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domenica 19 gennaio 2014

La coscienza di Zeno

La Pergola, Firenze domenica 19 gennaio 2014


http://www.youtube.com/watch?v=PKJH9npKwE4



La vita attuale è inquinata alle radici. L'uomo s'è messo al posto degli alberi e delle bestie ed
ha inquinata l'aria, ha impedito il libero spazio. Può avvenire di peggio. Il triste e attivo animale potrebbe scoprire e mettere al proprio servizio delle altre forze. V'è una minaccia di quadrato sarà occupato da un uomo. Chi ci guarirà dalla mancanza di aria e di spazio? Solamente al pensarci soffoco!
 Ma non è questo, non è questo soltanto.  Qualunque sforzo di darci la salute è vano. Questa non può appartenere che alla bestia che conosce un solo progresso, quello del proprio organismo. Allorché la rondinella comprese che per essa non c'era altra possibile vita fuori dell'emigrazione, essa ingrossò il muscolo che muove le sue ali e che divenne la parte più considerevole del suo organismo. La talpa s'interrò
e tutto il suo corpo si conformò al suo bisogno. Il cavallo s'ingrandì e trasformò il suo piede.
Di alcuni animali non sappiamo il progresso, ma ci sarà stato e non avrà mai leso la loro salute.
 Ma l'occhialuto uomo, invece, inventa gli ordigni  fuori del suo corpo e se c'è stata salute e nobiltà in chi li inventò, quasi sempre manca in chi li usa. Gli ordigni si comperano, si vendono e si rubano e l'uomo diventa sempre più furbo e più debole. Anzi si capisce che la sua furbizia cresce in proporzione della sua debolezza. I primi suoi ordigni parevano prolungazioni del suo braccio e non potevano essere efficaci che per la forza dello stesso, ma, oramai, l'ordigno non ha più alcuna relazione con l'arto. Ed è l'ordigno che crea la malattia
con l'abbandono della legge che fu su tutta la terra la creatrice. La legge del più forte sparì e perdemmo la selezione salutare. Altro che psico-analisi ci vorrebbe: sotto la legge del possessore del maggior numero di ordigni prospereranno malattie e ammalati.  Forse traverso una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni ritorneremo alla salute. Quando i gas velenosi non basteranno più, un uomo fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo incomparabile, in confronto al quale gli esplosivi attualmente esistenti saranno considerati quali innocui giocattoli. Ed un altro uomo  fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po' più ammalato, ruberà tale esplosivo e s'arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà un'esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie.
[Italo Svevo, La coscienza di Zeno, 1923]

martedì 17 maggio 2011

E' stato sempre da quella parte

Cosa stanno guardando?















Simulazione di un attacco sotto falsa bandiera al Pakistan.



(la foto da Georgiamada)


domenica 3 gennaio 2010

Le sorelle Marinetti





clicca sulla foto.




Viste il 2 gennaio al Puccini: un sollievo e un augurio per il 2010: che il teatro viva!




Insieme all'orchestra Maniscalchi.




Bravi davvero.















giovedì 4 dicembre 2008

Toni Comello

E' rientrato in grembo all'Universo un anno fa


Firenze, ospedale di S.Maria Nuova, ore 23,50 del 5 dicembre 2007.




La lettera autografa (chiedigliela cliccandolo amichevolmente col mouse)


Gli avevo scritto, per tramite di Francesco Bellone - Franz - per chiedergli il testo della prolusione storica da lui fatta al circolo Arci di via Maccari, qui all'Isolotto, al memento della presentazione di Introcque, protagonisti i diavoli di Malebolge del canto XXI dell'Inferno. Mi aveva impressionato la sua storia d'Europa raccontata in 20 minuti: pennellate d'artista di un grafico leonardesco. ( Ho fatto lezione di storia per trent'anni a studenti di 15-18 anni). Un'emozione.  Vedi in Nota di fondo quanto scrissi allora.

In una lettera successiva (2 novembre 2006) mi ringrazia dell'invio del fascicolo "Ivi è Romena" e della sua riduzione teatrale "Processo a Dante" con queste parole: Che bello, lo leggo. comincio a scorrere. riconosco e mi riconosco. Ne parleremo. Se ne può fare un'azione teatrale in città e in Casentino. (a Poppi fui con l'Antigone di Alfieri, nel 67!!!!!! nel cortile del castello dei conti Guidi, mentore Bruno Migliorini, veneto fiorentinizzato come me, e che aveva una casa in Avena, con l'accento sulla A iniziale, ci teneva).




Lettera di Toni

18 gennaio 2006 V dallo Sfàchelos


Caro Cipriani,

sono a Milano (per un po').

Franz mi ha segnalato il tuo scritto - tutto bello - troppo - ma bellissimo là dove tu dici che il mio lavoro invoglia a "resistere", a continuare la lotta. non è politica, non è ideologia, non è programma (cioè:sempre, sì!) ma è vitalità. - manca,  in questi anni, in questa Italia, in questa Europa, la forza vitale- vecchi - vecchi!

mi hanno detto all'Isolotto: "il più giovane sei tu!" e ho 80 anni -  mi dicono (a Milano, a Torino, a Roma, i miei gruppi fanno centinaia di repliche delle  "Favole della Realtà" che sono le lezioni-spettacolo del  Trebbo) mi dicono: "grazie, ci dai fiducia" - questo che conta! e allora, bene- la mia prolusione (o spatagiata, come la chiamo) così come l'hai sentita non l'ho in iscritto. scritta, te la manderò - intanto ti mando qualcosa di Dante, "Introcque", "Ulisse", e un saggio delle mie traduzioni di Omero-

ho finito - no. forse non sai che a Firenze sta nascendo l'associazione "Passo d'Arno" (inferno XIII 156) per dare spettacoli (secchi, spogli, forti, come all'Isolotto) danteschi, la mattina per le Scuole, la sera per il pubblico adulto (soprattutto stranieri: vedono Giotto? Vedono e ascoltano Dante!) - credo nel Palagio di Parte Guelfa (io abito a 20 metri in Via delle Terme al 9)-

la cosa è sostenuta da Ole Mayer, Charles Adler, Venesse Hall, e altri , "fiorentini" di lontane parti- fra i più sensibili, a palazzo Vecchio, è Eugenio Giani, assessore (è lui che ha sollecitato i Centri Culturali Sranieri a fargli proposte)- Franz ti telefonerà - e a Quercioli- intanto di dò il suo numero,,,siamo in contatto continuo-

Un caro saluto, e facciamo.

Toni Comello


Così l'ho ricordato un anno fa.


Nota di fondo


Venerdi 13 bella serata al Circolo di Via Maccari con la Compagnia teatrale “Il Trebbo” (trivio, luogo di incontro tra il poeta, l’attore, lo spettatore). Ed è risultato vero. Mi son trovato perfettamente a mio agio con Dante poeta e Toni attore, io spettatore plurale presente nella sala del Circolo “Pampaloni”, abbracciato al poeta e all’attore nel ballo finale liberatorio che sanciva il superamento della quinta bolgia piena della pece vischiosa della corruzione che sempre minaccia di seppellirmi in quel gran calderone del mondo pieno, oggi come allora, di “ruffian, baratti e simile lordura”. Dante ha ridato – a me spettatore plurale - la spinta per superare le paure, affrontare la lotta, col lume della ragione impersonata da Virgilio, in modo da venir fuori da questa drammatica disperante attuale situazione politica.


Toni Comello è parso rappresentare molto bene quel fascino del palcoscenico fra arte, cultura e un po’ di mistero che per me amante del cinema in bianco e nero aveva a suo modo rappresentato, certo in una veste meno colta e sapiente, ma sempre molto seducente, il caratterista Aldo Silvani, vecchio attore felliniano e di quanti hanno messo in scena ambienti di teatro. Ma Toni Comello non è un semplice attore caratterista, è un grande intellettuale che t’incanta con una rievocazione storica delle vicende d’Italia e del mondo da lasciarti per mezz’ora a bocca aperta e occhi spalancati. Almeno così è successo a tutti i presenti.

 

 Finita la rievocazione mimata della storia d’Europa nel momento in cui essa vede la fine del sistema feudale basato sulle “stelle fisse” dell’Impero e del Papato per iniziare l’avventura dei liberi Comuni, si trasforma – con un naturalissimo trapasso in dissolvenza – da storico a capocomico e guida la schiera degli attori in un’avventura che presto coinvolge tutti i presenti in una euforia di partecipazione che li fa sentire davvero “triplicati” ciascuno nella triplice veste di poeta, attore e spettatore, visivamente fissata dal ballo finale: il poeta rappresentato dalla musica, attori e spettatori tutti i presenti mescolati nella danza liberatoria.Il teatro classico che divide il palco dalla platea qui è scomparso, anzi non è mai apparso: fin dall’inizio gli attori ci avevano chiesto un posto sulle sedie accanto a noi…Tutti al lavoro, tutti partecipi in questo grande “arzanà dei veneziani”.


