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sabato 13 settembre 2014

Storie di Palestina


Haitham Al Khatib risiede a Bil’in, un villaggio collocato nel distretto di Ramallah, in Cisgiordania.
Nel 1992, all’età di 15 anni venne arrestato, come molti altri minori palestinesi, con l’accusa di aver realizzato dei graffiti pro-Palestina e lanciato pietre contro le jeep dei soldati israeliani. Trascorse due anni nelle carceri israeliane. Nel 2005, a seguito della costruzione della cosiddetta ‘barriera di separazione israeliana’, che divise il villaggio in due, sottraendogli il 60% delle proprie terre, destinate poi ai coloni che risiedono illegalmente in Cisgiordania, si è formato il Comitato popolare per la resistenza non violenta contro il muro e l’occupazione che ancora oggi, ogni venerdì organizza  una marcia di protesta . L’esempio di Bili’n si è esteso ad altri villaggi per resistere alla confisca delle terre e all’occupazione.
Nello stesso periodo, Haitham, sentendo crescere dentro di sé il desiderio di gridare al mondo quanto stava accadendo in Palestina, decise di imparare ad usare la macchina fotografica ed il computer. Oggi dispone di un sito internet ed una pagina su Facebook, per condividere col mondo i propri scatti. Sono molti gli internazionali che ha raggiunto con le sue foto e che hanno poi scelto di recarsi a Bil’in ed unirsi ai residenti nel corso delle loro manifestazioni settimanali.
Nel 2006, durante una manifestazione, Haitham venne colpito alla testa da un proiettile rivestito di gomma e si risvegliò in ospedale, dopo tre giorni di coma. Ancora oggi, soffre di frequenti e violenti mal di testa, ma si sente molto fortunato per essere sopravvissuto.
Il peso dell’occupazione si fece sentire anche durante la lunga malattia che colpì il suo secondogenito, Karmi, nato nel 2007. 7 mesi dopo la nascita gli venne diagnosticata la leucemia; Haitham dovette spendere tutti i suoi risparmi e chiedere aiuto agli amici, al fine di poterlo mandare in Israele per ricevere cure adeguate. Tuttavia, ad Haitham non era concesso di entrare in Israele per fare visita alla moglie ed al figlio in ospedale e solo dopo innumerevoli tentativi, grazie all’intervento di un deputato della Knesset, che spesso si recava a Bil’in, riuscì ad ottenere un permesso di due mesi, per ricongiungersi ai suoi familiari. Karmi venne a mancare nel 2012, all’età di 5 anni.
Più di una volta, Haitham è stato minacciato, arrestato e picchiato per la sua attività di fotografo, che continua a svolgere con determinazione, amore per la verità ed il desiderio di un futuro di libertà per tutti i palestinesi. 
Due sue fotografie sono state premiate a Torino, nel Concorso Fotografico “Scatt…abili” indetto dall’Associazione “Greta e La Nuvola”.

AssopacePalestina lo ha invitato in Italia perché potesse avere qualche giorno di gioia nel ricevere il premio. Il premio pur essendo psicologicamente importante non prevedeva nessun sostegno economico alla presenza del premiato.


www.assopacepalestina.

martedì 22 gennaio 2013

Benvenuto Bab Al Shams, la porta del sole – nuovo villaggio palestinese nella zona E1‏


Firenze, martedi 22 gennaio 2013, Giardino dei ciliegi, via dell'Agnolo 5

Benvenuto Bab Al Shams, la porta del sole – nuovo villaggio palestinese nella zona E1‏


“Noi figli della Palestina, provenienti da tutte le parti della patria, dichiariamo  la creazione del villaggio Porta del Sole, come scelta del popolo palestinese e senza il permesso dell’occupazione israeliana. Non abbiamo bisogno dell’autorizzazione di nessuno perché questa è la nostra terra ed è nostro diritto costruire e rimanere su di essa. Abbiamo deciso di stabilire il nostro villaggio su questa cosiddetta zona E1 in cui l’occupazione ha annunciato di voler costruire 4.000 unità abitative per gli israeliani,  perché non rimarremo più in silenzio di fronte agli insediamenti e alla colonizzazione continua della nostra terra” .
“Noi crediamo nell’azione e nella resistenza non violenta e siamo sicuri che il nostro villaggio si sostengano con forza fino a quando i legittimi proprietari faranno valere i propri diritti sulla loro terra”.


