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mercoledì 12 gennaio 2011

In morte di un amico


Come preannunciato, lunedì 10 gennaio alle ore 10:30 nel “tempietto egizio” del Verano di Roma, a cura di LiberaUscita e della famiglia si è svolto il commiato laico di Giancarlo Fornari, come da annunci pubblicati il giorno prima su “la Repubblica” edizione nazionale e “il Messaggero” di Roma.

La saletta era gremita di familiari, soci di LiberaUscita, suoi collaboratori di quando dirigeva l’ufficio comunicazione dell'Agenzia delle Entrate, nonché molti amici e conoscenti personali.

Officiante Francesco Paoletti, rappresentante di Civiltà laica, il quale ha letto - intercalati nel corso della cerimonia - alcuni brani di filosofi e scrittori nonché il suo saluto personale avendo conosciuto Giancarlo e collaborato con lui per il comune obiettivo della laicità dello Stato.

Si sono quindi susseguiti nella commemorazione:

- il sottoscritto, il quale non ha potuto fare a meno di notare l’evidente disparità fra gli spazi, gli arredi sfarzosi e le strumentazioni esistenti nelle centinaia di chiese romane adibite al commiato religioso e l’unica saletta spoglia e disadorna del “tempietto egizio” adibita al commiato laico. Dopo aver ricordato Giancarlo quale fondatore e primo Presidente di LiberaUscita, il sottoscritto ha letto l’attestato di “battesimo laico” con cui Giancarlo volle a suo tempo assumere il nome di “Saint Just” nonché una lettera da lui inviata già nel 2005 a tutte le associazioni laiche per costituire un coordinamento nazionale, iniziativa che dovrebbe cominciare a concretizzarsi il 29 gennaio p.v.;

- Enrico Modigliani, presidente di Democrazia laica, il quale ha ricordato come l’uso del tempietto egizio per il commiato laico sia stato voluto dalla Consulta laica del Comune di Roma a suo tempo istituita dal sindaco Veltroni, Consulta coordinata da Franca Coen e disciolta dall’attuale sindaco Alemanno. Modigliani ha anche letto i nomi delle tante personalità per le quali è stato tenuto il commiato laico nel tempietto egizio;

- Giulio Vallocchia, coordinatore di NoGod,  il quale ha ricordato la sua conoscenza con Giancarlo sin dai lontani anni sessanta, quando ambedue erano dipendenti INAM;

- Gino Cugliandro, collaboratore di Giancarlo, dapprima all’Agenzia delle Entrate poi all’Università e quindi a “Contrappunti” (la rivista on-line da lui fondata e ferma drammaticamente dall’inizio della sua malattia), il quale ha dato lettura dei messaggi che i colleghi delle Finanze hanno inviato spontaneamente a seguito della sua morte, riconoscendo che, con lui direttore, “eravamo liberi di lavorare”;

- Giovanni Caporioni, genero di Giancarlo, il quale ha letto una lettera di sua moglie Claudia al padre scomparso in cui ha ricordato i vari aspetti della sua personalità e della sua vita.

Il commiato si è concluso con la lettura, da parte del sottoscritto, della poesia riportata sul sito di LiberaUscita “Preghiera per l’uomo albero” che nel 2005 Giancarlo scrisse “Se e quando io non sarò più io”.

Le ceneri di Giancarlo saranno tumulate nella cappella di famiglia al cimitero di Marcellina, comune in provincia di Roma.

Con l'occasione si invia in allegato la locandina del Convegno promosso dal vice-Presidente del CNEL, Salvatore Bosco, e dal Presidente della fondazione Bruno Buozzi, Giorgio Benvenuto, sul tema "la politica fiscale e il sindacato dei cittadini", nel corso del quale sarà ricordata la figura e l'opera di Giancarlo.


Cordiali saluti.

Giampietro Sestini




*****************************************

LiberaUscita

Associazione nazionale laica e apartitica

per il diritto di morire con dignità 

via Edgardo Ferrati, 12 - 00154 Roma

tel: 366.4539907 ore 9/12 - 16/18 

fax: 06.5127174 ore 0/24

email:
info@liberauscita.it 

sito web:
www.liberauscita.it 

gruppo Facebook: LiberaUscita




 



Nota personale: La fortuna di averlo avuto ospite per un giorno qui a Firenze, la passeggiata sul lungarno delle Cascine fino alla scuola dell'aereonautica dove lui aveva fatto il suo servizio di leva. La semplicità, l'intelligenza di un grande. Non andrà disperso insieme alle sue ceneri. Una sua scintilla in ognuno di noi. Ciao, Giancarlo, grande albero nella foresta delle nostre vite.




Preghiera per l’Uomo-Albero




(Se e quando io non sarò più io)



 



Grazie per avermi dato

una seconda giovinezza

grazie per amarmi

grazie per leggere, giocare e parlare con me

di tutto ciò che ti interessa

e mi interessa

grazie per correre con me

per camminare con me

nell’ombra dei boschi o sulle colline

colorate di ginestre

grazie per abbracciarmi

per fare l’amore con me

con il corpo e con il cuore

per salire in alto con me

come su un aliante

sollevati da una corrente calda

sempre più in su

fino a stancarci.



E grazie per quando

io più vecchio di te

non potrò più correre

io indebolito

non potrò più seguirti

io più stanco

faticherò ad amarti

grazie di essere con me

di sostenermi

di lasciarmi appoggiare

perché so che per te

la vita con me non è solo sesso

non è solo correre e giocare

la vita è anche solo un sorriso

una parola una carezza

e queste sarò sempre in grado di dartele

anche da vecchio.



Ma se e quando io non sarò più io

quando la vecchiaia o un male oscuro

mi strapperanno da me

quando qualcosa di misterioso e inesplorabile

mi dividerà in due

(la mia anima la mia mente e il mio cuore

proiettati per sempre negli spazi

il mio corpo immobile

su una sedia a rotelle)

quando ridotto ad albero

non potrò neanche sorriderti

perché non capirò più

cosa sei tu

e cosa sono io

allora, amore

dovremo separarci.



Io non ti ringrazio

per quello che farai

per quell’Uomo-Albero

Uomo-Sasso

Uomo-Carne

Corpo grossolano

Pura materia

senza luce dell’anima

senza cuore

senza sorriso

che porterà il mio nome

ma non sarò più io.



Io, amor mio, mentre tu ti sacrifichi

per quella cosa inerte

io sarò altrove

sarò a passeggiare tra le nuvole

sarò sulla cima dell’Epomeo

a veder sorgere il sole

sarò sopra lo Sciliar

a giocare con un deltaplano,

sarò a meditare

in una grotta delle Egadi.

