venerdì 4 aprile 2003

(Conti...




 


(Continua da I left my hearth in S.Francisco II)


 


La febbre dell'oro.


 





Nel 1848 S.Francisco era solo un piccolo villaggio di pescatori, quando un giorno John Marshall, a 200 km di distanza, portò al suo padrone la prima pepita d’oro. Quello stretto braccio di mare che separava l’oceano pacifico dalla grande baia diventò la porta dell’oro, il Golden Gate. In due anni tutta la regione fu invasa da avventurieri, minatori, disoccupati, prostitute, commercianti, morti di fame come Charlot, con addosso la febbre dell’oro.


E S.Francisco crebbe come un fungo.

Al battesimo di questa nuova formazione umana mancarono i petrolieri e gli schiavisti del Sud. La California dunque è nata dai reietti della terra, dagli scarti dell’umanità, che conoscevano la miseria ma non la schiavitù: né servi né padroni, tutti alla pari.

La California, che io sappia, non ha mai votato per il candidato conservatore nelle elezioni presidenziali. E anche oggi non si fa ricca col petrolio né con le armi, ma con il silicio.

Il computer, che non costruisce solo le bombe intelligenti, permette a tutti noi di fare un’enorme interfaccia dei nostri cervelli, moltiplicando in progressione geometrica le nostre capacità intellettive e possibilità operative. Possiamo essere in ogni momento l’uno all’altro vicinissimi, in questa magia della grande ragnatela umana. Internisti di tutto il mondo, intendetevi, giacché uniti già lo siete. Global. 

Questo Dna di libertà ed eguaglianza proprio della costa occidentale degli USA è patrimonio dell’umanità; bisogna depositarne il marchio e metterlo sotto la protezione dell’Unesco; Allo stesso modo il Dna del riscatto dalla schiavitù proprio dei neri d’america, sia cristiani come Luther King o mussulmani come Malcom X o Muhammad Alì o animisti o agnostici come mille altri, questo DNA è un altro grande antivirus, patrimonio di tutti. 

Il terzo DNA, primo in ordine di tempo, è quello dei Padri Pellegrini della Maryflower. è il DNA dei perseguitati per motivi politici e religiosi

Come lancio pubblicitario del DNA nero, per i giovani blogghisti sportivi, voglio ricordare Tommy Smith e John Carlos, primo e terzo nei 200 metri alle Olimpiadi di Città del Messico. Era il 12 ottobre 1968 quando si presentarono sulla pedana dei vincitori con i piedi scalzi(la miseria dei neri), il guanto nero (il lutto dei neri), la testa china (l’umiliazione sofferta in patria), il pugno chiuso (la volontà di lotta). Eccoli qui.

A domanda specifica risposero con un'altra domanda:

Why run in Mexico and crawl at home? 

(Perchè correre in Messico e strisciare in patria?) 

E anche Robert Beamon, bianco, a piedi scalzi in pedana( 8,90 metri nel salto in lungo). 

E oramai che ci sono Vincent Matthews e Wayne Collett, primo e secondo nella finale dei 400 metri alle Olimpiadi di Monaco 1972: voltano la schiena alla bandiera, salgono sullo stesso scalino: squalificati. Ricordiamoci che, prima che all’Iraq, l’attacco dei petrolieri texani è diretto a questo comune patrimonio. 

Chi combatte contro questa sporca guerra vuole salvare questa America, fatta da tutti i diseredati della terra, a cominciare da quei 40 milioni di europei che sbarcarono, scalzi e ignudi, in Ellis Island, di fianco alla statua della libertà a N.York. L’America è proprio fatta a stelle e striscie: 88% bianchi, 10,5 neri, 1,5% nativi americani.

I ceppi originari erano i seguenti: 22 milioni di neri, 15 milioni di discendenza britannica, 7 milioni di tedeschi, 5,5 milioni di italiani, 4,4 milioni di austroungarici, 3,4 milioni di russi, 2,5 milioni di scandinavi, 1 milione di polacchi, 300.000 giapponesi, 250000 cinesi. 

L’America siamo noi, ripetiamolo con Malcom X. 

