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sabato 20 settembre 2008

Fratelli d'Italia

Heimat


Sant'Angelo di Brolo è un comunello di quattromila abitanti nell'interno della provincia di Messina e il miglior modo di arrivarci è, o almeno era una volta, la motocicletta; e precisamente la Bianchi 125 su cui mio padre, molti anni fa, andava a raggiungere la scuola di montagna dove insegnava, con me bambino accovacciato sul serbatoio e alberi e fiori che sfilavano allegri ai margini della trazzera. Il paese, che allora era molto povero, era composto quasi esclusivamente di bambini e donne, la maggior parte degli uomini essendo a quell'epoca emigrati in Belgio, in Germania o al nord; mandavano, ogni mese, quasi tutta la paga nelle "librette" delle famiglie rimaste a casa e per questo inghiottivano molti duri bocconi dai tedeschi, dai belgi, dai "non si affitta a meridionali".


E' uno dei posti del mondo a cui voglio bene. L'ho rivisto per caso l'altro giorno, alla tivvù. Niente di straordinario, per fortuna: era solo il tiggì regionale e non era una notizia d'importanza. Pare che le autorità abbiano deciso di mettere da quelle parti un campo provvisorio per emigranti (algerini, tunisini, neri, gente sopravvissuta a stento al mare estivo e ai suoi annegamenti). E, siccome anche Sant'Angelo di Brolo ormai avrà pure lui i suoi bravi fascisti, qualcuno ha organizzato una piccola manifestazione contro gli emigranti. "Non li vogliamo qui!", "Fuori da casa nostra!", "Via gli stranieri!".


I cartelli e le grida (queste ultime non troppo forti, da razzisti alle prime armi) erano quelli regolamentari, e così pure le interviste che i giornalisti del Ministero andavano prendendo in giro. La gente, davanti al microfono, parlava con timidezza, un po' per la non-abitudine, un po' per la vecchia buona educazione montanara; ma insomma, sia pure senza gridare, diceva quel si voleva che dicesse. Solo qualcuno, fra i giovani, cercava di fare la faccia feroce, ma senza riuscirci poi tanto. Il tiggì andava, e io rivedevo la moto di mio padre, e i santangiolesi di allora, e quella povera scuola degli anni Cinquanta.


Dal blog diRiccardo Orioles

mercoledì 21 novembre 2007

Beppino Impastato

Beppino Impastato


data: 00/10/2007 - fonte: Christian Nasi - lunghezza: 20,41 min.


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Arcoiris


L'ho appena visto.

domenica 29 luglio 2007

Viaggio in Sicilia (X)


Sicilia Sicilia

Oggi festeggio a tavola con nero d'Avola, crema di Pistacchio, marmellata di mandarino. Per far uscire il blog dal necrologio dei posts precedenti parliamo di viaggi e prendi nota:

Soggiorno a palermo: B%B Politeama Square, € 65 camera doppia con bagno, in zona centrale strategica per i servizi pubblici e passeggiata a piedi per il centro. Non dimenticare il numero 112 di Via Emerico Amari, perché altrimenti il B%B non lo trovi: Politeama square è un nome appena visibile sotto un campanello nella sfilza dei condomini di un grande palazzo, a fianco di un grande portone. Per un'oretta mi sono sentito Fantozzi, la sera del mio arrivo da Punta Raisi. 

Ristorante consigliato da Umberto Santino: Il mirto e la rosa, via dei Granatelli, due passi da Piazza Politeama.

Al mercato di Ballarò acquista le olive condite di Napoli Francesco Via del Bosco 49. I tuoi capricci – gastronomia antica sapori siculi (sono in buste di plastica da mezzo kg).  2 € a busta.

 Trasferimento Palermo-Siracusa con autobus di linea, ottimo viaggio della durata di tre ore con  sosta idraulica e quant'altro. Euro 8. A Siracusa alloggia al B%B Casa Mia, a due passi dall'isola di Ortigia. Ma prenota per tempo,  altrimenti dopo la prima notte ti mandano via come successo a me. E' un condominio con poche camere,  ben curato e confortevole nella sua semplicità.

Ristorante consigliato "La foglia" a due passi dalla fontana Aretusa e dalla grande barocca  magnifica piazza duomo, dove la Madonna ha preso il posto e la casa di Atena che, in nome della  solidarietà fra donne, le ha lasciato intere le colonne del suo tempio; grande esprit de finesse da  parte di una dea che lascia il posto a una collega che è soltanto semidea. Chiedi il macco, la zuppa  di fave, e la caponata. L'oste ti mette in tavola due caraffe di vino, assaggi e scegli quale delle  due deve rimanere: originale.

Noleggio macchina: 38 euro giornalieri per una panda in Via Maestranza, non ricordo il nome della ditta  ma è l'unica nella strada. Così fai lavorare 3 giovani gentili che ce la mettono tutta per non  finire disoccupati emigrati qui nel continente.

Con la Panda a noleggio in pochi passi sei a Fontane Bianche, a sud di Siracusa; il tempo di ammirare le  siepi coperte di bouganville in fiore, o natura natura, di dormire una notte al Nido Colorato di Anacleto ( lo pensavo vecchio, è giovanissimo e ce la mette tutta per far contenti i clienti del  noleggiatore di Via makeda che lì ci aveva indirizzato; ma il tempo, ai primi di giugno del 2007,  come sanno i vacanzieri di quel periodo, sconsiglia una permanenza di fronte a un bel mare  rattristato da pioggia intermittente. con acque ancora fredde dei mesi invernali. Ragione per cui è buon consiglio risalire in macchina e partire per Ragusa; visita al vecchio centro in via di  ristrutturazione ma triste e sconsolato per il tempo piovoso. Tanto che si decide di proseguire per  Comiso, un gran bel brutto paese che ci accoglie cordialmente al Cordial Hotel per la modica cifra di  60 €, doppia con bagno. Incontro bello e commovente con il Centro Giuseppe  Bufalino che ci ha  stordito con il suo romanzo autobiografico "Diceria dell'untore" che devi leggere.  Ora prosegui con un giro di ritorno verso Siracusa facendoti una bella strada panoramica tra i monti  iblei, direzione Palazzolo Acreide, via Vizzini. E a Vizzini fai una bella sosta di mezza giornata  per vedere il luoghi di mastro D.Gesualdo (Paola ricorda strade e poderi) e la piazzetta con  l'osteria che costò la sbornia e la vita a Compare Turiddu, troppo rustico per esser cavaliere. La piazzetta è  un amore con sullo sfondo ancora la collina coperta di cactus e piante grasse.  Di Palazzolo Acreide puoi dimenticare tutto ma non l'osteria "Il Gallo" integra nei locali e sapori del buon  tempo antico. I ravioli (gnocchetti di semola, tipo gnocchetti sardi) al sugo di maiale, pinoli,  pistacchio e finocchietto selvatico fanno mancar forza alla mia tastiera. Soprattutto l'aroma  finissimo sottile analogico del finocchietto evade le mie possibilità lessicali.  A Palazzolo puoi dormire all'Hotel Senatore, che apre con noi la stagione al modico prezzo di 60, in  buona posizione per raggiungere la mattina dopo il grande luogo archeologico di Pantalica, uomini di  1000 anni prima del nostro povero Cristo, ancora lì testimoni con le grotte scavate sulle pareti di  grandi fessure terrestri...Mi hanno ricordato le grandi pareti di un canion dell'Arizona dove più o meno nello stesso periodo gli Askenazi o loro parenti prossimi facevano le loro quotidiane  esercitazioni per divenire i più ricercati costruttori di grattacieli d'America. La strada del ritorno verso Siracusa ti porta in alto sugli Iblei, in tempo per vedere l'Etna  inbiancato dalla neve della notte precedente. Nel giro di poco più di un'ora vedi le macchie bianche  divenire a vista d'occhio marrognole in corrispondenza delle ultime colate di lava..Forte!