Il pezzo l'ho Ritrovato qui  


5 foto delle mie


Il post vuole essere anche una risposta a Franz che scrive:


Cari amici e cari soci,

vi ricordo che venerdì 5 dicembre alle ore 21 presso il Trebbo, via de amicis 17 Milano, si terrà

una serata in ricordo di Toni Comello.

Sarà una bella occasione per rivederci ed incontrare i tanti amici di toni sparsi per tutta Italia.

A presto


Francesco ' Franz' Bellone


Un abbraccio a tutti. Consideratemi presente. Urbano.

venerdì 1 agosto 2008

Dante in Casentino VII

Presentazione al castello di Poppi - VII



Video settima scena: "Libero, dritto, sano è tuo arbitrio" - In cielo con Beatrice



 -


Testi:



Ascesa al cielo  p.153-155 del libro


Virgilio incorona Dante "padrone e signore di se stesso".


Sulla cima del Purgatorio ha bevuto alla sorgente dell’oblio:


 La bella donna ne le braccia aprissi;

abbracciommi la testa e mi sommerse

ove convenne ch’io l’acqua inghiottissi.

Indi mi tolse, e bagnato m’offerse

dentro a la danza de le quattro belle;

e ciascuna del braccio mi coperse.

(Purg. XXXI, 100-105)




e subito dopo a quella della buona memoria:


 S’io avessi, lettor, più lungo spazio

da scrivere, i’ pur cantere’ in parte

lo dolce ber che mai non m’avria sazio;

ma perché piene son tutte le carte

ordite a questa cantica seconda,

non mi lascia più ir lo fren de l’arte.

Io ritornai da la santissima onda

rifatto sì come piante novelle

rinovellate di novella fronda,

puro e disposto a salire alle stelle.


(Purg. XXXIII, 136-144)


 Da lassù, dal cielo stellato, mille volte contemplato nelle notti casentinesi splendide e insonni, ora finalmente raggiunto con l’aiuto delle dolcissime verità disvelate via via alla sua mente ormai libera da crucci e risentimenti, le cose assumono le debite proporzioni. Tra i sette pianeti ecco la terra:


Col  viso ritornai per tutte quante

Le sette spere, e vidi questo globo

Tal, ch’io sorrisi del suo vil sembiante;



E tutti e sette mi si dimostraro

Quanto son grandi e quanto son veloci

E come sono in distante riparo.

L’aiuola che ci fa tanto feroci,

volgendom’io con li eterni Gemelli,

tutta m’apparve da’ colli alle foci;

poscia rivolsi gli occhi a li occhi belli.


(Par. XXII, 133 sgg)



Gli attori:

Antonella Natangelo, arpa

Catherine Adoyo

Gabriella Gualtieri

Lola Poggi

Stefano Masetti

Rolando Milleri

Giovanni Terreni

Urbano Cipriani


Riprese, montaggio, compressione Youtube:

Stefano Dei
.


Fine.

 

giovedì 31 luglio 2008

Dante in Casentino VI

Presentazione al castello di Poppi - VI



Video sesta scena:  Il grande rifiuto, Firenze spietata e perfida.





clicca sull'immagine


Testi


Racconto di Buonconte


E io a lui: “Qual forza o qual ventura

ti travïò sì fuor di Campaldino,

che non si seppe mai tua sepultura?”.

“Oh!”, rispuos’elli, “a piè del Casentino

traversa un’acqua c’ha nome l’Archiano,

che sovra l’Ermo nasce in Apennino.

Là ‘ve ‘l vocabol suo diventa vano,

arriva’ io forato ne la gola,

fuggendo a piede e sanguinando il piano.

Quivi perdei la vista e la parola;

nel nome di Maria fini’, e quivi caddi,

e rimase la mia carne sola.

Ben sai come ne l’aere si raccoglie

quell’umido vapor che in acqua riede,

tosto che sale dove ‘l freddo il coglie.

Giunse quel mal voler che pur mal chiede

con lo ‘ntelletto, e mosse il fummo e ‘l vento

per la virtù che sua natura diede.

Indi la valle, come ‘l dì fu spento,

da Pratomagno al gran giogo coperse

di nebbia; e ‘l ciel di sopra fece intento,

sì che ‘l pregno aere in acqua si converse;

la pioggia cadde, e a’ fossati venne

di lei ciò che la terra non sofferse;

e come ai rivi grandi si convenne,

ver’ lo fiume real tanto veloce

si ruinò, che nulla la ritenne.

Lo corpo mio gelato in su la foce

trovò l’Archian rubesto; e quel sospinse

ne l’Arno, e sciolse al mio petto la croce

ch’i’ fe’ di me quando ‘l dolor mi vinse;

voltòmmi per le ripe e per lo fondo,

poi di sua preda mi coperse e cinse”.

(Purg. V, 88-129)


Narratore


Guido da Battifolle, diventato Podestà della Città del fiore, promulgherà un’Ordinanza che pare fatta per lui: siamo nel maggio del 1315, mancano poche settimane al 24 giugno, festa di S. Giovanni Battista.

Dante riceve sollecitazioni ripetute e insistenti da parenti e conoscenti. Ha davanti tante lettere e messaggi di amici, di nipoti, di persone buone e influenti.


All’amico fiorentino (maggio 1315)

Dalla vostra lettera ricevuta con l’affettuoso rispetto dovuto ho appreso con mente grata e attenta considerazione quanto il mio ritorno in patria vi sia a cura e a cuore; e perciò tanto più strettamente mi avete obbligato quanto più di rado capita che gli esuli trovino amici.



Ecco dunque ciò che dalle lettere vostre e di mio nipote nonché di parecchi altri amici mi è stato

comunicato, per l’ordinamento testé fatto a Firenze sull’assoluzione degli sbanditi, che se volessi pagare una certa quantità di denaro e volessi sopportare la vergogna dell’offerta, potrei essere assolto e ritornare subito.



E’ questa la grazia del richiamo con cui Dante Alighieri è richiamato in patria dopo aver patito quasi per tre lustri l’esilio? Questo ha meritato una innocenza evidente a chiunque? Questo i sudori e le fatiche continuate nello studio? Lungi da un uomo familiare della filosofia una bassezza d’animo a tal punto fuor di ragione da accettare egli, quasi in ceppi, di essere offerto, a guisa di un Ciolo e di altri disgraziati. Lungi da un uomo che predica la giustizia il pagare, dopo aver patito  ingiustizie, il suo denaro ai persecutori come a benefattori. Non è questa la via del ritorno in patria, o padre mio; ma se una via diversa da voi prima o in seguito da altri si troverà che non deroghi alla

fama e all’onore di Dante, quella non a lenti passi accetterò; che se non si entra a Firenze per una qualche siffatta via, a Firenze non entrerò mai. E che? Forse che non vedrò dovunque la luce del sole e degli astri? Forse che non potrò meditare le dolcissime verità dovunque sotto il cielo, se prima non mi riconsegni alla città, senza gloria e anzi ignominioso per il popolo fiorentino? Né certo il pane mancherà.


 Firenze spietata  p.151


(dalla sentenza di Bando Maggiore del 6 novembre 1315)


Araldo

In nome di Dio, amen.

Questi sono i bandi e gli sbandimenti profferti e pronunciati dal nobile cavaliere Rayneri di Zaccaria di Orvieto, Vicario del re Roberto d’Angiò, nella città di Firenze e nel distretto, contro i sottoscritti ghibellini e ribelli: per il Sesto di Porta San Piero nella città di Firenze, tutti di casa Portinari e tutti di casa Giochi, eccetto Lamberto Lapi e Filippo Ghepardi; Dante Alighieri e figli, contro tutti e ciascuno dei quali sopra nominati, dai settanta anni in giù e dai quindici anni in su.

…essendo stati legalmente condannati per la contumacia di loro, se in qualsiasi tempo verranno in potere nostro e del Comune di Firenze, siano condotti sul luogo di giustizia e quivi sia loro tagliata la testa dalle spalle, così che muoiano
.

(Archivio di Stato, Diplomatico, Firenze)


Narratore A distanza di 3 settimane, il 6 Novembre 1315, Rayneri di Zaccaria di Orvieto, aggiunge:


a Dante e figli ripetiamo la condanna e confermiamo il bando da Firenze e territori connessi; e perché non si facciano gloria della loro contumacia, aggiungiamo che chiunque può recar loro offesa negli averi e nella persona, liberamente e impunemente, secondo quanto prevedono gli statuti di Firenze


Voce fuori campo



Che se’l conte Ugolino aveva voce

D’aver tradita te delle castella

Non dovei tu i figliol porre a tal croce.

