fronzola, oggi rudere vetusto e degno di un recupero restaurativo.



mercoledì 29 aprile 2009

Dalla finestra

 

Se hai tempo da perdere, clicca sulla foto  col mouse per muovere le foglie



Vivere vorrei addormentato dentro il dolce rumore della vita.



mercoledi 29 aprile 2009, ore 18


Una giornata tra sole vento nuvole sereno sempre più nuvole bucato asciugato in vénti minuti dai vènti d'una pazza primavera che non riesce a staccarsi dal morso del lungo vero serio nevoso piovoso bellissimo inverno. Sul viale dei bambini pini aceri olmi abeti si scuotono la criniera come cavalli imbizzarriti. L'acero sotto la finestra, scampato alla caduta del grande olmo è il più agitato. Visto da dietro il vetro, mi trasmette, per contrappasso, un senso di sicurezza e pace.  Su Facebook Diletta e Ingrid sono come uccellini tra le foglie spazzate dalle raffiche della primavera della vita.


 Noi l’insueto allor gaudio ravviva


           quando per l’etra liquido si volve


           e per li campi trepidanti il flutto


           polveroso de’ Noti, e quando il carro,


           grave carro di Giove a noi sul capo,


           tonando, il tenebroso aere divide.


           Noi per le balze e le profonde valli


           natar giova tra’ nembi, e noi la vasta


           fuga de’ greggi sbigottiti, o d’alto


           fiume alla dubbia sponda


           il suono e la vittrice ira dell’onda.


           Bello il tuo manto, o divo cielo, e bella


           sei tu, rorida terra.

venerdì 1 agosto 2008

Dante in Casentino VII

Presentazione al castello di Poppi - VII



Video settima scena: "Libero, dritto, sano è tuo arbitrio" - In cielo con Beatrice



 -


Testi:



Ascesa al cielo  p.153-155 del libro


Virgilio incorona Dante "padrone e signore di se stesso".


Sulla cima del Purgatorio ha bevuto alla sorgente dell’oblio:


 La bella donna ne le braccia aprissi;

abbracciommi la testa e mi sommerse

ove convenne ch’io l’acqua inghiottissi.

Indi mi tolse, e bagnato m’offerse

dentro a la danza de le quattro belle;

e ciascuna del braccio mi coperse.

(Purg. XXXI, 100-105)




e subito dopo a quella della buona memoria:


 S’io avessi, lettor, più lungo spazio

da scrivere, i’ pur cantere’ in parte

lo dolce ber che mai non m’avria sazio;

ma perché piene son tutte le carte

ordite a questa cantica seconda,

non mi lascia più ir lo fren de l’arte.

Io ritornai da la santissima onda

rifatto sì come piante novelle

rinovellate di novella fronda,

puro e disposto a salire alle stelle.


(Purg. XXXIII, 136-144)


 Da lassù, dal cielo stellato, mille volte contemplato nelle notti casentinesi splendide e insonni, ora finalmente raggiunto con l’aiuto delle dolcissime verità disvelate via via alla sua mente ormai libera da crucci e risentimenti, le cose assumono le debite proporzioni. Tra i sette pianeti ecco la terra:


Col  viso ritornai per tutte quante

Le sette spere, e vidi questo globo

Tal, ch’io sorrisi del suo vil sembiante;



E tutti e sette mi si dimostraro

Quanto son grandi e quanto son veloci

E come sono in distante riparo.

L’aiuola che ci fa tanto feroci,

volgendom’io con li eterni Gemelli,

tutta m’apparve da’ colli alle foci;

poscia rivolsi gli occhi a li occhi belli.


(Par. XXII, 133 sgg)



Gli attori:

Antonella Natangelo, arpa

Catherine Adoyo

Gabriella Gualtieri

Lola Poggi

Stefano Masetti

Rolando Milleri

Giovanni Terreni

Urbano Cipriani


Riprese, montaggio, compressione Youtube:

Stefano Dei
.


Fine.

 

giovedì 24 luglio 2008

Dante in Casentino III

Presentazione al castello di Poppi - III


Video terza scena: (L’amore tempestoso)


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Testi:




Narratore

Nell’Epistola IV, scritta ai primi del 1307, Dante, di ritorno da una importante ambasceria in Lunigiana, scrive al conte Moroello Malaspina e racconta che, appena giunto sulle rive dell’Arno, gli era apparsa davanti agli occhi una donna e che, malgrado ogni suo sforzo, Amore gli aveva cacciato dalla mente ogni proposito di tenersi lontano dalle donne e dalla poesia amorosa e lo aveva completamente sottomesso alla propria signoria.


 Ero appena uscito dalla corte dove mi era stato possibile vivere in piena libertà, ed avevo posto sicuro ed incauto i piedi presso la corrente del Sarno, quando, ahimè, all’improvviso, non so come, mi apparve una donna, come folgore dall’alto, in tutto per costumi e bellezza conforme alle mie aspettative.O quanto fu il mio stupore a quella apparizione! Ma lo stupore cessò per il terrore del fragore che seguì. Poiché come ai diurni baleni succedono i tuoni, così alla vista della fiamma di questa bellezza, Amore tremendo ed imperioso mi ebbe suo, e feroce come un signore che rientri nelle sue terre dopo un lungo esilio, uccise o sbandì o imprigionò qualsiasi cosa fosse stata a lui contraria dentro di me. Soffocò dunque quel proposito lodevole per cui mi tenevo lontano dalle donne e dai loro canti, e cacciò empiamente come sospette le assidue meditazioni con le quali andavo considerando le cose del cielo e della terra. Infine, perché l’anima mia non potesse più ribellarsi contro di lui, mise in catene il mio libero arbitrio, sicché bisogna ch’io mi volga dove vuole lui e non io.


Amor, da che convien pur ch’io mi doglia

Perché la gente m’oda,

E mostri me d’ogni vertute spento,

Dammi savere a pianger come voglia,

Sì che ‘l duol che si snoda

Portin le mie parole com’io ‘l sento.

Io non posso fuggir ch’ella non vegna

Ne l’immagine mia,

se non come il pensier che la vi mena.

L’anima folle che al suo mal s’ingegna,

com’ella è bella e ria,

così dipinge e forma la sua pena.

Così m’hai concio, Amore, in mezzo l’Alpi,

Ne la valle del fiume

Lungo il qual sempre sopra me se’ forte:

…O montanina mia canzon, tu vai:

Forse vedrai Fiorenza, la mia terra,

Che fuor di sé mi serra,

Vota d’amore e nuda di pietade;

va’ dicendo: “Omai

Non vi può far lo mio fattor più guerra:

Là ond’io vegno una catena il serra

Tal che, se piega vostra crudeltate,

Non ha di ritornar qui libertate.


lunedì 19 maggio 2008

Ivi è Romena - Dante in Casentino.

Presentazione del libro “Ivi è Romena”


 sabato 14 giugno 2008, ore 21

 Questa è la bozza della sceneggiatura che sto preparando per la serata della presentazione che sarà nel cortile interno del castello, che è molto molto suggestivo. Accompagnamento d'arpa, due voci impostate per Dante. Il resto penso si possa fare "a mano" alternandoci nella lettura i presenti in platea. Sicuramente bisognerà sfoltire, perché prima ci saranno le presentazioni della Comunità Montana, con l'illustrazione del programma estivo, poi la relazione "accademica" del prof. Giovanni Cherubini".  I tempi di attenzione vanno, mi dicono, poco oltre i 60 minuti. Ma io, come Narciso, mi sono affezionato a questa specie di autoritratto libresco. Per cui intanto me lo pubblico, a futura memoria.

Io penso di dar la voce al  Narratore.


una donna nelle vesti di Ella Noyes: 

Quando si guarda al Casentino, laggiù in basso, la Valle Chiusa stessa diviene pensiero, memoria. Il passato emerge più vivido del presente ed il corso stesso del fiume diviene il simbolo, l'immagine delle possenti correnti di vita e di passione che un giorno fluirono attraverso la Valle. In giorni di un remoto passato il piccolo spazio circoscritto dai verdi colli, ora così pieno di pace, rinserrò in sé alcune delle più strenue forze della storia d'Italia. La catena di alture irte di castelli, lungo il corso del fiume e le torri di pietra che scrutano dalle balze ogni valle laterale sottostante, rammentano il sistema feudale che in passato dominò l'Italia quando, nel diluvio generale, in cui rimasero sommerse legge ed ordine, dopo la caduta dell'Impero e le successive invasioni del paese, il potere si ritirò sulla cima dei monti e fu impersonato dal braccio armato del barone indipendente.