L'ultimo paese prima di Siracusa ci viene incontro e poi ci risaluta con il cartello "Libero dal  pizzo". Auguri sicilia, auguri italia, auguri pianeta azzurro.
 

quattro foto

venerdì 20 luglio 2007

Borsellino_92_07.jpg


Oggi ricorre il quindicesimo anniversario della morte di Paolo Borsellino.


19 Luglio 1992 : Una strage di Stato.

Clicca sulla foto

giovedì 19 luglio 2007

Viaggio in Sicilia (IX)



I pistacchi di Bronte



Avevo incontrato Bronte la prima volta a scuola, tanto per cambiare, dentro "Libertà", una novella del Verga: rivolta di contadini, cavatori, minatori contro una nobiltà corrotta, crudele e incosciente, protetta dalla bandiera inglese di Nelson in persona...l'avevo rivisto nelle sale cinematografiche col titolo "Bronte, storia di un massacro" di Vancini, c'ero passato molti anni fa in un giro veloce che mi portò fino sull'Etna, quando sporsi la faccia sulla bocca dell'Inferno, un cono nero e fumigante grande quanto Piazza tien an Men e profondo quanto 10 cupole di S.Pietro sovrapposte. Voi non avete mai visto "Bronte" di Vancini, ma non avete perso l'ennesima donna che visse due volte, la centesima finestra sul cortile e via col vento della grande distribuzione americana. "Bronte"  è un bel film, da vedere. Una volta usavano le trasmissioni notturne del TG3. Mai avevo pensato ai pistacchi. Ed ora eccoli qui, freschi di invio, transustanziati in frastucusa e torroncini, dentro barattoli di vetro e guaine pregiate.

Ce l'ha consegnati a domicilio il corriere Passalacqua direttamente da Bronte, ditta Sicilfrutti, perché questa ha vinto la gara con altra consimile indetta dalle papille gustative di Paola e, in sottordine, mie. Del resto tutti conosciamo la squisitezza della grande azienda dolciaria siciliana, ma anche pugliese. Ma si parla più spesso di mandorle. Bronte è il regno incontrastato del pistacchio. (Anna ha detto a Paola che il pistacchio è indicato contro il colesterolo, ma è una scusa v.***).

Il Pistacchio (pistachia vera) è un arbusto, più raramente un albero di piccola taglia, di altezza non superiore ai 6 metri, dotato di radici profonde, dal tronco nodoso e contorto di colore grigio brumastro e dal fogliame caduco.

La pianta si trova a suo agio su delle rocce laviche proibitive per qualsiasi altro tipo di vegetazione.


Frastuca=pistacchio, è una pianta importata o coltivata dagli arabi, tanto per cambiare.   Ed esercita la poligamia:

Se vogliamo coltivare il pistacchio bisogna sapere che su otto piante femmine bisogna piantare un maschio e sapere ancora che il maschio deve essere piantato in sopra vento e in sotto vento le femmine, in questo modo il vento può trasportare il polline dei fiori dai maschi fino al pistillo delle femmine.

La difficile raccolta su questi terreni è il maggior motivo per il quale si impone ai pistacchieti etnei un ciclo di produzione biennale.

Poiché a causa del pericolo di dispersione si è costretti a raccogliere direttamente dagli alberi con notevole impiego di costosa manodopera, si preferisce avere una annata totalmente vuota poi seguita da una abbondante.

***I semi di pistacchio contengono molte proteine (18-23%), in olio (50-60%), vitamine ed altre sostanze non azotate (15-17%), fra i quali prevale il principio attivo della fecondità. Il frutto ha quindi un valore nutritivo molto alto ed il suo valore in calorie è doppio di quello del burro. E' assai pregiato e ricercato anche per il suo sapore aromatico e gradevole in pasticceria, in gelateria e per aromatizzare ed insaporire molte vivande. L'olio, estratto dal frutto, trova anche applicazione in dermatologia per le sue alte doti emollienti ed ammorbidenti


Dai un'occhiata senza fretta ma con ADSL,  per vedere dei bei filmati sulla raccolta e la lavorazione del pistacchio.

venerdì 13 luglio 2007

Viaggio in Sicilia (VIII)



Festa di S.Rosalia

A Palermo, oggi, domani, dopodomani


Leggo dal sito del Comune di Palermo:


Un gigantesco carro trionfale disegnato da Jannis Kounellis, uno dei più celebri maestri dell'arte contemporanea, tempestato da mille chili di sfolgoranti cristalli Swarovski, sarà il protagonista della 383ª edizione del Festino di Santa Rosalia, promossa dal Comune, che la notte del prossimo 14 luglio trasformerà il centro storico di Palermo in un immenso palcoscenico a cielo aperto. Ideazione e regia sono di Alfio Scuderi.


La notte del 14 luglio dalle ore 21.30

La festa renderà omaggio alla Chiesa partendo dalla Cattedrale, simbolo della spiritualità della città. Il Festino sarà aperto da un’invocazione di pace e concordia tra i popoli rivolta a Santa Rosalia. Un brano composto da Giovanni Sollima, Tempeste e Ritratti, ed eseguito dall’Orchestra Sinfonica Siciliana introdurrà un’“orazione civile”, interpretata dall’attore Gigi Lo Cascio: si tratta del testo di Salvo Licata, dal titolo Chi ha brindato e chi no, dedicato a Falcone e a Borsellino. Un’orazione contemporanea, metafora della Palermo in tempo di peste, che accenderà la Cattedrale nel ricordo delle stragi del ’92 e in memoria di tutte le vittime della mafia.

