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venerdì 31 ottobre 2008

Le città vive

Diario di viaggio

In Giordania e Siria (VII)


Le città vive


Amman



Non abbiamo visto molto di queste grandi città che contano circa un milione e mezzo di abitanti. Parlerò  perciò più che altro dell’impressione che ne ho avuto. Di Amman ricordo la bianchezza dei numerosi edifici nuovi che ne fanno un agglomerato immenso di quartieri periferici intorno al centro antico. Anche la moschea più importante della città è tutta nuova, con una cupola splendente. Rinunciamo ad entare perché le regole del vestiario sono molto severe e non ci sentiamo di imbacuccarci tanto per un edificio dall’aria così fredda. Forse nel suo complesso Amman è proprio un po’ fredda per come ci si può immaginare una città orientale. Le belle strade e i bei negozi ricordano le nostre grandi città. I quartieri vecchi sono pieni di negozietti che restano aperti fino a ora tarda. Qui ci sono ancora i vecchi artigiani, il sarto con la macchina da cucire fuori della porta, il ciabattino che appena riesce a incastrarsi nel suo buco pieno di scarpe e ciabatte di ogni tipo e non manca il carrettino del gelataio che fa anche la granita al limone.


Aleppo



Aleppo e Damasco sono certamente città con un aspetto più orientale. I quartieri vecchi sono alveari dove si muovono continuamente tante persone, ognuna per la sua strada, intorno alle mille botteghine che stanno l’una appiccicata all’altra, suddivise per generi: gli orafi, i venditori di cereai, di spezie, di generi di cartoleria, di paglia, di stoffa ecc. Non si ha l’idea di quante ce ne sono, spesso veri cunicoli che hanno magari sopra l’abitazione. Già, dove sono le abitazioni? In questi quartieri porte non se ne vedono, solo negozi, ma sopra le finestre coi panni stesi fanno pensare a famiglie numerose. Intorno al brulichio di questa gente, un traffico pazzesco che non si ferma mai. Chiunque voglia attraversare è un coraggioso che spera ottimisticamente di arrivare salvo dall’altra parte. Certo, appena ci si allontana da questi quartieri vecchi e spesso fatiscenti, ci si imbatte in strade silenziose che hanno belle case di pietra giustamente distanziate le une dalle altre. E’ il caso del quartiere armeno di Aleppo, dove anche i negozi sono più belli e hanno gli spotti in legno lavorato. I grandi portoni delle case hanno come battente una manina volta in giù come a Siviglia.


Damasco




A Damasco le vie intorno al suq coloratissimo e pieno di gente sono antiche e mostrano tracce di templi greci che sono rimasti incorporati nelle mura arabe. Qui puoi incontrare il carretto che fa la spremuta di melagrana, squisita e a buon prezzo. O l’acquaiolo che avrebbe fatto la sua figura in una Napoli dei primi del ‘900. Porta sulle spalle un aggeggio  di metallo bianco da cui fa uscire l’acqua e al quale sono appesi dei bicchieri anche questi di metallo. Tutto è confusione in queste strade dove la gente si pigia e le merci sembrano quasi troppe, come se non si pensasse ad altro che a vendere e a comprare. La grande moschea degli Omayyadi che resero Damasco Capitale è un’isola di quiete dove ci si può sedere sul tappeto e parlare sottovoce. Alcuni uomini distesi in un angolo dormono. “Non sarebbe giusto – dice la guida – ma si vede che erano molto stanchi”.

Dopo aver visitato il palazzo Azem, una dimora nobile del ‘700 con i suoi giardini, cortili con alberi e appartamenti separati per tutti i componenti della famiglia, torniamo all’albergo con un gran desiderio di riposare anche noi.