domenica 18 novembre 2012

Luisa Morgantini parla da Ramallah



Mentre la Striscia di Gaza è sottoposta ai bombardamenti, “in Cisgiordania c’è un aumento vertiginoso delle attività di colonizzazione. Non è certo una novità, ma quello che sta accadendo in questi giorni è davvero impressionante: ci sono zone dove nel giro di poche ore vengono abbattuti alberi, spianati terreni e installati gli avamposti per la creazione di nuovi insediamenti. A proteggere i coloni c’è l’esercito, segno evidente dell’avallo da parte del governo israeliano.

Da una parte si bombarda, dall’altra crescono a ritmo incessante le colonie: e come al solito la popolazione palestinese paga. A Gaza ci sono 1 milione e mezzo di persone attualmente ostaggio di una politica cinica di occupazione e colonizzazione”.
Luisa Morgantini qui

Nota: mi vergogno dell'Europa. Ha ragione Beppe Grillo: c'è del marcio a Bruxelles.  Anche a proposito delle Missioni di pace. Merde!

In solidarietà con gli obbiettori di coscienza israeliani: video





mercoledì 29 agosto 2012

Palestina occupata: un olocausto al rallentatore



COMUNICATO STAMPA

Demolizioni e resistenza popolare nonviolenta nelle colline a sud di Hebron
L'esercito israeliano demolisce nei villaggi palestinesi di Susiya e Khirbet Zanuta, mentre il Comitato di Resistenza Popolare organizza una manifestazione nonviolenta
29 agosto 2012
At-Tuwani – La mattina del 28 agosto 2012 l'esercito israeliano demoliva gran parte del villaggio palestinese di Khirbet Zanuta e tre tende nel villaggio palestinese di Susiya. A pochi kilometri di distanza una manifestazione pacifica organizzata dal Comitato di Resistenza Popolare delle colline a sud di Hebron protestava contro le politiche israeliane di demolizione e ricordava Rachel Corrie, in occasione della sentenza sulla sua uccisione nel marzo 2003.
Intorno alle 7.20 del mattino un bulldozer e una ruspa, scortati da numerosi mezzi dell'esercito, della Border Police e del District Coordination Office ( la branca dell'esercito israeliano che sovrintende all'amministrazione dei Territori Occupati Palestinesi in area C), hanno demolito tre tende, di cui un'abitazione, nel villaggio palestinese di Susiya. Le strutture erano già state smantellate a novembre 2011 e due di queste erano state donate dall'OCHA (United Nation Office for the Coordination of Humanitarian Affairs). Il villaggio, situato vicino alla colonia israeliana di Suseya, in continua espansione, è a rischio evacuazione (http://tuwaniresiste.operazionecolomba.it/?p=1257).
In seguito, tra le 8 e le 10.30 del mattino, i mezzi dell'esercito israeliano hanno fatto irruzione nel villaggio di Khibert Zanuta (http://tuwaniresiste.operazionecolomba.it/?p=1369) dove hanno demolito quattro pozzi, quattro abitazioni, di cui due grotte, e sei ricoveri per animali. Alcuni abitanti hanno tentato inutilmente di bloccare la ruspa interponendosi e sedendosi sulla pala, ma sono stati allontanati dai militari. La demolizione dei pozzi è avvenuta in un'area in cui è assai critico l'approvvigionamento idrico. Il villaggio palestinese è stato per la maggior parte distrutto.
Le comunità palestinesi delle colline a sud di Hebron sono fortemente impegnate a resistere in modo nonviolento all'occupazione israeliana. Alle ore 11.30 un corteo pacifico di un centinaio tra palestinesi e attivisti internazionali è partito dal villaggio palestinese di Al Mufaqarah in direzione dell'avamposto israeliano di Avigayil. L'azione è stata organizzata dal Comitato di Resistenza Popolare delle colline a sud di Hebron e vi hanno partecipato rappresentati del Comitato Popolare di Al Masara e del movimento Jordan Valley Solidarity. I manifestanti hanno protestato contro la politica di demolizioni e di evacuazione portata avanti nell'area dal governo israeliano, rivendicando il diritto a vivere su quella terra. Otto villaggi sono attualmente a rischio di evacuazione poiché situati nel territorio richiesto dall'esercito israeliano per esercitazioni militari, la Firing zone 918 (http://tuwaniresiste.operazionecolomba.it/?p=1343). L'evento è avvenuto in occasione del verdetto sull'uccisione di Rachel Corrie, attivista americana schiacciata sotto un bulldozer dell'esercito israeliano a Rafah nel 2003. “Lo stesso bulldozer che ha schiacciato Rachel sta ancora demolendo le nostre case”, ha dichiarato uno dei rappresentanti del Comitato di Resistenza Popolare, “quello che chiediamo oggi è dignità e giustizia per Rachel e per le nostre comunità”.