I miliardi di uomini che si sono dichiarati e schierati contro questa guerra percepiscono il significato distruttivo di questo virus malefico che si è sprigionato, in forma così aggressiva, dai pozzi di petrolio del Texas. E reagiscono, come contro il virus della polmonite. 

Poche volte nella storia dell’umanità si era vista una tale mobilitazione contro la guerra. 

L’ONU non è spacciata, anzi è la prima volta che si è ribellata al ricatto del padrone prepotente. L’ONU rinascerà dalle sue ceneri. L’Europa si è ricompattata con la moneta, si è spaccata sulla guerra come un bruco dentro la crisalide, e sta cominciando a volare da sola: Francia Begio Germania hanno deciso di costituire un esercito proprio, fuori dalla NATO. 

Voglio mettere una pulce nell’orecchio a tanti giovani blogghisti che, giustamente occupati nella ricerca delle gioie d’amore e spesso presi nelle trame di Cupido, che li riempie allo stesso tempo di gioie e di stati d’ansia, hanno poco tempo e meno voglia di ritornare sulle questioni politiche: e se questi bravi texani avessero in mente, con questa guerra già da anni programmata, di destabilizzare non il M.O. ma l’Europa?

Capellibianchi ( così si chiamerà Barbabianca quando si gratta la testa e si tocca i cosiddetti), ricorda la crisi del petrolio del 73 quando in uno-due anni i prezzi del petrolio, dei metalli e del grano aumentarono del 120%; l’inflazione in Italia passò dal 6% al 19%, sempre Capellibianchi, frugando nelle sue carte, ritrova questa Nota di diario 12 ottobre 1974 di Egidio Ortona ambasciatore a Washington: 

Gli Americani sono molto irritati. Kissinger pensa che nelle condizioni attuali la cosa migliore sarebbe quella di provocare una crisi seria che porti gli Europei a un certo ravvedimento.” 

E la cura ebbe come medicina di partenza una manovra economica chiamata deflazione e una “operazione camuffata” chiamata terrorismo o, in linguaggio militare, strategia della tensione. L’esercito segreto affiliato alla CIA e dislocato in Italia si chiamava Gladio. Un documento segreto scoperto da Marcello Coppetti, giornalista fiorentino che Barbabianca conosceva bene, e subito a lui sequestrato, portava scritto: 

le direttive prevedono che tutti i servizi segreti dei paesi dell’Alleanza Atlantica, pur rimanendo indipendenti, offrano un ruolo di coordinamento alla CIA per le cosiddette “operazioni camuffate” Tutto documentato (atti parlamentari su la Loggia Propaganda 2, Sentenza istruttoria del Tribunale di Bologna del 1986, memoriale Moro 1978...).


Ma i miei 25 giovani blogghisti hanno riattaccato i loro Walky-talky e non mi ascoltano più. Basta così. 

Ma sarà una caso che Francia, Germania, Belgio, Prodi d’accordo, siano già partiti per farsi l’esercito “europeo”, cioè senza la NATO? 

Senza la Nato, tutto il piano della Loggia Propaganda 2 diventa obsoleto cioè vecchia anticaglia e chi dalla Loggia era partito per la grande avventura non sa più che pesci pigliare. La sua missione è finita. Già penseranno con chi sostituirlo.

Altro che divisione dell’Europa, altro che fine dell’ONU. 

Mai l’Agenzia Centrale di Spionaggio si era sentita più sola. 

Come in un deserto. 

Al re-presidente sono cadute tutte le maschere, è proprio nudo al cospetto dei popoli della terra. Come non era mai successo da che mondo è mondo

S.Francisco sta sulla faglia tettonica di S.Andrea che nel 2070 tornerà a rigirarsi sul gran letto oceanico, così per sgranchirsi un po’. i californiani lo sanno e si preparano a resistergli. 

Anche per questo S.Francisco è veramente simbolo della condizione umana: 

Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie. 

E l’America è grande, perché l’America siamo noi, tutti noi, tutti i 6 miliardi di noi. Ce lo vogliamo mettere in testa? 

Altro che antiamericani.


I left my hearth in S.Francisco.