Che dire di queste grandi città belle e brutte insieme, dove la bellezza è per lo più confinata negli antichi edifici pubblici e religiosi e negli alberghi di lusso come lo Sheraton, mentre tutto il resto affoga nel degrado e nell’inquinamento più totale? Cerchiamo di fare una riflessione. Non pensiamo che sia stata la religione a mantenere certe arretratezze quanto piuttosto la mancanza di un percorso civile in evoluzione. Forse è mancata da queste   parti una classe media che abbia saputo far da tramite tra il popolo e i grandi signori (sceicchi, pascià, califfi …) creatrice di un progetto di rinnovamento della società. (Paola, fine)


Nota del barba

Il mio personale ringraziamento al profeta Maometto che, vietando gli alcoolici, mi ha sicuramente salvato dai taxi che come talpe impazzite e strillanti hanno fatto una sarrabanda continua davanti al nostro "alberghetto" posto proprio in centro (di fronte al nuovissimo Sheraton e alla torre dell'orologio). La mia pelle sarebbe sicuramente diventata una striscia tra le poche e malmenate strisce di attraversamento del caos cosmico aleppino. Da qui il grande godimento dei momenti di "raccoglimento" dentro la grande moschea omayyade. Allah sempre grande e misericordioso.

PS. La motorizzazione in Siria è targata Corea e Giappone, leggi Yundai e Nissan...

venerdì 24 ottobre 2008

Petra, la variopinta



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Diario di viaggio

In Giordania e Siria (III)


Petra Prima di chiamarsi Petra ( “roccia” in greco) si chiamava Raqmu la “variopinta”.

Due paesaggi mi sono venuti in mente quando ho visto Petra: il grande cavone etrusco di Sovana e i Canyons dell’Arizona. Ma sono paragoni che servono poco perché in realtà Petra non somiglia che a se stessa. Lungo e quasi un po’ inquietante il grande canalone di entrata. Già ci si abitua a questa roccia particolare, piena di sfaldamenti, di faglie sovrapposte dai colori diversi, di esplosioni rotondeggianti che fanno apparire qua e là strane forme di animali, enormi teschi, sagome di elefanti e via dicendo. Il colore dominante è giallo ocra, ma subito intorno appaiono il giallo acceso, l’azzurro, il bianco, il rosso pompeiano, il fucsia. Mai mi ricordo di aver visto una roccia esprimere naturalmente tanti colori. Se la tocchi con le mani, questa terra si sgretola e ti macchi la pelle. 

Quando il lungo e profondo canalone finisce, ti trovi di fronte al primo splendido monumento, il Tesoro, scolpito nella roccia. Color mattone scuro, grandi colonne corinzie. Un’elegante facciata alessandrina. Figure di divinità rese ormai evanescenti dal tempo e dagli agenti atmosferici, resti di leoni che dovevano incutere paura, vasi e lucerne che splendevano al loro tempo di grazia e realismo. Ora la pietra si è ripresa molto di quest’opera umana che con grande arte aveva scolpito la roccia senza costruirvi qualcosa di esterno, di sovrapposto. Ne è venuto fuori uno strano miscuglio in cui la roccia stessa si è piegata e contorta ingoiando in parte l’opera dell’uomo, in parte modificandola. Natura umanizzata; in questo credo stia una non piccola parte del fascino di questo luogo.

Certo col tempo molte opere dell’uomo, nello scolorire e perdere forma, assumono un carattere diverso, speso un po’ misterioso, diventano quasi altro da quello che furono e ci si respira il soffio del tempo che è passato e delle generazioni che le hanno realizzate.

A Petra questo accade in modo particolare. Le facciate dei templi si sono ritirate a poco a poco dentro la roccia da cui emersero, la terra le ha ricoperte e attraversate con tutti i suoi inconsueti colori che arrivano a formare in certi puntai disegni di una modernità bellissima. Così scorre davanti ai nostri occhi questa strana città in cui l’opera dell’uomo che volle rispettare la materia offerta dalla natura, ne è stata a sua volta ritrasformata in un ibrido di particolare bellezza. Si capisce perché Petra sia restata sconosciuta per tanto tempo. Perché è come un mondo chiuso, quasi sotterraneo, in cui ci si immerge con qualche inquietudine e da cui si emerge quasi con sollievo, come sempre quando si resta coinvolti per un certo tempo in una realtà a cui la lontananza nel tempo e la bellezza fuori dai canoni conosciuti conferiscono un carattere particolare. (Paola)


Qualche foto delle nostre.