Operazione Colomba mantiene una presenza costante nel villaggio di At-Tuwani e nell'area delle colline a sud di Hebron dal 2004.
Foto dell'incidente: http://snipurl.com/24tgzt3

Per informazioni:

[Note: secondo la IV Convenzione di Ginevra, la II Convenzione dell'Aja, la Corte Internazionale di Giustizia e numerose risoluzioni ONU, tutti gli insediamenti israeliani nei Territori Palestinesi Occupati sono illegali. Gli avamposti sono considerati illegali anche secondo la legge israeliana.]

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Operation Dove - Nonviolent Peace Corps
Palestine/Israel
Ass. Comunità Papa Giovanni XXIII

Email: tuwani@operationdove.org
Web: www.operationdove.org
Mobile: +972 54 9925773

lunedì 21 maggio 2012

Um Fagarah – Colline a sud di Hebron, Cisgiordania


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COMUNICATO STAMPA

Palestinesi ritornano a costruire nel villaggio di Um Fagarah
Ieri prima azione nonviolenta della campagna in supporto alla comunità delle South Hebron Hills


21 maggio 2012

Um Fagarah – Colline a sud di Hebron, Cisgiordania

Il 19 maggio il Popular Struggle Coordination Committee e il Comitato Popolare delle colline a sud di Hebron hanno organizzato la prima azione della campagna a sostegno del villaggio di Um Fagarah. Obiettivo della campagna è la costruzione di case di mattoni per permettere ai palestinesi di vivere sulle proprie terre, sottolineando l'esistenza e la presenza continua del villaggio nel corso degli anni.

Circa un centinaio di persone hanno preso parte all'evento. Per tutto il giorno palestinesi, attivisti israeliani e  internazionali hanno lavorato alla costruzione della prima abitazione.

Alle 18.30 i muri della casa sono stati ultimati e tutti i partecipanti si sono riuniti davanti alla moschea, dove ha avuto luogo un’assemblea pubblica, in cui sono intervenuti rappresentatnti del Comitato Popolare delle colline a sud di Hebron e del Popular Struggle Coordination Committee.

Noi siamo qua per rivendicare il nostro diritto ad esistere su questa terra. Tutte le ingiustizie e sofferenze subite negli ultimi decenni ci hanno rafforzato e per quanto l'esercito israeliano continui a distruggere, noi continueremo a costruire” ha dichiarato un rappresentante della comunità di Um Fagarah, dopo aver raccontato le vicende del villaggio dagli inizi degli anni ’80.
L’evento si è concluso in un clima festoso con la danza tradizionale palestinese.