Io, amor mio,

sarò nei libri che ho letto e in quelli che ho scritto

sarò nella memoria

delle persone che mi hanno incontrato

e mi hanno voluto bene

sarò negli occhi delle mie figlie

sarò nel tuo cuore

sarò dovunque

tranne che là

in quella controfigura umana

in cui non mi riconosco

e che non avrà più niente

a che vedere con me.



Perciò ti prego, amore mio,

parlo seriamente

non voglio sacrifici

specie se inutili.

Quando vedrai che non sono più io

conservami solo

nella tua memoria,

non conservarmi

a fini statistici.

Non aiutarmi a sopravvivere

privato di tutto ciò che mi rende umano

anche se ti diranno che un Dio lo vuole.



Ma se un Dio ha potuto volermi fare questo

e se è lo stesso Iddio

che ha voluto e accuratamente programmato

la Shoah

che organizza i massacri

le pestilenze e i flagelli

che funestano questo mondo

solo “per metterci alla prova”

e “realizzare il suo disegno provvidenziale”

non è un Dio buono

e probabilmente non è neppure un Dio

ma solo la proiezione

delle loro povere menti

e tu non devi ascoltarlo.



Ascolta, ti prego, solo il tuo cuore e il mio.

Trova in te la forza di aiutarmi.

Prendimi con te

per un ultimo viaggio

verso un Paese buono

dove capiscono che gli Uomini-albero

gli Uomini-sasso

anche se non possono esprimerlo

vogliono morire

non vogliono essere obbligati a vivere

una vita di sasso e di albero

senza alcuna offesa

per queste rispettabili

Entità dell’universo.



E tu, amor mio, non portare il mio lutto

non essere triste a causa mia

sappi che ci ritroveremo

un giorno o l’altro

una vita o l’altra

forse trasformati in due farfalle

o magari in due rondini

voleremo insieme

su su per i cieli

e avremo dei piccoli sempre affamati

da nutrire di insetti

e la notte ci ameremo al buio

nel nostro nido di paglia

con il cuore e con il corpo

fino a stancarci.



Amore se mi vuoi bene

uccidimi.

(Giancarlo Fornari)





 



sabato 13 novembre 2010

Il sindaco di Udine e la Magistratura italiana II

Quella mattina di dicembre, però, quando lessi sul giornale quello che avevano subito il signor Englaro e sua figlia, mi sentii umiliato come cittadino italiano.



clicca sull'immagine
Il testo da me presentato:

 Mi misi subito a leggere attentamente tutte le sentenze sul caso Englaro. Dovevo spiegare nei dettagli alla mia Giunta comunale, e in futuro, alla città il perché di una decisione così controversa. Iniziai la lettura di quelle sentenze con l'aspettativa un po' preoccupata di dovermi scontrare con una pesante e quasi incomprensibile prosa giuridica. Trovai, invece, dei documenti di una chiarezza, di una lucidità, ma soprattutto di una umanità esemplari. Mi sentii orgoglioso di essere italiano, di un Paese che, ha questa classe di giudici.
Parlavano con precisione, senza mezzi termini, dicevano che togliere il sondino naso-gastrico non era eutanasia, che mantenerlo era accanimento terapeutico. Toglierlo voleva solo dire garantire a Eluana il secondo comma dell'Art. 32 della Costituzione che sancisce il diritto a rifiutare le cure. Le sentenze parlavano della tragedia di questa donna, di quanto fosse devastante e senza appello la sua condizione di stato vegetativo permanente, di come loro, giudici, avessero proceduto per accertare, nei limiti di quanto possa essere ragionevole, quale fosse la volontà di questa persona. Parlavano dei temi più difficili e delicati, legati alla vita e alla morte e alla scienza, con una forza esemplare. Parlavano dei diritti che la nostra Costituzione garantisce come quelli all'Art. 2 sui diritti fondamentali della persona, all'Art.13 sull'inviolabilità della libertà personale. Parlavano della Convenzione di Oviedo sui diritti dell'uomo di fronte alla biomedicina.
...
 Pensai, e ne sono ancora convinto, che si dovrebbero leggere nelle scuole le sentenze sul caso Englaro. Tutti i cittadini dovrebbero farlo. Solamente così possono afferrare, di fronte ad un esempio concreto, il senso e la forza della nostra Costituzione. Il significato dei diritti umani, dei principi di libertà sui quali si basa. Feci fare tante fotocopie di queste sentenze che j distribuii a tutti i membri della Giunta e a tutte le persone che incontravo e con le quali parlavo di questo tema. Le diedi a quegli studenti che facevano la tesi con me. Quelle sentenze erano un tesoro di civiltà.


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Il testo integrale (pp.223-234 del libro citato "Gli ultimi giorni di Eluana" (i capoversi evidenziati in neretto sono quelli presentati da me nei due video).