Postilla di Barbabianca


I Re Maghi Nabatei ovvero la fuga in Egitto


Dovevano proprio apparire come figure magiche i ricchi mercanti che da ottocento anni percorrevano la via carovaniera che dallo Yemen e da  Aqaba, sul mar Rosso, faceva centro a Petra per proseguire fino a Gaza, sul Mediterraneo. Tali sicuramente apparvero i tre ricchi Petrani ai pastori della Galilea che li guidarono verso quella grotta scavata nella roccia dove la dea della maternità, la grande dea Madre Allat, aveva benedetto una giovane bella povera coppia – Miriam e Joseph - arrivata in quei giorni da un paese non lontano. Di dove venite? Nazareth…Dov’è? Ah, sulla via dell’Assisria, un po’ a Nord.  Le offerte erano di prammatica per i Nabatei, produttori di incenso e mirra, divenuti anche tesorieri, proprio a Petra, del denaro e dei beni ad essi affidati dalle grandi “Compagnie Carovaniere” dell’epoca. Fu un omaggio dovuto alla dea Madre quella visita “rituale” alla coppia incontrata sulla via (non era diretta in Egitto?) e fu per loro poco fatica spostarsi dal vicino lussuoso caravanserraglio fino a quella incavatura sulla roccia che, oddio, non reggeva il confronto con i quartieri residenziali di Petra, ma era pur sempre una vista familiare, come familiare era la vista dell’asino e del…cammello. Infatti non  si trattava di un bue, refuso del trascrittore biblico. Il cammello, un cammellino giovane già addomesticato glielo regalarono loro, una volta sentita la storia. Con un biglietto di saluto agli amici cammellieri d’Egitto…Presentatevi a quel caravan con la tale insegna…Nessuno vi dirà: l’albergo è troppo pieno, soppalchi i ballatoi…Che Dushara vi benedica.



Nota storica sui Nabatei

I Nabatei: una strana civiltà

Questo popolo appare intorno al VI secolo a.C. Nomadi della penisola arabica, i Nabatei approfittano dei problemi in terra edomita (l'attuale sud della Giordania), causati da Babilonesi e Persiani, per infiltrarsi prima a Gaia (Wadi Musa) e in seguito a Petra. Poco a poco si sedentarizzano e sviluppano il commercio della mirra, dell'incenso e delle spezie. Un terzetto vincente visto che i Greci e in seguito i Romani, grandi consumatori di questi prodotti di lusso, assicureranno paradossalmente la prosperità dei Nabatei. Inoltre, i Nabatei possiedono il monopolio della produzione di asfalto (roccia naturale raccolta nel mar Morto) che veniva utilizzato, in particolare, per l'imbalsamatura dei corpi.

La fortezza naturale di Petra viene utilizzata come magazzino per le merci e le innumerevoli ricchezze ma nello stesso tempo assicura una posizione strategica sulle vie delle carovane, diventando una vera e propria «Wall Street dell'Oriente». La sua posizione permette infatti di controllare rapidamente le strade che vanno dallo Yemen al porto mediterraneo di Ghaza, dalla Siria allo Hijaz (regione della Mecca), dall'Egitto alla Mesopotamia. Ecco perché le tracce dei Nabatei si ritrovano un po' dappertutto in Giordania, anche se Petra continua a essere la testimonianza più sorprendente di questa straordinaria civiltà.

La loro società si fonda su un sistema egualitario: non esistono distinzioni di rango o di fortuna e non esiste la schiavitù. Il re, come un qualsiasi altro cittadino, ha il dovere di svolgere i normali doveri quotidiani. Deve anche rendere conto delle sue attività e delle sue spese. Se ognuno è responsabile nei confronti di tutti, l'arricchimento personale viene considerato come una virtù. In compenso, la persona che si impoverisce viene punita.

Il pantheon nabateo si compone di Dushara, il dio del Sole (il suo nome è stato dato alle montagne che circondano Petra: Shara Mountains), Allat, la dea-madre, e Uzzat, che si usa paragonare a Venere. Questa credenza si estese fino alla Mecca e non scomparve con l'avvento dell'Islam.

Sotto la protezione degli dei, questo popolo intelligente e armonioso rivela una grande ingegnosità. La posizione di Petra, situata in una conca circondata da montagne, permette di raccogliere le acque delle sorgenti. A questo scopo, i Nabatei costruiscono dei canali sul fianco della montagna (come nel siq) e scavano profonde cisterne che si possono ancora oggi vedere in diversi punti del sito. Il loro sistema di irrigazione è talmente elaborato che gli israeliani hanno restaurato un'antica canalizzazione nabatea scoperta nel Negev (regione desertica che copre il 60% dello Stato d'Israele).
(Guida routard, ed. 2002-2003, Il Viaggiatore, p.135)


Ancora dubbi sui re magi nabatei?