DOMENICA 15 LUGLIO

Solennità del ritrovamento delle Reliquie di Santa Rosalia

 ore 11 - Solenne Pontificale presieduto da Sua Ecc.za Rev.ma monsignor Paolo Romeo, Arcivescovo Metropolita, con la partecipazione del sindaco di Palermo, Diego Cammarata, e delle autorità civili e militari;

 ore 19 - Solenne processione cittadina dell’urna di Santa Rosalia contenente le sue Sacre Reliquie. Itinerario: corso Vittorio Emanuele; piazza Marina, dove l’Arcivescovo pronuncerà il discorso alla città; e ritorno in Cattedrale con fiaccolata di preghiera.


***********************


I giorni della peste

Il festino di S.Rosalia tra mito e spettacolo

Umberto Santino, Di Girolamo ed. Trapani 1999, 2006, € 15.



Questo post è dedicato a i giorni della peste scoppiata l’11 settembre 2001, denominata Nineeleven o guerra preventiva permanente.

Va letta in filigrana dietro il racconto che segue. Palermo è il nostro mondo occidentale, la Sicilia il pianeta terra.


In attesa di acquistare Storia del movimento antimafia, di Umberto Santino, di prossima ristampa, mi piace comunicare a questo blog le emozioni provate alla lettura di "I giorni della peste", una storia di santi e di malanni che mescola la diligenza nell'investigazione storica con la capacità di entrare nei meandri della coscienza umana, della percezione delle cose da parte dell'umanità sofferente e della capacità, da parte di una umanità meno sofferente o più prepotente, di sfruttare e piegare a fini di potere questa percezione delle cose. Una città in balia delle onde di una storia burrascosa come poche o come tutte, quattro sante vergini e martiri che si affannano a proteggerla senza risultato, una santa nobile, vergine ed eremita, che le sostituisce, messa insieme con poche ossa di uomini e animali ricavate da una necropoli arcaica ritrovata sul monte che sovrasta la città, una capacità di tenuta che dura da trecento ottanta anni, nonostante la persistente assenza di risultati, un mito che si fa spettacolo a metà luglio e si ripete il  4 di settembre in quel pezzo di pianeta che si chiama conca d'oro. Favola brillante sorretta da un poema celebrativo stile "barocco siciliano" che ha lo stesso fascino dei "reali di Francia" della mia infanzia, delle storie dei paladini che ancora perdurano nel teatrino dei pupi di Palermo, Siracusa, Catania...Umberto Santino è davvero bravo. Sarebbero libri da bestseller se la grande distribuzione non fosse in mano ai poteri forti dal pensiero così debole. Un piacere per me leggere la lunga digressione storica che va sotto il titolo "Le pesti, dalla Bibbia al XIX secolo". Ci ritrovi Tucidide, Lucrezio, Boccaccio, De Foe, Manzoni, Camus e naturalmente santa Rosa-lia, rosa e giglio senza spine.

Per noi lettori obbligati dei Promessi Sposi del periodo scolastico, particolarmente efficace la sceneggiatura di Santino sintetizzata in 5 scene-madri: D.Rodrigo colpito dalla peste, la madre di Cecilia, Renzo e padre Cristoforo al lazzaretto, Renzo e Lucia, Lucia e Padre Cristoforo.

Non potendo ricopiare il libro, scannerizzo, per conforto di quanto dico, la peste di Londra dell'autore di Robinson Crusoè e, per S. Rosalia, una pagina di psicanalisi sociale e antropologia politica di Umberto.


Comincio dalla festeggiata:

(Le sottolineature sono mie.)



S. Rosalia

La festa e l'es del siciliano


Per Rousseau, Durkheim e altri studiosi la festa è lo strumento di rappresentazione-rifondazione del sociale, la celebrazione della communitas, l'evento in cui si riconosce e si  rigenera la «comunità totale».

Secondo gli antropologi contemporanei la festa «è lo specchio e la risposta data dall'uomo alla propria condizione di precarietà»; essa contrappone al quotidiano, all'ordinario, alla routine, al male, alla debilità, all'impotenza, l'extraquotidiano, lo straordinario, il riscatto dal male, dalla debilità, dall'impotenza attraverso l'abbandono «alla sensualità, alla gaiezza, all'esaltante partecipazione alla fiduciosa autoidentificazione nella solidarietà di gruppo» (Lanternari, Festa, carisma, apocalisse, Sellerio 1983, p. 25).

Nella festa ci sarebbero due componenti: una psicologica (il «sentimento di festa»), l'altra istituzionale (l'organizzazione e la regolamentazione della festa). Nella festa si attualizza un mito delle origini, la fondazione di un culto, un momento critico dell' esistenza di una comunità, al fine di rinnovarne lo spirito di coesione, rinfrancarne la volontà di superare le mille difficoltà che porta con sé la vita quootidiana.

Se alcuni studiosi hanno posto l'accento sulla componente psicologica, sul valore catartico del «sentimento di festa», altri hanno guardato soprattutto al lato istituzionale cercando di collocare la festa nel contesto socio-temporale in cui accade e si riproduce. Non c'è una festa in astratto né univocamente protesa verso la fuga o la contestazione, la conservazione o la trasformazione: «Nella realtà effettiva la festa finisce per caratterizzarsi come istituzione tendenzialmente evasionista e conservatrice, o piuttosto dinamica, contestativa e trasformatrice, a seconda che prevalgano in essa componenti d'ordine mitico-rituale, o al contrario componenti d'ordine sociale e civile, benché l'interrpenetrazione dei due ordini di componenti entro un unico complesso festivo sia una caratteristica tra le più frequennti» (ivi, p. 31).

Nelle feste devozionali del Mezzogiorno d'Italia sarebbbe prevalente l'aspetto dell'evasione e della conservazione, mentre altre feste (per esempio l' 8 marzo, festa della donnna, o il primo maggio, festa del lavoro) sarebbero volte a promuovere una presa di coscienza e quindi avrebbero un intento emancipazionista e liberatorio.

In Sicilia la festa religiosa sarebbe - secondo Leonardo Sciascia - «una esplosione esistenziale; l'esplosione dell' es collettivo, in un paese dove la collettività esiste soltanto a livello dell' es. Poiché è soltanto nella festa che il siciliano esce dalla sua condizione di uomo solo, che è poi la condizione del suo vigile e doloroso super-io (stiamo impieganndo con approssimazione i termini della psicanalisi), per ritrovarsi parte di un ceto, di una classe, di una città» (Sciascia, La corda pazza, scrittori e cose della Sicilia, Einaudi  1970, p. 199).