 LA TESTIMONIANZA  di Furio Honsell
Il sindaco è la prima istituzione pubblica a cui i cittadini si rivolgono quando vivono una difficoltà per la quale non è ovvio a chi chiedere aiuto. Ma è anche l' istituzione a cui si rivolgono per ultima, per extrema ratio, quando tutte le altre istituzioni li hanno abbandonati o sono rimaste sorde alle loro richieste. Mi resi conto, molto presto, una volta eletto sindaco, di questa responsabilità che ricevevo, quasi indipendentemente dalla mia persona. Ne trassi uno dei principi fondamentali sul quale basare le mie azioni: incarnare un potere che sa ascoltare e sa rispondere ai cittadini, perché è loro vicino. Forse, scelsi di candidarmi a sindaco proprio perché, ancorché in modo inconscio, sentii che avrei potuto aiutare i cittadini. Non con l'arroganza di chi è certo di risolvere i problemi, ma con 1 'umanità di chi vuole aiutare le persone ad affrontare le loro difficoltà.
L' altro principio fondamentale che mi sono dato come sindaco è quello di operare con tutte le mie capacità, intelligenza e forza per garantire i diritti costituzionali ai cittadini .Perché la Costituzione italiana è il progetto etico-politico più importante che io abbia mai visto. Richiede un impegno costante per essere attuato. Seppur concisa, è un patrimonio straordinario di civiltà. E la carta della nostra umanità. Rispettarla ci fa essere una comunità, invece che un' orda.
La Costituzione garantisce tutte le libertà fondamentali ai cittadini, permettendo loro di poter esprimere la propria personalità umana individuale, nel rispetto di quella degli altri. La Costituzione garantisce quindi i diritti ad essere cittadini uguali, nel senso di avere pari opportunità di scelta e quindi il diritto al lavoro, all'educazione, alla giustizia, ...garantisce anche il diritto alla salute, che tanti paesi civili come gli Stati Uniti non hanno ancora. La nostra Costituzione repubblicana, nata dalla lotta di liberazione contro il fascismo, garantisce soprattutto il principio democratico che noi, come cittadini italiani, siamo cittadini autentici, che possono realizzare progetti di vita propri e non formiche che devono solo eseguirli, come vogliono tutte le dittature.
Forse come non mai, nella vicenda dei signori Englaro, questi due principi furono messi alla prova, ma anche esaltati e riaffermati nel modo più umano possibile.
Avevo vissuto la vicenda della signora Eluana Englaro negli ultimi mesi 2008 piuttosto da lontano. Non era, dopotutto, una cittadina udinese. Non avevo preso posizioni ufficiali, anche se quando I alcuni esponenti della politica locale avevano proposto di ospitarla al Policlinico "Città di Udine" per il suo "accompagnamento al fine vita" mi era sembrata una cosa giusta. Ma nessun mio intervento era stato richiesto. Non sono un politico opportunista e quindi non espressi manifestazioni ufficiali e continuai nel mio lavoro.
Quella mattina di dicembre, però, quando lessi sul giornale quello che avevano subito il signor Englaro e sua figlia, mi sentii umiliato come cittadino italiano. Perché quella subita da Englaro era un ' amarissima e crudele beffa. A poche ore dal trasferimento a Udine, il ministro della Salute, che da tempo aveva bloccato qualunque procedimento relativo a Eluana in qualsiasi struttura del Sistema Sanitario Nazionale, aveva ricattato la Regione FVG, e minacciato che se si fosse proceduto in qualsiasi struttura convenzionata con il Sistema Sanitario Regionale, seppure indipendente, come il "Città di Udine", avrebbe punito tutti.
Trovavo vergognoso che quegli stessi politici, che prima avevano promesso il loro aiuto a Beppino Englaro, strombazzandolo ai quattro venti, adesso tacessero, e che si fossero piegati senza battere ciglio, abbandonando un padre e una figlia alloro destino. Immediatamente pensai che La Quiete, l'Azienda per i Servizi alla Persona di Udine, avrebbe potuto essere meno vigliacca, perché autonoma e vigilata dal Comune di Udine. La Quiete riceve il suo indirizzo dal sindaco, che in persona, ne avvalla i cambiamenti di statuto e nomina 6 membri su 7 del suo CdA, compreso il presidente.
Pensai che La Quiete avrebbe potuto sfuggire al ricatto della Regione e del Governo. Bastava averne il coraggio.
Per questo motivo, quando alcune settimane più tardi, ricevetti una telefonata dall'on. Renzulli, conoscendone la vicinanza agli Englaro, senza che lui avesse il tempo di dirmi il motivo della chiamata lo anticipai, e dopo il. consueto "ciao" gli dissi d'un fiato "Sì, penso che si possa fare a La Quiete." Rimase sorpreso della mia risposta perché l' aveva ricevuta prima ancora di formularmi la domanda che intendeva pormi a nome di Beppino Englaro: di aiutarlo ad accogliere sua figlia Eluana. Chiamai subito il presidente de La Quiete Ines Domenicali e il suo vice Stefano Gasparin. Renzulli, come sua abitudine, aveva già esplorato buona parte della questione, e dissi loro di procedere per accogliere Eluana e di assicurare l' assistenza necessaria per attuare il "protocollo di accompagnamento al fine vita". E in questo senso si pronunciò il giorno dopo il suo CdA.
Allora pensavo bastasse prendere questa decisione perché si potesse rispondere alla richiesta di un padre. Non immaginavo che in quel momento sarebbero iniziate le settimane più intense della mia vita, sia dal punto di vista emotivo che razionale.
Settimane che avrebbero messo alla prova tutta la mia determinazione per difendere la Costituzione e per dare ospitalità a un padre e a una figlia, friulani, che chiedevano al Friuli di accoglierli. n giorno successivo feci una brevissima dichiarazione a un' agenzia stampa per dimostrare la mia vicinanza ai volontari e a La Quiete: " Attraverso la decisione della Quiete, di accogliere Eluana Englaro Udine dimostra di essere una città civile". In tutte le settimane successive, anche nei momenti di massima tensione, non feci mai altre dichiarazioni. Non volevo assolutamente dare l'impressione di voler strumentalizzare la vicenda, volevo sfuggire ad accuse, che comunque ricevetti, di volerla sfruttare per visibilità. Nessun sentimento era più lontano da me. Nel chiedere a La Quiete di accogliere Eluana Englaro, avevo agito in base a due dei principi ai quali mi sono sempre ispirato: rispondere ai cittadini che mi chiedevano aiuto e garantire loro .il diritto alla giustizia.
Mi misi subito a leggere attentamente tutte le sentenze sul caso Englaro. Dovevo spiegare nei dettagli alla mia Giunta comunale, e in futuro, alla città il perché di una decisione così controversa. Iniziai la lettura di quelle sentenze con l'aspettativa un po' preoccupata di dovermi scontrare con una pesante e quasi incomprensibile prosa giuridica. Trovai, invece, dei documenti di una chiarezza, di una lucidità, ma soprattutto di una umanità esemplari. Mi sentii orgoglioso di essere italiano, di un Paese che, ha questa classe di giudici.