Piaciuto, Elisa?

giovedì 23 ottobre 2008

Il Wady Rum


Diario di viaggio

In Giordania e Siria (II)


La visita è stata bella. Il luogo ha un’attrattiva particolare con le sue rocce tondeggianti, lavorate dagli agenti atmosferici a volte in maniera fantasiosa e barocca. E fra una roccia e l’altra la sabbia rossastra del deserto. Il viaggio sulla jeep mostra meglio alcuni dettagli. Il beduino che ci ha dato informazioni era autentico: magro, lungo, sdentato con la sua kefia e la veste bianca impeccabile. Faceva un po’ pena pensare che vive sempre lì solo e gli unici con cui può parlare sono i turisti.

La notte ci ha accolto una fila di tende fatte con il tessuto caratteristico degli insediamenti all’aperto dei nomadi che abbiamo visto via via nel deserto: una stoffa nera fatta, pare, con peli di capra e di cammello, robusta, pesante, che traspira col tempo asciutto e si restringe diventando impermeabile con la pioggia. L'accampamento è costituito da tende biposto, pavimentate, troppo più confortevoli  del tendone da otto che ci ospitò nell’oasi tunisina dopo una lunga traversata su fuoristrada provenienti da Djerba. Bella tutta la serata con cena all’aperto, musica e canti.


Usciti dal Wady Rum, con un saluto figurato a Lawrence d’Arabia che qui radunò le tribù arabe per partire alla reconquista delle terre occupate dall'Impero Ottomano, dopo un rapido e saporito felafel mangiato in piedi all’ombra di un chiosco lungo la strada, siamo arrivati alla Piccola Petra (Siq al-Barid), un luogo solitario e pieno di fascino dove alcuni antichi resti parlano della lontana civiltà dei Nabatei, che sono anche i costruttori della più famosa Petra. Eravamo stanchi e l’abbiamo visitata in fretta, ma già vari elementi architettonici facevano presentire la bellezza della “città variopinta”.

Un piccolo spazio per dire due parole sulla gente. Certo non posso argomentare che sugli sguardi che ho potuto gettare qua e là e sul poco che ho potuto intuire. La gente dei negozietti dove abbiamo comprato qualcosa è gentile, ma senza scomporsi tanto.  Come dire che c’è una certa fierezza. I tipi fisici sono prettamente meridionali: teste scure, baffi adeguati e occhi come carboni ardenti. Le donne sono quasi tutte col velo in testa. In certi luoghi ne abbiamo viste molte interamente velate. Che tristezza queste donne così imbacuccate e tutte nere! C’è però da dire che nelle vetrine dei negozi brillano vestiti da danza del ventre, tutti lustrini e veli. Queste donne devono avere una doppia vita e quella che noi vediamo non è certo la più travolgente. (Paola)

Alcune foto

Giordania-Siria



Diario di viaggio

In Giordania e Siria (I)


4 ott-19 ott 2008


Che senso può avere atterrare a Damasco per poi volare ad Amman e passare in Giordania la prima parte del viaggio? La notte trascorsa tra Damasco e Amman è stata piuttosto dura, ma l’avevamo già accettata dall’inizio. La differenza fra i due aeroporti dice già qualcosa dei due paesi. Sicuramente Amman una città occidentalizzata e le donne, spesso velate, all’aereoporto di Amman stavano sedute su comode portone. A Damasco invece erano tutte in cerchio accosciate per terra. Accanto a loro discutevano uomini con la lunga veste e la kefia in testa. Mi sono sembrate un po’ gallinelle spaesate, mentre i maschi parlavano, discutevano, decidevano. A un certo punto è passato quasi come una folata di vento un gruppo di velate in bianco che correvano tutte dalla stessa parte. Chiaramente un pellegrinaggio a qualche luogo sacro. Però nella faticosa notte di Damasco, assonnati e piuttosto stanchi, ci siamo rifatti la bocca con gli ottimi cioccolatini del famoso maitre chocolatier Chraoui al quale faccio volentieri la réclame.