Il Casentino, tenuto da grandi Conti Palatini, i Guidi che, colla forza delle armi avevano esteso il loro dominio su tutte le vallate più alte dell'Appennino in entrambi i versanti e fino al cuore della Romagna, fu nell'Undicesimo e Dodicesimo secolo la sede di un potere al quale gli ancora deboli e insignificanti comuni confinanti prestavano omaggio ed obbedienza.

Fu questo il periodo in cui la Vallata fu più strettamente collegata con il mondo esterno. Mercanti e viaggiatori frequentavano le montagne e i villaggi, oggi piccoli e modesti, quasi inaccessibili sulle cime pietrose, che erano allora importanti luoghi di passaggio e sui monti si ergevano numerose e grandi abbazie, ridotte oggi a mucchi di rovine perse nella foresta, sui più alti pendii visitati oggi solo da cacciatori, abbazie che furono un tempo centri di rapporti umani e di attività politiche. La Vallata era probabilmente più popolata allora di oggi: dove il principe aveva la sua sede gli uomini si sentivano sicuri e si riunivano.

 

1 quadro    libro p-43

 

 Il bando e la condanna

 

Narratore - Nei primi giorni dell’ottobre 1301 Dante è a Roma, in ambasceria presso Bonifacio VIII. La resa dei conti tra la parte Bianca e la parte Nera è imminente. Dante, eletto priore il 13 giugno 1300, si è fortemente esposto, e in senso segnatamente antipapale: nella seduta del 19 giugno è l’unico a pronunciarsi a favore del ritiro delle truppe (cento cavalieri dislocati in Maremma) prestate in precedenza a Bonifacio, e che il Papa chiede di trattenere: “Dante espresse il parere che riguardo al servizio da rendere al papa non se ne facesse nulla”.

 Dante è con tutta probabilità ancora a Roma quando il primo novembre Carlo di Valois, il falso ‘paciaro’ nominato dal Papa, entra in Firenze, e con lui rientrano, illegalmente, i capi dei Neri precedentemente banditi. Cominciano le rappresaglie: le case dei Bianchi, comprese quelle degli Alighieri, vengono messe a sacco; comincia il regolamento dei conti contro gli esponenti del partito avverso. Sulla via del ritorno da Roma, giunto nei pressi di Siena, Dante viene raggiunto dal bando col quale una Firenze ingrata dà il benservito al suo ambasciatore a Roma.

 

Araldo p.45 del libro

Condanna all’esilio

27 gennaio 1302

In nome di Dio, amen.

Io Messer Cante dei Gabrielli da Gubbio, onorevole Potestà della Città di Firenze …

nell’anno del Signore 1302, al tempo del Santissimo Padre Papa Bonifazio VIII…

OMISSIS

Essendomi venuto alle orecchie sulla base di pubbliche dicerie che Dante Alighieri, durante il tempo del suo Priorato o dopo,

1 -aveva commesso per sé o per altri Baratterie, illeciti lucri, inique estorsioni in denaro o altre cose

2 – che lui o chi per lui aveva ricevuto denaro o altra utilità per far eleggere Priori o Gonfalonieri,

ufficiali di distretto, per stanziamenti a favore di rettori e ufficiali del comune di Firenze;

3 – che aveva fatto spendere denari contro il Sommo Pontefice e per impedire la venuta di re

Carlo D’Angiò;

4 – che aveva commesso o fatto commettere frode, falsità, dolo, malizia, baratteria e grave estorsione e aveva operato per dividere la città di Pistoia causando l’espulsione da detta città dei Neri fedeli alla Chiesa Romana, staccandola dall’alleanza con Firenze, dalla soggezione alla Chiesa romana e a re Carlo, paciaro in Toscana;

 

ordino che detto messer Dante, insieme a Palmerio, Orlanduccio e Lippo,…

venga multato di 5.000 fiorini piccoli, che restituisca quello che ha illegittimamente estorto. Se non obbedisca alla condanna entro il terzo giorno da oggi che tutti i suoi beni siano confiscati, devastati e distrutti; e devastati e distrutti restino di proprietà comunale; che, anche se pagante, resti fuori della provincia di Toscana a confino per due anni; che sia escluso per sempre dai pubblici uffici come falsario e barattiere, che paghi la condanna o no.

Tale è la nostra sentenza.

 

 

Condanna a morte                 p.47 del libro

10 marzo 1302

In nome di Dio, amen.

noi Cante, predetto Podestà, diamo e proferiamo la sotto indicata Condanna:

Messer Andrea de Gherardini

Messer Lapo Saltarelli


Dante Allighieri

… contro i quali si è proceduto a seguito della inquisizione del nostro ufficio e della nostra Curia per il fatto pervenuto alle orecchie nostre e della stessa nostra Corte sulla base delle pubbliche dicerie …che se qualcuno dei predetti in qualsiasi tempo cadrà in potere del detto comune, sia bruciato col fuoco finché muoia.

 

Così Dante esprimerà il suo stato d’animo:

 

Dante (indicato dai tre asterischi)

*** Veramente io sono stato legno sanza vela e sanza governo, portato a diversi porti e foci e liti dal vento secco che vapora la dolorosa povertade; e sono apparito alli occhi di tanti in modo molto diverso da come forse per alcuna fama m’aveano imaginato: nel conspetto de’ quali posso aver perduto stima e considerazione come persona, in modo che ne potrebbe risentire il giudizio anche riguardo ad ogni mia opera, sì già fatta come quella che fosse a fare.

(Convivio I - 3° cap.)

 

Lettera ai duchi di Romena 1304     p.67 del libro

 

***Questa lettera è stata scritta da Dante Alighieri a Oberto e Guido conti di Romena dopo la morte del loro zio conte Alessandro, per esprimere le sue condoglianze. Il vostro zio Alessandro era il mio signore e tale rimarrà nella mia memoria finché vivrò, perché mi avevano reso suddito la sua magnificenza e la sua bontà durante lunghi anni di tormentate vicissitudini.


Io poi, oltre a tutto questo, mi scuso, come vostro suddito, di fronte alla vostra discrezione, della mia assenza alle dolorose esequie; perché sono stato impedito non da negligenza né ingratitudine, ma dalla improvvisa povertà che l’esilio mi ha procurato. Questa povertà infatti, davvero crudele persecutrice, dopo avermi privato di armi e di cavalli, mi ha ormai cacciato nell’antro della sua prigionia dove, impietosa com’è, fa di tutto per tenermi imprigionato.

 

Voce fuori campo

Tu proverai sì come sa di sale

Lo pane altrui; e come è duro calle

Lo scendere e salir per l’altrui scale.

(Par. XVII, 58-60)

Seconda voce fuori campo

…"Nessun maggior dolore

che ricordarsi del tempo felice

ne la miseria; e ciò sa 'l tuo dottore.

Ma s'a conoscer la prima radice

del nostro amor tu hai cotanto affetto,

dirò come colui che piange e dice.

(Inf. V, parole di Francesca da Rimini)

 

 

2 quadro

 

Padre della lingua italiana

Narratore

Il “De vulgari eloquentia” (1303-1305) è un trattato in latino sull’uso del volgare come lingua letteraria ed è rivolto al popolo delle arti che dal 1282 ha sostituito nel governo di Firenze i magnati della grande proprietà terriera. Dante dichiara che la lingua volgare è quella lingua che il bambino impara dalla balia, quindi una lingua naturale, a differenza della lingua latina che è lingua perfetta ma artificiale. Dante non perde l’occasione neppure per esprimere il suo giudizio negativo sul modo di parlare dei casentinesi:

 

La parlata dei casentinesi

Secondo lettore, Dante

In tanta dissonanza che tutte queste varietà producono nel volgare italiano, mettiamoci sulle tracce della lingua più decorosa d'Italia, la lingua illustre; e per aprire alla nostra caccia una strada transitabile, in primo luogo buttiamo fuori dalla selva cespugli aggrovigliati e rovi.