Ma esiste questo quintessenziale siciliano? O ci sono soltanto i siciliani in carne ed ossa, ognuno con la sua faccia e la sua storia, e non si può fare un sol mazzo di questa molteplicità di individui, di culture, di gruppi, di classi sociali? E la trinità psicanalitica (ego, superego, es) è il nuovo Verbo che spiega tutto e comprende tutto?

A dire il vero i siciliani, almeno una parte di essi, hanno conosciuto altri modi di uscire dalla solitudine e trovarsi dentro una solidarietà collettiva, oltre la festa e i suoi rituali. Si pensi al movimento contadino, il più grande e continuativo d'Europa, e a quel che ha significato, e può significare, il primo maggio in Sicilia, bagnato dal sangue di Portella della Ginestra.

Questa Sicilia solo e sempre terra di solitudini, istinti, fanatismi e superstizioni è un luogo comune e le metafore letterarie non sempre colgono nel segno.

Tornando a Palermo, che di questa Sicilia insulare non solo in senso geografico sarebbe il cuore e la sintesi, la città ritrova se stessa solo nel festino perché non può essere altrimenti, o perché le è stato cucito addosso un vestito e finora non ha avuto la forza di strapparselo di dosso?  (o.c: pp. 154-156)



La peste di Londra

(Daniel De Foe)


L'anno sessantacinque una peste

terribile a Londra infierì,

che spazzò via centomila

anime, eppure io son qui.


A dreadful plague in London was

     In the year sixty-five,

     Which swept an hundred thousand souls

     Away; yet I alive!



Con questa strofetta, che definisce «rozza, ma sincera», Daniel De Foe chiude il suo Diario dell 'anno della peste, dedicato alla peste di Londra del 1665. De Foe in quell'anno aveva solo cinque anni. Il diario è, come nello stile dell'inventore di Robinson Crusoe, un'invenzione da romanziere che però utilizza molti materiali documentari, a cominciare dai bollettini sui morti di peste. L'immaginario H. F., autore del Diario, è uno scampato alla peste, che in realtà avrebbe prodotto più di 75.000 morti in una città che allora contava più di mezzo milione di abitanti.

Il Diario (266 pagine, senza un'interruzione) è un lungo racconto di orrori con qualche squarcio di dialogo e di riflessione, che si legge con una certa facilità, presi dal gusto del narrare che trascinava il prolifico autore, anche a costo di dimenticare per strada qualcosa (famose le distrazioni che abbondano nel suo Moll Flanders, a proposito, per  fare un esempio, del numero dei mariti e degli amanti della protagonista) .

La peste a Londra arriva dall'Olanda ma dietro l'Olanda c'è sempre il Levante. Alle prime notizie del dilagare della peste, H. F., il finto diarista, uno scapolo di professione sellaio, si pone la domanda: rimanere a Londra o partire? Il fratello gli consiglia di andare nel Bedfordshire, dove ha già mandato la moglie e i bambini, ma H. F. è «propenso a rimanere ed a accettare il [suo] destino dove Dio l'aveva collocato»  ed è confermato nel suo proposito dalla lettura, casuale ovviamente, ad apertura del Libro sacro, del salmo XCI, secondo-decimo versetto:

Dirò del Signore: è il mio rifugio, è la mia fortezza, il mio Dio, in Lui confiderò. Certo ti libererà dalla rete dell'uccellatore e dall'epidemia micidiale ecc. ecc.

Confortato dai versetti davidici, H. F. - D. F. decide di rimanere a Londra e di raccontare la peste. L'epidemia dapprima si sviluppa nelle parrocchie di periferia, più popolose c più affollate di poveri, solo dopo raggiungerà la City. Per fortuna, o per disegno della Provvidenza, la peste ha un andamento alternato: prima in alcuni quartieri, poi in altri, allentando la morsa sui primi. Così c'è sempre qualcuno in condizioni di poter dare una mano. Comunque la città è tutta  in lacrime: 

Gente in lutto per le vie non se ne vedeva, giacché nessuno portava  il nero, né si vestiva a doglia, secondo le dovute forme, per gli amici più cari; ma la voce del lutto si udiva veramente per le vie: le  strida delle donne e dei bambini alle finestre, alle porte delle case, dove probabilmente morivano, o erano appena morti, i loro più stretti parenti, si potevano intendere con tanta frequenza mentre si passava per le strade, che il sentirle bastava a trafiggere  il cuore più saldo del mondo. In quasi ogni casa si vedevano lacrime e si udivano lamenti, specie nella prima fase dell’epidemia, perché verso la fine i cuori umani s'erano induriti  e la morte era  sempre dinanzi agli occhi, cosicché non ci si dava gran pena per la perdita degli amici, e ci si aspettava d'essere chiamati di persona l'ora seguente.

L'autore del Diario, come abbiamo visto, è credente e pio, ma non credulone. Così ha visto anche lui nel cielo di Londra una stella-cometa prima della peste, e vedrà un'altra stella-cometa l'anno successivo, che porterà alla città una sciagura non minore della peste, il famoso incendio di Londra, ma i suoi occhi non vanno più in là di questi fenomeni astronomici. Altri occhi invece vedono molto di più (il colore delle comete, il loro passaggio sulla City a minacciare il cervello finanziario della città, differenze tra le due comete a preannunciare sciagure non meno gravi ma di natura diversa) e ci sono orecchie che arrivano a sentire il fruscio delle comete, come se passassero a qualche chilometro di distanza, e voci misteriose che preannunciano sventure. Il sellaio-De Foe commenta:

Mi dev'essere consentito dire, così degli uni che degli altri, e spero senza mancare di carità verso il prossimo, che essi udivano voci che non parlarono mai, e vedevano apparizioni che non sono mai comparse; ma l'immaginazione della gente era veramente stravolta e ossessionata; e non c'è da stupirsi se quelli che stavano sempre con gli occhi ribaditi al cielo, vedessero forme e figure, immagini e apparizioni, che in sé nulla erano, se non aria e vapore.

Per un sellaio che non la beve, ci sono invece tantissimi che non solo hanno apparizioni ma pure vanno appresso a maghi e ciurmadori che propinano rimedi miracolosi, portano amuleti con l'abracadabra o con l'IHS gesuitico in forma di croce.