Parlavano con precisione, senza mezzi termini, dicevano che togliere il sondino naso-gastrico non era eutanasia, che mantenerlo era accanimento terapeutico. Toglierlo voleva solo dire garantire a Eluana il secondo comma dell'Art. 32 della Costituzione che sancisce il diritto a rifiutare le cure. Le sentenze parlavano della tragedia di questa donna, di quanto fosse devastante e senza appello la sua condizione di stato vegetativo permanente, di come loro, giudici, avessero proceduto per accertare, nei limiti di quanto possa essere ragionevole, quale fosse la volontà di questa persona. Parlavano dei temi più difficili e delicati, legati alla vita e alla morte e alla scienza, con una forza esemplare. Parlavano dei diritti che la nostra Costituzione garantisce come quelli all'Art. 2 sui diritti fondamentali della persona, all'Art.13 sull'inviolabilità della libertà personale. Parlavano della Convenzione di Oviedo sui diritti dell'uomo di fronte alla biomedicina.
Mi resi conto, ancor di più, di quale eroe civile fosse Beppino Englaro. Con quale forza, con quale coraggio avesse saputo proseguire lungo un cammino pieno di difficoltà e di drammatici contrasti e dilemmi.
 Lui, forse, contro tutto e contro tutti, era l'unico che dava ancora una umanità alla propria figlia proprio perché le dava la dignità di persona che ha ancora una volontà propria, che ha il diritto alla libertà, che è l’unica che possa disporre del proprio corpo come recita la Costituzione. Proprio lui che portava con sé il profondissimo dolore per la perdita di una figlia, che solo un padre può immaginare, forse.
Pensai, e ne sono ancora convinto, che si dovrebbero leggere nelle scuole le sentenze sul caso Englaro. Tutti i cittadini dovrebbero farlo. Solamente così possono afferrare, di fronte ad un esempio concreto, il senso e la forza della nostra Costituzione. Il significato dei diritti umani, dei principi di libertà sui quali si basa. Feci fare tante fotocopie di queste sentenze che j distribuii a tutti i membri della Giunta e a tutte le persone che incontravo e con le quali parlavo di questo tema. Le diedi a quegli studenti che facevano la tesi con me. Quelle sentenze erano un tesoro di civiltà.
Ma c' era un presupposto, perché il nostro fosse j uno Stato di diritto: si doveva portare a termine quella sentenza. Si doveva garantire il diritto alla giustizia la Englaro e a sua figlia. Inizia così per me una seconda fase nella vicenda tutta fatta di razionalità: aiutare Beppino Englaro a superare tutte le difficoltà giuridico-amministrative e anche burocratiche del trasferimento di sua figlia a La Quiete. In quei giorni più volte mi incontrai e parlai al telefono con l'avvocato Campeis, moltissime volte con i dirigenti de La Quiete, il presidente, i consiglieri di amministrazione, i responsabili del distretto sanitario. Si studiò per giorni in tutti i modi, e in tutti i dettagli, come superare tutte le difficoltà che potessero emergere. E per ogni difficoltà che si superava, come un 'idra, nuove difficoltà emergevano.
Sembrava che fosse impossibile raggiungere il semplice risultato di garantire l' esecutività di una sentenza che ero stata confermata in tutti i gradi di giudizio.
Avrebbe la valutazione di invalidità permesso immediatamente ad Eluana di entrare in graduatoria a La Quiete? e con quale formula? quale programma sanitario le sarebbe stato assegnato? da quale medico sarebbe stata presa in carico? I volontari, che non erano dipendenti de La Quiete, come avrebbero potuto sostituirsi ai dipendenti preposti a quelle funzioni? Se non si analizzavano in anticipo tutti i possibili intoppi si rischiava di far trasferire Eluana a La Quiete per poi ricadere nel divieto governativo e regionale, o farla ricadere sotto l' autorità di chi avrebbe subito il ricatto. Si rischiava di non poter eseguire il proto i collo dell'equipe di De Monte. De Monte rischiava di non poter essere il medico che la prendeva in carico, ...e numerosissime altre questioni sulla natura della struttura. La Quiete ricadeva nel novero di quelle strutture che la sentenza individuava come "confacenti"? No. Allora si poteva individuarne una sezione dove invece ciò poteva essere dichiarato. Sì. E allora chi lo poteva dichiarare tale? E così via. Pur essendo tutti i responsabili amministrativi disponibili a ragionare, sollevavano tutti i possibili cavilli, per non incorrere nella più piccola possibilità di azione legale o penale da parte della Regione e di una loro responsabilità per qualche abuso. Sentivo che dovevo dare tutta la garanzia politica che potevo, ma allo stesso tempo mettere tutte le mie capacità razionali per controbilanciare e superare tutte le possibili difficoltà e problemi e cavilli che venivano sollevati. Come nelle più difficili ricerche che avevo condotto nella mia precedente attività di professore universitario di matematica, tutta la mia intelligenza era concentrata sulle regole dei sistemi sanitari e ospedalieri. Certamente avevamo tanti alleati e tra questi il primo era il presidente de La Quiete. Ma mi ricordo che in più di una occasione dovetti usare tutta la mia autorità per contrastare chi continuava a contrapporre sempre nuove difficoltà. Fu in uno di questi momenti che incontrai per la prima volta Beppino Englaro, di persona. Fu un'esperienza straordinaria. Provai un' autentica soggezione, come l'avevo provata in vita mia in occasione del primo incontro con il presidente della Repubblica, o un premio Nobel, o un vecchio eroe partigiano. Sentivo la sua forza, la sua intelligenza, il suo coraggio, quello di chi sa rischiare in prima persona per tutti gli altri. Non riuscii quasi a dire nulla. Percepii solo la sua grande umanità. Sentimenti analoghi provai anche nel mio primo incontro con De Monte, eroe civile anche lui con tutti i volontari, che rischiavano tutta una carriera, tutto, per affermare un principio e cioè l'ltalia come uno Stato di diritto. Avevano il coraggio di fare delle scelte, di essere degli attori e non degli spettatori. A dire il vero anch' io rischiai .Per la mia decisione . in quei giorni si dimise un assessore della mia Giunta, per polemica, e i giornali diedero ampio spazio alla fragilità della mia maggioranza. Arrivammo ad un passo che venissi sfiduciato e si dovesse chiudere, dopo meno di un anno, la mia esperienza di sindaco. I partiti politici e il Pd non mi abbandonarono, però. Riuscirono a gestire politicamente anche quelle ampie aree alloro interno che avrebbero preferito che Eluana Englaro non fosse stata accolta a La Quiete. Non mi incoraggiarono a proseguire, certo, ma nemmeno mi chiesero di fermarmi, si limitarono ad invitarmi alla prudenza. Ricordo però che alcuni consiglieri cattolici del Pd capirono a fondo la questione. In un'intensa riunione seppero interpretare la figura di Beppino Englaro in termini di carità. Furono dalla mia parte insieme agli altri membri della mia Giunta. Ma in ultima analisi l' azione era mia perché del sindaco è l'ultima responsabilità, quella di garantire i diritti ai cittadini. Malgrado le polemiche intensissime di quei giorni, i tanti messaggi di condanna ma anche di incoraggiamento che ricevevamo per lettera e per posta elettronica, alla fine però la questione per me si chiarì. Era lineare, dopo tutto, dal mio punto di vista: ascoltare, accogliere e aiutare due cittadini, un padre e sua figlia, ad avere la giustizia che gli era stata negata da un Governo che non rispettava la separazione dei poteri garantiti dalla Costituzione: quello esecutivo e quello giudiziario. Ma, da questo punto di vista, il peggio doveva ancora arrivare. Ricordo con molta emozione la notte nella quale fu trasferita Eluana Englaro. Non riuscii a dormire. Periodicamente ricevevo dei messaggi da De Monte, che mi informava di come erano state superate le varie difficoltà a Lecco e lungo la strada.