E diciamo pure che quello dei Romani - che non è neanche una lingua ma piuttosto uno squallido gergo - è il più brutto di tutti i volgari italiani.

Dopo costoro strappiamo via gli abitanti della Marca Anconitana, che dicono Chignamente state siate: (possiate mantenervi come state ndr) e assieme a loro via anche gli Spoletini.

Dopo di questi estirpiamo Milanesi e Bergamaschi.

E dopo ancora, setacciamo via Aquileiesi e Istriani, che con quel loro accento ferino pronunciano: Ces fas-tu? E assieme a questi buttiamo via tutte le parlate montanare e campagnole, come quelle dei Casentinesi e degli abitanti di Fratta, che, col loro accento aberrante da tutte le regole, suonano in modo da far a pugni col linguaggio di chi abita nel centro delle città. (v. De Vulg. Eloq. I, 11)

 

La parlata dei toscani

 

Ma poiché i Toscani sopra gli altri folleggiano in cosiffatta ebbrezza, mi sembra utile cosa e degna sfrondare alquanto, l’uno appresso dell’altro, ciascun volgare municipale toscano. I fiorentini dicono: Manichiamo, introcque che noi non facciamo altro(Intanto mangiamo: noi che non facciamo altro). E i Pisani: Bene andonno li fatti de Fiorensa per Pisa. I Lucchesi: Fo voto a Dio ke in grasrra eie lo comuno de Lucca (giuro su Dio che il Comune di Lucca sta nella grascia). I Senesi. Onche renegata avess’io Siena. Ch’ee chesto? Neppure avessi mai rinnegato Siena. Che è questo? Onche = numquam)E gli Aretini: Vo’ tu venire ovelle? (vuoi tu venire dove che sia?)

Se adunque prendiamo a studiare le loquele di Toscana non resterà dubbio che il vulgare che noi andiam cercando sia bene altro da quello elle genti toscane. (De vulgari eloquentia, I, 13)

 

 

3 quadro L’amore tempestoso

 

lettera al marchese Moroello Malaspina

 

Narratore Nell’Epistola IV, scritta ai primi del 1307, Dante, di ritorno da una importante ambasceria in Lunigiana, scrive al conte Moroello Malaspina e racconta che, appena giunto sulle rive dell’Arno, gli era apparsa davanti agli occhi una donna e che, malgrado ogni suo sforzo, Amore gli aveva cacciato dalla mente ogni proposito di tenersi lontano dalle donne e dalla poesia amorosa e lo aveva completamente sottomesso alla propria signoria.

p.74

Dante

***Ero appena uscito dalla corte dove mi era stato possibile vivere in piena libertà, ed avevo posto sicuro ed incauto i piedi presso la corrente del Sarno, quando, ahimè, all’improvviso, non so come, mi apparve una donna, come folgore dall’alto, in tutto per costumi e bellezza conforme alle mie aspettative.O quanto fu il mio stupore a quella apparizione! Ma lo stupore cessò per il terrore del fragore che seguì. Poiché come ai diurni baleni succedono i tuoni, così alla vista della fiamma di questa bellezza, Amore tremendo ed imperioso mi ebbe suo, e feroce come un signore che rientri nelle sue terre dopo un lungo esilio, uccise o sbandì o imprigionò qualsiasi cosa fosse stata a lui contraria dentro di me. Soffocò dunque quel proposito lodevole per cui mi tenevo lontano dalle donne e dai loro canti, e cacciò empiamente come sospette le assidue meditazioni con le quali andavo considerando le cose del cielo e della terra. Infine, perché l’anima mia non potesse più ribellarsi contro di lui, mise in catene il mio libero arbitrio, sicché bisogna ch’io mi volga dove vuole lui e non io.

 

p.75

***Amor, da che convien pur ch’io mi doglia

Perché la gente m’oda,

E mostri me d’ogni vertute spento,

Dammi savere a pianger come voglia,

Sì che ‘l duol che si snoda

Portin le mie parole com’io ‘l sento.

Io non posso fuggir ch’ella non vegna

Ne l’immagine mia,

se non come il pensier che la vi mena.

L’anima folle che al suo mal s’ingegna,

com’ella è bella e ria,

così dipinge e forma la sua pena.

Così m’hai concio, Amore, in mezzo l’Alpi,

Ne la valle del fiume

Lungo il qual sempre sopra me se’ forte:


O montanina mia canzon, tu vai:

Forse vedrai Fiorenza, la mia terra,

Che fuor di sé mi serra,

Vota d’amore e nuda di pietade;

va’ dicendo: “Omai

Non vi può far lo mio fattor più guerra:

Là ond’io vegno una catena il serra

Tal che, se piega vostra crudeltate,

Non ha di ritornar qui libertate”

 

  

4 quadro  

 La grande speranza: Enrico imperatore    p.113

 

Narratore il 27 novembre i sette principi elettori di Germania, radunatisi in un convento di Francoforte, s'accordano finalmente per metter fine al periodo di sede vacante dell'Impero, dopo l'uccisione di Alberto I, e designano alla corona imperiale Enrico do Lussemburgo, di trentaquattro anni

 

 

Ma com'era l'Italia nel 1310?          P.115 del libro

Il papato aveva avuto un periodo non breve di sede vacante. Poi con Celestino V era fallito l’esperimento spirituale, con Bonifacio VIII fallisce l’esperimento temporale, con Clemente V il pontefice è ormai vassallo del re di Francia, in Avignone.

 

L’Impero ormai da molti anni non è più punto di riferimento nelle mille contese tra feudatari e mercanti, tra città e campagna; l’Italia è una nave senza nocchiero in gran tempesta. La Sicilia si libera dai francesi con i vespri siciliani per far posto agli Aragonesi: Federico II ne fa campo di battaglia prima col fratello Giacomo poi con Carlo II d’Angiò. Genova ha sconfitto Pisa alla Meloria e poi Venezia a Curzola. Marco Polo, reduce dalle glorie del Catai, trova il tempo per dettare le sue memorie nelle prigioni genovesi, mentre Giotto ha da poco finito di dipingere la cappella degli Scrovegni a Padova.

l’industria tessile costituisce l’asse portante dello sviluppo economico; la lana proviene dalla Castiglia e dall’Inghilterra: Firenze, Lucca, Milano, Como, Bergamo, Brescia sono centri di produzione che   eguagliano quelli delle Fiandre e della Francia del Nord. L’artigiano ha bisogno del mercante che procuri la materia prima e fornisca il denaro per il primo acquisto. Il mercante ha bisogno di vie di comunicazione sicure e libere da balzelli. Firenze chiede il passo alle città confinanti; se Arezzo, Siena, Pisa e Lucca si mettono sulla sua strada è guerra.

 

Dentro la città il mercante-artigiano guelfo chiede il passo al magnate ghibellino; il partito guelfo, una volta vincitore, si divide al suo interno. Bianco contro nero, popolo minuto contro popolo grasso, salariato contro proprietario...

 Il momento è drammatico, altamente drammatico. Tutti gli antichi fuorusciti fiorentini, Ghibellini e Bianchi, sono intenti a seguire le mosse dell’alto Arrigo, e impazienti vorrebbero che egli non ponesse ulteriori indugi, e subito puntasse al cuore della Toscana. Con la speranza prende corpo in Dante una diversa o comunque più precisa convinzione politica. Dante, qui dal Casentino, scrive tre lunghe infuocate lettere ai Signori d’Italia, agli scelleratissimi fiorentini, al divo Enrico. Ancora fresca d’inchiostro la stesura del 6° canto del Purgatorio che di queste lettere costituisce la parafrasi. E che parafrasi.

 

Dante

  

Epistola V (settembre-ottobre 1310)

Alle sorgenti dell’Arno.