Nel novembre 1999, gli abitanti di Um Fagarah e di altri villaggi dell'area erano stati espulsi dall'esercito israeliano e dall'Amministrazione Civile israeliana. I palestinesi presentarono quindi un ricorso all'Alta Corte di Giustizia israeliana che, nel marzo 2000, ordinò il rientro delle comunità palestinesi nei propri villaggi. Il 3 novembre 2011, l'esercito israeliano aveva abbattuto i piloni che avrebbero dovuto connettere il villaggio alla rete elettrica (http://www.operationdove.org/?p=650 ), mentre il 24 novembre aveva arrestato due ragazze palestinesi e demolito diverse costruzioni tra cui la moschea http://www.operationdove.org/?p=655. Gli abitanti di Um Fagarah l'hanno successivamente ricostruita http://www.operationdove.org/?p=658, ma il 2 maggio scorso, l'Amministrazione Civile ha consegnato ordini di demolizione per altre quattro strutture, ostacolando di fatto lo sviluppo e l'esistenza della stessa comunità.

L'evento ha mostrato come le comunità palestinesi delle colline a sud di Hebron sono fortemente impegnate nell'affermare i propri diritti ed a resistere in modo nonviolento all'occupazione israeliana.

Operazione Colomba mantiene una presenza costante nel villaggio di At-Tuwani e nell'area delle colline a sud di Hebron dal 2004.

Foto dell'evento: http://snipurl.com/23lhqt5


Per informazioni:
Operazione Colomba, +972 54 99 25 773

[Note: secondo la IV Convenzione di Ginevra, la II Convenzione dell'Aja, la Corte Internazionale di Giustizia e numerose risoluzioni ONU, tutti gli insediamenti israeliani nei Territori Palestinesi Occupati sono illegali. Gli avamposti sono considerati illegali anche secondo la legge israeliana.]



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Operation Dove - Nonviolent Peace Corps
Palestine/Israel
Ass. Comunità Papa Giovanni XXIII

Email: tuwani@operationdove.org
Web: www.operationdove.org
Mobile: +972 54 9925773



PRESS RELEASE

Palestinians once again back to build in Um Fagarah village
The campaign in support to the South Hebron Hills communities started with the first nonviolent action

(Italian follows)
May 21th, 2012

Um Fagarah – South Hebron Hills, West Bank

On 19th May the Popular Struggle Coordination Committee, the South Hebron Hills Popular committee organized the first nonviolent action of the campaign in support of Um Fagarah village, in its legitimate struggle to keep living in its land through the construction of brick houses and in order to stress the permanent character of its presence in the area.

A hundred people attended the event and the whole village involved in the commitment. All day long Palestinians, Israeli and international activists were building the first expected house.

At 18.30 when the walls of the house was completed, all the participants gathered in front of the mosque, where a public meeting took place with the speeches of representatives of the South Hebron Hills Popular Committee and of the Popular Struggle Coordination Committee.

After explaining the history of the village since the early 80's, a representative for Um Fagarah community, said: “We are here to claim our right to exist on this land. All injustice and suffering of the recent years increased our strength. If the Israeli army continues to destroy, we will continue to build!”
The event ended with the traditional Palestinian dance.

In 1999, Israeli army and Civil Administration expelled the inhabitants of Um Fagarah and other villages in the area. Only severals months later the inhabitants were allowed to return to their homes. In 2011, on November 3rd the utility poles which should connect the village with the electricity net, were demolished http://www.operationdove.org/?p=650 and on November 24th the Israeli army arrested two Palestinian girls and demolished several huts including the mosque http://www.operationdove.org/?p=655. The inhabitants of Um Fagarah rebuilt it later http://www.operationdove.org/?p=658, but on May 2nd the Civil Administration delivered stop working orders to 4 infrastructures, preventing the development and the existence of the Palestinian community .

The event clearly showed how the Palestinian communities in the South Hebron Hills are strongly involved in affirming their rights and resist to the Israeli occupation choosing the nonviolent way.

Operation Dove has maintained an international presence in At-Tuwani and South Hebron Hills since 2004.

