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lunedì 17 ottobre 2011

Denaro e bellezza





La mostra a Palazzo Strozzi, qui a Firenze. Per me nuova e originale perché mette insieme materie che a scuola si insegnano separate: economia, religione o filosofia, arte. 







Bravi gli ideatori e realizzatori: 







Organizzazione: Fondazione Palazzo Strozzi







Da un'idea di: James M. Bradburne







A cura di: Ludovica Sebregondi e Tim Parks







Mi è piaciuto lo stile di Tim Parks: chi era costui?















Biglietto 10€







Vale la visita. Il mio consiglio agli internauti di aprire, prima di andare i due links:







La presentazione







I testi della mostra sala per sala, oggetto per oggetto.







La visita va fatta senza fretta, anche due ore. C'è anche un gioco elettronico che ti può fruttare un premio all'uscita..















Per chi ha fatto la fatica di venir qui, metto un saggio:






















Finanza, teologia e arte nella Firenze del Quattrocento.















 















Denaro e Bellezza. I banchieri, Botticelli e il rogo delle vanità racconta la storia dell’invenzione del sistema bancario moderno e del progresso economico cui ha dato origine, ricostruendo la vita e l’economia europea dal Medioevo al Rinascimento. I visitatori possono entrare nella vita delle famiglie che ebbero il controllo del sistema bancario, cogliendo anche il persistente conflitto tra valori spirituali ed economici.Il mito del mecenate è strettamente legato a quello dei banchieri che finanziarono le imprese delle case regnanti, ed è proprio quella convergenza che favorì l’operare di alcuni dei più importanti artisti di tutti i tempi. Un viaggio alla radice del potere fiorentino in Europa, ma anche un’analisi di quei meccanismi economici che – mezzo millennio prima degli attuali mezzi di comunicazione – permisero ai fiorentini di dominare il mondo degli scambi commerciali e, di conseguenza, di finanziare il Rinascimento. La mostra analizza i sistemi con cui i banchieri crearono immensi patrimoni, illustra la gestione dei rapporti internazionali e chiarisce anche la nascita del mecenatismo moderno che ha origine spesso come gesto penitenziale per trasformarsi poi in strumento di potere.















 















Il fiorino, immagine di Firenze nel mondo















 




















































































Prima che i governi sottoscrivessero il valore della moneta, di carta o metallo, il denaro doveva avere un valore intrinseco; doveva essere d’oro o d’argento. Solo così un mercante l’avrebbe scambiato con i suoi prodotti. Serviva però un’ampia gamma di monete per far fronte alle spese grandi e piccole. 















Agli inizi del ’200, a Firenze come in molte altre città dell’Europa occidentale, si usava ancora il denaro d’argento creato con le riforme di Carlo Magno, ma valeva così poco che lo si doveva integrare con monete di maggior valore provenienti da Lucca e Siena. L’impetuoso sviluppo dell’economia rendeva necessaria la presenza di una valuta più adatta alle grandi transazioni.















Nel 1237 nacque la Zecca di Firenze, che coniò dapprima il fiorino grosso d’argento, del valore di 12 denari (o un soldo), e nel 1252 il fiorino d’oro, pari a 20 soldi (o una lira). Era una moneta serissima in oro puro a 24 carati del peso di 3,53 g, che oggi verrebbe a costare 110 euro o 150 dollari. Le ambizioni della città furono presto premiate. Alla fine del secolo il fiorino era già in uso in tutta Europa, non solo come moneta reale ma anche come valuta di conto.















Centrali, per illustrare questi percorsi, i capolavori realizzati per le famiglie di banchieri, mentre la mostra si chiude con la visione di una società in crisi, con quel ciclone politico-religioso che fu Savonarola. Il frate, con i “bruciamenti delle vanità”, arrivò a negare quanto il Rinascimento aveva rappresentato, pur costituendone parte integrante.