*** Tutti e ai singoli Re d’Italia e ai Senatori della santa città, nonché ai Duchi, Marchesi, Conti e ai Popoli, l’umile italiano Dante Alighieri fiorentino ed esule senza colpa invoca pace. “Ecco ora il tempo accettevole”, nel quale sorgono i segni della consolazione e della pace. Un giorno nuovo infatti comincia a splendere mostrando dal suo nascere l’aurora che già riduce le tenebre della lunga calamità; e già le brezze orientali si fanno più frequenti; rosseggia il cielo ai confini dell’orizzonte e conforta di dolce serenità le speranze delle genti. O Italia, ora degna di pietà perfino per i saraceni, …asciuga le lacrime e cancella i segni dell’afflizione, o bellissima, è vicino colui che ti libererà dal carcere degli empi, che percuotendo a fil di spada i malvagi li disperderà e affiderà la sua vigna ad altri agricoltori che al tempo del raccolto diano in cambio il frutto di giustizia.

 

E voi che piangete oppressi “sollevate l’animo, ché vicina è la vostra salvezza”. Prendete il sarchio della buona umiltà e, spezzate le zolle della riarsa animosità, spianate il campicello della vostra mente affinché la pioggia celeste, venendo per caso prima che sia gettata la vostra semente, non cada a vuoto dall’alto. Non si ritragga da voi la grazia divina come la rugiada quotidiana dal sasso, ma come una valle feconda concepite e germinate il verde; il verde, dico, fruttifero di vera pace; e sulla vostra terra ritornata verdeggiante il nuovo agricoltore dei Romani aggiogherà con maggior rispetto e con maggiore fiducia i buoi della sua saggezza. Perdonate, perdonate già da ora, voi che con me avete sofferto ingiustizia, perché Colui dal quale come da un punto si biforca la potestà di Pietro e di Cesare, volentieri punisce la sua famiglia ma più volentieri ne ha pietà.

 

 

Agli scelleratissimi fiorentini

Epistola VI

Alle sorgenti dell’Arno 1311.

 

*** Dante Alighieri fiorentino ed esule senza colpa agli scelleratissimi Fiorentini che vivono tra le mura di Firenze.

La pia provvidenza dell’eterno Re che mentre perpetua nella sua bontà le cose del cielo, non abbandona disprezzandole le nostre cose di quaggiù, ha disposto che le cose umane debbano essere governate dal sacrosanto Impero dei Romani affinché nella serenità di tanto presidio il genere mortale abbia pace e civilmente possa vivere. O cinti da un ridicolo riparo confidate in qualche ifesa? O malvagiamente concordi! O acciecati da una incredibile passione! A che gioverà aver cinto di steccato la città, a che averla armata di ripari e di merli, quando sopravverrà l’aquila in campo d’oro terribile, che trasvolò superba un tempo i vasti mari?

Vedrete i vostri edifici... precipitare sotto i colpi dell’ariete, e, tristi, esser inceneriti dal fuoco. Vedrete la plebe d’ogni intorno infuriante ora divisa a favore o contro, poi unita contro di voi gridare terribile perchè non sa essere affamata e timorosa insieme.

 

E non vi accorgete, poiché siete ciechi, che è la cupidigia che vi domina, che vi blandisce con velenosi sussurri, che vi tiene costretti con minacce fallaci e vi imprigiona nella legge del peccato e vi proibisce di ubbidire alle santissime leggi che sono fatte a immagine della giustizia naturale; l’osservanza delle quali, se lieta, se libera, non solo è dimostrato che non è servitù, ma anzi, a chi guardi con perspicacia, appare chiaro che è la stessa suprema libertà. Se non volete dissimulare, riconoscete dunque che è giunto il tempo di pentirvi amarissimamente delle temerarie presunzioni.E un tardivo pentimento d’ora in poi non porterà il perdono, ma coinciderà con l’inizio di un tempestivo castigo. Scritto il 31 marzo 1311 in Toscana, alle sorgenti dell’Arno, nel primo anno della faustissima venuta di Enrico Cesare in Italia.

 

E subito dopo, il 17 Aprile, al Divo Enrico, quasi con frenesia:

 

*** Leva dunque gli indugi. Restando a Milano passandovi dopo l’inverno la primavera, credi di uccidere l’idra pestifera con l’amputarle le teste? Per estirpare alberi non vale il taglio dei rami; anzi crescono più numerosi e vigorosi fin quando rimangono le radici da cui prendono nutrimento. Che cosa credi di aver compiuto, o unico Signore del mondo, quando avrai piegato il collo di Cremona ribelle? Forse che allora non si gonfierà inaspettata la rabbia o di Brescia o di Pavia? Anzi, quando questa rabbia anche flagellata sarà abbattuta, subito l’altra di Vercelli o di Bergamo o altrove scoppierà di nuovo, finché non si elimini alla radice la causa di questo tumore purolento e, strappata la radice di così grave errore, i rami pungenti insieme col tronco inaridiscano.

 

O forse ignori e non scorgi dalla specola della somma altezza dove si rintani la piccola volpe di tanto fetore, noncurante dei cacciatori? scellerata non si abbevera alle acque precipiti del Po, né al tuo Tevere, ma le sue fauci infettano ancora la corrente dell’Arno impetuoso, e si chiama Firenze, forse non sai?, questo crudele flagello. Questa è la vipera avventatasi contro le viscere della madre; questa è la pecora malata che infetta col suo contagio il gregge del suo pastore.

Scritto in Toscana alla sorgente dell’Arno, il 17 aprile [1311], l’anno primo della faustissima venuta

in Italia del divo Enrico.

 

*** Ahi serva Italia, di dolore ostello,

nave sanza nocchiere in gran tempesta,

non donna di province, ma bordello!


Cerca, misera, intorno da le prode

le tue marine, e poi ti guarda in seno,

s’alcuna parte in te di pace gode.


Ché le città d’Italia tutte piene

son di tiranni, e un Marcel diventa

ogne villan che parteggiando viene.

 

Fiorenza mia, ben puoi esser contenta

di questa digression che non ti tocca,

mercè del popol tuo che si argomenta.


Or ti fa lieta, ché tu hai ben onde:

tu ricca, tu con pace, e tu con senno!

S’io dico ‘l ver, l’effetto nol nasconde.

Atene e Lacedemona, che fenno

l’antiche leggi e furon sì civili,

fecero al viver bene un picciol cenno

verso di te, che fai tanto sottili

provedimenti, ch’a mezzo novembre

non giugne quel che tu d’ottobre fili.

Quante volte, del tempo che rimembre,

legge, moneta, officio e costume

hai tu mutato e rinovate membre!

E se ben ti ricordi e vedi lume,

vedrai te somigliante a quella inferma

che non può trovar posa in su le piume,

ma con dar volta suo dolore scherma.

 

 

 

 

5 quadro                     p.133 del libro

 

Dal castello di Poppi 1311

La duchessa Gherardesca scrive all’Imperatrice Margherita

 

Epistole IX, X, XI

 

Narratore Nella concitazione del momento, Dante, ospite del Conte Guido Novello in Poppi, si fa segretario di fiducia, diligente scrivano e amanuense della Contessa Gherardesca, moglie di Guido e figlia del Conte Ugolino. Con quale insistenza l’avrà incoraggiata a intraprendere un rapporto epistolare con l’Imperatrice Margherita di Brabante!

 

 

 

Gherardesca di Battifolle

Alla gloriosissima e clementissima signora Margherita per divina provvidenza regina dei Romani e sempre Augusta, Gherardesca di Battifolle per largita grazia di Dio e dell’Impero contessa palatina in Toscana, piegate umilmente le ginocchia, presenta la dovuta riverenza. La graditissima lettera della regale Benignità con gioia fu vista dai miei occhi e dalle mani fu presa con reverenza, come si convenne. Sappia, dacché lo chiede, la pia e serena Maestà dei Romani che al momento dell'invio di questa lettera il diletto consorte ed io, per dono del Signore, eravamo in buona salute, contenti di quella dei figli, tanto noi più lieti del solito, quanto i segni del risorgente Impero promettevano ormai tempi migliori. Così dunque esultando nel presente e nel futuro, ricorro senza alcuna esitazione alla clemenza

dell’Augusta e supplichevolmente rivolgo rispettose preghiere affinché vi degnate pormi sotto l’ombra sicurissima della vostra Altezza, e io sia sempre protetta, e appaia esser tale, dal violento assalto di ogni avversità.

NarratoreInviata dal castello di Poppi, il 18 maggio (1311), nel primo anno della faustissima venuta in Italia di Enrico Cesare.