Pictures of the event: http://snipurl.com/23lhqt5


For further information:
Operation Dove, 054 99 25 773

[Note: According to the Fourth Geneva Convention, the Hague Regulations, the International Court of Justice, and several United Nations resolutions, all Israeli settlements and outposts in the Occupied Palestinian Territories are illegal. Most settlement outposts, including Havat Ma'on (Hill 833), are considered illegal also under Israeli law.]





mercoledì 15 febbraio 2012

La valle del Giordano

E' forse oggi il luogo più assurdo della terra:
                                          (puoi cliccare sulla foto)
Video 


Watergates
 Una grande differenza che ho notato tra i coloni illegali israeliani e i palestinesi è che, mentre i tizi scelti come popolo eletto hanno bisogno di acqua per vivere, i palestinesi possono farne tranquillamente a meno. I palestinesi non bevono acqua. Come si può spiegare altrimenti il fatto che dal 1967 nella Valle del Giordano 6.000  coloni israeliani illegali hanno preso il controllo di tutte le sorgenti d'acqua, mentre 55,000 palestinesi, a cui queste sorgenti appartenevano, non hanno più acqua? Come altrimenti spiegare che i palestinesi non hanno praticamente acqua corrente nella Valle del Giordano? Come spiegare altrimenti il fatto che un metro cubo d'acqua costa 1 shekel per i coloni e 60 shekel per i palestinesi, che devono anche andare a riempire il serbatoio dell'acqua dai distributori israeliani? Deve essere perché i palestinesi possono vivere e coltivare i loro campi anche senza acqua. Non riesco a immaginare come il popolo eletto che, non dimentichiamolo, si trova lì a nome dell'Onnipotente impedirebbe gli altri esseri umani di accedere all'acqua, perché questo sarebbe inumano, giusto? Non può essere che Dio abbia
 detto loro di fare questo nella terra promessa, giusto? L'acqua è vita, l'acqua è tutto, non si può deliberatamente privare 55.000 persone della loro acqua. Non può essere! o possono? possono. La Valle del Giordano è probabilmente il luogo più assurdo sulla Terra. I coloni israeliani e palestinesi vivono fianco a fianco (ma letteralmente fianco a fianco) in quella che è una terra molto fertile e ricca d'acqua. I vincitori prescelti hanno estese coltivazioni di palme, arance, datteri, etc. I perdenti prescelti devono acquistare ogni goccia d'acqua dai coloni israeliani a costi incredibilmente alti, per cui si riesce a malapena a coltivare poco e niente. E 'una visione davvero divina quella che abbiamo ammirato nella Valle del Giordano: campi verdi e prosperi con belle case accanto a gruppi di baracche palestinesi con pochi alberi di ulivi morenti. Ah, vivono in baracche non tanto perché gli piacciono, ma perché l'esercito israeliano ha dichiarato la Valle del Giordano una zona militare dove costruire case non è consentito a meno che naturalmente non si ottenga un permesso. Sorprendentemente i coloni illegali israeliani hanno sempre il permesso, mentre i palestinesi neppure per sogno. Questo è uno dei privilegi di essere tra i prescelti. Ma alla fine, anche se i palestinesi sono riusciti a coltivare qualcosa, non possono esportarla. E 'vietato dall'esercito israeliano.
 Alla faccia! 
I volontari internazionali sono lì per aiutare i palestinesi a costruire case, contro di ordini militari israeliani, a scavare pozzi per avere acqua contro gli ordini militari israeliani, a coltivare i campi confiscati contro gli ordini militari israeliani. Ogni tanto puntualmente arrivano i carri armati e le ruspe per disfare tutto. Ma i palestinesi e i loro amici sono testardi e ricominciano di nuovo e ancora di nuovo.