Mi sentii con il questore per assicurarmi che non ci fossero intralci per le vie di Udine o davanti a La Quiete. In ogni istante qualcosa poteva incepparsi e quei due cittadini potevano non vedersi riconosciuto quanto tutti i livelli del nostro sistema giudiziario avevano loro assicurato .
Anche nei giorni successivi, numerose volte Renzulli mi chiamò perché qualcosa si bloccava e si rischiava di non riuscire a dare giustizia agli Englaro e mi chiedeva di intervenire con l' autorità di sindaco presso questo o quell'organismo o persona.
Ma appunto il peggio doveva ancora arrivare. Nelle giornate successive iniziò infatti una vera e propria lotta contro un potere disumano. Ad ondate successive venivano mandate forze dell'ordine a fare ispezioni per cercare qualcosa che non andasse, per obbligare La Quiete ad interrompere il protocollo.
Vennero prima da Udine, poi da Trieste e infine da Roma. Vennero per fermare la giustizia. Sentii in quel fine settimana l'oppressione del potere quando va contro i cittadini e viola i loro diritti umani . Ad un certo punto il governo preparò un decreto per dichiarare fuori legge il protocollo avviato per Eluana Englaro. Non si sapeva cosa avrebbe fatto il presidente Napolitano. Chiesi al mio staff di chiamare il Quirinale e chiedere se potevo parlare con lui al telefono, per spiegargli cosa stava succedendo qui a Udine. Mi guardò stranito. Mi disse: ma vuole che il presidente le risponda? Dissi: ma sono il sindaco della città dove si sta combattendo una battaglia per difendere la Costituzione, il Quirinale mi risponderà. Ebbene dopo alcuni minuti il presidente Napolitano in persona mi richiamò. Gli dissi che ero il sindaco di Udine, gli spiegai cosa significava quanto stavamo facendo, che lo stavamo facendo nel migliore dei modi, con la massima attenzione, che era in gioco il diritto alla giustizia di un cittadino. Gli dissi che "noi tutti siamo con lei, signor presidente, nel darle coraggio a non firmare". Mi ringraziò, dicendomi che non ne aveva bisogno, che non dovevamo preoccuparci, aveva già deciso di non firmare e di lì a poco avrebbe diramato, come di fatto avvenne, le motivazioni della sua decisione. Lo ringraziai e di nuovo mi sentii orgoglioso di essere italiano . In quelle giornate ogni tanto De Monte veniva a parlarmi, per scaricare la tensione. Tutte le mattine telefonavo alla presidentessa de La Quiete per farle _sentire la mia vicinanza. La domenica ci fu tutta una serie di telefonate con il responsabile dell' azienda sanitaria e de La Quiete. La Regione che prima aveva voluto aiutare Beppino Englaro, adesso cercava di bloccare tutto. Le manifestazioni inscenate fuori da La Quiete si intensificavano, ci chiedevano di autorizzare la predisposizione di maxischermi nelle strade. Bloccammo tali richieste. Le TV trasmettevano interventi feroci di tante persone che si arrogavano il diritto di parlare contro il diritto di alcuni cittadini. Furono momenti difficili.
Come ho detto continuavo a rifiutare interviste. Non c'era bisogno di posizioni pubbliche, le azioni che non svolgevo sotto le telecamere richiedevano già tutta la mia energia. Non volevo dare l'impressione di voler sfruttare questo episodio dal punto di vista mediatico. La questione era troppo alta e troppo seria. Riguardava il senso più profondo di fare il sindaco. La responsabilità nei confronti dei cittadini, della giustizia. In privato contribuivo a dare coraggio. Ci fu comunque sabato pomeriggio una manifestazione in mio sostegno. Uscii solo per qualche minuto dal municipio, ringraziai e me ne andai. Udine intanto era il centro del mondo mediatico.
Veniva presentata in modo molto controverso. Da parte mia ero certo, invece, che Udine fosse al centro di una battaglia per i diritti umani, per il diritto di ottenere giustizia, di poter rifiutare le cure e di essere responsabili del proprio corpo. Infine, come di sorpresa, arrivò quella sera. Renzulli mi telefonò dicendomi che gli avevano telefonato che tutto era finito. Che Eluana, prima del previsto, con leggerezza, se n'era andata. Sentii un forte e sincero moto di affetto e di riconoscenza per questa donna che attraverso suo padre ci aveva saputo dare tantissimo, forse la cosa più grande che sia possibile dare, la fiducia e la riconferma nei nostri ideali. Provai un senso di pietà per tanto dolore, così umano. Abbiamo parlato alla città di Udine del fme vita attraverso dibattiti pubblici e spettacoli teatrali, ma sempre con rispetto per le opinioni di tutti i cittadini , anche quelli che, avendo familiari in stato vegetativo permanente, hanno fatto scelte diverse da quelle di Beppino Englaro. Alcuni di questi mi hanno anche 0%" chiesto aiuto per sostenerli nella loro scelta. ~ Quando rivedo Beppino Englaro provo sempre gli ,; stessi sentimenti ed emozioni della prima volta, oltre a un sentimento di fratellanza e di riconoscenza. Penso sia un eroe civile. Non di certo per l'eutanasia egli si è battuto, ma per dimostrare che l'Italia è uno stato di diritto, perché è un uomo che crede nella Giustizia, nel senso più pieno e più difficile del termine. Ci ha dato la possibilità di sentirci appartenenti ad uno Stato e a una comunità che ha dei valori. Englaro è un eroe vero, moderno, non violento: anziché optare per una soluzione ipocrita, ha scelto la strada della trasparenza e del rigore, del rispetto delle leggi e della Costituzione. Una strada lunga oltre una decina d'anni. Non so quanti, francamente, l'avrebbero percorsa con quella tenacia, forza, lucidità, speranza e fiducia nelle istituzioni. Gli stessi sentimenti provo quando incontro i volontari, De Monte, Domenicali, Gasparin, Renzulli e i molti che in quelle giornate hanno dimostrato la forza dei loro ideali. In quelle settimane sarebbe bastato cedere anche solamente per un istante, non vigilare con la massima attenzione anche solo un momento, per non fare nulla e quindi scivolare nel grigiore di chi si piega a un potere che ritiene ingiusto e pertanto disumano. Grazie a tutti questi eroi civili, non lo abbiamo fatto. Quando, in un'intervista di fine d'anno, la giornalista mi chiese tra le tante domande, anche quella di "chi fosse stato 1 'udinese dell'anno" senza esitazione ho detto Eluana Englaro.
Perché, anche se forse in vita era passata solamente di sfuggita da qui, morendo a Udine aveva contribuito a renderla una città ancora più civile, e così facendo sarebbe sempre rimasta presente per tutti noi. Lo conferma il comportamento che hanno avuto gli udinesi e i friulani in quei giorni. La città e il Friu1i, il mondo cattolico e quello laico, tranne rarissime eccezioni, tutti si sono comportati in modo esemplare.
Contrari o favorevoli che fossero. n confronto, tranne qualche stonatura di qualche esponente del mondo politico, è stato serio, civile, pacifico, maturo. La città ha avuto rispetto per Beppino Englaro e per la sua sofferenza, lo ha capito, accolto, anche al di là delle convinzioni personali. Non ci sono mai stati momenti di intolleranza, pur nella forte tensione emotiva. La città ha avuto un comportamento esemplare e io la ringrazio. Sapremo essere sempre a11'altezza di questi valori, così come in quei giorni? Grazie Udine, grazie Beppino, grazie Eluana.