 Innocenti facea l'età novella,

novella Tebe, Uguiccione e 'l Brigata

e li altri due che 'l canto suso appella.


mercoledì 30 luglio 2008

Dante in Casentino V

Presentazione al castello di Poppi - V



Video quinta scena:  Lettera a Enrico, Lettera di Gherardesca a Margherita di Brabante, addio amaro al Casentino:




clicca sulla foto


Testi:


E subito dopo, il 17 Aprile, al Divo Enrico, quasi con frenesia:


  Leva dunque gli indugi. Restando a Milano passandovi dopo l’inverno la primavera, credi di uccidere l’idra pestifera con l’amputarle le teste? Per estirpare alberi non vale il taglio dei rami; anzi crescono più numerosi e vigorosi fin quando rimangono le radici da cui prendono nutrimento.

Che cosa credi di aver compiuto, o unico Signore del mondo, quando avrai piegato il collo di Cremona ribelle? Forse che allora non si gonfierà inaspettata la rabbia o di Brescia o di Pavia? Anzi, quando questa rabbia anche flagellata sarà abbattuta, subito l’altra di Vercelli o di Bergamo o altrove scoppierà di nuovo, finché non si elimini alla radice la causa di questo tumore purolento e, strappata la radice di così grave errore, i rami pungenti insieme col tronco inaridiscano.

O forse ignori e non scorgi dalla specola della somma altezza dove si rintani la piccola volpe di tanto fetore, noncurante dei cacciatori? scellerata non si abbevera alle acque precipiti del Po, né al tuo Tevere, ma le sue fauci infettano ancora la corrente dell’Arno impetuoso, e si chiama Firenze, forse non sai?, questo crudele flagello. Questa è la vipera avventatasi contro le viscere della madre; questa è la pecora malata che infetta col suo contagio il gregge del suo pastore.

Scritto in Toscana alla sorgente dell’Arno, il 17 aprile [1311], l’anno primo della faustissima venuta in Italia del divo Enrico.


p.133


Dal castello di Poppi 1311

La duchessa Gherardesca scrive all’Imperatrice Margherita


Epistole IX, X, XI


Narratore

Nella concitazione del momento, Dante, ospite del Conte Guido Novello in Poppi, si fa segretario di fiducia, diligente scrivano e amanuense della Contessa Gherardesca, moglie di Guido e figlia del Conte Ugolino. Con quale insistenza l’avrà incoraggiata a intraprendere un rapporto epistolare con l’Imperatrice Margherita di Brabante!


Gherardesca di Battifolle

Alla gloriosissima e clementissima signora Margherita per divina provvidenza regina dei Romani e sempre Augusta, Gherardesca di Battifolle per largita grazia di Dio e dell’Impero contessa palatina in Toscana, piegate umilmente le ginocchia, presenta la dovuta riverenza. La graditissima lettera della regale Benignità con gioia fu vista dai miei occhi e dalle mani fu presa con reverenza, come si convenne. Sappia, dacché lo chiede, la pia e serena Maestà dei Romani che al momento dell'invio di questa lettera il diletto consorte ed io, per dono del Signore, eravamo in buona salute, contenti di quella dei figli, tanto noi più lieti del solito, quanto i segni del risorgente Impero promettevano ormai tempi migliori. Così dunque esultando nel presente e nel futuro, ricorro senza alcuna esitazione alla clemenza

dell’Augusta e supplichevolmente rivolgo rispettose preghiere affinché vi degnate pormi sotto l’ombra sicurissima della vostra Altezza, e io sia sempre protetta, e appaia esser tale, dal violento assalto di ogni avversità.

Inviata dal castello di Poppi, il 18 maggio (1311), nel primo anno della faustissima venuta in Italia di Enrico Cesare.


(p.139 del libro)


Addio al Casentino


Narratore

 Il brusco mutamento di fronte di Guido da Battifolle, il quale ad un certo momento abbandonerà la parte imperiale e verrà addirittura nominato vicario di Re Roberto d'Angiò per la Toscana, ci spiega da un lato l'abbandono, da parte di Dante, di queste terre, per riprendere le sue peregrinazioni all'ombra del "sacrosanto segno", e dall'altro il progressivo drastico indurirsi e inasprirsi del giudicare dantesco su uomini e cose casentinesi, quale è poeticamente documentato nella Commedia, in particolare nel canto XIV del Purgatorio. Non vi è infatti giudice meno benevolo, mi si conceda l'espressione, di un innamorato respinto e tradito. Dante si allontana così dal Casentino.



Prima Voce

Tra brutti porci, più degni di galle

che d’altro cibo fatto in uman uso,

dirizza prima il suo povero calle.

Botoli trova poi, venendo giuso,

ringhiosi più che non chiede lor possa,

e da lor disdegnosa torce il muso.

Vassi caggendo e quant'ella più ingrossa

tanto più trova di can farsi lupi

la maladetta e sventurata fossa.

Discesa poi per più pelaghi cupi

trova le volpi sì piene di froda

che non temono ingegno che le occupi.




Seconda voce

“O voi che sanz’alcuna pena siete,

e non so io perché, nel mondo gramo”,

diss’elli a noi, “guardate e attendete

a la miseria del maestro Adamo;

io ebbi, vivo, assai di quel ch’i’ volli,

e ora, lasso!, un gocciol d’acqua bramo.

Li ruscelletti che de’ verdi colli

del Casentin discendon giuso in Arno,

facendo i lor canali freddi e molli,

sempre mi stanno innanzi, e non indarno,

ché l’imagine lor vie più m’asciuga

che ‘l male ond’io nel volto mi discarno.

La rigida giustizia che mi fruga

tragge cagion del loco ov’io peccai

a metter più li miei sospiri in fuga.

Ivi è Romena, là dov’io falsai

la lega suggellata del Batista;

per ch’io il corpo sù arso lasciai.

Ma s'io vedessi qui l'anima trista

di Guido, d'Alessandro e di lor frate

per fonte Branda non darei la vista.



martedì 29 luglio 2008

Dante in Casentino IV

Presentazione al castello di Poppi - IV


Video quarta scena:  Enrico VII in Italia, l'Italia all'inizio del 300, le grandi lettere dal Casentino:



Clicca sulla foto per aprire il video



Testi


4 quadro  

 La grande speranza: Enrico imperatore    p.113

 

Il 27 novembre i sette principi elettori di Germania, radunatisi in un convento di Francoforte, s'accordano finalmente per metter fine al periodo di sede vacante dell'Impero, dopo l'uccisione di Alberto I, e designano alla corona imperiale Enrico do Lussemburgo, di trentaquattro anni

Ma com'era l'Italia nel 1310? P.115

Il papato aveva avuto un periodo non breve di sede vacante. Poi con Celestino V era fallito l’esperimento spirituale, con Bonifacio VIII fallisce l’esperimento temporale, con Clemente V il pontefice è ormai vassallo del re di Francia, in Avignone.

L’Impero ormai da molti anni non è più punto di riferimento nelle mille contese tra feudatari e mercanti, tra città e campagna; l’Italia è una nave senza nocchiero in gran tempesta. La Sicilia si libera dai francesi con i vespri siciliani per far posto agli Aragonesi: Federico II ne fa campo di battaglia prima col fratello Giacomo poi con Carlo II d’Angiò. Genova ha sconfitto Pisa alla Meloria e poi Venezia a Curzola. Marco Polo, reduce dalle glorie del Catai, trova il tempo per dettare le sue memorie nelle prigioni genovesi, mentre Giotto ha da poco finito di dipingere la cappella degli Scrovegni a Padova.

l’industria tessile costituisce l’asse portante dello sviluppo economico; la lana proviene dalla Castiglia e dall’Inghilterra: Firenze, Lucca, Milano, Como, Bergamo, Brescia sono centri di produzione che   eguagliano quelli delle Fiandre e della Francia del Nord. L’artigiano ha bisogno del mercante che procuri la materia prima e fornisca il denaro per il primo acquisto. Il mercante ha bisogno di vie di comunicazione sicure e libere da balzelli. Firenze chiede il passo alle città confinanti; se Arezzo, Siena, Pisa e Lucca si mettono sulla sua strada è guerra.

Dentro la città il mercante-artigiano guelfo chiede il passo al magnate ghibellino; il partito guelfo, una volta vincitore, si divide al suo interno. Bianco contro nero, popolo minuto contro popolo grasso, salariato contro proprietario...


p.117

Il momento è drammatico, altamente drammatico. Tutti gli antichi fuorusciti fiorentini, Ghibellini e Bianchi, sono intenti a seguire le mosse dell’alto Arrigo, e impazienti vorrebbero che egli non ponesse ulteriori indugi, e subito puntasse al cuore della Toscana. Con la speranza prende corpo in Dante una diversa o comunque più precisa convinzione politica. Dante, qui dal Casentino, scrive tre lunghe infuocate lettere ai Signori d’Italia, agli scelleratissimi fiorentini, al divo Enrico. Ancora fresca d’inchiostro la stesura del 6° canto del  Purgatorio che di queste lettere costituisce la parafrasi. E che parafrasi.


 

Epistola V (settembre-ottobre 1310)

Alle sorgenti dell’Arno.