La mostra si avvale anche di dettagliate raffigurazioni del mestiere del banchiere (opera di straordinari artisti fiamminghi) per raccontare il periodo in cui Firenze era la capitale finanziaria del mondo. Vengono anche adeguatamente chiariti, con l’ausilio di strumenti multimediali, gli antichi percorsi del denaro e del commercio.Il successo conferì grande prestigio a Firenze e si rivelò una risorsa importante per mercanti e banchieri della città.
















 















Tutto è monetizzabile?















 




















































































Lo straordinario vantaggio del denaro è che consente di accumulare ricchezza per poi dividerla e usarla a piacimento. Lo svantaggio è che ogni prodotto e servizio assume un valore unitario, autorizzando i paragoni più improbabili: una botte di vino costa 20 soldi, una preghiera per un caro defunto 10, una prostituta 15.















Questo ci turba. Non sembra giusto porre sullo stesso piano cose così diverse. Il disagio era tanto maggiore in un periodo in cui le differenze sociali erano viste come un riflesso del volere di Dio. Nella Firenze del ’300, in molti lamentavano come il denaro potesse permettere ai più volgari di ambire a un ceto superiore o perfino mandarli «en paradiso». Il libero uso del denaro minacciava sia lo status quo sia la metafisica cristiana. 















Sono qui esposti vari oggetti e immagini, sacri e non, che rimandano alla tensione tra valore monetario e valori spirituali. La Madonna fu dipinta per affiancare un privato cittadino nelle preghiere, ma solo i più ricchi potevano permettersi un’opera simile; l’assistenza religiosa era diventata un bene di lusso.















E pur avendo partorito in una stalla, la Madonna indossa abiti fini e costosi.
















Usura















 




















































































La parola usura indica pratiche finanziarie proibite dalla Chiesa: quando non c’è produzione o trasformazione di beni concreti, ma solo riscossione di un interesse in denaro sul denaro. Dalla tarda antichità a oggi, l’usura è uno dei grandi problemi che collega e disgiunge economia e morale. 















Dove finisce il giusto compenso e dove inizia il lucro che distrugge le esistenze? Tra i vizi capitali fissati dalla Chiesa l’usura rientra nell’avarizia, e l’usuraio pecca perché vende l’intervallo tra il momento in cui presta e quello in cui viene rimborsato con l’interesse: commercia dunque il tempo, che compete solo a Dio. Il veto trovò eccezioni: Tommaso d’Aquino pose le premesse per inserire il tasso di interesse fra i contratti leciti, mentre Bernardino da Siena precisò la distinzione tra usuraio e banchiere, la cui attività consente la circolazione della ricchezza, dato che il prestito è alla base del moderno sistema finanziario. 















In questa tensione si fecero strada le donazioni pro remedio animae (per la salvezza dell’anima), destinate a opere di bene, o d’arte, ma le rappresentazioni dei prestatori conservano sempre connotazioni negative. La figura dell’usuraio è legata a quella dell’ebreo: essendo proibite loro quasi tutte le attività, agli ebrei non restava che la medicina e il prestito. 















La Chiesa avvertì la necessità di aiutare chi fosse in difficoltà e i francescani, dal 1462, ispirarono e fondarono i Monti di Pietà come istituzioni antiusura. 























Questo che segue è un esempio di commento:























Tommaso di Piero Trombetto (Prato 1464-post 1527) Ritratto di Francesco di Marco Datini 1491-1492 tavola















cm 131 x 69 Prato, Fondazione Casa Pia dei Ceppi







 















Il ritratto celebra Datini, fondatore dell’ospedale di Prato, circondato dai simboli della ricchezza: la sopravveste bordata di ermellino, gli anelli, la tappezzeria, il pavimento in marmo. Tutti prodotti riservati al ceto dirigente, cui Datini si era elevato con l’attività mercantile e creditizia. Dalla moglie non riuscì ad avere figli, ma si dimostrò generoso verso gli illegittimi, e non solo i propri: con un lascito di 1000 fiorini sollecitò Firenze a costruire un ospedale per i trovatelli. Ludovica Sebregondi















 