 

 

 

 

6 quadro                     p.139 del libro

 

Addio al Casentino

 

Narratore

 Il brusco mutamento di fronte di Guido da Battifolle, il quale ad un certo momento abbandonerà la parte imperiale e verrà addirittura nominato vicario di Re Roberto d'Angiò per la Toscana, ci spiega da un lato l'abbandono, da parte di Dante, di queste terre, per riprendere le sue peregrinazioni all'ombra del "sacrosanto segno", e dall'altro il progressivo drastico indurirsi e inasprirsi del giudicare dantesco su uomini e cose casentinesi, quale è poeticamente documentato nella Commedia, in particolare nel canto XIV del Purgatorio. Non vi è infatti giudice meno benevolo di un innamorato respinto e tradito. Dante si allontana così dal Casentino.

Prima Voce

Tra brutti porci, più degni di galle

che d’altro cibo fatto in uman uso,

dirizza prima il suo povero calle.

Botoli trova poi, venendo giuso,

ringhiosi più che non chiede lor possa,

e da lor disdegnosa torce il muso.

Seconda voce

“O voi che sanz’alcuna pena siete,

e non so io perché, nel mondo gramo”,

diss’elli a noi, “guardate e attendete

a la miseria del maestro Adamo;

io ebbi, vivo, assai di quel ch’i’ volli,

e ora, lasso!, un gocciol d’acqua bramo.

Li ruscelletti che de’ verdi colli

del Casentin discendon giuso in Arno,

facendo i lor canali freddi e molli,

sempre mi stanno innanzi, e non indarno,

ché l’imagine lor vie più m’asciuga

che ‘l male ond’io nel volto mi discarno.

La rigida giustizia che mi fruga

tragge cagion del loco ov’io peccai

a metter più li miei sospiri in fuga.

Ivi è Romena, là dov’io falsai

la lega suggellata del Batista;

per ch’io il corpo sù arso lasciai.

 

Terza voce

E io a lui: “Qual forza o qual ventura

ti travïò sì fuor di Campaldino,

che non si seppe mai tua sepultura?”.

“Oh!”, rispuos’elli, “a piè del Casentino

traversa un’acqua c’ha nome l’Archiano,

che sovra l’Ermo nasce in Apennino.

Là ‘ve ‘l vocabol suo diventa vano,

arriva’ io forato ne la gola,

fuggendo a piede e sanguinando il piano.

Quivi perdei la vista e la parola;

nel nome di Maria fini’, e quivi caddi,

e rimase la mia carne sola.

 

Ben sai come ne l’aere si raccoglie

quell’umido vapor che in acqua riede,

tosto che sale dove ‘l freddo il coglie.

Giunse quel mal voler che pur mal chiede

con lo ‘ntelletto, e mosse il fummo e ‘l vento

per la virtù che sua natura diede.

Indi la valle, come ‘l dì fu spento,

da Pratomagno al gran giogo coperse

di nebbia; e ‘l ciel di sopra fece intento,

sì che ‘l pregno aere in acqua si converse;

la pioggia cadde, e a’ fossati venne

di lei ciò che la terra non sofferse;

e come ai rivi grandi si convenne,

ver’ lo fiume real tanto veloce

si ruinò, che nulla la ritenne.

Lo corpo mio gelato in su la foce

trovò l’Archian rubesto; e quel sospinse

ne l’Arno, e sciolse al mio petto la croce

ch’i’ fe’ di me quando ‘l dolor mi vinse;

voltòmmi per le ripe e per lo fondo,

poi di sua preda mi coperse e cinse”.

(Purg. V, 88-129)

 

 

 

7 quadro

p.147 del libro

 il grande rifiuto 1315

 

Narratore Guido da Battifolle, diventato Podestà della Città del fiore, promulgherà un’Ordinanza che pare fatta per lui: siamo nel maggio del 1315, mancano poche settimane al 24 giugno, festa di S. Giovanni Battista.

Dante riceve sollecitazioni ripetute e insistenti da parenti e conoscenti. Ha davanti tante lettere e messaggi di amici, di nipoti, di persone buone e influenti.

 

All’amico fiorentino (maggio 1315)

Dante

*** Dalla vostra lettera ricevuta con l’affettuoso rispetto dovuto ho appreso con mente grata e attenta considerazione quanto il mio ritorno in patria vi sia a cura e a cuore; e perciò tanto più strettamente mi avete obbligato quanto più di rado capita che gli esuli trovino amici.


Ecco dunque ciò che dalle lettere vostre e di mio nipote nonché di parecchi altri amici mi è stato comunicato, per l’ordinamento testé fatto a Firenze sull’assoluzione degli sbanditi, che se volessi pagare una certa quantità di denaro e volessi sopportare la vergogna dell’offerta, potrei essere assolto e ritornare subito.


E’ questa la grazia del richiamo con cui Dante Alighieri è richiamato in patria dopo aver patito quasi per tre lustri l’esilio? Questo ha meritato una innocenza evidente a chiunque? Questo i sudori e le fatiche continuate nello studio? Lungi da un uomo familiare della filosofia una bassezza d’animo a tal punto fuor di ragione da accettare egli, quasi in ceppi, di essere offerto, a guisa di un Ciolo e di altri disgraziati. Lungi da un uomo che predica la giustizia il pagare, dopo aver patito  ingiustizie, il suo denaro ai persecutori come a benefattori. Non è questa la via del ritorno in patria, o padre mio; ma se una via diversa da voi prima o in seguito da altri si troverà che non deroghi alla fama e all’onore di Dante, quella non a lenti passi accetterò; che se non si entra a Firenze per una qualche siffatta via, a Firenze non entrerò mai. E che? Forse che non vedrò dovunque la luce del sole e degli astri? Forse che non potrò meditare le dolcissime verità dovunque sotto il cielo, se prima non mi riconsegni alla città, senza gloria e anzi ignominioso per il popolo fiorentino? Né certo il pane mancherà.

 

8 quadro

 

 Firenze spietata 1315           p.151 del libro

 

(dalla sentenza di Bando Maggiore del 6 novembre 1315)

Araldo

In nome di Dio, amen.

Questi sono i bandi e gli sbandimenti profferti e pronunciati dal nobile cavaliere Rayneri di Zaccaria di Orvieto, Vicario del re Roberto d’Angiò, nella città di Firenze e nel distretto, contro i sottoscritti ghibellini e ribelli: per il Sesto di Porta San Piero nella città di Firenze, tutti di casa Portinari e tutti di casa Giochi, eccetto Lamberto Lapi e Filippo Ghepardi; Dante Alighieri e figli, contro tutti e ciascuno dei quali sopra nominati, dai settanta anni in giù e dai quindici anni in su.

…essendo stati legalmente condannati per la contumacia di loro, se in qualsiasi tempo verranno in potere nostro e del Comune di Firenze, siano condotti sul luogo di giustizia e quivi sia loro tagliata la testa dalle spalle, così che muoiano.  

Narratore A distanza di 3 settimane, il 6 Novembre 1315, Rayneri di Zaccaria di Orvieto, ggiunge:




... “a Dante e figli ripetiamo la condanna e confermiamo il bando da Firenze e territori connessi; e perché non si facciano gloria della loro contumacia, aggiungiamo che chiunque può recar loro offesa negli averi e nella persona, liberamente e impunemente, secondo quanto prevedono gli statuti di Firenze.


Voce fuori campo

Che se’l conte Ugolino aveva voce

D’aver tradita te delle castella

Non dovei tu i figliol porre a tal croce.

 Innocenti facea l'età novella,

novella Tebe, Uguiccione e 'l Brigata

e li altri due che 'l canto suso appella

 

9 quadro - Ascesa al cielo                p.153 del libro

 

Sulla cima del Purgatorio ha bevuto alla sorgente dell’oblio:

 

*** La bella donna ne le braccia aprissi;

abbracciommi la testa e mi sommerse

ove convenne ch’io l’acqua inghiottissi.

Indi mi tolse, e bagnato m’offerse

dentro a la danza de le quattro belle;

e ciascuna del braccio mi coperse.