 A tutti e ai singoli Re d’Italia e ai Senatori della santa città, nonché ai Duchi, Marchesi, Conti e ai Popoli, l’umile italiano Dante Alighieri fiorentino ed esule senza colpa invoca pace. “Ecco ora il tempo accettevole”, nel quale sorgono i segni della consolazione e della pace. Un giorno nuovo infatti comincia a splendere mostrando dal suo nascere l’aurora che già riduce le tenebre della lunga calamità; e già le brezze orientali si fanno più frequenti; rosseggia il cielo ai confini dell’orizzonte e conforta di dolce serenità le speranze delle genti. O Italia, ora degna di pietà perfino per i  saraceni,

…asciuga le lacrime e cancella i segni dell’afflizione, o bellissima, è vicino colui che ti libererà dal carcere degli empi, che percuotendo a fil di spada i malvagi li disperderà e affiderà la sua vigna ad altri agricoltori che al tempo del raccolto diano in cambio il frutto di giustizia.

E voi che piangete oppressi “sollevate l’animo, ché vicina è la vostra salvezza”. Prendete il sarchio della buona umiltà e, spezzate le zolle della riarsa animosità, spianate il campicello della vostra mente affinché la pioggia celeste, venendo per caso prima che sia gettata la vostra semente, non cada a vuoto dall’alto. Non si ritragga da voi la grazia divina come la rugiada quotidiana dal sasso, ma come una valle feconda concepite e germinate il verde; il verde, dico, fruttifero di vera pace; e sulla vostra terra ritornata verdeggiante il nuovo agricoltore dei Romani aggiogherà con maggior rispetto e con maggiore fiducia i buoi della sua saggezza. Perdonate, perdonate già da ora, voi che con me avete sofferto ingiustizia, perché Colui dal quale come da un punto si biforca la potestà di Pietro e di Cesare, volentieri punisce la sua famiglia ma più  volentieri ne ha pietà.




Agli scelleratissimi fiorentini

Epistola VI

Alle sorgenti dell’Arno 1311.


Dante Alighieri fiorentino ed esule senza colpa agli scelleratissimi Fiorentini che vivono tra le mura di Firenze.

La pia provvidenza dell’eterno Re che mentre perpetua nella sua bontà le cose del cielo, non abbandona disprezzandole le nostre cose di quaggiù, ha disposto che le cose umane debbano essere governate dal sacrosanto Impero dei Romani affinché nella serenità di tanto presidio il genere mortale abbia pace e civilmente possa vivere. O cinti da un ridicolo riparo confidate in qualche

difesa? O malvagiamente concordi! O acciecati da una incredibile passione! A che gioverà aver cinto di steccato la città, a che averla armata di ripari e di merli, quando sopravverrà l’aquila in campo d’oro terribile, che trasvolò superba un tempo i vasti mari?

Vedrete i vostri edifici... precipitare sotto i colpi dell’ariete, e, tristi, esser inceneriti dal fuoco.

Vedrete la plebe d’ogni intorno infuriante ora divisa a favore o contro, poi unita contro di voi gridare terribile perchè non sa essere affamata e timorosa insieme


E non vi accorgete, poiché siete ciechi, che è la cupidigia che vi domina, che vi blandisce con velenosi sussurri, che vi tiene costretti con minacce fallaci e vi imprigiona nella legge del peccato e vi proibisce di ubbidire alle santissime leggi che sono fatte a immagine della giustizia naturale; l’osservanza delle quali, se lieta, se libera, non solo è dimostrato che non è servitù, ma anzi, a chi guardi con perspicacia, appare chiaro che è la stessa suprema libertà. Se non volete dissimulare, riconoscete dunque che è giunto il tempo di pentirvi amarissimamente delle temerarie presunzioni.E un tardivo pentimento d’ora in poi non porterà il perdono, ma coinciderà con l’inizio di un tempestivo castigo. Scritto il 31 marzo 1311 in Toscana, alle sorgenti dell’Arno, nel primo anno della faustissima venuta di Enrico Cesare in Italia.

giovedì 24 luglio 2008

Dante in Casentino III

Presentazione al castello di Poppi - III


Video terza scena: (L’amore tempestoso)


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Testi:




Narratore

Nell’Epistola IV, scritta ai primi del 1307, Dante, di ritorno da una importante ambasceria in Lunigiana, scrive al conte Moroello Malaspina e racconta che, appena giunto sulle rive dell’Arno, gli era apparsa davanti agli occhi una donna e che, malgrado ogni suo sforzo, Amore gli aveva cacciato dalla mente ogni proposito di tenersi lontano dalle donne e dalla poesia amorosa e lo aveva completamente sottomesso alla propria signoria.


 Ero appena uscito dalla corte dove mi era stato possibile vivere in piena libertà, ed avevo posto sicuro ed incauto i piedi presso la corrente del Sarno, quando, ahimè, all’improvviso, non so come, mi apparve una donna, come folgore dall’alto, in tutto per costumi e bellezza conforme alle mie aspettative.O quanto fu il mio stupore a quella apparizione! Ma lo stupore cessò per il terrore del fragore che seguì. Poiché come ai diurni baleni succedono i tuoni, così alla vista della fiamma di questa bellezza, Amore tremendo ed imperioso mi ebbe suo, e feroce come un signore che rientri nelle sue terre dopo un lungo esilio, uccise o sbandì o imprigionò qualsiasi cosa fosse stata a lui contraria dentro di me. Soffocò dunque quel proposito lodevole per cui mi tenevo lontano dalle donne e dai loro canti, e cacciò empiamente come sospette le assidue meditazioni con le quali andavo considerando le cose del cielo e della terra. Infine, perché l’anima mia non potesse più ribellarsi contro di lui, mise in catene il mio libero arbitrio, sicché bisogna ch’io mi volga dove vuole lui e non io.


Amor, da che convien pur ch’io mi doglia

Perché la gente m’oda,

E mostri me d’ogni vertute spento,

Dammi savere a pianger come voglia,

Sì che ‘l duol che si snoda

Portin le mie parole com’io ‘l sento.

Io non posso fuggir ch’ella non vegna

Ne l’immagine mia,

se non come il pensier che la vi mena.

L’anima folle che al suo mal s’ingegna,

com’ella è bella e ria,

così dipinge e forma la sua pena.

Così m’hai concio, Amore, in mezzo l’Alpi,

Ne la valle del fiume

Lungo il qual sempre sopra me se’ forte:

…O montanina mia canzon, tu vai:

Forse vedrai Fiorenza, la mia terra,

Che fuor di sé mi serra,

Vota d’amore e nuda di pietade;

va’ dicendo: “Omai

Non vi può far lo mio fattor più guerra:

Là ond’io vegno una catena il serra

Tal che, se piega vostra crudeltate,

Non ha di ritornar qui libertate.


Dante in Casentino II

Presentazione al castello di Poppi - II


Video seconda scena:




durata:10'


Testi:


Così Dante esprimerà il suo stato d’animo:

 

 Veramente io sono stato legno sanza vela e sanza governo, portato a diversi porti e foci e liti dal vento secco che vapora la dolorosa povertade; e sono apparito alli occhi di tanti in modo molto diverso da come forse per alcuna fama m’aveano imaginato: nel conspetto de’ quali posso aver perduto stima e considerazione come persona, in modo che ne potrebbe risentire il giudizio anche riguardo ad ogni mia opera, sì già fatta come quella che fosse a fare.

(Convivio I - 3° cap.)

 

Lettera ai duchi di Romena 1304     p.67

 

Questa lettera è stata scritta da Dante Alighieri a Oberto e Guido conti di Romena dopo la morte del loro zio conte Alessandro, per esprimere le sue condoglianze.

Il vostro zio Alessandro era il mio signore e tale rimarrà nella mia memoria finché vivrò, perché mi avevano reso suddito la sua magnificenza e la sua bontà durante lunghi anni di tormentate vicissitudini.


Io poi, oltre a tutto questo, mi scuso, come vostro suddito, di fronte alla vostra discrezione, della mia assenza alle dolorose esequie; perché sono stato impedito non da negligenza né ingratitudine, ma dalla improvvisa povertà che l’esilio mi ha procurato. Questa povertà infatti, davvero crudele persecutrice, dopo avermi privato di armi e di cavalli, mi ha ormai cacciato nell’antro della sua prigionia dove, impietosa com’è, fa di tutto per tenermi imprigionato.

 

Voce fuori campo

Tu proverai sì come sa di sale

Lo pane altrui; e come è duro calle

Lo scendere e salir per l’altrui scale.

(Par. XVII, 58-60)

Seconda voce fuori campo

…"Nessun maggior dolore

che ricordarsi del tempo felice

ne la miseria; e ciò sa 'l tuo dottore.