Un uomo «che tenea la femmina, e viveano solo a starne, adorando lo’ arte, lo’ invio e ’l danaro, dimenticando Iddio e se stesso», Francesco Datini, l’infaticabile mercante di Prato, nella sua lunga vita avrà fissato un prezzo per ogni bene immaginabile, compresa la schiava ventenne che gli diede l’unica figlia che riconobbe: Ginevra. Morì nel 1410 lasciando 124.549 lettere d’affari, 573 libri contabili e una fortuna di oltre 100.000 fiorini. La veste scarlatta sarà costata circa 80 fiorini, ben più della schiava. Tim Parks















 















Non male, mi sembra, senz'altro originale o almeno inusuale. Buona visita.



lunedì 3 ottobre 2011

Folon al giardino delle rose di Firenze



Domenica 2 ottobre 2011, Folon ritrovato al Giardino delle rose, via del monte alle croci, Piazzale Michelangelo. Regno della bellezza.
Folon era scultore, pittore, disegnatore, pubblicitario, ma soprattutto un sognatore. Che sogni faceva? Sogni concreti, non vaghi. Poter abitare in un mondo di pace, rallegrato dalla poesia, dal godimento delle cose belle che ci sono nella natura e che l'uomo può fare.
Lo scrivevo qui nel 2005.
Se clicchi sulla foto vedi le altre.

domenica 15 agosto 2010

Il David di Michelangelo


la Repubblica Firenze
15 agosto 2010 pag. 1

Le opere d’arte hanno un’anima


La contesa sulla proprietà del David di Michelangelo si ripropone periodicamente a confermare la pochezza del livello culturale con cui si gestiscono le opere d’arte sia a livello cittadino che statale.
I capolavori d’arte sono usati come oggetti utili a far soldi per un turismo sempre più selvaggio che “consuma” opere di grande valore storico e morale con la stessa superficialità dell’“usa e getta” con cui si mangia il panino fast food. Sono i soldi che hanno il primato nelle politiche culturali, non la pregnanza del messaggio estetico attraverso il quale le opere artistiche trasmettono memoria storica, valori, visioni e senso della vita e della civitas. Non dico, moralisticamente, che i soldi e il richiamo del turismo siano da deprecare. Né rimpiango il tempo in cui la mobilità turistica e il godimento della produzione artistica era riserva a una ristretta elite. Il problema è che oggi la produzione di danaro è al primo posto. Le opere d’arte hanno un’anima, non sono solo mitiche forme estetiche da esporre in una città-museo svuotata di memoria viva e di funzioni vitali. Come s’intrecciano oggi l’arte e la vita?
Ad esempio il David, per tornare al capolavoro dell’artista fiorentino di cui ogni estate si discute la proprietà o la collocazione.
A Michelangelo l’opera fu commissionata nel 1501 dalla potente Arte della lana, in pieno regime di quella feroce restaurazione oligarchica che non piacque certo a Michelangelo. Egli era seguace del Savonarola, credeva nella rinnovazione della Chiesa, aveva a cuore la riforma popolare e la libertà della Repubblica. Michelangelo si piega e scolpisce il David, ma in maniera assolutamente inconsueta rispetto ai trionfalistici canoni iconografici. Egli imprime nell'opera la convinzione che la storia nella sua realtà più profonda è dei deboli. Recupera infatti il simbolo biblico del pastorello disarmato e disprezzato il quale sconfigge Golia, il guerriero apparentemente invincibile, rifiutando le armi del potere, usando invece gli strumenti consueti, umili e poveri, della propria cultura pastorale: la fionda e le pietre levigate del fiume. Il David è una specie di schiaffo al potere. E' una segreta rivincita dell'utopia sulla miseria del compromesso a cui ormai si era piegato. Il David con la sua fierezza gentile, con la sicurezza quasi noncurante con cui tiene la fionda e le pietre, con la sua nudità acerba priva dei simboli e delle maschere del potere è un messaggio troppo importante per essere trascurato.
Mi rendo conto che non è impresa facile dare il senso dell’anima profonda delle opere d’arte. Bisognerebbe incominciare dalla scuola dove l’insegnamento della storia e in particolare di quella dell’arte è per lo più priva di questo senso, le opere e gli eventi sono decontestualizzati e frantumati e soprattutto resi estranei e lontani dalla vita concreta dei giovani. Per finire alla città divenuta museo mitologico in cui si consuma sempre più il divorzio fra l’arte e la vita.
Qualche anno fa feci una misera proposta all’assessore fiorentino del tempo alla cultura: dotare alcune delle più importanti opere d’arte di una didascalia che contestualizzi ogni opera dando il senso profondo della sua anima in relazione ai bisogni attuali di un’etica della socialità, della giustizia, della pace.
Rinnovo oggi la proposta.