domenica 22 gennaio 2012

Sette giorni nella Palestina occupata II


seconda giornata, venerdi 30 dicembre,  Da Gerusalemme a Nablus
Nablus

Il muro lungo la via
Dai finestrini del pullman abbiamo il primo impatto con il famigerato muro bordato di rotoli di filo spinato che si è insinuato come una metastasi verso Gerusalemme, ben al di là della linea verde, presidiato da decine di checkpoint. Attraversiamo una zona brulla, caratterizzata da alture separate da piccole valli. In cima a molte colline  si ergono le case delle colonie israeliane. Esse sono generalmente costruite in cerchi concentrici, con un misto di architettura civile e militare e hanno una duplice funzione, di aggressione e di difesa, in quanto la loro posizione garantisce il controllo territoriale e militare delle aree circostanti. La collina viene inizialmente occupata da un presidio militare, successivamente vengono portate delle case mobili, infine si dà il via alla costruzione definitiva. Tutto ciò è il risultato della sistematica confisca delle terre che ha portato all’assurda situazione odierna che vede i palestinesi israeliani, che rappresentano il 20% dell’attuale popolazione dello stato di Israele, detenere non più del 3% della terra, mentre il 93% della superficie del paese è stata dichiarata “suolo demaniale”. Decine di villaggi arabi non vengono semplicemente riconosciuti e conseguentemente privati della proprietà e dei servizi (acqua, elettricità, servizi sanitari ecc). Si sta progressivamente realizzando quel progetto politico noto come piano “Stella di Davide” il cui obiettivo è creare una maggioranza ebraica nelle regioni a prevalenza araba, spezzando nel contempo la contiguità territoriale fra le zone occupate da palestinesi. Già alla fine del 2006 erano in Cisgiordania circa 200 insediamenti con 527.000 coloni, il 43% dei quali vivevano in insediamenti intorno a Gerusalemme Est. Dopo lo scoppio dell’Intifada di al-Aqsa sono state realizzate altre 15 colonie ebraiche.  Si può ragionevolmente affermare, pur se in modo approssimativo, che dall’inizio della colonizzazione Israele abbia speso per gli insediamenti 80 bilioni di dollari, finanziati in larga misura dal governo americano.
Ogni tanto, soprattutto nelle zone pianeggianti, appaiono piccoli appezzamenti lavorati strappati alla pietrosità del suolo.
Il contadino  e il caravanserraglio

 Si lascia la strada principale per quella vecchia che si addentra in territorio palestinese. In una bella valle ci fermiamo vicino ad un vecchio caravanserraglio ormai cadente e ci avviciniamo ad un campo lavorato che ospita una bella piantagione di agrumi. Sulla collina soprastante sorge un insediamento dei coloni. Un contadino ci viene incontro e inizia a raccontare la storia delle sue giornate, le angherie che lui e la sua famiglia sono costretti a subire da parte dei coloni che spesso scendono nella valle per attaccarli. Oggi non c’è scuola e tutta la famiglia è a lavorare nel campo perché, ci spiega il contadino con i baffi, i figli si affezionino sempre di più alla terra e la sentano una cosa loro, da mantenere  e curare. Nel frattempo il ragazzo più grande sta arando una striscia di terreno con un aratro a chiodo trainato da un asinello, mentre la moglie, che ci dice di chiamarsi Tagrid, cuoce delle focacce appena impastate su una piastra di ferro scaldata su un fuoco di legna. Sorride e ci offre volentieri un assaggio. I bimbi più piccoli lasciano la zappa e offrono a tutti mandarini, limoni e spremute di agrumi. Siamo stupiti e commossi, in quel momento sentiamo di odiare quei coloni ancora di più.