(Purg. XXXI, 100-105)

 

e subito dopo a quella della buona memoria:

***   S’io avessi, lettor, più lungo spazio

da scrivere, i’ pur cantere’ in parte

lo dolce ber che mai non m’avria sazio;

ma perché piene son tutte le carte

ordite a questa cantica seconda,

non mi lascia più ir lo fren de l’arte.

Io ritornai da la santissima onda

rifatto sì come piante novelle

rinovellate di novella fronda,

puro e disposto a salire alle stelle.

(Purg. XXXIII, 136-144)

 

Narratore Da lassù, dal cielo stellato, mille volte contemplato nelle notti casentinesi splendide e insonni, ora finalmente raggiunto con l’aiuto delle dolcissime verità disvelate via via alla sua mente ormai libera da crucci e risentimenti, le cose assumono le debite proporzioni. Tra i sette pianeti ecco la terra:

*** Col  viso ritornai per tutte quante

Le sette spere, e vidi questo globo

Tal, ch’io sorrisi del suo vil sembiante;


E tutti e sette mi si dimostraro

Quanto son grandi e quanto son veloci

E come sono in distante riparo.

L’aiuola che ci fa tanto feroci,

volgendom’io con li eterni Gemelli,

tutta m’apparve da’ colli alle foci;

poscia rivolsi gli occhi a li occhi belli.

(Par. XXII, 133 sgg)

domenica 23 marzo 2008

Buona Pasqua, buon viaggio






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"Todo pasa y todo queda,

pero lo nuestro es pasar,

pasar haciendo caminos,

caminos sobre el mar.
Antonio Machado



Nunca persequí la gloria,

ni dejar en la memoria

de los hombres mi canción;

yo amo los mundos sutiles,

ingrávidos y gentiles,

como pompas de jabón.


Me gusta verlos pintarse

de sol y grana, volar

bajo el cielo azul, temblar

súbitamente y quebrarse...


Nunca perseguí la gloria.


Caminante, son tus huellas

el camino, y nada mas;

caminante, no hay camino,

se hace camino al andar.

Al andar se hace camino,

y al volver la vista atras

se ve la senda que nunca

se ha de pisar.

Caminante, no hay camino,

sino estelas en la mar.

[Antonio Machado]


Tutto passa e tutto resta

ma il nostro destino è di passare

passare disegnando percorsi

percorsi sul mare.


Non ho mai rincorso la gloria,

nè voglio lasciare nella memoria

degli uomini la mia canzone;

io amo i mondi sottili,

in assenza di gravità e gentili,

simili a bolle di sapone.


Mi piace vederli mentre si dipingono

di sole e di rosso, volare

nel cielo azzurro, tremare

improvvisamente e svanire...


Non ho mai rincorso la gloria.


Viandante, sono le tue orme

il cammino e niente di più;

Viandante, non c’è una strada,

la si costruisce camminando.


Mentre vai si fa la strada

e voltandoti

vedrai il sentiero che mai

più calpesterai.

Viaggiatore,

non esiste una strada,

ma solo scie nel mare.




giovedì 14 febbraio 2008

Lettera del capo indiano Seattle


Lettera del capo indiano Seattle al presidente Usa Franklin Pierce

Nel 1854 il "Grande Bianco" di Washington (il presidente degli Stati Uniti) si offri' di acquistare una parte del territorio indiano e promise di istituirvi una "riserva" per il popolo indiano. Ecco la risposta del "capo Seattle", considerata ancora oggi la piu' bella, la piu' profonda dichiarazione mai fatta sull'ambiente.

  

"Come potete acquistare o vendere il cielo, il calore della terra? L'idea ci sembra strana. Se noi non possediamo la freschezza dell'aria, lo scintillio dell'acqua sotto il sole come e' che voi potete acquistarli? Ogni parco di questa terra e' sacro per il mio popolo. Ogni lucente ago di pino, ogni riva sabbiosa, ogni lembo di bruma dei boschi ombrosi, ogni radura ogni ronzio di insetti e' sacro nel ricordo e nell'esperienza del mio popolo. La linfa che cola negli alberi porta con se' il ricordo

dell'uomo rosso. Noi siamo una parte della terra, e la terra fa parte di noi. I fiori profumati sono i nostri fratelli, il cavallo, la grande aquila sono i nostri fratelli, la cresta rocciosa, il verde dei prati, il calore dei pony e l'uomo appartengono tutti alla stessa famiglia. Quest'acqua scintillante che scorre nei torrenti e nei fiumi non e' solamente acqua, per noi e' qualcosa di immensamente significativo: e' il sangue dei nostri padri.

I fiumi sono nostri fratelli, ci dissetano quando abbiamo sete. I fiumi sostengono le nostre canoe, sfamano i nostri figli. Se vi vendiamo le nostre terre, voi dovrete ricordarvi, e insegnarlo ai vostri figli, che i fiumi sono i nostri e i vostri fratelli e dovrete dimostrare per fiumi lo stesso affetto che dimostrerete ad un fratello. Sappiamo che l'uomo bianco non comprende i nostri costumi. Per lui una parte di terra e' uguale all'altra, perche' e' come uno straniero che arriva di notte e alloggia nel posto che piu' gli conviene. La terra non e' suo fratello, anzi e' suo nemico e quando l'ha conquistata va oltre, piu' lontano.

Tratta sua madre, la terra, e suo fratello, il cielo, come se fossero semplicemente delle cose da acquistare, prendere e vendere come si fa con i montoni o con le pietre preziose. Il suo appetito divorera' tutta la terra e a lui non restera' che il deserto.

Non esiste un posto accessibile nelle citta' dell'uomo bianco. Non esiste un posto per vedere le foglie e i fiori sbocciare in primavera, o ascoltare il fruscio delle ali di un insetto. Ma forse e' perche' io sono un selvaggio e non posso capire. Il baccano sembra insultare le orecchie. E quale interesse puo' avere l'uomo a vivere senza ascoltare il rumore delle capre che succhiano l'erba o il chiacchierio delle rane, la notte, attorno ad uno stagno?

Io sono un uomo rosso e non capisco. L'indiano preferisce il dolce suono del vento che slanciandosi come una freccia accarezza la faccia dello stagno, e preferisce l'odore del vento bagnato dalla pioggia mattutina, o profumato dal pino pieno di pigne. L'aria e' preziosa per l'uomo rosso, giacche' tutte le cose respirano con la stessa aria: le bestie, gli alberi, gli uomini tutti respirano la stesa aria. L'uomo bianco non sembra far caso all'aria che respira. Come un uomo che impiega parecchi giorni a morire resta insensibile alle punture. Ma se noi vendiamo le nostre terre, voi dovrete ricordare che l'aria per noi e' preziosa, che l'aria divide il

suo spirito con tutti quelli che fa vivere.

Il vento che ha dato il primo alito al Nostro Grande Padre e' lo stesso che ha raccolto il suo ultimo respiro. E se noi vi vendiamo le nostre terre voi dovrete guardarle in modo diverso, tenerle per sacre e considerarle un posto in cui anche l'uomo bianco possa andare a gustare il vento reso dolce dai fiori del prato. Considereremo l'offerta di acquistare le nostre terre.

Ma se decidiamo di accettare la proposta io porro' una condizione: l'uomo bianco dovra' rispettare le bestie che vivono su questa terra come se fossero suoi fratelli. Che cos'e' l'uomo senza le bestie?

Se tutte le bestie sparissero, l'uomo morirebbe di una grande solitudine nello spirito. Poiche' cio' che accade alle bestie prima o poi accade anche all' uomo. Tutte le cose sono legate tra loro. Dovrete insegnare ai vostri figli che il suolo che essi calpestano e' fatto dalle ceneri dei nostri padri. Affinche' i vostri figli rispettino questa terra, dite loro che essa e' arricchita dalle vite della nostra gente. Insegnate ai vostri figli quello che noi abbiamo insegnato ai nostri: la terra e' la madre di tutti

noi. Tutto cio' che di buono arriva dalla terra arriva anche ai figli della terra. Se gli uomini sputano sulla terra, sputano su se stessi. Noi almeno sappiamo questo: la terra non appartiene all'uomo, bensi' e' l'uomo che appartiene alla terra. Questo noi lo sappiamo. Tutte le cose sono legate fra loro come il sangue che unisce i membri della stessa famiglia. Tutte le cose sono legate fra loro. Tutto cio' che si fa per la terra lo si fa per i suoi figli. Non e' l'uomo che ha tessuto le trame della vita: egli ne e' soltanto un filo. Tutto cio' che egli fa alla trama lo fa a se stesso. C'e' una cosa che noi sappiamo e che forse l'uomo bianco scoprira' presto: il nostro Dio e' lo stesso vostro Dio. Voi forse pensate che adesso lo possedete come volete possedere le nostre terre ma non lo potete. Egli e' il Dio dell'uomo e la sua pieta' e' uguale per tutti: tanto per l'uomo bianco quanto per l'uomo rosso. Questa terra per lui e' preziosa.Nuocere alla terra è come disprezzare il suo creatore.