Enzo Mazzi


lunedì 7 settembre 2009

Il ferro va battuto quando è caldo

Stia in Casentino


Sabato 5  e domenica 6 settembre 2009,a Stia in Casentino


Simone e Roberto, premio speciale della giuria.

 Simone (con Lucia) sotto la conchiglia virtuale che si trova reale a Firenze nel suo giardino. L'opera è firmata Roberto Magni (a dx nella prima foto).
Il mio video youtube
Alcune mie foto
Nel sito del Comune di Stia puoi vedere le classifiche.

Divagazione letteraria:

Il poeta è un grande artiere,
 Che al mestiere
 Fece i muscoli d'acciaio:
 Capo ha fier, collo robusto,
 Nudo il busto,
 Duro il braccio, e l'occhio gaio.
 ...
 Ei co 'l mantice ridesta
 Fiamma e festa
 E lavor ne la fucina:
 E la fiamma guizza e brilla
 E sfavilla
 E rosseggia balda audace,
 E poi sibila e poi rugge
 E poi fugge
 Scoppiettando da la brace.
 ...
 Ne le fiamme cosí ardenti
 Gli elementi
 De l'amore e del pensiero
 Egli gitta, e le memorie
 E le glorie
 De' suoi padri e di sua gente.
 Il passato e l'avvenire
 A fluire
 Va nel masso incandescente.
 Ei l'afferra, e poi del maglio
 Co 'l travaglio
 Ei lo doma su l'incude.
 Picchia e canta. Il sole ascende,
 E risplende
 Su la fronte e l'opra rude.
 Picchia. E per la libertade
 Ecco spade,
 Ecco scudi di fortezza:
 Ecco serti di vittoria
 Per la gloria,
 E diademi a la bellezza.
 Picchia. Ed ecco istoriati
 A i penati
 Tabernacoli ed al rito:
 Ecco tripodi ed altari,
 Ecco rari
 Fregi e vasi pe 'l convito.
 Per sé il pover manuale
 Fa uno strale
 D'oro, e il lancia contro 'l sole:
 Guarda come in alto ascenda
 E risplenda,
 Guarda e gode, e più non vuole.

G. Carducci.





sabato 18 aprile 2009

Gian Lorenzo Bernini al Bargello


Si chiama Maria Barberini, riposa al Louvre, è in visita di cortesia a Firenze, presso Costanza Bonarelli, la donna amata dal Bernini. E si vede, se la guardi bene. (intendo Costanza). Ma i merletti di Maria...Non c'è una rottura, non un graffio.  Neppure con un bulino  laparoscopico.  Di mano del grande allievo Giuliano Finelli...La faccia è del Bernini.


Da vedere


Nota esplicativa:



Nella prima metà del Seicento, Gian Lorenzo Bernini (1598-1680) rinnovò radicalmente l’idea stessa di busto ritratto. Concepito nel Cinquecento soprattutto come ‘state-portrait’ con una forte connotazione ufficiale, il ritratto scolpito conobbe una straordinaria diffusione nella Roma della prima metà del Seicento, tramandandoci così le fattezze non solo di pontefici, cardinali e aristocratici, ma anche di avvocati, scienziati, scrittori e di non poche figure femminili. Nel giro di poco più di vent’anni - dalla metà del secondo decennio del secolo e la fine degli anni trenta - si passò così da immagini severe e compassate, di carattere ancora schiettamente manierista, a figure che se pure scolpite nel marmo, sembrano però respirare, vivere e addirittura ‘colloquiare’ con lo spettatore. Con il busto di Costanza Bonarelli, il Bargello possiede la testimonianza più emozionante e più celebre di questo momento capitale della ritrattistica scultorea: alla quale, nonostante l’attuale, crescente interesse nei confronti del Bernini e della civiltà figurativa barocca, non era stata finora dedicata in Italia nessuna rassegna espositiva specifica.