 


I nostri santi


Carlo Urbani

giovedì 3 aprile 2003


 







I left my hearth in S.Francisco








Ringrazio S.Franciscodisobedience che mi ha regalato un’emozione tanto grande con le relazioni delle manifestazioni pacifiste di questi giorni. Vedere la foto di Joan Baez , capelli bianchi, in Market Street, mi ha prustianamente ricondotto nel Campus di Berkeley, là sulla baia di fronte, 1963, quando partì la rivolta contro la guerra del Vietnam. L’occupazione del campus quando Mario Savio,alla fine del suo discorso così concluse:


Now, I ask you to consider: if this is a firm, and if the Board of Regents are the board of directors, and if President Kerr in fact is the manager, then I'll tell you something: the faculty are a bunch of employees, and we're the raw material! But we're a bunch of raw material[s] that don't mean to have any process upon us, don't mean to be made into any product, don't mean to end up being bought by some clients of the University, be they the government, be they industry, be they organized labor, be they anyone! We're human beings!

 


Ora, vi chiedo di riflettere. se questa è un'azienda, e se il Consiglio Universitario è il consiglio d'amministrazione, e il Presidente Kerr realmente è il dirigente capo, allora vi dirò qualcosa: gli insegnanti sono un gruppo di impiegati e noi siamo la materia prima!  Ma noi siamo una materia prima che non intende subire manipolazioni, che non intende essere trasformata in qualsivoglia prodotto, non intende essere oggetto d'acquisto da qualche cliente dell'Università, sia esso il governo, oppure l'industria, o il lavoro organizzato, sia chi voglia! Noi siamo esseri umani! 



[Wild applause.]



There is a time when the operation of the machine becomes so odious, makes you so sick at heart, that you can't take part; you can't even passively take part, and you've got to put your bodies upon the gears and upon the wheels, upon the levers, upon all the apparatus, and you've got to make it stop. And you've got to indicate to the people who run it, to the people who own it, that unless you're free, the machine will be prevented from working at all!


Arriva un momento che l'operato della macchina diviene così odioso, ti fa così male al cuore che tu non puoi più collaborare; neppure passivamente, e tu ti butti con tutto il corpo sopra le marce, contro le ruote, sopra le leve, su tutti i suoi congegni, fino a che non l'hai fermata. E tu puoi così far capire alla gente che la manda, ai proprietari, che se tu non sei libero, alla macchina sarà impedito di funzionare, in modo assoluto.


[Prolonged applause.]


This is the conclusion of Mario Savio's memorable speech, before Free Speech Movement demonstrators entered Sproul Hall to begin their sit-in on December 3, 1964.


Questa è la conclusione del memorabile discorso di Mario Savio, prima che i dimostranti del Movimento per la Libertà di Parola entrasse nella Sproul Hall per cominciare il sit-in, il 3 dicembre 1964.


Mario Savio: italoamericano doc. E' morto nel 1996, a 56 anni, per un attacco cardiaco.


Ho provato una grande emozione quando sono entrato nel campus in un pomeriggio di una splendida giornata deli’Aprile 2001, gli studenti sparsi nel prato, la maggior parte riuniti nella grande sala studio, alla parete la gigantografia con lo studente Jack Weinberg in piedi col megafono sulla macchina della polizia lì bloccata per tutte le 32 ore del sit-in.


E Joan Baez – fascino e calore sudamericano - che canta we shall overcome e blowind in the wind.


Ho abitato a S.Francisco dal 1 al 25 Aprile 2001, con Paola, Simone e poi Giuliana B. e Giuliana P. due colleghe di scuola, mie e di Paola.


In North Beach, quartiere fatto dagli Italiani nel secolo scorso, oggi pressato da vicino da Chinatown, al n.690 di Chestnut street, all’angolo con Columbus Corso, a due passi dal capolinea dei cable-car, di fianco a Lombard Street, la più bella via di S.Francisco. Nella bella casa di Jerry e Dolores, dirigente capo lui di una società informatica che produce antivirus, specialista in igiene mentale, ora in pensione, lei.


