martedì 14 settembre 2004


IL BALLO NEL LETTO
Lui l'amava, ma ogni tanto la puniva per un'infrazione, una piccola ribellione. Allora la teneva lontana dal suo grembo. Lei ne soffriva, stava accucciata negli angoli perché gli angoli sono fatti per chi è rifiutato, per chi si sente in colpa, per gli umiliati insomma e brontolava fra sé, guardando ogni tanto di sotto in su. Di più non avrebbe osato e intanto masticava rabbia. Quando a suo piacere, la perdonava, lei correva con balzi incontenibili e gli puntava le zampe addosso.
Buona, buona che mi fai cadere - diceva lui allungando la mano in una carezza misurata. Gli occhi in quel momento erano freddi e avari mentre i suoi lei se li sentiva infuocati, carichi di ardore anche perché ci si mescolava di prepotenza un rancore residuo. Le pupille avrebbero potuto sparare proiettili tanto erano dense di energia. Allora la faceva correre e sfogarsi a riprendere un sasso, una pina.
Così si diverte -pensava - e si smussano gli spigoli. -
Così mi leva di torno - pensò lei, ma correva ugualmente perché la pina che rotolava era una cosa troppo emozionante e metterci poi i denti dentro, sfogliandolo pezzo a pezzo, aveva sempre un gran gusto.
Il gioco finiva quando lei si stancava. Lei avrebbe continuato per ore, ma almeno si era guadagnata il riposo pomeridiano. Infatti succedeva a volte che riposassero insieme. E mentre lei si distendeva con le zampe davanti ripiegate, il muso all'insù e la coda che batteva a ritmo lento ma sicuro, lui la carezzava nel collo, sulla schiena, lucida, sulla pancia che aveva quella pelle morbida grigiorosastra. Difficile riassumere quello che si dicevano perché era un linguaggio misto in cui le espressioni inquadrate da un lucido senso di riflessione si stravolgevano nei lampi di un'istintività che pretendeva di farla da padrona per poi ammansirsi improvvisamente. A momenti i due aspetti combattevano caparbi graffiandosi in una zuffa che sapeva diventare cattiva, a volte si intrecciavano insieme come le dita di due mani.
-Non devi più fare così perché io mi arrabbierò di nuovo.-
 -Non è giusto. Ho bisogno dei miei spazi. -
-Voglio essere libera io; voglio. -
-Sono io che dirigo. E' il mio ruolo. Odio il disordine, la dimenticanza delle regole.-Lei si era fatta tesa, in ansia perché la carezza si era arrestata e la voce era diventata molto dura.
-Non capisci, non capirai mai. -
Chinava il muso sulla gola e chiudeva gli occhi. Lui si alzava, annoiato. Andava in bagno a lavarsi, si stropicciava forte le mani, il sapone colava giù in una schiuma vischiosa dal colore rossiccio e dal profumo di fiori falsi.
Lei si rimise in piedi, sentendo il pelo che era tutto ammazzettato, opaco, quasi sporco.
E ora che fare? L'angolo da penitente no, non si sentiva in colpa. Invece ecco, una corsa giù al fiume, dove c'erano i ranocchi che mettevano allegria. Ma una volta nell'acqua, le mancò la mano che lanciava il pezzo di legno o il sasso che lei sapeva ritrovare a colpo sicuro, sfregando il muso nella melma del fondo e s'intrufolò con rabbia dove il fiume era più pulito, nuotando con lena e misurando la sua forza giovane, mentre gustava la frescura che rendeva vigore al suo corpo snello e aiutava il pelo a ridiventare morbido e lucido, un mantello di seta.
Passarono le ore sulla campagna assolata.