Rispetto alla mostra che si è tenuta a Los Angeles (agosto-ottobre 2008) e ad Ottawa (novembre 2008 – marzo 2009) per l’esposizione fiorentina sono state operate scelte mirate e alcune significative aggiunte. Se infatti per il pubblico americano è stato necessario fornire un quadro di contesto molto ampio, attraverso numerosi dipinti e disegni, in Italia, dove alla stagione barocca sono state dedicate negli ultimi anni molte ed importanti rassegne, monografiche e non (recentissima la mostra romana su Bernini pittore), si è pensato di concentrare l’attenzione sui ritratti scolpiti, accompagnandoli con un nucleo sceltissimo di dipinti, di grande forza evocativa: tutte opere dei massimi pittori contemporanei a cui Gian Lorenzo ha soprattutto guardato (Rubens, Annibale Carracci, Anthony van Dyck, Diego Velazquez, Simon Vouet, Valentin de Boulogne…), a diretto confronto anche con alcuni dipinti del Bernini stesso.

Come già detto, la mostra fiorentina intende mettere in luce, all’interno della lunghissima parabola artistica berniniana, la fase più significativa per quanto riguarda la produzione ritrattistica, ovvero gli anni giovanili, fino alla fine del quarto decennio: l’arco di tempo in cui, tra l’altro, al magistero berniniano si affianca quello, per molti aspetti ancora misconosciuto, di Giuliano Finelli, allievo ed ‘aiuto’ di Gian Lorenzo, presente in mostra con alcuni dei suoi più superbi ritratti.


Dalla scheda ufficiale della mostra 


Nota storica


Quando parlo del Bargello (ci stava il capo delle guardie che si chiamava così. Tipo il nostro Questore. Ma un po' più brutale) ho sempre bisogno di ricordare Pietro Leopoldo di Lorena, Granduca di Toscana, che nel bellissimo cortile fece fondere gli strumenti di tortura che facevano parte della procedura investigativa normale.

Come ancora oggi negli Stati Uniti.
Era l'anno 1786.


Perché nel frattempo era divenuto prigione di Stato (per 3 secoli).


Il Bargello era già in costruzione al tempo di Dante che abitava vicinissimo e avrà visto i primi lavori di costruzione. Ma non lo vide finito. Sta tra il Duomo e la Signoria, un po' a lato. c'è di fronte la chiesa della Badia dove Boccaccio fece la prima lectura dantis della storia. La Badia oggi è stata praticamente requisita da una associazione di persone che amano vivere lì e pregare per tutti noi. Che rimaniamo fuori, salvo un paio d'ore il lunedi (mi sembra). Praticamente requisita  a noi "per il nostro bene". Il Palazzo Non Finito nacque durante un momento evolutivo della storia di Firenze, quando (1282?) il potere passò dai Magnati ai Popolani, dai proprietari di terre e di castelli ai proprietari di fabbriche e fiorini.


E' da vedere perché è ben conservato e pieno, appunto di storia, con tante opere d'arte e con un cortile all'aperto splendido, specialmente se ti capita di starci una sera a goderti uno spettacolo teatrale o musicale con la luna e le stelle per soffitto.


Dagli un'occhiata qui.


Insomma, la mostra del Bernini occupa due semplici stanze, al piano terra. Poi continui con il resto.


Un gran bel palazzo. (pizzeria a pochi metri).