Dalla terrazza-tetto della casa si vede, a due passi, the rock, Alcatraz, da prigione divenuta oggi meta turistica visitata da 3000 persone al giorno; di fianco a destra la Coit Tower, monumento ai vigili del fuoco del terremoto del 1906: 4/5 della città distrutta, 28.000 case bruciate, 6000 ricostruite in un anno e il resto a seguire.


Eravamo arrivati a S.Francisco dopo una permanenza in Costarica e un breve soggiorno in Nicaragua ( v. nell'archivio del blog la storia di Paco).


Aprile è il mese più bello dell’anno, da quelle parti, senza la nebbia, quella nebbia che fece ritardare la scoperta della baia di un secolo e mezzo nei confronti del resto della California.


A due passi la fabbrica originaria dei Jeans, fatti con un panno che era venuto dal porto di Genova, - da cui il nome! - e poi Ghirardelli Square, con il grande palazzo che era stato la famosa fabbrica di cioccolata dell’italiano venuto da Rapallo;


la camminata a piedi da casa al Centro città, in direzione de La Piramide Sudmericana, lungo tutta Columbus Corso (scritto in italiano), l’Osteria del forno, Il Pollaio, il caffè Vesuvio a ridosso di City Lights, la mitica libreria di Ferlinghetti, un italo-americano doc. Lo si incontrava tutte le volte, verso le 10,30 o le 17, lungo e dinoccolato, lì sulla strada, alla fine della Columbus, quasi sotto la Piramide Sudamericana.


- Buon giorno, veniamo da Firenze dove l'avevamo incontrata anni addietro alla inaugurazione della City Light, vicino al Lungarno S.Niccolò...


- Oh, è sempre un piacere l'Italia; l'altra settimana ero a Verona...


Il cable car, mitico: dal capolinea sottocasa ti porta fino al cuore di Market Street, l’arteria che divide la Downtown dal resto dei Distretti, a sud.


La macchina compresa nello scambio ( Toiota Corolla in perfetto stato contro Fiat Uno Fire malandata - Jerry dovette cambiare le gomme troppo consumate. Vergogna infinita.) Un gallone di benzina (4,54 l.) al prezzo di un litro.


Sulla piantina di città c’è indicata la Scenic Drive, la Visita Panoramica della città senza scendere di macchina: si segue il cartello rettangolare col gabbiano azzurro presente a tutti i cambi di direzione e si percorrono, a tappe naturalmente, con tutta calma, compreso un picnic, le strade di S.Francisco ( una pacchia lunga 70 km). Immaginate Roma dai sette colli con dentro i monti Albani, ( oddio, un po’ più piccoli) che lì si chiamano Telegraf Hill, North Beach, Pacific Heights, Russian Hill, Noe Hill, haight Ashbury, Buena Vista, Twin Peaks e poi Castro, Noe Valley, Mission, Potrero...Inutile guardare la cartina; appare solo una tavola piatta.


A ogni incrocio tutte le macchine si fermano: lì non c’è la precedenza a destra; prego, prima lei...incredibile. Il senso della legge che hanno gli americani: l’osservanza delle regole, i limiti di velocità. Chi ne ha fatto l’esperienza mi darà ragione: la gioia che dà viaggiare in macchina negli States. Sì, perché il mese dopo ci siamo fatti l’Arizona con la Chrysler di Lee, professore d’orchestra e maestro di trombone in pensione, e di Wanda, impiegata statale retired anche lei.


Flagstaff, Gran Canyon, Monument Valley, Canion di Chelly, Deserto Dipinto, Foresta pietrificata (davvero), tutta la Riserva Navajos, il villaggio degli Hopi ( vietato fotografare; incredibile la resistenza disperata ed assurda, ma commovente, alla dominazione bianca di questi indiani contadini). Molto diversi i Navajos che amministrano oggi con ottimi profitti la Monument Valley e gestiscono casinò, ma sono costretti a vietarsi anche una birra perché i loro reni non sopportano l'alcool. Sto andando fuori tema. Ritorniamo a S.Francisco.