Gli uccelli si erano rintanati fra le foglie e avevano lasciato il posto alle cicale. Solo pochi gabbiani volavano sull'acqua abbassando ogni tanto il becco puntuto a sfiorar l'acqua per risalire grifagni e odiosi con la loro preda piccola e indifesa. Gironzolò qua e là, contenta del sole che le asciugava il pelo, mentre faceva sciaguattare le zampe nella fanghiglia molle. Poi si sdraiò al sole , sull'erba e si rotolò. beata, aspirando gli odori della terra. si tirava su golosamente col naso, mentre sentiva gli occhi diventare lucidi col bianco azzurrino e il nero d I fondo come carbone. Come SI piaceva in quei momenti. Un istinto misterioso la guidava lontano attraverso un bosco intricato dove altri animali correvano liberi mescolando le grida. Lei correva correva finché si ritrovava in fondo a un burrone e di lì alzava gli occhi e aspettava. Allora si accorgeva che era stata tutta una finta la libertà e che era vero che aspettava soltanto che lui apparisse sul ciglio del burrone a lanciare il sasso nel gesto di condiscendenza che cancellava la sua autonomia per a filo doppio in quel rapporto di dipendenza aperto con la stessa facilità alla gioia e al dolore. Tornò un po' mogia sui suoi passi. Il sapore dell'aria libera si era quasi consumato, lo sciabordare dell'acqua non la chiamava più. La libertà si era spogliata della sua luce più bella. Trotterellò svogliata verso casa, fermandosi qua e là a guardare le file di formiche che procedevano lente e tranquille a spostare pesi infinitesimi da un posto all'altro. Insignificanti certo, ma senza padrone. O forse chissà. Qualche gatto spocchioso l'adocchiava ogni tanto sicuro di non essere molestato. Che era giù di corda si vedeva. Del resto, bastava avesse inarcato la schiena e sarebbe restata lì impotente. Spocchioso, ma libero. Entrò nel cortile e non ebbe voglia di far volare via i piccioni che invadevano tutto. Di solito li rincorreva con ferocia. Continuarono a beccare e a fare "tu, tu, tu". Stupidi, ma liberi. Non entrò subito in casa.
Girellò un po' intorno, accucciandosi ora vicino al muro ancora caldo di sole, ora fra l'erba fitta sotto la grande finestra della cucina, dove le fragole occhieggiavano provocanti e sarebbe bastata una zampata per farle volare via tutte in un colpo. Prese in bocca una pina e la masticò, scarnendola pezzo a pezzo finche l'unica cosa che le restò fu il saporino amaro della resina.
Intanto si era fatto buio perché non c'era nemmeno la luna. Quatta quatta, col muso fra le zampe, si preparò a tentare una dormitina, quando sentì la voce di lui che la chiamava e le parve che ci fosse ansia in quella voce, forse nostalgia. Mentre le zampe fremevano, restò immobile ad ascoltare. La voce chiamava e da imperiosa che era all'inizio si era fatta più dolce, quasi lamentosa, come se pregasse. Poi la voce diventò implorante, ripetuta. Sentì che lui girava intorno alla casa e si acquattò ancora di più fra l'erba, forte di una gioia selvaggia che amala pena controllava. Poi lo vide sulla piccola altura accanto alla casa che guardava qua e là chiamando ogni tanto, illuminato appena dalla luce della torcia.
Diceva anche "accidenti, chissà cosa le sarà capitato, con tutte le macchine che passano sulla strada". Poi disse "la mia zingarona nera dove sarà". Lo disse sottovoce, lei lo sentì, allora si lanciò e furono tutt'un groviglio, mentre lui si lasciava abbracciare e strattonare dalle zampe di lei. Poi le chiese se preferiva rimanere lì con lui nell'erba o rientrare in casa.
In casa -ordinò lei -e per tutto il tempo che io vorrò -.Lui non sapeva dire niente, faceva solo sì col capo. Corsero dentro e salirono le scale come volando, acchiappandosi e saltandosi addosso. l gradini di legno cigolarono, e cigolarono le molle del letto, quando con gli occhi persi nell'allegria improvvisarono un ballo, che era un gioco di piccole zampate e carezze, di morsi e di capriole, mentre lui le chiudeva il muso nella mano per farla guaire e lei gli puntava le zampe nella pancia fino a fargli male.
Paola Galli
Pubblicato a pag. 19 di Leggere donna, n.112,Settembre-ottobre 2004, attualmente nelle librerie.

2 commenti:

  1. Questo racconto è bellissimo. Complimenti, Paola!

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  2. Ti ringrazio. Paola.

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