Ma s'a conoscer la prima radice

del nostro amor tu hai cotanto affetto,

dirò come colui che piange e dice. (Inf.5, parole di Francesca da Rimini)

 

 

Dante padre della lingua italiana

Narratore

Il “De vulgari eloquentia” (1303-1305) è un trattato in latino sull’uso del volgare come lingua letteraria ed è rivolto al popolo delle arti che dal 1282 ha sostituito nel governo di Firenze i magnati della grande proprietà terriera. Dante dichiara che la lingua volgare è quella lingua che il bambino impara dalla balia, quindi una lingua naturale, a differenza della lingua latina che è lingua perfetta ma artificiale. Dante non perde  l’occasione neppure per esprimere il suo giudizio negativo sul modo di parlare dei casentinesi:

 

 

In tanta dissonanza che tutte queste varietà producono nel volgare italiano, mettiamoci sulle tracce della lingua più decorosa d’Italia, la lingua illustre; e per aprire alla nostra caccia una strada transitabile, in primo luogo buttiamo fuori dalla selva cespugli aggrovigliati e rovi. E diciamo pure che quello dei  romani - che non è neanche una lingua ma piuttosto uno squallido gergo - è il più brutto di tutti i volgari italiani Dopo costoro strappiamo via gli abitanti della Marca Anconitana, che dicono Chignamente state siate, ces fas-tu?; e assieme a loro via anche gli Spoletini. Dopo di questi estirpiamo Milanesi e  Bergamaschi.

E dopo ancora, setacciamo via Aquileiesi e Istriani, che con quel loro accento ferino pronunciano: Ces fas-tu? E assieme a questi buttiamo via tutte le parlate montanare e campagnole, come quelle dei Casentinesi e degli abitanti di Fratta, che, col loro accento aberrante da tutte le regole, suonano in modo da far a pugni col linguaggio di chi abita nel centro delle città .



Attori recitanti:


Rolando Milleri

Stefano Masetti

Urbano Cipriani



Arpa:

Antonella Natangelo.

giovedì 17 luglio 2008

Leopardi visto da Toni Comello


Teatrino del Gallo


 Giovedì 24 luglio alle ore 21,00

nel giardino della libreria Libri LIberi

Via san Gallo 25r -tel. 055.2658324


PASSO D’ARNO


LA STANZA DEI BALOCCHI

DI GIACOMO LEOPARDI


Di questo poeta “infinito” è diffusa fra noi un’immagine “lontana”, una sacra icona venerabile e vaga: insomma è più ammirato che letto… Non ci siamo accorti che Leopardi è il più grande autore teatrale italiano, la vis comica, l’arte del ridicolo, il rasoio dell’ironia, la forza dirompente delle sue “trovate”. Un genio di 26 anni con l’esperienza  di un vecchio e la voglia di giocare di un bambino.

Ideato da Toni Comello, lo spettacolo presenta il Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie, il Dialogo di un Folletto e di uno Gnomo e il Dialogo di un Venditore di Almanacchi e di un Passeggere.


 Gli interpreti:

Francesco Bellone, Angelo Rea, Letizia Sacco e Pietro Venè.

Ingresso 7 euro.


Vediamoci lì.


PS.

YouTube - TONI COMELLO dall'Inferno. Ulisse. Parte I

TONI COMELLO recita Dante. "ULISSE". canto XXVI dell'Inferno ...

www.youtube.com/watch?v=HDSVCAAXGEA

sabato 7 giugno 2008

Bargello, Palazzo non finito

Sandro Lombardi in 'Erodiade' di Testori


Nel Cortile del Museo Nazionale del Bargello fino al 6 giugno la tragica eroina impersonata da un attore brianzolo...

Nel Cortile del Museo Nazionale del Bargello fino al 6 giugno la tragica eroina impersonata da un attore brianzolo... | Fino all'8 giugno ore 21.15

CORTILE DEL MUSEO NAZIONALE

DEL BARGELLO

Soprintendenza Speciale P.S.A.E. e per il Polo Museale della Città di Firenze

Museo Nazionale del Bargello - Teatro del Maggio Musicale Fiorentino

Eti - Teatro della Pergola - Associazione "Amici del Bargello"

ERODIAS di Giovanni Testori

con un prologo da Mallarmè

di Patrizia Valduga

uno spettacolo di e con Sandro Lombardi

e con Ciro Masella

allestimento scenico Patrizia Scassellati

costumi Marion D'Amburgo

musiche originali Giancarlo Cardini

luci Gianni Pollini

suono Antonio Lovato

costumi Marion D'Amburgo

regista assistente Francesco Torrigiani

maestro di canto Francesca Della Monica



con il sostengo di Ministero per i Beni e le Attività Culturali Regione Toscana



In occasione della mostra I grandi bronzi del Battistero l'arte di Vincenzo Danti discepolo di Michelangelo Museo Nazionale del Bargello, 16 aprile/7 settembre 2008 visitabile gratuitamente prima e dopo lo spettacolo.



Dopo i consensi riportati con Edipus, 1994, Cleopatràs, 1996, Due lai, 1998 e L'Ambleto, 2001, per ciascuno dei quali ha ricevuto il Premio Ubu come miglior interprete maschile dell'anno, Sandro Lombardi torna al teatro di Giovanni Testori.



Erodiàs costituisce il pannello centrale di un trittico, pubblicato postumo con il titolo Tre lai nel 1994. Si tratta di tre lamenti di morte, il primo dedicato a Cleopatra, l'ultimo alla Madonna, al centro del quale si colloca una delle eroine su cui più volte era tornato Testori: Erodiade, l'antica concubina di Erode che, presa di folle amore per Giovanni Battista e furente per il rifiuto oppostole, spinge la figlia Salomè a chiederne la testa.



In un teatrino di qualche cittadina brianzola, un attore, identificandosi con Erodiade, intona uno strampalato canto funebre e, rimproverando il Battista di esserle apparso troppo bello e seducente, si abbandona a un soliloquio appassionato e disperato. Repentini scarti d'umore spostano il clima dai toni alti della tragedia alla situazione quotidiana, anche baraccona e grottesca, di una stanca 'subrettona' dalle bellezze appassite. Lo spettacolo si gioca tutto nel contrasto tra il riferimento biblico col suo sfondo palestinese e la fastosità barocca di un linguaggio da teatro di varietà.



Ma un conto leggerlo nella scheda,


un conto vederlo


 la sera del 6 giugno


 (insieme a Paola, Gabriella, Rita).


 Il cortile del Bargello


 la sera è più che bello,


anche se ti vieni a trovar


 sotto l'ombrello.


Il Bargello è un luogo molto adatto per rappresentare la morte: da lì partivano i condannati per esser condotti all'ultimo supplizio. Girando la cantonata trovi la porta della cappella  con la prima fermata della via mortis (fuoco o decapitazione) che ti accompagnava fino al "luogo di giustizia" come ricorda il pannello sulla facciata:

Al primo piano del duegentesco Palazzo si trova la Cappella di Santa Maria Maddalena, dove sostavano i condannati a morte prima di iniziare il loro cammino verso il patibolo, assistiti dai confratelli della Compagnia dei Neri.


Il Bargello è un luogo molto adatto per rappresentare il ritorno alla vita: fu proprio qui, nel cortile aperto sul cielo, che Pietro Leopoldo di Lorena fece fondere, nella seconda metà del '700, gli strumenti di tortura, nel mentre l'araldo comunicava al mondo la fine per legge di quell'estrema tortura che si chiama condanna a morte per mano del boia.


Ragione per cui oggi tale diritto è rimasto in mano solo a 'drangheta, mafia, servizi segreti, e "governi canaglia".

Insomma ai terroristi.


Non per niente il Bargello s'intitola "palazzo non finito".


Scheda storica





Il cortile delle carceri




Teatro delle vicende politiche che videro contrapposti Papato e Impero, guelfi e ghibellini, nonché le fazioni cittadine in lotta per il potere, il palazzo fu testimone del progressivo decadere delle istituzioni repubblicane: all’affermarsi dell’egemonia medicea nella seconda metà del Quattrocento, con il trasferimento delle funzioni politiche a Palazzo Vecchio, divenne prima la sede del Consiglio di Giustizia e dei Giudici di Ruota, e dal 1574, sotto il principato di Cosimo I de’ Medici, fu trasformato in carcere cittadino. Dal Bargello (capo delle Guardie o di Piazza), che con l’aiuto dei suoi sbirri arrestava, interrogava e provvedeva anche ad eseguire le condanne, il palazzo ha derivato il nome che porta ancora oggi.

La trovi qui


mercoledì 27 febbraio 2008

Sapia

Sapia di Toni Comello



clicca sulla foto per ingrandirla

Letizia Sacco nella parte di Sapia (al Circolo Arci di Via Maccari 27-02-08)




MERCOLEDI 27 FEBBRAIO ORE 21 - CIRCOLO ARCI ISOLOTTO -Via Maccari 104 -


PASSO D'ARNO  CENTRO INTERNAZIONALE DANTESCO


IN COLLABORAZIONE CON IL TREBBO Presenta


"SAPIA" personaggio ‘cucito'


ESPLORAZIONE DANTESCA

SUL CANTO XIII° DEL PURGATORIO


Sapìa Salvani Saracini è una donna divorata da un'ambizione impotente,

che ha il nome di invidia. invidia che genera odio. l'ambizione potente

è invece quella di Provenzano Salvani. nipote di Sapìa. sono tutti due

in Purgatorio. opere buone e preghiere d'altrui, hanno ottenuto loro la

clemenza di Dio. Provenzano cammina muto, da 31 anni, sotto un macigno

che gli “doma la cervice superba”. Sapìa, da 25, ‘cucita' le palpebre,

rammenda, cieca, la vita “ria”, nella cornice subito sopra, tra i lividi

invidiosi. Un fatto. ma, come sempre in Dante, s'allarga: Sapìa è anche

una città, Siena, “vana” decerebrata, che vuole la morte di un figlio,

Provenzano, il superbo.