La serata alla Casa de las Mujeres, in Mission District, centro sud, tra Castro e Potrero, ad ascoltare ed applaudire un vecchio piccolo dolce uomo con un basco nero, un camicione bianco, e, sotto il basco, anch’essi ribelli, capelli bianchi che più bianco non si può: Ernesto Cardenal.


Con voce dolce e suadente denunciava la prepotenza arrogante del governo degli States e strappava l’applauso a favore dei sandinisti, ormai sconfitti dalle brigate dei contras foraggiati e manovrati dalla CIA, la quale aveva insegnato loro lo sporco trucco: colpire i sandinisti nel corpo molle: “ perché attaccare le caserme dove ci sono uomini che si possono difendere? meglio distruggere le cooperative agricole, bruciare i raccolti di caffè, ammazzare il bestiame, salvo poi ricrearsi un po’ stuprando le donne. Al netto da qualsiasi rischio. Business assicurato. ( Tranquilli, tutto quanto rivelato da documenti ufficiali di pubblico dominio).


A domanda: What about Fidel Castro? che ne pensi di Fidel Castro?


La risposta: l’unico governante che ha saputo resistere al Governo degli Stati Uniti. Grande.


Una sala piena di Americani che applaudivano: sembrava di sognare.



 


If you're goin' to San Francisco

Be sure to wear some flowers in your hair

If you're goin' to San Francisco

You're gonna meet some gentle people there

For those who come to San Francisco

Summertime will be a love-in there

In the streets of San Francisco

Gentle people with flowers in their hair

All across the nation

Such a strange vibration

People in motion

There's a whole generation

With a new explanation

People in motion, people in motion.

La canzone di Scott Mckenzie ci ricorda che per tutta una generazione S.Francisco è stata la città simbolo della liberazione hippie.


Cari amici blogghisti, forse si percepisce un po’ di emozione in quanto ho scritto sopra: ma è proprio così. Se New York mi ha folgorato la mente e gli occhi, S.Francisco mi ha colpito al cuore.


 I LEFT MY HEART IN SAN FRANCISCO
The loveliness of Paris seems somehow sadly gay,
The glory that was Rome is just another day,
I've been terribly alone and forgotten in Manhattan,
I'm going home to my city by the bay.
Chorus: I left my heart in San Francisco, high on a hill it calls to me
To be where little cable cars climb halfway to the stars.
The morning fog may chill the air, I don't care.
My love waits there in San Francisco, above the blue and windy sea,
When I come home to you, San Francisco, your golden sun will shine for me.
(Lyrics : Douglass Cross/Music : George Cory)
- Originally made famous by: Claramae Turner, Tony Bennett
Prime Artist : Frank Sinatra.
( continua )

 



 



 



 


 


Quos deus vult perdere dementat.


 



"Negli USA le intelligenze vengono sfruttate solo per la ricerca scientifica e militare; la popolazione, al contrario, viene allevata nella più spaventosa stupidità dai mezzi di comunicazione."


( Dal blogger di Aldo)



Ma, caro Aldo, c'è anche il rovescio di questa medaglia. Al prossimo post.

mercoledì 2 aprile 2003

Corsi e ricorsi storici


oppure



Andava meglio quando andava peggio?



Quest’anno passeremo il mese di Maggio in Andalusia, e precisamente a Jimena de la frontera, vicino a Gibilterra e Algesiras, col sistema ormai collaudato dello scambio casa. Naturale quindi che Paola e Barbabianca comincino ad interessarsi di questa parte d’Europa. E’ così che abbiamo imparato che i tanti paesi della zona che finiscono con de la frontera si trovavano sul confine col Regno moresco di Granada, di cui tutti conosciamo l’Alhambra. Andremo naturalmente a rivederlo. Ma ciò che mi ha spinto a scrivere il presente post è quanto sto leggendo sulla guida turistica dell’Andalusia, comprata da Marzocco, prima che questa storica gloriosa libreria fiorentina chiudesse i battenti per fallimento ( roba di questi giorni). Zona centrale tra Via Cavour e Via Martelli, a due passi dalla Cupola del Brunelleschi: ci faranno un’altra banca?