lunedì 10 maggio 2010

Mi sono commosso anch'io

Il racconto del medico di Eluana: «Ho reso giustizia a papà Beppino»
Centinaia di persone per il libro di Amato De Monte: presentazione in due turni per accontentare tutti
di Anna Buttazzoni

UDINE.Non il medico, ma l’uomo. L’uomo che quando si trova di fronte Eluana Englaro per la prima volta, resta scioccato. Lui che non voleva vederla e che ora, a distanza di 15 mesi dalla morte più indagata del Paese, racconta: «No, non sogno mai Eluana, ma ogni giorno ho lei in mente e la rivedo com’era in foto, giovane e sorridente. Lei che ora fa parte della mia famiglia».

Amato De Monte non è il medico scontroso e severo conosciuto nel percorso che Beppino Englaro ha attraversato per «liberare» sua figlia, come ha sempre detto. È una delle persone che ha accompagnato Englaro nel suo percorso e che alla fine ha voluto renderlo libro, Gli ultimi giorni di Eluana edito dalla pordenonese Biblioteca dell’I mmagine e presentato in sala Aiace, per informare, per mettere gli individui nelle condizioni di scegliere. Ma anche come omaggio a papà Beppino, per rendergli giustizia rispetto a tutte le accuse subite. È un uomo che racconta anche le sue lacrime, arrivate quando Eluana morì, arrivate scrivendo.

In una sala strapiena, tanto da richiedere due turni di presentazione del volume per accontentare tutti, il medico mostra il suo punto di vista sulla vicenda. E lo fa con la moglie Cinzia Gori, con cui ha scritto il libro e che fu l’infermiera coordinatrice dell’équipe creata per Eluana; con Beppino Englaro, con Elena Nave, curatrice dell’opera, e con la giornalista Marinella Chirico, moderatrice della serata.

Udine non è la città dell’inizio del 2009 spaccata a metà da manifestazioni pro e contro Beppino. È cambiata da allora, lo afferma il sindaco Furio Honsell, ma a mostrarlo è anche l’a ppuntamento con il testo di De Monte e Gori, perché nessuna contestazione anticipa o affianca la presentazione. In sala c’è chi ha sostenuto Englaro, da Honsell a Ines Domenicali, presidente de La Quiete, fino ad Aldo Gabriele Renzulli. Non ci sono, ma vengono citati e ringraziati, il presidente della Regione Renzo Tondo e il senatore Pdl Ferruccio Saro. «Quanto è avvenuto qui con il caso Englaro – dice Honsell – è stato uno di quei momenti moralizzatori dai quali nessuno esce come vi è entrato».


Così ha inizio il racconto dei protagonisti. Con De Monte che ripercorre la telefonata di Tondo «e a lui diedi la mia disponibilità ad aiutare Beppino, che ho incontrato a Lecco nel settembre 2008 e non volevo vedere Eluana – dice De Monte –, fu lui a insistere e quando la vidi rimasi scioccato, in imbarazzo. E in questa vicenda per me era impossibile scindere l’uomo e il medico».

La paura che Eluana morisse nel trasporto da Lecco a Udine. La telefonata a Beppino la sera del 9 febbraio 2009 e di quelle otto parole pronunciate in friulano: «A je lade Bepino, tu le as liberade». L’imparare a piangere. «C’è tutto Amato e c’è tutta Cinzia in questo libro – commenta Beppino –, un libro eccezionale, perché non c’è nulla di più forte dell’accompagnare una persona nel morire». Englaro ripete anche il suo orgoglio d’essere friulano: «Una delle forze di questa terra è la famiglia, io ho incontrato quella di De Monte, di Tondo, di Renzulli, di Giuseppe Campeis, il mio avvocato, e in tutte ho sentito il calore della mia terra».

De Monte e Gori si commuovono. Lei appare la più imperturbabile, ma non è così. «Mi spaventava vedere Amato piangere perché pensavo “se crolla lui, è finita”. Ho un carattere diverso – racconta l’i nfermiera – e ho tenuto duro fino all’ultimo, nemmeno quando Eluana è morta ho ceduto, perché pensavo alle cose che ancora dovevamo fare. Ma quando, tolti i sigilli alla stanza di Eluana che non c’e ra più, sono entrata a prendere le sue ultime cose, in quel momento è stato il disastro».

Il racconto della Gori si interrompe, i suoi ricordi si fanno lacrime e allora Beppino le accarezza la schiena. De Monte applaude, come la platea, perché lui si è già lasciato andare: «Ho pianto quando è morta Eluana e ho pianto scrivendo il libro. È stata come una liberazione».


Dal Messaggero Veneto

giovedì 29 aprile 2010

E la storia va

Mario Riccio sarà ospite della Festa dell'Inquietudine (Finale Ligure SV 14-16 maggio).
In tale occasione a Mario Riccio sarà consegnata la Tessera di Socio Onorario del Circolo degli Inquieti e un'opera in vetro di Altare appositamente ideata per l'Inquietus Celebration. Inquietus Celebration si articola in incontri con personalità di un ambito specifico ogni anno diverso. L'ambito del 2010 è "scienza". L'evento è stato ideato dal Circolo degli Inquieti di Savona per concorrere, con la manifestazione Inquieto dell'Anno, a celebrare e promuovere l'Inquietudine come sinonimo di conoscenza e crescita culturale.
Il medium è l'incontro con personalità affermatesi per vivacità intellettuale e sentimentale; per il desiderio di intraprendere iniziative e avventure nuove, di conoscere modi diversi di essere; per la ricerca da essi perseguita della pienezza di vita, di un sempre più totale possesso dell'essere, di comprensione del proprio destino. Gli elementi di valutazione sono ricercati nell'originalità del loro percorso di vita o di carriera.


Inquietus celebration Venerdì 15 maggio Ore 21.00 Primo Chiostro, S.Caterina, Finalborgo

“Tra la vita e la morte” con Mario Riccio

L’obiettivo di tutti noi è non solo vivere a lungo ma, soprattutto, nelle migliori condizioni possibili. Non solo rifiutiamo l’idea di morire ma, giustamente, quella di vivere in una condizione di precaria salute psico-fisica. In questo la moderna medicina ci aiuta, offrendoci sempre nuove possibilità terapeutiche. Da molte malattie non possiamo ancora guarire tuttavia ne possiamo prolungare la prognosi. La rivoluzione biomedicale ci consente di decidere quale deve essere il nostro limite. Morte naturale e accanimento terapeutico sono ormai termini desueti che non riescono più a definire alcunché.