De Foe ha qualcosa da ridire pure per i ministri della religione che con le loro prediche seminavano sconforto. In Inghilterra erano tempi - ricorda - di «infelicissimi dissensi» in «materia di religione»: anglicani, presbiteriani, indipendenti, altri ancora avevano costituito comunità separate. Nel culmine della peste le controversie religiose taceranno, ministri presbiteriani saranno chiamati a officiare e predicare nelle chiese disertate dai ministri titolari. L'autore auspica che ciò che la peste ha unito la normalità non torni a dividere, ma sarà auspicio vano. Il nostro diarista non condivide alcune misure disposte dal sindaco e dagli aldermen della città, come per esempio la chiusura delle case abitate da appestati; critica il fatto che in tutta Londra ci fossero solo due lazzaretti con qualche centinaio di posti; dice che la città non era preparata a fronteggiare la peste, ma pure che gli amministratori rimasero ai loro posti, assicurando una serie di servizi, che la City tutto sommato continuò a funzionare da cervello della città, che i cittadini benestanti soccorsero i meno abbienti, che insomma non tutto fu travolto dalla pestilenza.

Certo, le atrocità si trovano a ogni pagina (partorienti che non hanno nessuno che le assista e muoiono con il loro bambino, poppanti che succhiano il seno delle madri morte, cadaveri galleggianti nei fiumi o seminati sulle strade dai carri stracolmi) ma il filo con cui cuce il sellaio è fatto insieme di confidente religiosità e temperato ottimismo.

Gli appestati scendono di notte sulle strade e urlano divorati dallo strazio, ma De Foe non crede alle voci secondo cui i malati volessero di proposito infettare gli altri. Lo spirito di conservazione l 'ha vinta sulla pietà, eppure la pietà non scompare del tutto. Le condizioni delle classi più povere sono deplorevoli: molte attività chiudono e la disoccupazione straripa, ma c'è sempre qualcuno pronto a soccorrere.

In ogni caso: non c'è rimedio contro la peste. Dio la manda per punizione e l'arresta quando sembra che non debba finire mai, per un atto di misericordia: La peste è di per sé un castigo del Cielo su di una città, o regione, o nazione, dove essa s'abbatte: un inviato della Sua vendetta, e un alto richiamo alla mortificazione e al pentimento per quella nazione, o paese, o città, secondo quanto scrive il profeta Geremia (XVIII, 7, 8): «E nell'istante in cui dirò una parola riguardante un regno, e riguardante una nazione, per sradicarli, e per abbatterli, e per distruggerli, se quella nazione contro la quale ho parlato si allontanerà dal male, mi pentirò del male che ho pensato di recarle».

Non sappiamo se Londra si sia allontanata dal male, per meritare la misericordia divina e la fine della peste. L'anno dopo ci sarà l'incendio, forse il più disastroso che la storia ricordi, e la città riprenderà la sua vita, con la sua City, i suoi poveri e le sue controversie religiose. Il quacquero Solomon Eagle, che di tanto in tanto fa la sua apparizione nelle pagine del Diario, continuerà a percorrere le sue strade, nudo come sempre, predicendo sventure: «Pentitevi londinesi, il peggio deve ancora arrivare». E De Foe, con la strofetta finale, pare gli faccia uno sberleffo.

(o.c. pp.84-88)

A dreadful plague in London was

     In the year sixty-five,

     Which swept an hundred thousand souls

     Away; yet I alive!

Il racconto di Defoe (inglese)


 


sabato 7 luglio 2007

Viaggio in Sicilia (VI)



Di Girolamo Editore

Trapani 2007

pp. 189

Euro 16,50



scheda del libro


L'abbiamo ordinato oggi da Feltrinelli.  Nel frattempo ho letto una pubblicazione di Anna Puglisi su Felicia Impastato e mi piace citare due paginette:





La mafia in casa mia

Io e Umberto Santino avevamo conosciuta la signora Impastato il giorno del funerale di Peppino, quando assieme a centinaia di compagni venuti da Palermo e dai paesi vicini abbiamo seguito i suoi poveri resti. Felicia stava ritta, vestita di nero, senza una lacrima, accanto al figlio Giovanni e alla sorella Fara che per quindici anni aveva ospitato Peppino cacciato da casa dal padre che, amico e parente di mafiosi, non sopportava l'attività del figlio. Davanti ai resti del figlio Felicia aveva preso la ferma decisione di chiedere giustizia per la sua morte, di chiudere la porta di casa ai parenti del marito {che era morto otto mesi prima) e di non dare ascolto ai loro tentativi di tapparle la bocca e di convincerla a non mettersi con noi. Da allora Felicia parla soltanto con chi sa essere dalla parte di Peppino, e parla per denunciare i mafiosi responsabili della sua morte.

Felicia scopre la realtà della mafia dopo il matrimonio che l'aveva fatta entrare in una famiglia mafiosa di Cinisi.

Nell'intervista-storia di vita Felicia afferma: «E poi non lo capivo proprio che cosa significava questa mafia, questa delinquenza» .

Appena sposata scopre d'avere la mafia in casa. Un fratello del marito, dal soprannome indicativo: Sputafuoco, era gabellato in un feudo; il marito della cognata, Cesare Manzella, faceva parte della cupola mafiosa degli anni sessanta e morì con lo scoppio di un'automobile imbottita di tritolo, durante la guerra tra i Greco e i La Barbera. In casa del cognato lei conosce Luciano Liggio, allora latitante a Cinisi. Il marito pretende che vada con lui in casa di Gaetano Badalamenti «e -dice -litigavamo ogni volta. E mi ci portava e vedevo la casa piena di gente e lui rimaneva soddisfatto, mio marito».

Nell'introduzione a La mafia in casa mia scriviamo: Una donna divisa, così si racconta Felicia Impastato, moglie di un «amico degli amici» e madre di quel figlio, scacciato da casa, amato con paura e trepidazione, difeso da quel padre ma pure allontanato da casa anche dopo la morte del marito...; e poi, dopo l'assassinio e il tentativo di infangarne l'immagine e cancellarne la memoria, difeso pubblicamente, varcando la soglia di casa, recandosi dai magistrati, parlando con i giornalisti che hanno saputo rompere le «regole professionali» che accordano interesse solo ai «morti eccellenti" più illustri e meno scomodi.

Felicia, mentre è in vita suo marito, è una donna divisa perché, pur condividendo le idee del figlio, tanto da non poter sopportare gli amici del marito che non ha mai ricevuto a casa sua, pur ammirando la dirittura morale di Peppino e la sua intransigenza, è una donna della sua generazione e di un ambiente dove i comportamenti, specialmente quelli di una donna, sono condizionati dal giudizio degli altri.