Anche i bianchi spariranno: forse prima di tutte le altre tribù.

Contaminate il vostro letto ed una notte vi troverete soffocati dai vostri rifiuti.

 Dov'e' finito il bosco? E' scomparso. Dov'e' finita l'aquila? E' scomparsa. E' la fine della vita e l'inizio della sopravvivenza".

lunedì 31 dicembre 2007

Il raggio verde (II)

Controcanto natalizio


 .. il Natale, inteso come nascita verginale di un Dio destinato a salvare l’umanità, ha almeno 5.000 anni. Nel mondo mediterraneo e del Vicino e Medio Oriente si contano a decine gli dei nati da una vergine e in una grotta, uccisi per amore del genere umano e per esso resuscitati. Il mito di Apollo/Dioniso è forse il più bello, crocifisso anche lui. Tutte queste divinità, compreso Gesù, nascono ovviamente in una grotta per il semplice motivo che questa rappresenta evidentemente l’utero femminile: per l’esattezza, l’utero della Madre Terra, divinità primigenia che nel mondo Mediterraneo benché sdradicata col ferro e col sangue è sopravvissuta – o risorta? – in una infinità di simboli. 


... Se Gesù nasce bambino da un vergine e in una grotta, assai più saggiamente il Dio etrusco nasce da un’ara e già adulto, evitando così l’amarezza di una Madonna che – ufficialmente – non godrà mai le gioie del sesso e l’umiliazione di un Giuseppe padre putativo, cioè non carnale, con tutto ciò che di assurdo, misogino, maschilista e castrante questo comporta nella religione ed educazione cristiana, cattolica in particolare.


...Ma torniamo al Natale del 25 dicembre. Dopo il solstizio d’inverno del 21 dicembre, giorno in cui cioè il sole raggiunge il punto più basso dell’orizzonte, a un occhio non dotato di telescopi quale era quello degli antichi il sole pare stia fermo in quel punto per tre giorni di fila prima di rimettersi a risalire sull’orizzonte inaugurando così un nuovo ciclo dell’anno solare, astronomico. Prima cioè di “nascere”. O meglio: “rinascere”. 21 più 3 fa 24, ed ecco che alla mezzanotte del giorno 24 inizia il fatidico 25, giorno del Natale, cioè della nascita anche di Gesù Cristo oltre che di uno stuolo di altre divinità benefiche o salvatrici del genere umano. In pratica, il Natale non è altro che la nascita dell’anno nuovo, anche astronomicamente parlando, come prova la tradizione della messa di mezzanotte: a nascere a mezzanotte non è infatti certo Gesù, che nessuno sa in che giorno sia nato e tanto meno a che ora, a nascere è invece il nuovo giorno, 25 dicembre, che in questo caso come abbiamo visto è l’inizio del nuovo anno astronomico perché il sole prende a rialzarsi sull’orizzonte. Analogamente, la Pasqua non è altro che la “resurrezione” della Natura con la primavera, tant’è che la Pasqua è fissata con un criterio astronomico e non ha una data fissa del calendario. Da notare che già prima della nascita di Cristo si usava sotterrare uova nel periodo pasquale, essendo l’uovo l’allegoria del seme della vita, al punto che “l’Uovo cosmico” era in antichità il principio dell’Universo intero.


... Gli antichi romani dell’epoca di Gesù e successiva chiudevano l’anno facendo bagordi per molti giorni con le feste dei Saturnalia, esattamente come si usa fare oggi a dicembre e con la stessa frenesia di acquisti, regali e mangiare e bere in modo molto superiore al normale. In particolare, per un bel pezzo e fino all’epoca costantiniana il 25 dicembre era il “dies natalis Solis Invicti”, cioè il giorno del “sole non vinto”, non vinto perché – appunto – ricominciava a sollevarsi dalla sconfitta di essere finito nel punto più basso dell’orizzonte e a “nascere” per il nuovo anno solare.


...Sol Invictus, “Sole Invitto”, o per esteso, Deus Sol Invictus, “Dio Sole Invitto”, era l’appellativo religioso di tre diverse divinità nel tardo impero romano, vale a dire di Eliogabalo, Mitra e Sol.  Il culto del Sol Invicuts era molto diffuso in tutto l’impero romano... A Roma il culto acquisì importanza con l’imperatore Eliogabalo (Elio significa appunto Sole), che volle imporre il culto di Elagabalus Sol Invictus, il Dio-Bolide solare di Emesa, la sua città nativa in Siria. Eliogabalo fece costruire sul Palatino un tempio dedicato alla nuova divinità. Ucciso Eliogabalo nel 222 dopo Cristo, questo culto cessò di essere coltivato a Roma, anche se gli imperatori continuarono ad essere ritratti sulle monete con l’iconografia della corona radiata solare per quasi un secolo. Nel 272 Aureliano riunificò l’impero sconfiggendo Zenobia, regina del regno di Palmira, principale nemica di Roma, grazie all’aiuto provvidenziale della città Stato di Emesa, aiuto provvidenziale: arrivò infatti proprio nel momento in cui le milizie romane stavano cedendo. L’appoggio dei sacerdoti di Emesa, cultori del dio Sol Invictus, bendispose l’imperatore che, all’inizio della battaglia decisiva, disse di aver avuto la visione benaugurante del dio Sole di Emesa. Insomma, Costantino per la battaglia decisiva di ponte Milvio, quella della famosa visione “In hoc signo vinces”, non fa altro che copiare da Aureliano…. Il lato comico è che lo stesso Costantino aveva già avuto la stessa visione in occasione di un’altra battaglia importante, quando era ancora un seguace del dio Sole, anzi ne era il pontefice massimo, cioè il “papa”. Costantino infatti fu Pontifex Maximus del culto del Sole Invitto e raffigurò il Sol Invicuts sulla sua monetazione ufficiale, con l’iscrizione Soli Invicto Comiti, cioè “al compagno Sole Invitto”, definendo quindi il dio come un compagno.


... il culto del Sole era presente in tutte le regioni dell’impero, e, l’adozione del culto del Sol Invictus fu vista da Aureliano come un forte elemento di coesione, a parte i motivi di gratitudine personale, né più e né meno come Costantino farà con il cristianesimo. Si noti che Gesù Cristo verrà definito “il nostro Sole” e rappresentato per un bel pezzo esattamente come il dio Sole e il dio Mitra, cioè con l’aureola solare attorno al capo e alla guida di un cocchio trainato da quattro cavalli.


Anche se il Sol Invictus di Aureliano non era ufficialmente identificato con il dio Mitra, altra divinità importata dall’Oriente, il suo culto richiama molte caratteristiche del mitraismo.