Amman




Amman è una grande, grande città tutta bianca, con costruzioni piuttosto belle di pietra chiara. La cosa non bella è la sua estensione all’infinito senza un centro, senza un progetto vivibile. Il nostro albergo è dignitoso, ha spazi esterni per sedersi e parlare. Intorno nelle strade affollate i negozi restano aperti fino a tarda ora.


Jerash




E’ un bel sito, vicino ad Amman, risalente ai tempi di Traiano. Due grandi portali segnano rispettivamente l’entrata e l’uscita. Ci vien fatto notare che le grandi colonne corinzie hanno ognuna due capitelli: uno alla base e l’altro in cima.

La cosa più eclatante, direi quasi all’eccesso, è la grande piazza centrale completamente circondata da colonne che sembrano essere veramente un simbolo del potere. Quanto senso dell’apparire in questi grandi imperatori. Da filmare la nostra guida: preciso, compreso del suo ruolo, pieno di dettagli a non finire. A un certo punto sono riuscita a scappare e mi sono goduta il centro della città coi suoi tempietti e le sue pietre consunte, mentre intorno il muezzin intonava a gran voce il suo richiamo. Non è commistione di culture questa?  Peccato che non ci sia a Jerash traccia di case comuni, come a Ercolano e Pompei, ma solo di templi e di edifici pubblici.


Mar Morto



C’è una certa attesa, la strada è stata lunga e alla fine buttarci in mare era un gran desiderio. Però…l’acqua del Dead Sea è caldina molto salata come tutti sanno, quasi amara e più che starci a galla senza neppure muoversi non si può. Abbiamo cercato di fotografare le due “bagnanti integraliste”, una velatissima, solo gli occhi fuori, indispensabili per guardare il mare. L’altra, più ardita, s’è bagnata in piscina con una graziosa tenuta nera formata da un vestitino corto con sotto pantaloni neri. Lo sposo garbatamente la guidava nell’acqua strizzandole qua e là la stoffa bagnata, ogni tanto.  Ho raccolto un grosso grumo di sale da portare a casa. C'erano due persone con le stampelle che lentamente entravano nell'acqua: mi è venuta in mente la "piscina probatica"; tra le persone galleggianti ho intravisto Gesù che camminava sulle acque. C’erano anche due belle piscine dove ci siamo rinfrescati. Del resto anche a non volere in acqua ci si doveva buttare per forza perché nugoli di mosche petulanti non lasciavano tregua. La sera al buio si vedevano bene sulla sponda opposta le luci della Palestina occupata da Israele. E’ stato lungo il viaggio di ritorno attraverso la calcinata campagna tutta o quasi desertica col poverissimo pascolo di graziose caprette e di pecore dalla lana scura e folta. Ci sono anche parecchi asini e non di rado cammelli di un colore chiarissimo quasi bianco. (Paola)



Qualche foto del nostro viaggio

martedì 21 ottobre 2008

Isèt

Il nostro autista in Giordania (pulmino da 20 persone)




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Sui 60, 9 figli da due mogli. 4 figli in America, 3 in Italia, 2 con sé, la più piccola di 2 anni e mezzo. "Ma ora basta con nuovi figli (e nuove mogli NDR), troppi pensieri, sempre lavorare per guadagnare..."  (Anche il pianeta è d'accordo, ndr).

"Tu sei di Firenze? Mio figlio lavora a Firenze, vende in un mercato all'aperto, vicino a una vecchia chiesa..."

"E' il mercato di S.Lorenzo, il più importante di Firenze, ci capito spesso. Ti posso fare la foto e poi la faccio vedere al tuo figliolo. Come si chiama?"

"Fedi.. Ha sposato donna italiana".

"Sei mai stato in Italia?"

"No, mai."

"Stamperò la foto i poi andrò a cercare il banco del tuo figlio e gliela mostrerò. "

"D'accordo".

Dove sei nato?

Ad Amman , ma i miei genitori sono di Palestina. Sono dovuti scappare dopo la guerra...

Quella del 48, allora.

Quanti siete i palestinesi qui in Giordania?

Fifty-fifty, 50 e 50.

...  I vecchi tengono ancora le chiavi della casa in Palestina e, quando muoiono, le passano ai figli, perché si ricordino..."