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LiberaUscita
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per il diritto di morire con dignità
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giovedì 20 agosto 2009

Pity the nation whose people are sheep

 


 


http://www.youtube.com/watch?v=lKCblAJtzgE


Questa poesia è stata letta a Farheneit il 19 agosto 2009, nella puntata dedicata a Fernanda Pivano.


Pity the nation whose people are sheep

And whose shepherds mislead them

Pity the nation whose leaders are liars

Whose sages are silenced

And whose bigots haunt the airwaves

Pity the nation that raises not its voice

Except to praise conquerers

And acclaim the bully as hero

And aims to rule the world

By force and by torture

Pity the nation that knows

No other language but its own

And no other culture but its own

Pity the nation whose breath is money

And sleeps the sleep of the too well fed

Pity the nation oh pity the people

Who allow their rights to erode

And their freedoms to be washed away

My country, tears of thee

Sweet land of liberty!


Lawrence Ferlinghetti

sabato 1 agosto 2009

Bianca la rossa

  

Il libro che sto leggendo. Ho richiesto un commento a Paola, che di libri ne legge uno al giorno.

Diceva una cara amica che i libri che vengono scritti possono essere un grande regalo per chi li legge. A me, che ho cominciato a scrivere da pensionata perché la scrittura (in modo particolare l’autobiografia) mi era sempre parsa una sorta di frivolezza, il libro di Bianca Guidetti Serra è apparso proprio un regalo e dico subito perché. A voler sintetizzare il pensiero in poche parole, direi che in mezzo a tanti avvenimenti politici scoraggianti perché sprovvisti di uno spessore minimo di dignità, questo libro ha la capacità di far scorrere sotto gli occhi i non pochi eventi positivi, le tante conquiste che sono state realizzate nel tessuto sociale di questo paese negli ultimi cinquant’anni. E a ricordarli al lettore non è un’osservatrice ben documentata ma una persona che spesso ha contribuito alla loro realizzazione. E’ appunto proprio questo l’elemento più qualificante del libro e in proposito mi sento anche di dire che un’autobiografia ha tanto più ragione di essere scritta, quanto meno la personalità di chi scrive si ricava uno spazio proprio nei confronti dei fatti che vengono raccontati, quanto più cioè si inserisce come elemento che trova la sua ragione d’essere proprio nelle dinamiche dei fatti stessi. Fin dall’inizio del libro, nella premessa, sappiamo che i fatti più personali e privati saranno lasciati da parte. E’ una scelta non secondaria e lo conferma il carattere “riservato” di questa scrittura che non a caso è quasi ”neutra” , cioè lontana da uno stile che potrebbe essere definito come “femminile”. E ancora non a caso si rivela lontana dal femminismo della “differenza” la pur intensa partecipazione ai problemi della questione femminile alle cui vicende Bianca Guidetti Serra ha dato il suo contributo. Questa parte dedicata alle donne è molto interessante e mi trova d’accordo su parecchie cose. Per esempio sul fatto che la posizione delle femministe attuali tende ad essere elitaria e che in certe posizioni, in certi scritti, sembra diventare particolarmente sfuggente l’attenzione ai condizionamenti sociali e a quanto abbiano contato e contino tutt’ora. E trovo anch’io ozioso un certo “separatismo” in funzione di contrapposizione al mondo maschile. Perciò mi piace la correzione proposta da Bianca alla manifestazione della Regione Piemonte al Lingotto nel 2006: non “più donne per contare di più”, ma “più donne per contare meglio”: dizione migliorativa di un’affermazione che pure ha il suo valore. Sarebbe stato semmai opportuno soffermarsi, nel libro, su quello che è stato da parte del femminismo il passo avanti fatto nella elaborazione della “differenza”, nel senso che il discorso dell’uguaglianza rimane astratto se non si considera che esiste una differenza, biologica e culturale, che vale come identità e solo se è riconosciuta come tale, rende davvero attivo il diritto all’uguaglianza. Comunque, c’è in tutte queste pagine sulle donne un tale spirito di compartecipazione che osservazioni critiche come quella che ho fatto, risultano nell’insieme di un’importanza marginale. Elemento questo della compartecipazione che è del resto una costante in questo libro, qualunque sia il terreno dell’impegno come avvocata, lotte operaie, brigate rosse, problemi dell’infanzia abbandonata e via dicendo. Una presenza che evidenzia immediatamente a chi legge una forte carica di umanità. Mi riferisco in particolare al capitolo sulla banda Cavallero e a quello in cui si ricorda affettuosamente l’amicizia con Primo Levi. Una sintonia tutta personale ho trovato con quanto l’autrice esprime nell’ultimo capitolo “Mi è piaciuto il fare”, non tanto perché “le parole sono più volatili e possono essere piegate a fini diversi”, osservazione facilmente condivisibile, ma soprattutto perché credo che le parole cambino la realtà meno delle azioni, anche piccole e di modesta portata, che si possono compiere, inserendosi in situazioni dove il contributo di un operato umano può servire a rendere meno pesante, meno ingiusta e più tollerabile una condizione, qualunque essa sia.

Bianca la rossa

Bianca Guidetti Serra

con Santina Mobiglia

Einaudi, Torino, 2009

 Paola Galli

Nota: Leggi il commento anche qui.

sabato 30 maggio 2009

Imagine


Titolo originale: Imagine: John Lennon

Dati: Anno: 1988 Genere: documentario (colore)

Regia: Andrew Solt

 Cast: John Lennon, Yoko Ono, Paul McCartney, Ringo Starr, George Harrison, George Martin, Brian Epstein, Phil Spector, Cynthia Lennon, Sean Lennon, Julian Lennon, Al Capp, Dick Cavett, David Bowie 


Visto poco fa (su Home theater), con sottotitoli italiani. Grande messaggio di pace, non c'è niente da fare:

 

http://www.youtube.com/watch?v=qq7qZrXYtvk


Assassinio preventivo di chi preparava la guerra preventiva permanente.



Nota: i sottotitoli in italiano si attivano portando il mouse sul  pulsante col triangolo,  in basso a destra.

domenica 17 maggio 2009

Eluana e il Grande Inquisitore

Eluana e Peppino Englaro alle prese con il Grande Inquisitore. Avvocati della difesa: Dante Alighieri, Pico della Mirandola, Fedor Michajlovic Dostoevskij, Giacomo Leopardi, Comunità cristiana di base dell'Isolotto di Firenze. Relatore: Barbabianca. Fonte del diritto: Costituzione Italiana.