Ecco quindi tre paginette della Guida turistica, scannerizzate e formattate alla meglio:


La nuova tolleranza


Dal momento in cui Tarik, capo berbero, nel 711 sbarcò per la prima volta a Gibilterra, trascorse­ro solamente tre anni prima che la gran parte della Spagna finisse sotto il dominio islamico. Tra i motivi fondamentali che favorirono il suc­cesso incredibilmente rapido del conquistatore nomade c’era anche la situazione interna del regno visigoto, sconvolto da intrighi e interna­mente diviso, I nuovi dominatori non avrebbero infatti potuto prender piede così velocemente se non fossero stati appoggiati dalla popolazione locale. Quasi nessuno era pronto a lottare per il dominatore visigoto, mentre molti parevano disposti ad accogliere l’invasore musulmano. Cosa ancor più facilmente comprensibile se si pensa che lo strato più ampio della popolazione locale era dominato da una minoranza di nobili visigoti. Gli ebrei soffrivano invece molto la pressione della Chiesa, attraverso la quale i Visigoti esercitavano il loro potere. Entrambi i gruppi aiutarono così i Berberi nella conquista della penisola.


A differenza dei Visigoti, i nuovi dominatori tessevano contatti con la popolazio­ne e la trattavano in modo più tollerante e senza fare discriminazioni. Pur essendosi sottomessi all’autorità islamica, cristiani ed ebrei potevano praticare il proprio culto e mantenere aperte chiese e sinagoghe. Accanto alle tasse patrimo­niali che tutti dovevano pagare, questi gruppi erano tenuti a versare un’imposta particolare per poter essere esonèrati dal servizio militare. Le comunità possedevano una propria giurisdi­


zione e venivano anche rappresentate presso il governo musulmano.


Grazie a questo modello di tolleranza, davvero unico nel panorama occi­dentale delle nazioni cristiane, si venne a forma­re una società in cui musulmani, ebrei e cristiani mozarabi, cioè cristiani convertitisi all’islamismo, che pur conservando la propria fede ave­vano assunto usi e costumi islamici, conviveva­no pacificamente.


I musulmani giunti in Spagna potevano anche sposare donne cristiane e for­mare così con le figlie dei vinti nuove famiglie. Inoltre, gli stessi conquistatori erano un gruppo etnicamente misto, composto da arabi e siriani, egiziani e nordafricani, che diedero vita all’in­comparabile capolavoro di una pacifica convi­venza tra più popoli in terra andalusa.


I fondamenti della nuova tolleranza: l’Islam


Che queste tre diverse comunità religiose po­tessero vivere una accanto all’altra nello stes­so regno dipese in massima parte dal fonda­mentale riconoscimento dell’ebraismo e del cristianesimo attraverso l’Islam. Esattamente come quest’ultimo, infatti, anche le altre due grandi religioni si basano sulla dottrina origina­ria monoteista di Abramo, che annuncia il credo in un solo Dio, ma hanno poi spesso—e anche in questo accomunate con l’islam —dimenticato o modificato i comandamenti rice­vuti da Dio. I musulmani accusano gli ebrei di avere diffamato e rinnegato Gesù Cristo, l’invia­to di Dio, e la Santa Vergine; i cristiani di essere incappati nell’errore della dottrina che sancì­sce il culto della Trinità. Ma a patto che non minaccino la comunità islamica e riconoscano il protettorato dell’islam, ebrei e cristiani pos­sono continuare a praticare il proprio culto —


Questo è quanto stabilisce il diritto islamico.