Lei ammette che avrebbe dovuto lasciare quel marito ma- dice -«chi mi aiutava?». E ricorda le lotte continue in casa con il marito. I patemi ogni volta che, assente il marito, di sfuggita veniva a trovarla il figlio a cui, di nascosto, preparava da mangiare, non perché gli mancasse il nutrimento a casa della zia, ma perché, madre-nutrice, così lo sentiva più vicino. Le sue corse dai compagni di Peppino per convincerli a non distribuire i volantini preparati dal figlio in cui si denunciava la mafia di Cinisi.

E si giustifica, forse di fronte a noi che la intervistiamo o forse di fronte alla memoria del figlio, dicendo che ai suoi tempi non si usava abbandonare la casa del marito. Ora sì, ora avrebbe saputo farlo. Felicia Bartolotta Impastato, pur essendo una donna proveniente da una famiglia mafiosa, rappresenta un caso  a sé. Più che alle altre donne di ambiente mafioso che hanno collaborato con la giustizia può paragonarsi a Francesca Serio, la madre di Salvatore Carnevale, che però non proveniva da un ambiente mafioso. Entrambe sono segnate dalle scelte dei figli: hanno cercato di contrastarle nella consapevolezza dei rischi mortali che correvano, ma le hanno profondamente condivise e hanno voluto continuarle dopo la loro morte.

(pag.132-133-134)


Cara Anna, Paola ancor prima di me ha letto "La mafia in casa mia"  e "Donne mafia e antimafia". Un abbraccio da me e da lei.  Santino mi dice nell'email che i miei fascicoli  "Dante in Casentino" e "Processo a Dante" li ha trovati "interessanti". Io dò molto valore al suo giudizio. Paola aspetta ora un tuo giudizio su "Identità intermedia" che vi è arrivato per posta in questi giorni.

sabato 30 giugno 2007

Viaggio in Sicilia (V)




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Palermo mercoledì 30 maggio 2007.

Dobbiamo ringraziare Giampaolo Pazzi e Maria sua legittima consorte se la nostra permanenza a Palermo è stata resa tanto significativa dall’incontro con due palermitani doc di nome Anna Puglisi e Umberto Santino (nella foto).

Perché quello che manca al turista, spesso, è il contatto diretto, non mediato da alcun rapporto d’interesse, con le persone del luogo. Da Giampaolo avevo avuto l’indirizzo e il recapito telefonico. Fateci una visita, ne vale la pena. E così è stato. Non è stato difficile, dopo una telefonata del giorno prima, prendere il 101 a via della Libertà, zona Piazza Politeama e fare i “cento passi” che ci separavano da Via di Villa Sperlinga 15. Tanto poi è stato facile trovare Villa Sperlinga quanto un po’ meno semplice imboccare Via di villa sperlinga, perché è una via cortissima e stretta tra varie altre. Una strada appartata in zona verde e quieta, un cancello, un campanello un piccolo giardino e siamo dentro un appartamento foderato di libri appoggiati ad invisibili pareti. Anna e Umberto ci stanno aspettando. Ci vediamo per la prima volta, ma non ci sentiamo estranei; loro sanno già di noi per bocca di Giampaolo e Maria Pazzi. Prima un’occhiata alle foto, manifesti e poster che occupano le pareti libere da scaffali e poi una chiacchierata informale ma mirata. Siamo dentro al più grande
archivio sulla mafia palermitana, trent’anni di lavoro dei soci fondatori che sono qui davanti a me e Paola. Conoscono Firenze, sanno dell’Isolotto avventure e disavventure, Umberto ha in tasca un biglietto d’aereo Palermo-Peretola A/R per un prossimo quasi immediato incontro in quel di Prato…e poi, su precisa domanda di Paola, la storia di loro e del Centro Impastato da loro creato e accudito con intelletto d’amore e sentimento d’onore. Amore e onore a Palermo e alla Sicilia. Mentre Umberto parla e Anna via via interloquisce mi passano davanti come in un documentario in bianco e nero le elezioni del 20 aprile 1947, la vittoria della sinistra, la sterzata a destra di De Gasperi nel maggio 47 con la cacciata della sinistra dal governo, i grandi movimenti di massa in tutta l’isola, la strage di Portella della Ginestra, l’alleanza di mafia e democrazia cristiana, la creazione di un capolavoro di sistema clientelare, la fuga dall’isola di un milione e mezzo di operai e contadini, il dissanguamento della sinistra che diviene e rimane minoritaria,  con una lotta antimafia rituale e di superficie,  i vecchi fasci siciliani del 1891!...,il primo assassinato eccellente Sindaco Notarbartolo 1893, il primo scossone antimafia nel 1973 quando a Ciaculli rimasero morti 7 poliziotti per un errore degli esecutori che sbagliarono bersaglio e poi soprattutto la morte del generale Dalla Chiesa 1982 che fa diventare la Mafia questione nazionale, a seguire la Legge di Pio La Torre che segna all’anagrafe per la prima volta la mafia col suo vero nome…Ballarò centro e cuore di Palermo, strappato dal petto della città dai bombardamenti del 1943, dal terremoto del 1968, Ballarò dei 200.000 abitanti, Ballarò dei 30.000 oggi grazie agli extracomunitari, Ballarò miglior mercato ortofrutticolo di Palermo, Peppino Impastato, cento passi dalla casa di Badalamenti, saltato in aria, depistaggio dei carabinieri, omertà sconfitta da mamma Felicia e contorno, v.Centro antimafia fondato un anno prima, ribattezzato per l’occasione…E poi, divagando, Palermo turistica, Palermo barocca, Viale Lincon, a sinistra il giardino botanico (andate a visitarlo) a destra chinatown e tutte le chincaglierie relative, là dove Anna bambina schiacciava il musetto contro le vetrine delle  fabbriche di confetti che rotolavano di là dal vetro spinte fuori  da  piccole betoniere, le migliori confetterie del mondo..

La sera ci siamo dati appuntamento a un ristorante vicino al nostro B&B, zona Politeama, ottimo primo, veramente speciale, di cui non so dire più di tanto. Cercate tra i primi nel menù de  “Il mirto e la rosa” di Via Granatelli. Il giorno dopo, in attesa della corriera Palermo-Siracusa abbiamo visitato il Giardino Botanico di Viale Lincoln. Il
ficus bengalese era ed è ancora lì dal 1840. 4 foto


Ho finito di leggere "Una ragionevole proposta per pacificare la città di Palermo" di Umberto Santino.  Ne ho fatto un post su bloggerdiguerra.