E in parallelo, Firenze, la “città partita”, che vuole (due volte: 1302,

1315) la morte di Dante, il superbo, il suo figlio maggiore. così tutto,

in Dante, si fa storia società impegno morale, meditazione sulle vicende

degli uomini. mai evasione, ma presenza totale, “a viso aperto”: di

mente e di cuore.


A CURA DI TONI COMELLO CON:

Francesco Bellone, Giancarlo Monticelli, Angelo Rea, Letizia Sacco


Giunti alla sommità della gradinata, Dante e Virgilio si trovano nel secondo girone, ove si espia la colpa dell’invidia.


Esso è di circonferenza inferiore rispetto al primo e non vi compaiono né bassorilievi né disegni.


Al termine dell’invocazione di Virgilio al sole, i due poeti vedono venirsi incontro volando alcuni spiriti che, senza fermarsi, pronunciano, ciascuno, frasi diverse.


Il primo allude all’episodio delle nozze di Cana, il secondo si presenta come Oreste, un terzo infine parafrasa un versetto di Matteo: sono, secondo la spiegazione di Virgilio, in quanto esempi di umiltà, moniti contro il peccato dell’invidia.

 


 

Sedute lungo la parete rocciosa, Dante vede poi delle anime coperte di mantelli di panno ruvido e dello stesso colore livido della pietra, l’una appoggiata all’altra e tutte alla roccia, simili ai ciechi seduti vicino alle chiese a chiedere l’elemosina.


Esse hanno inoltre le palpebre cucite con un fil di ferro. Il poeta, commosso da quella vista, si rivolge agli espiandi chiedendo se tra loro vi sia qualche italiano.


Una gli risponde e comincia così il dialogo tra il poeta e la senese Sapia, zia di Provenzano Salvani e ascesa in Purgatorio grazie alle preghiere del francescano Pier Pettinaio: il canto si chiude con una profezia di quello spirito circa alcune fallimentari iniziative intraprese dalla sua città.

 

SAPIA


Sapia era una nobile Senese che viveva in via Montanini, a Siena.

Aveva gli occhi e i capelli castani, una carnagione rosea, un naso a patata, una bocca piccola,di statura non era molto alta ed era snella.

Sapia provava invidia per la felicità degli altri e infatti nella "Divina Commedia" fu messa nel purgatorio, nel girone degli invidiosi, dal poeta Dante Alighieri.

Mentre si svolgeva la battaglia di Colle fra i Senesi e i Fiorentini Sapia salì su una torre e pregò che i Senesi perdessero, infatti fu così.

Nel purgatorio, Sapia incontrò Dante e gli disse che aveva usato la sua intelligenza nel modo sbagliato. Sapia venne cacciata da Siena ma grazie alle preghiere di un uomo buono riuscì a salvare la sua anima. 

La battaglia di Colle

La tradizione narra che i nomi di Guelfi e Ghibellini (in tedesco, Welfen und Waiblinger) ebbero origine in Germania nella prima metà del XII secolo e sembra che i due nomi furono i gridi di battaglia in uso tra i sostenitori della Casa di Baviera e della Casa dei duchi di Svevia (Hohenstaufen) dopo la morte dell'Imperatore Enrico V (1125), che non lasciò eredi diretti.

Molto probabilmente però l'uso di tali denominazioni in un'accezione più squisitamente politica sorse qualche anno più tardi, quando cioè i due partiti in lotta per la successione al trono, vennero a contrapporsi come rappresentanti di due indirizzi politici antitetici.

 

Canto XIII del Purgatorio 


PS. Sarà una grande emozione nel ricordo di Toni Comello. Io naturalmente ci sarò.


PS 2 - E' stato un bello spettacolo, molto adatto per le scuole. Didattico, semplice, coinvolgente. Cercherò di farlo portare in Casentino, al castello di Poppi.

lunedì 18 febbraio 2008

Slava's Show

Slava Polunin







Domenica 17 febbraio al teatro Verdi di Via Ghibellina.

Spettacolo "non indicato ai bambini di età inferiore agli 8 anni", diceva la guida.

Le belle favole di Slava Polunin.




Guardalo qui, da Mosca

(Clicca sulla figura qui sotto)


 



 Tre foto mie.




martedì 12 febbraio 2008

SAPIA



clicca sulla foto, per ricordare Toni.


"SAPIA"

personaggio ‘cucito’


ESPLORAZIONE DANTESCA

SUL CANTO XIII° DEL PURGATORIO


Sapìa Salvani Saracini è una donna divorata da un’ambizione impotente, che ha il nome di invidia. Invidia che genera odio. l’ambizione potente è invece quella di Provenzano Salvani, nipote di Sapìa. sono tutti e due in Purgatorio. Opere buone e preghiere d’altrui, hanno ottenuto loro la clemenza di Dio. Provenzano cammina muto, da 31 anni, sotto un macigno che gli “doma la cervice superba”. Sapìa, da 25, ‘cucita’ le palpebre, rammenda, cieca, la vita “ria”, nella cornice subito sopra, tra i lividi invidiosi. Un fatto. ma, come sempre in Dante, s’allarga: Sapìa è anche una città, Siena, “vana” decerebrata, che vuole la morte di un figlio, Provenzano, il superbo.

E in parallelo, Firenze, la “città partita”, che vuole (due volte: 1302, 1315) la morte di Dante, il superbo, il suo figlio maggiore. Così tutto, in Dante, si fa storia società impegno morale, meditazione sulle vicende degli uomini; mai evasione, ma presenza totale, “a viso aperto”: di mente e di cuore.


A CURA DI TONI COMELLO

CON:

Francesco Bellone, Giancarlo Monticelli, Angelo Rea, Letizia Sacco


PASSO D’ARNO (CENTRO INTERNAZIONALE DANTESCO )

IN COLLABORAZIONE CON IL TREBBO


MERCOLEDI 27 FEBBRAIO ORE 21 - CIRCOLO ARCI ISOLOTTO -Via Maccari 104 -Prenotazione telefonica presso il Circolo  055780070. Ingresso 5 euro.


Sarà una grande emozione veder Toni rivivere nelle facce di Francesco, Giancarlo, Angelo e Letizia.


Il Canto XIII del Purgatorio



 Sedute lungo la parete rocciosa, Dante vede poi delle anime coperte di mantelli di panno ruvido e dello stesso colore livido della pietra, l’una appoggiata all’altra e tutte alla roccia, simili ai ciechi seduti vicino alle chiese a chiedere l’elemosina. Esse hanno inoltre le palpebre cucite con un fil di ferro. Il poeta, commosso da quella vista, si rivolge agli espiandi chiedendo se tra loro vi sia qualche italiano. Una gli risponde e comincia così il dialogo tra il poeta e la senese Sapia, zia di Provenzano Salvani e ascesa in Purgatorio grazie alle preghiere del francescano Pier Pettinaio: il canto si chiude con una profezia di quello spirito circa alcune fallimentari iniziative intraprese dalla sua città.


Allora più che prima li occhi apersi;


guarda’mi innanzi, e vidi ombre con manti


al color de la pietra non diversi.


Di vil ciliccio mi parean coperti,


e l’un sofferia l’altro con la spalla,


60     e tutti da la ripa eran sofferti.


Così li ciechi a cui la roba falla,


stanno a’ perdoni a chieder lor bisogna,


63     e l’uno il capo sopra l’altro avvalla,


perché ’n altrui pietà tosto si pogna,


non pur per lo sonar de le parole,


66     ma per la vista che non meno agogna.


E come a li orbi non approda il sole,


così a l’ombre quivi, ond’io parlo ora,


69     luce del ciel di sé largir non vole;


ché a tutti un fil di ferro i cigli fóra


e cusce sì, come a sparvier selvaggio


72     si fa però che queto non dimora.


 


Tra l’altre vidi un’ombra ch’aspettava


in vista; e se volesse alcun dir "Come?",


102     lo mento a guisa d’orbo in sù levava.


"Spirto", diss’io, "che per salir ti dome,


se tu se’ quelli che mi rispondesti,


105     fammiti conto o per luogo o per nome".


"Io fui sanese", rispuose, "e con questi


altri rimendo qui la vita ria,


108     lagrimando a colui che sé ne presti.


Savia non fui, avvegna che Sapìa


fossi chiamata, e fui de li altrui danni


111     più lieta assai che di ventura mia.


E perché tu non creda ch’io t’inganni,


odi s’i’ fui, com’io ti dico, folle,


114     già discendendo l’arco d’i miei anni.