La cultura moresca


Questo straordinario spirito di tolleranza era alla base di una nuova cultura, che si diffuse per tutto il Medioevo e fu caratterizzata da una forte impronta moresca. Gli arabi non solo importarono le proprie tecniche di colti­vazione, introducendo sistemi innovatìvi di irrigazione, ma diffusero anche nuove spe­cie di piante e frutti. Inoltre svilupparono particolari forme di artigianato, come la la­vorazione del cuoio e la tessitura di seta e cotone, la produzione di vasellame e pia­strelle smaltate. Eressero poi moschee e palazzi secondo uno stile che fondeva l’ere­dità classica con decorazioni e tecniche del Vicino Oriente. Nelle città le strade furono lastricate e illuminate da fiaccole, si ebbe un sistema di fognatura pubblico, scuole e bagni pubblici, ospedali e biblioteche, men­tre in tutto il resto d’Europa il Medioevo imperava con le proprie rozze e aspre forme di vita quotidiana. I conquistatori introdus­sero così in Andalusia una nuova forma di vita, più raffinata; a seconda delle occasioni ci si cambiava d’abito e la tavola veniva ele­gantemente imbandita, si recitavano poesie con accompagnamento musicale. Nel Sud moresco fiorirono le scienze, che a lungo ebbero un influsso determinante su tutte le università europee. Senza medici e farmaci­sti mori sarebbero stati davvero impensabili tutti i progressi fatti dalla medicina. Si stu­diarono gli effetti delle cure con le piante, si praticarono interventi chirurgici, si amplia­rono le conoscenze nel campo dell’anatomia ricorrendo alla dìssezione dei cadaveri; i testi redatti dai medici arabi furono tradotti in latino ed ebraico, e fu proprio in Andalusia che si aprirono le prime farmacie di tutta Europa. I filosofi moreschi come Ibn Rusd (chiamato anche Aver­roè di Cordoba), con la sua riscoperta e chiosa dei testi di Aristotele, avrebbero in­trodotto nel mondo spiritua­le occidentale nuovi impulsi, mentre la poesia araba influì su quella dell’amor cortese, che si sarebbe poi sviluppa­ta nella Francia meridionale. L’arabo era la lingua delle persone istruite, in cui tutti —~ filosofi e teologi, poeti e stu­diosi — redigevano i propri scritti. E sebbene i cristiani avessero conservato la litur­gia in latino, si adattarono alla nuova cultura araba a tal punto che un vescovo di nome Àlvaro lì ammonì con queste parole: “I miei confra­telli cristiani amano la poesia e i romanzi degli arabi; studiano le opere di teologi e fìlosofi musulmani non per opporvisi, ma per adattarsi a uno stile arabo corretto ed elegan­te. Dove mai si può trovare al giorno d’oggi un laico che possa leggere le chiose latine alle Sacre Scritture? Ah! I giovani cristiani, il cui talento è palese, non conoscono altra lettera­tura che quella araba; leggono e studiano su libri arabi; a costi incredibili si allestiscono biblioteche intere e si cantano ovunque le lodi dei costumi arabi.”


Quanto sia stata in odio alla Chiesa cattolica una simile assimilazione culturale è dimostrato anche dagli 80.000 libri in arabo che furono bruciati nel 1449 per decisione del cardinale Cisnero, che definì l’arabo come “la lingua di una massa eretica e spregevole”.


Nonostante tutto un buon numero di parole arabe è rimasto nella lingua comune, conservandosi sino ad oggi.


Gli arabismi sono quindi da considerarsi come un ricordo di quei secoli in cui l’eccezionale tolleranza dei conquistatori permise la pacifica convivenza di più comunità e sfociò in una cultura onnicomprensiva, che, nella sua molteplicità creativa rappresenta anche una simbiosi di forme di vita e cultura orientali e occidentali.


La Guida è questa:


Andalusia, Arte e Architettura, pgg. 230-233 Brigitte Hintzen-Bohlen 1999.


Traduzione dal tedesco di Cristina Pradella.


Koeneman ed.

ECCO COME TI DOMINO IL MONDO.