Testimoni a carico: Terry Schiavo, Vincent Humbert, Piergiorgio Welby, i fratelli Karamazof.

Accompagna l'arpa celtica di Antonella Natangelo.


Video Youtube




Premi col mouse sull'immagine


Nota storicoconfermativa:


...La terza parte, la religione dell'amore e della vita, affronta alcuni capitoli particolarmente dolenti della storia della chiesa: le molte inquisizioni, da quelle medievali ai "tre secoli di bolle e stragi" in età moderna; l'antisemitismo, che conosce una svolta significativa solo con Giovanni XXIII e con il Concilio Vaticano II; l'omofobia ancora ampiamente in auge; il sostegno dato alle guerre - "sante", "giuste" o semplicemente di conquista - e alla pena di morte; infine, le attuali battaglie contro diritti ormai largamente acquisiti nel comune sentire - come quello delle donne all'autodeterminazione e all'interruzione della gravidanza, delle coppie alla procreazione artificiale, dei malati al rifiuto dell'accanimento terapeutico - condotte con atteggiamenti disumani in nome di una feroce pretesa a conservare o a estendere il massimo controllo sulla vita e sulla morte.


Trovato qui


Nota tecnica


Programma di montaggio: Adobe Première 4. Ringrazio Marta Marraccini per l'aiuto fin qui prestato ad un principiante. Tecnicamente siamo alla stentata sufficienza, ma prometto un veloce miglioramento. Il mio modello rimane Stefano Dei che viaggia sul Final Cut del Mac: il miglior programma di editing, credo. Ho approfittato del fatto che Marta, insieme a Leonardo, è in volo per l'Andalusia, altrimenti mi avrebbe impedito la pubblicazione del video per insufficienza di parametri tecnici. Buon viaggio, amici cari.





venerdì 24 aprile 2009

Eppure il vento soffia ancora


XXV Aprile

L'anno scorso ero in Piazza S.Croce, in coda per firmare 2 referendum (Legge Gasparri e Ordine dei giornalisti), quest'anno sarò in Piazza Duomo n.10, sala Pegaso della Regione Toscana, e parteciperò, insieme a 350 cittadini di Torino e Firenze ad un Convegno Elettronico tra città (Electronic Town Meeting). Siamo dentro l'iniziativa torinese attualmente in corso denominata "Biennale Democrazia" per i festeggiamenti del 150° dell'Unità d'Italia. L'argomento di conversazione di questo salotto virtuale sarà il testamento biologico. Saremo distribuiti in gruppi di otto intorno a tavoli rotondi collegati tramite un computer ed un server centrale ed ognuno di noi avrà una tastierina per il televoto individuale (anonimo).

I commenti dei tavoli possono essere registrati durante ogni discussione, così come i risultati del televoto.

A me interessa più il mezzo elettronico che l'argomento, del quale sono ormai piene tutte le carte (del mio blog), tanto che qualcuno potrebbe dar di gomito indicandomi come un necroforo. In Svizzera possono accompagnare alla dolce morte un paziente che lo chiede - perché vive tra i tormenti e senza speranza di migliorare, anzi peggiorando minuto per minuto - solamente dimostrando che l'aiuto a morire (si chiama eutanasia passiva) è stato dato non per motivi egoistici né per fini di lucro (art.13 o 15 del Codice Penale). I giudici e i governanti, per loro dichiarazione formale, si rimettono alle direttive  dell'Accademia delle Scienze Etiche costituita su iniziativa delle 5 facoltà di medicina e delle 2 di veterinaria. I governanti hanno capito che in un campo come questo non sono in grado di dare la soluzione unica, i medici devono solo dimostrare di non aver agito per motivi egoistici.

Noi siamo in mano a governanti che mandano a dire a tutti i reparti di rianimazione degli ospedali d'Italia, quali sono i prodotti e le tecniche di sostegno vitale per i "pazienti" in rianimazione o per i malati terminali. Sul tipo di alimentazione hanno intercettato addirittura  il ricettario della mensa di Palazzo Madama, considerando indigeste e velenose  le formulazioni di medici senatori del calibro di Marino e Veronesi. La storia sta facendo il giro del mondo e rimarrà negli annali per i posteri, come - scrivo da Firenze-anno galileiano - la sentenza romana sull'astronomia di 4 secoli fa.

Riguardo alla Biennale Democrazia, vado giù di brutto, mi viene in mente il racconto di una donna scampata da un campo di sterminio nazista: parlavamo per ore di ricette di cucina...In una società così bene descritta da Beppe Grillo stiamo facendo teoria e filosofia sul come e qualmente...Il Senato romano dibatte e dibatte sul tipo di intervento per liberare Sagunto sotto assedio e intanto Sagunto... kaput.


Un giorno il denaro ha scoperto la guerra mondiale

ha dato il suo putrido segno all'istinto bestiale

ha ucciso, bruciato, distrutto in un triste rosario

e tutta la terra si è avvolta di un nero sudario

e presto la chiave nascosta di nuovi segreti

così copriranno di fango persino i pianeti

vorranno inquinare le stelle la guerra tra i soli

i crimini contro la vita li chiamano errori


Eppure il vento soffia ancora

spruzza l'acqua alle navi sulla prora

e sussurra canzoni tra le foglie

bacia i fiori li bacia e non li coglie

eppure sfiora le campagne

accarezza sui fianchi le montagne

e scompiglia le donne fra i capelli

corre a gara in volo con gli uccelli


Eppure il vento soffia ancora!!!


Mattis Chiroux


(si è rifiutato di tornare in Iraq e ha vinto la causa)


If I can refuse to go to Iraq, climb monuments, march into presidential debates, lobby congress, face the military, not go to jail and not even loose my G.I. Bill, we just don’t have any excuses anymore! Resistance is rising, and IVAW will stand firm underneath it. My story is now history, and I humbly pass the torch.


Se io posso rifiutare di andare in Iraq, salire e scender giù dai monumenti, marciare tra dibattiti presidenziali e congressi lobbistici, tener testa all'apparato militare, senza andare in galera e senza perdere i diritti del GIs Bill (Legge in favore dei reduci di guerra - vedi assistenza sanitaria e esenzione tasse universitarie), noi allora non abbiamo più scuse. La Resistenza sta crescendo e IVAW (l'Associazione veterans against war) la sosterrà con forza e determinazione. La mia vicenda è ora storia, e io umilmente passo la fiaccola.

Guarda anche qui:

http://kokesh.blogspot.com/2009/04/matthis-vindicated.html



Qui sotto - Youtube - a Strasburgo chiede scusa a Malalai, Afghana, per tutto quello che la NATO sta facendo al suo paese.