Adesso mi sto familiarizzando con Felicia, la mamma del figlio Giuseppe assassinato dalla mafia. Altro che tragedia greca. Ho ta le mani l'intervista di Anna e Umberto e "Donne Mafia e Antimafia" di Anna P. 

Consulta senza fretta il sito dell'Archivio di Anna e Umberto. Buona notte.

(continua)

mercoledì 20 giugno 2007

Viaggio in Sicilia (IV)

Ballarò

29 Maggio 2007.

E’ il centro storico di Palermo, prima di essere la sigla della trasmissione TV. E’ uno dei più grandi centri storici di città europee, mi dirà Umberto Santino, (del Centro di documentazione antimafia...prossimo post): 200.000 abitanti prima dei bombardamenti della seconda guerra mondiale, 30.000 oggi. Anche grazie agli extracomunitari. I Palermitani rimasti vivi non hanno fatto come i friulani di Gerona; hanno lasciato lì tutto e si sono spostati nella nuova Palermo,oltre che in America. L’ho attraversato da cima a fondo partendo dalla cattedrale. Andavo in cerca delle olive confezionate in Via del Bosco 49, olive trovate lì un mese prima da Carlino, un amico isolottiano doc dei tempi del sessantotto, il quale ne è rimasto incantato e ne vuole assolutamente delle altre. Più di un’ora attraverso case e palazzi disfatti, con Paola terrorizzata dai motorini di ragazzi indiavolati. Vedere tetti sfondati,  case diroccate, pareti scheggiate dalle bombe, sforacchiate dai colpi d’arma mi ha riportato a scene familiari dell’infanzia, alle piazze e strade dei nostri paesi. Da noi tutto è stato rifatto. Ma qui a Ballarò rivedo tedeschi e fascisti a terra, alleati in aria e sul mare...come in un film al primo tempo in attesa del secondo. Impressionante. Per bambini che non hanno idea di cosa è una guerra, una gita scol. a Ballarò. Per me è stato quasi uno choc che confesso ora, senza averne parlato neppure con Paola sopraffatta dal terrore in quel momento per lei attuale dei motorini. Maliziosamente ho anche pensato a quei palermitani e siciliani che votano in buon numero Alleanza Nazionale. Ce l’ho qui sul tavolo e faccio poca fatica ad aprire “Allegro ma non troppo” di C.M. Cipolla, ed Il Mulino, 2005, a pag.45: La prima legge fondamentale della stupidità umana asserisce senza ambiguità di sorta che sempre ed inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero di individui stupidi in circolazione. E Cipolla non ha scritto l’opuscolo per i palermitani. Coraggio amici.

Se qualche regista amatoriale ha bisogno di inquadrature di città appena bombardate può andare a Ballarò: c’è solo il costo del viaggio.

Ma, canta De André, “dal letame nascono i fiori”: il mercato migliore di Palermo è a Ballarò, olive comprese. Il numero 49 di Via del bosco non è un negozio, è un grande androne che apre su un patio. In fondo a sinistra intravedi un magazzino. Entriamo e dopo un po’ spunta dal fondo un buon uomo al quale racconto dell’amico fiorentino che, dopo aver assaggiato le olive da lui confezionate, mi ha incaricato di ritrovare la ditta e guai se torno a Firenze dalla Sicilia senza le olive di ---

“Dovete tornare domani, perché in questo momento, nel nostro magazzino, stiamo confezionando i prodotti e non siamo pronti”.

E’ così che, mappa alla mano, ho scoperto che via del Bosco dà su via Makeda, come dire su via Cavour a Firenze, e se la prendi da lì puoi evitare Ballarò e i suoi motorini scatenati. Grande sollievo il giorno dopo con i 5 pacchetti da mezzo kilo presi con poco più do 10 (dieci) euro. Fosse stato l’ultimo giorno di permanenza in Sicilia valeva la pena di riempirne un valigia e far contenti tanti amici. La pasta di mandorle la puoi trovare dappertutto, ma le olive di Carlino ce l’ha solo Ballarò...A casa Paola le ha trovate un po’ troppo piccanti per i suoi gusti, io sono d’accordo con Carlo: valgono un bis. L’indirizzo esatto lo metterò da Firenze. Stasera sto digitando dal Casentino con davanti alla finestra la falce della Luna e Venere in passerella. Ieri sera la luna si è sovrapposta a Venere; speravo di veder lo spettacolo, ma mi sono tramontate là tra Pratomagno e Secchieta una buona oretta prima dello show. Voi lo sapevate? Stasera ce l’ho di nuovo avute davanti. La falce di luna e Venere in passerella, tra Pratomagno e Secchieta. Adesso sono sparite. Sparisco anch’io, ma prima mi affaccio a contar le lucciole. A Firenze si contano le gocce di sudore. Bona.

mercoledì 13 giugno 2007

Viaggio in Sicilia (III)

Appunti di Paola

I paesi del barocco dolce, cioè settecentesco dopo il terremoto del 1693. Noto, Ragusa, Comiso,  Palazzolo Acreide, Ferla, Vizzini, questi i paesi che abbiamo visitato. Questo barocco, tutto un po’ simile, ha dettagli interessanti: bei portali cariatidi strane e un po’ mostruose che sostengono  porte e balconi, fontane con animali e strani esseri intermedi tra l’umano e l’animalesco (rimpiango di non aver potuto vedere Villa Palagonia a Bagheria). Un mondo curioso e interessante scolpito  nella bella pietra locale color miele. Dispiace però la monumentalità magniloquente delle moltissime chiese, anche tre in una sola piazza. A Comiso una bella sorpresa: la fondazione Bufalino. Dentro la ricca biblioteca dello scrittore e  l’opera completa. A presentare il tutto un amico più giovane, molto preparato, assolutamente  all’altezza dell’eccezionalità dello scrittore. Ci ha un po’ commosso sentirne parlare, una persona  così fuori della tipologia del romanziere più o meno in cerca di notorietà. Per restare in tema di  scrittori è stata interessante anche la mostra dedicata al Verga, a Vizzini, in Palazzo Trao,  recentemente ampliata di due sale, quella del cinema e quella del teatro. La ragazza che guida, fa  del suo meglio, ma Verga è troppo alto per una ragazzina così giovane. La casa natale dello  scrittore è letteralmente cadente, ma qua ci fanno poco caso, infatti una discreta parte di questi  paesi, a cominciare da Ragusa, è fatiscente. Alcuni restauri sono stati possibili con i fondi  dell’Unesco, ma c’è ancora tanto da fare per ritirare su facciate  portali balconi disastrati. Abbiamo traversato il parco naturale di Pantalica, pieno di profumi di erbe e di rocce antiche. Ogni tanto la roccia appare “bucata” da tombe antichissime, piccole caverne scavate molti secoli prima di Cristo. Sono resti del passaggio di antiche popolazioni sicule anteriori di molto a tutte le civiltà che popolarono l’isola.