Eravamo abituati a legare i maggiori avvenimenti politici internazionali ai nomi di grandi capitali come Washington, Parigi, Londra, Tokio e Pechino. Ma ecco che negli ultimi tempi, un piccolissimo paese come il Qatar, che fino a due anni fa pochi conoscevano, diventa tutto ad un tratto punto focale di due attività tanto importanti quanto cruciali per l'umanità intera: il commercio e la guerra. Per secoli, ai grandi trattati furono associate grandi città, si pensi per esempio al Congresso di Vienna che portò alla divisione dell'Europa dopo la fine delle cosiddette guerre napoleoniche, oppure al trattato di Versailles che ridisegnò la mappa geopolitica del Vecchio Continente, finita la prima guerra mondiale. Nella storia più recente, il trattato di Roma mise le basi a ciò che viene comunemente chiamato oggi Unione Europea.
I trattati economici venivano esclusivamente ospitati dalle capitali del mondo industrializzato ricco ed avanzato; l'accordo che resse per mezzo secolo il sistema economico mondiale (fatta eccezione del blocco comunista) fu chiamato Bretton Woods Agreement in riferimento a una piccola località di montagna del New Hampshire, negli Stati Uniti. Tale accordo sancì la scelta del dollaro quale valuta al centro del sistema finanziario globale e contribuì alla nascita della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale.
Ma già negli anni ‘90 si cominciò a cambiare rotta, scegliendo località di paesi in via di sviluppo, un esempio fu la scelta di Montevideo a sede dei negoziati per la liberalizzazione del commercio internazionale. All'epoca negli ambienti economici per designare gli accordi del GATT si parlava di Uruguay Round. Altri accordi importanti portano nomi di città del Terzo Mondo come le Convenzioni di Yaoundé [Camerun] (Legislazione anti-mine) di Lomé [Togo] (Rapporti Nord-Sud) e di Cotonou [Benin] (Legislazione sugli scambi commerciali). Per confermare questo nuovo trend l'Organizzazione Mondiale del Commercio scelse per la prosecuzione dei negoziati sulla liberalizzazione degli scambi commerciali Doha , la capitale dell'emirato del Qatar, cosicché oggi fra gli esperti si parla di Doha Round.
Il primo impatto con questa città ci fa dire che è il posto ideale per far emergere una località qualunque dall'anonimato totale alla notorietà mondiale.
In effetti, benché ricca di petrolio e situata nella strategica penisola araba, affacciata sul Golfo Persico, Doha non è mai stata tanto conosciuta quanto lo è oggi. L'intero Qatar occupa una superficie di 11437 km2 e conta una popolazione di circa 75000 abitanti. Questo anonimato venne spezzato per la prima volta dopo l'11 settembre 2001 quando i tragici eventi di New York rivelarono al mondo AL JAZEERA, canale televisivo super efficiente giacché poteva contare su mezzi paragonabili a quelli della CNN e sopratutto dava voce al terrorista Osama bin Laden e al regime dei Taleban. L'onda del Qatar non viene spinta solo da AL JAZEERA, la crisi irachena attuale ha di nuovo portato alla ribalta mediatica questo piccolo paese.
L'amministrazione americana lo ha infatti scelto come base logistica da cui partiranno gli attacchi al regime di Saddam Hussein. Inoltre è ormai di dominio pubblico che la base di As-Sayliyah sarà il quartier generale dei generali americani durante il prossimo conflitto.
La guerra dunque sarà pensata, discussa, progettata e combattuta non molto lontano dai locali di AL JAZEERA, che settori influenti del team di Gorge W. Bush definiscono tuttora come la tv di Bin Laden; quest'ultima godrà di un monopolio pressoché totale sull'informazione e avrà indici di ascolto degni di una finale di Coppa del Mondo.


Il Qatar si accinge ad essere teatro di due eventi che faranno la storia, il primo sul versante militare e il secondo su quello economico (i negoziati dell'O.M.C) due eventi che cambieranno il mondo.


THE GLOBALIST. Articolo pubblicato dal settimanale degli Emirati Arabi Uniti.- AL KHALEEJ.

Poeti del Golfo


“Viaggiamo, nel cuore della notte, nel deserto.


  I nostri cammelli procedono lentamente


affondando i loro zoccoli.


  Vanno spostandosi ora verso oriente,


   ora verso occidente, quasi dovessero


   misurare il diserto.


   Appesantiti dal sonno


   ci pieghiamo sulla sella


   come se pregassimo


   con la testa prona


Versi del poeta iracheno 'Abd al-Muhsin al-Kazimi (nominato il poeta degli arabi),


 tratti da una poesia da lui composta alla fine dello secolo scorso


durante un viaggio da Bagdad a Bassora a dorso di cammello.


In essa lo stile e il significato non si allontanano


dalle caratteristiche della poesia araba preislamica.