A lode e gloria



Pietro Leopoldo, per grazia di Dio, principe reale d'Ungheria e di Boemia, arciduca d'Austria, granduca di Toscana

Con la più grande soddisfazione dei Nostro paterno cuore Abbiamo finalmente riconosciuto che la mitigazione delle pene congiunta con la più esatta vigilanza per prevenire le reazioni, e mediante la celere spedizione dei Processi, e la prontezza e sicurezza della pena dei veri Delinquenti, invece di accrescere il numero del Delitti ha considerabilmente diminuiti i più comuni, e resi quasi inauditi gli atroci, e quindi Siamo venuti nella determinazione di non più lungamente differire la riforma della Legislazione Criminale, con la quale abolita per massima costante la pena di Morte, come non necessaria per il fine propostosi dalla Società nella punizione dei Rei, eliminato affatto I"uso della Tortura, la Confiscazione dei beni dei Delinquenti, come tendente per la massima parte al danno delle loro innocenti famiglie che non hanno complicità nel delitto e sbandita dalla Legislazione la moltiplicazione dei delitti impropriamente detti di Lesa Maestà con raffinamento di crudeltà inventati in tempi perversi, e fissando le pene proporzionate ai Delitti, ma inevitabili nei rispettivi casi, ci Siamo determinati a ordinare con la pienezza della Nostra Suprema Autorità quanto appresso.

...

Dato in Pisa li 30 Novembre 1786.


Anche se le cose non andarono poi così lisce..


Pietro Leopoldo era fratello di Maria Antonietta.

 

venerdì 21 ottobre 2005

Jean Michel Folon




Ciao, Jean Michel.

E grazie del bel ferragosto 2005 passato insieme a te al Forte Belvedere.

Da parte mia e di Paola che ti dedica questo pensiero:

"E' morto Jean Michel Folon. Che dispiacere! Folon era scultore, pittore, disegnatore, pubblicitario, ma soprattutto un sognatore. Che sogni faceva? Sogni concreti, non vaghi. Poter abitare in un mondo di pace, rallegrato dalla poesia, dal godimento delle cose belle che ci sono nella natura e che l'uomo può fare. Avevamo visto a metà Agosto la sua bella mostra al Belvedere, il cortile abitato dalle statue dei suoi uomini svagati e silenziosi. Ma non sono silenziose tutte le statue? Certo che no. Parlano le creature sovrumane di Michelangelo, parlano le statue drammatiche di Donatello, cantano i suoi putti delle cantorie nel museo dell'opera del duomo...Gli uomini di Folon sono ometti introversi e silenziosi, che, se anche fossero vivi, non direbbero niente a nessuno. Come non diceva niente, esprimendosi solo con lo sguardo e la figura, Jacques Tati, che Folon mi ha ricordato.

Figure le sue che contrastano col clamore eclatante di molti personaggi dei nostri tempi barocchi
. Per questo è stato, e credo sarà amato, Folon, perché i suoi valori sono stati la discrezione, lo humour e l'ottimismo e bastava guardare e ascoltare il video che accompagnava la mostra per accorgersene. Anche i suoi limpidi e luminosi acquerelli, come disegni di un bambino bravissimo, lo dicevano.


Non sarebbe bello se tutti amassero questo modo di immaginare la vita?"

di Gabriele Vannini
 Una doverosa precisazione preliminare. Chi si aspetta una critica d’arte può passare oltre perché questo è soltanto il racconto di una visita e delle emozioni che ha suscitato. Ho sentito il bisogno di scriverlo perché questa città, così incattivita e dolente, quest’estate ci ha saputo anche riservare, con la mostra di Jean-Michel Folon al Forte di Belvedere, qualcosa di bello e di unico.

Più di 30 anni fa erano state le figure svettanti e misteriose di Henry Moore ad incantarmi, non ancora ventenne, dall’alto di quegli spalti.

A dimostrazione della forza incredibile che l’arte possiede, per quello che riesce a comunicare anche a chi non dispone di chiavi di lettura ‘professionali’.

Volete averne un’idea? Basta vedere la disinvoltura con cui i bambini si muovono fra le installazioni di Folon. Il piacere estetico, sostiene Kant, è tanto più grande quanto più si desidera estenderlo agli altri, quanto più è ‘universalizzabile’.