...Dell’origine della credenza della resurrezione converrà parlare a Pasqua, ma è il caso di dire sin da ora che essa nasce nel mondo mediterraneo con il culto egizio di Osiride e Iside. Prima di tale culto le vita nell’Aldilà era appannaggio esclusivo dei faraoni. La democratizzazione della vita eterna e della resurrezione anche per i comuni mortali avviene con il culto di Osiride e Iside, che in pratica anticipa molto dell’iconografia e delle credenze cristiane. Ringrazio la lettrice Ele che ha inviato in un suo commento della puntata precedente del blog il link di un film che cerca di fare chiarezza su tutto ciò, tanto che - pur scusandomi con la lettrice Anita che mi sconsiglia di riportarlo -  credo utile indicare a mia volta il link in questione: http://zeitgeistmovie.com


Insomma, la Sacra Famiglia e Dio non sono altro che la rappresentazione del ciclo naturale delle stagioni e del lavoro umano per trarre nutrimento da essa. La Madonna altri non è che la Madre Terra, e Gesù non è altro che la rappresentazione del fatto che tutto ciò che da essa stagionalmente nasce è destinato a stagionalmente morire per poi nascere nuovamente in un nuovo e sempre rinnovato ciclo di nascita/morte/nascita/morte…… S. Giuseppe non è altri che il lavoro dell’uomo, che per quanto si dia da fare per fecondare la Madre Terra, sia con l’agricoltura che con l’allevamento animale, non ne è mai il fecondatore decisivo perché le leggi della natura, compreso il ciclo delle stagioni, non dipendono da lui. Dio non è altro che il cielo (“Padre nostro che sei nei cieli”), il quale feconda la Dea Madre con la pioggia – simbolo verginale dello sperma – e presiede con il sole alla possibilità stessa di esistenza della vita e con le stelle e le costellazioni allo sviluppo delle vicende umane. E’ infatti credenza millenaria, viva ancora oggi, che le stelle e le costellazioni condizionano la vita e il destino di ogni essere umano.


...(Pino Nicotri)



L'articolo per intero  qui.

giovedì 20 dicembre 2007

Il raggio verde


Natale


Nati il 25 dicembre:


Mitra, Persia. Figlio del sole e sole egli stesso (come dire: figlio di dio e dio egli stesso). 3600 anni fa.


Osiride: Egitto

Viene fatto a pezzi, resuscita, ha un figlio, Horus, da Iside che viene rappresentata così (antico Egitto):





E chiamata "madre di dio"


Talmuz: Babilonia

unico figlio della dea Istar rappresentata con il bimbo in braccio e con una aureola di dodici stelle attorno alla testa.

 

Quetzalcoatl: Messico

Bacab: Yucatan

Huitzilopoctli, dio degli Atzechi

Bacco: Grecia

Adone: Siria.


Il Cenone dei Romani


dal 17 al 24 dicembre chiudevano le scuole e tribunali; ci si scambiava visite e doni, sparivano le classi sociali. Il giorno 24 si concludeva con un grande banchetto illuminato da lumini e candele, con brindisi e scambio di auguri. Il giorno 25 era dedicato al Sole Invicto: il Sole, cioè, che sembra sul punto di essere inghiottito dalle tenebre ma invece risorge e torna a brillare, a scaldare, a riportare la Vita sulla Terra.


Mitra pian piano venne introdotto a Roma. Esso fece talmente presa sulla popolazione, che nel 274 d.C. l’Imperatore Aureliano lo ufficializzò.

Mitra, quando la sua missione salvifica é compiuta, partecipa con i suoi adepti ad un banchetto; dopo aver consumato il pasto come atto sacrificale, il dio sale al cielo su un Carro di Luce, per riunirsi al Padre Sole.

Separati nettamente grazie all’intervento di Mitra il Bene dal Male, la vita sulla Terra sarebbe andata avanti sino al Grande Anno, periodo dell’Apocalisse. Mitra sarebbe allora tornato sulla terra per separare i giusti dai peccatori: ai primi avrebbe offerto la bevanda dell’immortalità, resuscitando anche i loro corpi fisici; i secondi sarebbero stati distrutti dal fuoco. Il culto di Mitra contemplava anche il battesimo


Gesù: Palestina. Last but not least.


Ma perché chiamare "falsi e bugiardi" Mitra, Iside, Talmuz...? Perché perseguitarne i fedeli?  Questo il peccato originale del Cristianesimo, datato quarto secolo, e via per-seguitando.


Buon Natale davvero a tutti.



Dulcis in fundo




Il raggio verde

Nel momento in cui il Sole raggiunge il suo minimo di influssi sulla Terra, quando è stanco e intorpidito, un Raggio Verde parte dal più profondo dell’Universo ed attraversa per un istante la Terra stessa. E’ il Raggio del Puro Spirito, del maggior contatto del Materiale con. . .ciò che sta al di là.



Leggi il Natale di Leonardo.


mercoledì 10 ottobre 2007

Spoon River sulla collina di S.Miniato.





(Il cimitero monumentale si trova dietro la basilica di S.Miniato, sopra il Piazzale Michelangelo)


Quanto tempo era che non ascoltavo recitare Spoon River, questa mesta opera poetica, così unica nel suo genere, così in un certo senso ingenua, ma anche vera. L’ho riascoltata domenica scorsa al cimitero delle Porte Sante, dalla voce di 37 attori e attrici tutti giovani e devo dire convincenti.

In genere i cimiteri hanno su di me un doppio potere: di attrazione e di repulsione. Mi attrae scoprire un viso interessante, una storia commovente e con un finale drammatico, la giovinezza stroncata, la grazia di un viso che sorride inconsapevole di un destino avaro, una poesia messa lì dall’amore di un padre, di un marito e potrei continuare, con tutti quei particolari che subito mettono in movimento i sentimenti già predisposti nel momento in cui si entra in questi luoghi. D’altra parte ci sono cose che mi disturbano e mi fanno nascere dentro una tristezza che mi stringe alla gola. Tutto quel marmo bianco così orrendo, quelle cappelle con i vetri bui e mezzi rotti e quei pinnacoli gotici agghiaccianti. Che peso sul cuore! Come sarebbe più gradito un cimitero di pietre tufacee o comunque pietre, magari in forma di sassi con erba intorno. Una piccola città silenziosa, morta appunto, ma con discrezione, con rispetto dei morti prima di tutto, ma anche dei vivi. Benvenute le piccole urne dell’incinerazione, quando sempre più questo modo rispettoso di tutto, della persona e del luogo, sarà più diffuso. E’ pensando a quel piccolo cimitero di collina che aveva ispirato E.L.Masters che ho ascoltato con piacere e talvolta con commozione gli attori che, disseminati un po’ in tutto lo spazio, facevano parlare i personaggi di Spoon River. Essi sono, secondo un certo gusto romantico ma anche secondo le scelte personali dello scrittore, povera gente che è stata maltrattata dalla vita e lo dice perché le offese non siano dimenticate e perché la loro voce, a volte gentile a volte disperata, arrivi al passeggero e desti un sentimento d’affetto. Queste storie sono quasi tutte belle nel senso che esprimono un’umanità vera, nonostante che siano un’invenzione letteraria. Da qui certamente la fortuna di quest’opera nel tempo. Mi sono piaciute particolarmente tre donne: Maria Cassi, bravissima nella parte di Dippold, l’ottico, la dolce moglie suicida dopo l’operazione che l’aveva lasciata ormai quasi invalida, non so da chi interpretata e infine il personaggio di Lucinda Matlock (**) di cui Giusi Merli ha reso benissimo la serenità di una vita lunga e appagata. Questa serata ha avuto anche una splendida cornice naturale. Cielo terso, piccole nuvole bianche dietro cui tramontava un sole color d’oro in un clima ancora dolcemente estivo. Paola Galli.



(**) Lucinda Matlock

 

Andavo a ballare a Chandlerville,

e giocavo a carte a Winchester.

Una volta ci scambiammo i cavalieri

al ritorno in carrozza sotto la luna di giugno,

e così conobbi Davis.

Ci sposammo e vivemmo insieme settant’anni,

divertendoci, lavorando, crescendo dodici figli,

otto dei quali ci morirono,

prima che arrivassi a sessant’anni.

Filavo, tessevo, tenevo in ordine la casa, assistevo i malati,

curavo il giardino, e alla festa

andavo a zonzo per i campi dove cantavano le allodole,

e lungo lo Spoon raccogliendo molte conchiglie,

e molti fiori ed erbe medicinali—

gridando alle colline boscose, cantando alle verdi vallate.

A novantasei anni avevo vissuto abbastanza, ecco tutto,

e passai a un dolce riposo.

Cos’è questa storia di dolori e stanchezza,

e ira, scontento e speranze cadute?

Figli e figlie degeneri,

la vita è troppo forte per voi—


ci vuole vita per amare la vita.

(In omaggio a Giusi Merli -perfetta e creativa - che sta qui all'Isolotto).



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