Eran li cittadin miei presso a Colle


in campo giunti co’ loro avversari,


117     e io pregava Iddio di quel ch’e’ volle.


Rotti fuor quivi e vòlti ne li amari


passi di fuga; e veggendo la caccia,


120     letizia presi a tutte altre dispari,


tanto ch’io volsi in sù l’ardita faccia,


gridando a Dio: "Omai più non ti temo!",


123     come fé ’l merlo per poca bonaccia.


Pace volli con Dio in su lo stremo


de la mia vita; e ancor non sarebbe


126     lo mio dover per penitenza scemo,


se ciò non fosse, ch’a memoria m’ebbe


Pier Pettinaio in sue sante orazioni,


129     a cui di me per caritate increbbe.


Ma tu chi se’, che nostre condizioni


vai dimandando, e porti li occhi sciolti,


132     sì com’io credo, e spirando ragioni?".


"Li occhi", diss’io, "mi fieno ancor qui tolti,


ma picciol tempo, ché poca è l’offesa


135     fatta per esser con invidia vòlti.


Troppa è più la paura ond’è sospesa


l’anima mia del tormento di sotto,


138     che già lo ’ncarco di là giù mi pesa".

giovedì 6 dicembre 2007

Toni Comello

Dov'era l'ombra or sé la quercia spande




Firenze, ospedale di S.Maria Nuova, ore 23,50 del 5 dicembre 2007.


Ciao grande Toni. Davvero un tuono la tua voce e il suo rimbombo. 700 anni la tua vita, reincarnazione di Dante come dichiaravi di essere.  Non è un caso se, da Milano, sei venuto a morire nell'ospedale costruito dal padre di Beatrice. Proprio lei.  Come l'hai trovata? Ah, no, ancora no? Un po' d'aria rarefatta lassù? Certo, sì, c'è sempre tempo. Meglio cominciare dall'aria mite del vestibolo d'inferno. Ti è stato facile travestirti da Dante e pesentarti a loro,  ricominciando a far teatro, con Virgilio che ti fa da spalla:


«O tu ch'onori scïenzïa e arte,

questi chi son c'hanno cotanta onranza,

che dal modo de li altri li diparte?».


E quelli a me: «L'onrata nominanza

che di lor suona sù ne la tua vita,

grazïa acquista in ciel che sì li avanza».


Intanto voce fu per me udita:

«Onorate l'altissimo poeta;

l'ombra sua torna, ch'era dipartita».


Poi che la voce fu restata e queta,

vidi quattro grand' ombre a noi venire:

sembianz' avevan né trista né lieta.


Lo buon maestro cominciò a dire:

«Mira colui con quella spada in mano,

che vien dinanzi ai tre sì come sire:


quelli è Omero poeta sovrano;

l'altro è Orazio satiro che vene;

Ovidio è 'l terzo, e l'ultimo Lucano.


Però che ciascun meco si convene

nel nome che sonò la voce sola,

fannomi onore, e di ciò fanno bene».


Così vid' i' adunar la bella scola

di quel segnor de l'altissimo canto

che sovra li altri com' aquila vola.


Da ch'ebber ragionato insieme alquanto,

volsersi a me con salutevol cenno,

e 'l mio maestro sorrise di tanto;


e più d'onore ancora assai mi fenno,

ch'e' sì mi fecer de la loro schiera,

sì ch'io fui sesto tra cotanto senno. "


La prossima visita?

Ulisse. Ma non c'è fretta. Prima voglio rivedermeli tutti con calma. Ti ricordi?



Traemmoci così da l'un de' canti,

in loco aperto, luminoso e alto,

sì che veder si potien tutti quanti.


Colà diritto, sovra 'l verde smalto,

mi fuor mostrati li spiriti magni,

che del vedere in me stesso m'essalto.


I' vidi Eletra con molti compagni,

tra ' quai conobbi Ettòr ed Enea,

Cesare armato con li occhi grifagni.


Vidi Cammilla e la Pantasilea;

da l'altra parte vidi 'l re Latino

che con Lavina sua figlia sedea.


Vidi quel Bruto che cacciò Tarquino,

Lucrezia, Iulia, Marzïa e Corniglia;

e solo, in parte, vidi 'l Saladino.


Poi ch'innalzai un poco più le ciglia,

vidi 'l maestro di color che sanno

seder tra filosofica famiglia.


Tutti lo miran, tutti onor li fanno:

quivi vid' ïo Socrate e Platone,

che 'nnanzi a li altri più presso li stanno;


Democrito che 'l mondo a caso pone,

Dïogenès, Anassagora e Tale,

Empedoclès, Eraclito e Zenone;


e vidi il buono accoglitor del quale,

Dïascoride dico; e vidi Orfeo,

Tulïo e Lino e Seneca morale;


Euclide geomètra e Tolomeo,

Ipocràte, Avicenna e Galïeno,

Averoìs, che 'l gran comento feo.


Io non posso ritrar di tutti a pieno,

però che sì mi caccia il lungo tema,

che molte volte al fatto il dir vien meno.



Gran bella compagnia. Senti, Toni, ma com'è che proprio ieri, 5 dicembre, ci è arrivato per posta il tuo ultimo Omero, Iliade frammenti, autografato "a Paola e Urbano" e datato 1 gennaio 2008? Un presagio? Leggo nella prefazione: "Queste traduzioni sono le mie vacanze 2007 ho salito in tanti monti nuotato in tanti mari nessuno bello come Omero lo possono fare tutti un po' di buona voglia e allegria il premio è impagabile e non costano NULLA!"

Tradotto verso verso da te nelle vacanze dell'ultimo Agosto.


Sarà a Careggi alle Nuove Cappelle del Comiato in via delle Gore 60,  fino a sabato alle ore 14.

Poi la cremazione a Trespiano. il suo non sarà un cenere muto.


E il Trebbo, centro di resistenza culturale, continuerà ad esistere e resistere.



In questo blog lo trovi qui e ancora qui.

La cronaca illustrata di un bell'incontro al Circolo di Via Maccari (Isolotto)


Scritto dai ragazzi di Milano (prima parte)

Mogliano Veneto - 9 novembre 1926

Firenze – 5 dicembre 2007

 

Toni Comello è morto a 81 anni dopo averne spesi cinquanta a divulgare cultura come studioso, autore, traduttore, formatore, attore e regista. La somma sintesi della sua vita artistica rimane nelle sue Esplorazioni Dantesche.

 

A trent’anni dà vita, a Cervia, al Trebbo Poetico (trivium, il punto d’incontro tra le vie del poeta, dell’attore e dello spettatore): incontri popolari di piazza in Italia e all’estero, spesso in presenza dei più grandi poeti italiani, Ungaretti in prima fila, dal ‘57 Presidente del Trebbo. Per ascoltare la Poesia spiegata e recitata da Comello con rigore e passione ma senza accademismi, confluiscono folle, composte da persone di ogni ceto e livello culturale, dai contadini agli intellettuali, dal Presidente della Repubbli-ca ai minatori emigrati in Olanda.

A partire dal 1960 propone anche spettacoli-documentario su tematiche civili: Risorgimento, Resistenza, l’enciclica "Pa-cem in terris" di Roncalli, l’opera di Gramsci.

 

Nel 1965 si stabilisce a Milano, in via De Amicis 17, dove fonda il Centro di Lavoro Teatrale "Il Trebbo", instaurando un rapporto privilegiato con la Scuola e l’Università: di-venta il teatro del ’68 e prosegue nell’opera di avvicina-mento ai grandi testi della letteratura italiana: Dante, Al-fieri, Foscolo, Leopardi, Ungaretti, Montale.

Sono di questi anni i suoi spettacoli più memorabili: "Ser-va Italia", "Antigone", "Con atto e con parola".

 

Dal 1977 inizia a lavorare per la Scuola dell’obbligo, inventando "Le Favole della Realtà", spettacoli-lezioni-gioco su argomenti scolastici: imparare divertendosi, una scuola-in-movimento. Con un seguito tuttora enorme: in trent’anni di repliche hanno partecipato oltre un milione di scolari.

Il primo lavoro è un omaggio a Montale, che presenzia commosso a un incontro con centinaia di bambini che esponevano i propri disegni ispirati dallo spettacolo.

Nel corso degli anni crea una dozzina di lezioni-gioco (storia, matematica, scienze, musica), seguiti da 50.000 alunni ogni stagione, provenienti da ogni angolo della Lom-bardia. Negli ultimi anni arrivano al Trebbo maestre già venute da piccole. E da diverse stagioni altri gruppi teatrali mettono in scena "Le Favole della Realtà" a Torino, Bergamo, Firenze, Roma.

 

Toni Comello continua inoltre a girare l’Italia per far co-noscere la Poesia ai giovani. Lo fa in bicicletta, fino a 75 anni, dal Salento alla Carnia alla Sardegna.