Ebbene, appena uscito dalla mostra di Folon ho avvertito un bisogno irresistibile di parlarne a tutti. Ai colleghi di lavoro, agli amici, al vicino di casa, al ciclista incontrato per strada. Cos’è dunque che tanto affascina in questo artista belga che ha allestito a Firenze “l’esposizione più importante della sua vita”?

Che cosa ha attirato già quasi 50.000 visitatori, spingendo l’organizzazione a prorogare la mostra fino al 2 ottobre?

Il protagonista delle opere di Folon è “Il Signor Qualcuno”, una sorta di doppio a cui l’artista affida il suo sguardo sul mondo.

In testa un massiccio cappello a cilindro, addosso un mantello pesante, un volto appena tratteggiato, quasi anonimo, che invece trasmette un candore disarmante e inesplicabile. Porta delle scarpe robuste, saldamente ancorate al suolo, anche se nella gigantesca scultura “L’Envol” i piedi sembrano già sul punto di staccarsi da terra.
Colpisce nelle sculture di Folon la straordinaria leggerezza, il senso di incanto e di sorpresa, la capacità sempre rinnovata di mettersi in gioco. Non è un caso se il viaggio rappresenta uno dei fili conduttori delle sue opere, fino ad assumere, nell’installazione intitolata ‘L’evasione’, i contorni struggenti di una valigia sospinta da un volo di anatre e aperta sul panorama di Firenze, pronta a riempirsi dei mille diversi punti di vista di chi la osserva. Né sorprende che gli animali rappresentino gli ideali compagni di viaggio del ‘Signor Qualcuno’, dal gatto adagiato con aria complice e sorniona sulla barchetta (nell’opera ‘Partire’), agli uccelli indicatori di nuove rotte, ai pesci accolti in grembo nella grande fontana davanti al cassero.
La giocosità dell’invenzione raggiunge il culmine nella terrazza con la successione folgorante di teste surreali. Al posto della testa umana Folon si diverte a inserire una varietà di oggetti: un gomitolo, un grattacielo, un arnese meccanico, una poligonale spezzata, una valigia, un libro oppure -più che mai opportuno- un punto interrogativo, quasi a sancire un’identità sempre più indefinita e sfuggente.
L’itinerario poetico dell’artista si completa con la visione degli acquerelli e dei disegni, che rappresentano l’esordio della sua attività creativa (infatti solo nell’ultimo decennio Folon si è votato alla scultura come evoluzione naturale della propria ricerca formale). I colori del Folon pittore sono sorprendentemente tenui, impalpabili, quasi fluttuanti. Eppure il senso di leggerezza non vi risulta così evidente come nelle sculture; anzi, questa sezione aiuta a scoprire anche in esse quel tanto di disagio e di malinconia che si intuiva ma non si riusciva a mettere a fuoco. Mi viene allora da pensare che le opere di Folon ci parlano forse anche dell’inconsistenza e fragilità della nostra condizione di ‘contemporanei’. Vi avverto dentro la vertigine di una realtà che non si riesce più ad afferrare e che sembra acquistare senso solo nello sguardo solitario di un sognatore.
Un sognatore ‘vigile’, ‘artefice’, capace di tenere a bada gli incubi della notte in cui tutti siamo immersi, la notte di questo nostro tempo senza centro e senza riferimenti, in cui sono tornate a dettar legge la violenza e la volontà di potenza.“La paura la lascio alla notte, di giorno mi godo la bellezza”, spiega Folon nel video che accompagna la mostra.
Ecco dunque che si precisa l’interesse, la modernità, la capacità di rappresentazione delle opere di Folon rispetto al mondo in cui viviamo. Ecco perché ci sentiamo a casa nostra nei panni del ‘Signor Qualcuno’. Potrebbe essere il primo uomo sulla terra -ne ha l’innocenza- ma anche l’ultimo -ne porta dentro la dolente consapevolezza.
Trovato qui