Stasera 6 giugno ho fatto la penultima passeggiata in questa bella piccola isola nell’isola grande.  Ortigia è anche lei barocca, ma con grazia e misura, anche lei decadente, ma piena di vita e di  gente che si ingegna con tanti piccoli lavori e negozi. Come i quattro giovani che presentano in via Giudecca l’opera dei pupi, una cosa garbata adatta ai piccini e non disdegnata dai grandi. Come il  giovanotto un po’ timido che gestisce un grazioso caffè con i tavolini ingentiliti dal lume di  candela, dove si ha l’impressione che non entri quasi nessuno. “Attenti a non spingere” ci ha detto  con un mezzo sorriso, mentre si entrava. Come il simpatico proprietario della trattoria La Foglia  che corre veloce fra un tavolino e l’altro nel suo affollato ristorante, addobbato con gusto e  fantasia, proponendo in modo spiritoso i piatti speciali e stuzzicanti preparati dalla moglie.  Particolarmente gradevoli il maccu di fave e gli involtini di vongole. Questo paese ha dei grossi mali che si sono radicati in profondo, facendo leva sulla miseria e  sull’ignoranza che l’accompagna. E’ un gran peccato perché l’indole di questa gente è cordiale e  affettuosa e viene incontro all’ospite che non si sente mai estraneo.


Narrativa siciliana presa in considerazione da Paola:

Gesualdo Bufalino, Diceria dell'untore, Sellerio 1981;

Vincenzo Consolo, Le pietre di Pantalica, Mondadori 1988;

Maria Messina; Pettini fini, Sellerio 1996;

Gianrico Carofiglio, Ad occhi chiusi, Sellerio 2003;

Santo Piazzese, Il soffio della valanga, Sellerio 2002.

lunedì 11 giugno 2007

Viaggio in Sicilia (II)




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Siracusa, mercoledi 6 giugno 2007.


In scena Eracle di Euripide.

Una serata splendida, dopo le brutte serate precedenti. Lo spettacolo è iniziato alle 19 in punto, finito prima delle 21. Il Barba sta dietro la fotocamera digitale. Il sole è tramontato ma c'è una bella luce come si vede. Devo confessare che ho fatto lettere classiche e che la mia tesi (tesina, tesetta) verteva su una tragedia "inesistente" di Euripide: Antigone. Non quella che voi conoscete che è di Sofocle. Si tratta di 17 versi tramandati da citazioni di autori vari. Su questi pochi resti la mia fatica fu poca. Ringrazio il Prof. Carlo Del Grande, napoletano doc, gran cuore e spirito arguto - che Allah lo benedica - che mi fece discutere la tesi dopo soli 4 mesi di onesto lavoro, basato su pochi testi di autori tedeschi che mi procurai alla Biblioteca Nazionale di Firenze.  Al prof. avevo presentato il mio curriculum che era in buon ordine - 4 anni di studio matto e disperatissimo sempre in pari con gli esami - una media degli esami di 28,50/30mi e una condizione familiare disastrata (v. profilo). Era la fine di maggio e volevo laurearmi entro settembre per poter avere una supplenza annuale di insegnamento il primo ottobre, giorno d'inizio delle scuole. La discussione di laurea fu il 17 di ottobre. Dopo due giorni salii in cattedra presso la scuola media del mio paese. Sì, perché negli anni del boom economico l'Italia scarseggiava di laureati. Poteva capitare che il farmacista del paese insegnasse chimica e che l'ultimo laureato in diritto andasse ad insegnare storia ed educazione civica. Anche studenti al quarto anno dell'Istituto Tecnico Industriale di Bibbiena trovavano lavoro in Ditte consolidate, con mansioni relative alla loro specializzazione. Non sono favole.

Questo per dire che dietro la mano che ha scattato la fotografia c'erano un cuore e un cervello sollecitati da scariche emotive di una certa consistenza. Pensare che gli autori delle grandi tragedie avevano presenziato alle stesse loro rappresentazioni in quell'anfiteatro affacciato sul mare, con la vista dell'Isola di Ortigia lì di fronte, 4-5 secoli prima di Cristo...

Quanto a Eracle, l'Ercole di noi latini, la storia, tolta dal teatro e raccontata qui, è banale anche se rimane tragica: figlio di Giove e di una donna, forte come un toro e pieno di buona volontà, libera - o tenta di liberare - la terra dai mostri e gli uomini dai carnefici; e per un po' sembra che ci riesca...Va fino all'inferno a liberare un amico, torna sulla terra in tempo per liberare dal tiranno di Tebe la moglie Megara con i tre figli già condannati a morte, ma...dopo che ha fatto questo, impazzisce e nel delirio stermina tutta questa sua famiglia. Improperi di Euripide agli dei che non si curano di noi, mentre Ercole lascia la scena sostenuto a braccio dall'amico sottratto all'Ade.

Allegoria politicamente corretta:

L'11 settembre 2001

G.W.Bush  stermina 3000 concittadini nelle torri gemelle,

manda poi a morire


























U.S. MILITARY DEATHS (IRAQ): 3505
U.S. MILITARY WOUNDED (IRAQ): 25830
IRAQI CIVILIAN DEATHS (MIN): 65000
'EXCESS' IRAQI DEATHS: 655000





Finché esce di scena...sorretto da Teseo-Blair giunto appositamente da Atene-London.

Nel frattempo Europa, violentata da Zeus è divenuta madre di un mostro...Ma questo non lo dice Euripide. Ed io non voglio neppure pensarlo.

Good night, good luck!


domenica 10 giugno 2007

Viaggio in Sicilia (1)




I  luoghi

Palermo, Siracusa, Ragusa, Noto, Comiso, Palazzolo Acreide, Vizzini, Pantalica.

I personaggi

Gesualdo Bufalino, Giovanni Verga, Sofocle, Euripide.

Le persone

Anna Puglisi e Umberto Santino
del Centro Impastato di Palermo,

Giovanni Iemulo  della Fondazione Gesualdo Bufalino di Comiso.

Le trattorie

Il mirto e la rosa
Palermo

La Foglia Siracusa

Il Gallo Palazzolo Acreide.


E' ormai tardi e vado a nanna, ricordando Bufalino:

Il sonno è di destra, il sogno è di sinistra... Votate per una lucida insonnia.  

Trovato qui. Ma ce l'aveva anticipato il bibliotecario Iemulo della Fondazione Bufalino di Comiso.