Quando smette di pedalare continua comunque a lavorare: licei e associazioni di tutta Italia continuano a richiedergli le sue Esplorazioni Dantesche. E, sentendosi ormai "pronto", dopo una vita passata a studiare la Divina Commedia, inizia a tradurre Omero e Virgilio.

 

Negli ultimi anni corona un suo sogno: stabilirsi a Firenze, lasciando parzialmente Milano, dalla cui Amministrazione non ha mai ricevuto la giusta considerazione (nel 1994 ricevette perfino lo sfratto dal Comune, che fu subito revocato a causa del fiume di lettere di indignata protesta, capofila il poeta Andrea Zanzotto, da personalità dello spettacolo, della cultura, della società civile e dell’università, oltre a migliaia di firme di presidi, professori, maestre, studen-ti e alunni di tutta Italia).

Supportato da studiosi europei e americani, mette in piedi a Firenze a ottant’anni, un centro di studi danteschi per proseguire la divulgazione della Divina Commedia agli studenti stranieri e italiani in gita scolastica, con il vigore e la precisione di sempre.

Fino all’ultimo in salute, muore a causa di un’improvvisa malattia.

mercoledì 10 ottobre 2007

Spoon River sulla collina di S.Miniato.





(Il cimitero monumentale si trova dietro la basilica di S.Miniato, sopra il Piazzale Michelangelo)


Quanto tempo era che non ascoltavo recitare Spoon River, questa mesta opera poetica, così unica nel suo genere, così in un certo senso ingenua, ma anche vera. L’ho riascoltata domenica scorsa al cimitero delle Porte Sante, dalla voce di 37 attori e attrici tutti giovani e devo dire convincenti.

In genere i cimiteri hanno su di me un doppio potere: di attrazione e di repulsione. Mi attrae scoprire un viso interessante, una storia commovente e con un finale drammatico, la giovinezza stroncata, la grazia di un viso che sorride inconsapevole di un destino avaro, una poesia messa lì dall’amore di un padre, di un marito e potrei continuare, con tutti quei particolari che subito mettono in movimento i sentimenti già predisposti nel momento in cui si entra in questi luoghi. D’altra parte ci sono cose che mi disturbano e mi fanno nascere dentro una tristezza che mi stringe alla gola. Tutto quel marmo bianco così orrendo, quelle cappelle con i vetri bui e mezzi rotti e quei pinnacoli gotici agghiaccianti. Che peso sul cuore! Come sarebbe più gradito un cimitero di pietre tufacee o comunque pietre, magari in forma di sassi con erba intorno. Una piccola città silenziosa, morta appunto, ma con discrezione, con rispetto dei morti prima di tutto, ma anche dei vivi. Benvenute le piccole urne dell’incinerazione, quando sempre più questo modo rispettoso di tutto, della persona e del luogo, sarà più diffuso. E’ pensando a quel piccolo cimitero di collina che aveva ispirato E.L.Masters che ho ascoltato con piacere e talvolta con commozione gli attori che, disseminati un po’ in tutto lo spazio, facevano parlare i personaggi di Spoon River. Essi sono, secondo un certo gusto romantico ma anche secondo le scelte personali dello scrittore, povera gente che è stata maltrattata dalla vita e lo dice perché le offese non siano dimenticate e perché la loro voce, a volte gentile a volte disperata, arrivi al passeggero e desti un sentimento d’affetto. Queste storie sono quasi tutte belle nel senso che esprimono un’umanità vera, nonostante che siano un’invenzione letteraria. Da qui certamente la fortuna di quest’opera nel tempo. Mi sono piaciute particolarmente tre donne: Maria Cassi, bravissima nella parte di Dippold, l’ottico, la dolce moglie suicida dopo l’operazione che l’aveva lasciata ormai quasi invalida, non so da chi interpretata e infine il personaggio di Lucinda Matlock (**) di cui Giusi Merli ha reso benissimo la serenità di una vita lunga e appagata. Questa serata ha avuto anche una splendida cornice naturale. Cielo terso, piccole nuvole bianche dietro cui tramontava un sole color d’oro in un clima ancora dolcemente estivo. Paola Galli.



(**) Lucinda Matlock

 

Andavo a ballare a Chandlerville,

e giocavo a carte a Winchester.

Una volta ci scambiammo i cavalieri

al ritorno in carrozza sotto la luna di giugno,

e così conobbi Davis.

Ci sposammo e vivemmo insieme settant’anni,

divertendoci, lavorando, crescendo dodici figli,

otto dei quali ci morirono,

prima che arrivassi a sessant’anni.

Filavo, tessevo, tenevo in ordine la casa, assistevo i malati,

curavo il giardino, e alla festa

andavo a zonzo per i campi dove cantavano le allodole,

e lungo lo Spoon raccogliendo molte conchiglie,

e molti fiori ed erbe medicinali—

gridando alle colline boscose, cantando alle verdi vallate.

A novantasei anni avevo vissuto abbastanza, ecco tutto,

e passai a un dolce riposo.

Cos’è questa storia di dolori e stanchezza,

e ira, scontento e speranze cadute?

Figli e figlie degeneri,

la vita è troppo forte per voi—


ci vuole vita per amare la vita.

(In omaggio a Giusi Merli -perfetta e creativa - che sta qui all'Isolotto).



Prenditi un caffè in compagnia di Edgar, Fabrizio e Fernanda, qui.

lunedì 11 giugno 2007

Viaggio in Sicilia (II)




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Siracusa, mercoledi 6 giugno 2007.


In scena Eracle di Euripide.

Una serata splendida, dopo le brutte serate precedenti. Lo spettacolo è iniziato alle 19 in punto, finito prima delle 21. Il Barba sta dietro la fotocamera digitale. Il sole è tramontato ma c'è una bella luce come si vede. Devo confessare che ho fatto lettere classiche e che la mia tesi (tesina, tesetta) verteva su una tragedia "inesistente" di Euripide: Antigone. Non quella che voi conoscete che è di Sofocle. Si tratta di 17 versi tramandati da citazioni di autori vari. Su questi pochi resti la mia fatica fu poca. Ringrazio il Prof. Carlo Del Grande, napoletano doc, gran cuore e spirito arguto - che Allah lo benedica - che mi fece discutere la tesi dopo soli 4 mesi di onesto lavoro, basato su pochi testi di autori tedeschi che mi procurai alla Biblioteca Nazionale di Firenze.  Al prof. avevo presentato il mio curriculum che era in buon ordine - 4 anni di studio matto e disperatissimo sempre in pari con gli esami - una media degli esami di 28,50/30mi e una condizione familiare disastrata (v. profilo). Era la fine di maggio e volevo laurearmi entro settembre per poter avere una supplenza annuale di insegnamento il primo ottobre, giorno d'inizio delle scuole. La discussione di laurea fu il 17 di ottobre. Dopo due giorni salii in cattedra presso la scuola media del mio paese. Sì, perché negli anni del boom economico l'Italia scarseggiava di laureati. Poteva capitare che il farmacista del paese insegnasse chimica e che l'ultimo laureato in diritto andasse ad insegnare storia ed educazione civica. Anche studenti al quarto anno dell'Istituto Tecnico Industriale di Bibbiena trovavano lavoro in Ditte consolidate, con mansioni relative alla loro specializzazione. Non sono favole.

Questo per dire che dietro la mano che ha scattato la fotografia c'erano un cuore e un cervello sollecitati da scariche emotive di una certa consistenza. Pensare che gli autori delle grandi tragedie avevano presenziato alle stesse loro rappresentazioni in quell'anfiteatro affacciato sul mare, con la vista dell'Isola di Ortigia lì di fronte, 4-5 secoli prima di Cristo...

Quanto a Eracle, l'Ercole di noi latini, la storia, tolta dal teatro e raccontata qui, è banale anche se rimane tragica: figlio di Giove e di una donna, forte come un toro e pieno di buona volontà, libera - o tenta di liberare - la terra dai mostri e gli uomini dai carnefici; e per un po' sembra che ci riesca...Va fino all'inferno a liberare un amico, torna sulla terra in tempo per liberare dal tiranno di Tebe la moglie Megara con i tre figli già condannati a morte, ma...dopo che ha fatto questo, impazzisce e nel delirio stermina tutta questa sua famiglia. Improperi di Euripide agli dei che non si curano di noi, mentre Ercole lascia la scena sostenuto a braccio dall'amico sottratto all'Ade.

Allegoria politicamente corretta:

L'11 settembre 2001

G.W.Bush  stermina 3000 concittadini nelle torri gemelle,

manda poi a morire


























U.S. MILITARY DEATHS (IRAQ): 3505
U.S. MILITARY WOUNDED (IRAQ): 25830
IRAQI CIVILIAN DEATHS (MIN): 65000
'EXCESS' IRAQI DEATHS: 655000





Finché esce di scena...sorretto da Teseo-Blair giunto appositamente da Atene-London.

Nel frattempo Europa, violentata da Zeus è divenuta madre di un mostro...Ma questo non lo dice Euripide. Ed io non voglio neppure pensarlo.

Good night, good luck!