 Nablus, montagna di fuoco


(gente di Nablus: foto di Alessandra)
Dopo un giro fra le rovine del bel caravanserraglio ottomano, si riparte per Nablus. Questa è una città di 134.000 abitanti e sorge in una stretta gola larga meno di 1 km fra due monti alti circa 900 metri. La città vecchia di Nablus, Shechem, si sviluppò intorno a una fonte sotto quello che oggi è il campo profughi di Balata.  Divenne famosa in tutto il mondo arabo per la produzione di sapone, tessuti di cotone e dolci. Durante la rivolta del movimento nazionale palestinese del 1936, Nablus fu la prima città a creare un Comitato Nazionale Palestinese. Per la sua posizione di avanguardia contro l’occupazione, fu soprannominata Jabal en-Nar (montagna di fuoco). Nella primavera del 1963, i movimenti di liberazione della Palestina dichiararono Nablus “repubblica di Palestina”. L’occupazione israeliana portò a molte forme di repressione e a molti attentati, fra cui uno nel 1980 al sindaco  che sopravvisse allo scoppio della sua auto, ma perse entrambe la gambe e fu arrestato. Nel 1995 Nablus divenne città autonoma, area A, ma fu completamente circondata da insediamenti  ebraici.
Arriva un uomo (anche lui, come tutti quelli che abbiamo incontrato e incontreremo in seguito, conosce bene Luisa, l’abbraccia e ringrazia per la nostra visita. Conosce bene la storia della sua città e insieme a due giovani ci guidano alla visita della città vecchia. Sulle pareti delle case appaiono i manifesti raffiguranti i caduti della prima e seconda intifada. Ci infiliamo nel labirinto di stradine e vicoli, spesso scavati sotto le abitazioni con scure gallerie. Molti sono gli edifici storici di epoca ottomana ma anche mamalucca, crociata e bizantina. Intorno ai portoni di antichi edifici ogni tanto appaiono caratteristiche decorazioni geometriche e molti sono gli scorci interessanti, anche se purtroppo negli angoli più appartati si ergono  cumuli di spazzatura di ogni tipo. Molte abitazioni sono fatiscenti e abbandonate ed anche una bella antica fabbrica di saponi mostra i segni del bombardamento subito dall’esercito israeliano nel 2002. Nablus era famosa in tutto il medio oriente per la sua fiorente industria di saponi che venivano esportati fino in Europa. Anche adesso il sapone di Nablus è ampiamente diffuso nel mondo arabo per le sue proprietà naturali, sfruttando l’olio d’oliva che qui viene soprannominato “oro verde”.  Ad un incrocio ci assale un forte odore di spezie e si invade tutti questo enorme e tortuoso magazzino per i nostri acquisti di saponette e spezie varie. Le foto sono d’obbligo.
 Si giunge alla piazza dei martiri, dove il giovane che ci ha accompagnato ci mostra la sua casa dove sono stati uccisi alcuni suoi familiari e ci racconta l’attacco dell’esercito israeliano del 2002 durante la prima Intifada.  Nablus oppose una strenua resistenza all’esercito e ai carri armati che avanzavano in città distruggendo e uccidendo, tanto da meritarsi il soprannome da parte degli israeliani di “capitale del terrorismo”. Fu bombardata ripetutamente e assediata per molto tempo. Nell’aprile del 2002 fece il suo ingresso in città l’esercito israeliano e la popolazione, ormai stremata e vessata dalla presenza di sette checkpoint che la circondavano, subì da luglio a metà ottobre un coprifuoco quasi permanente, tolto solo per 79 ore complessivamente.
Luisa continua a presentarci persone che la salutano affettuosamente, incluso il babbo di un bambino ucciso a 11 anni. Nella sede dell’Associazione palestinese Human Supporters ci presenta un signore che è stato in  carcere per 32 anni dopo essere stato arrestato a soli 15 anni.  Racconta la sua storia anche una donna, ora assistente sociale, che ha un incontro molto affettuoso con Luisa.  Essa è stata arrestata incinta, ha avuto il figlio in carcere, dove lo ha allevato per 5 anni. Anche il figlio è presente, è ormai adulto ed anche lui, come gli altri, vuole farci conoscere le sue vicende e spiegare ancora la drammatica situazione in cui sono costretti a vivere (quando si riparte da Nablus salirà con noi in pullman). Si termina la socializzazione, trovandoci a mangiare insieme intorno ad un tavolo improvvisato, dove troneggia un dolce spettacolare a base di formaggio fuso ricoperto di miele e marmellata, il “kunafa”. Squisito.
(dal diario di Fiorella e Piero - continua)

sabato 21 gennaio 2012

Sette giorni nella Palestina occupata I

Cisgiordania, occupata illegalmente da Israele nel 1967, tuttora illegale per il diritto internazionale. Israele se la sta mangiando pezzo a pezzo: le parti scure sono zona C, sotto diretto controllo israeliano, i palestinesi non possono accedere. Tutte queste parti scure sono o diventeranno tra loro comunicanti, mentre sono interdette ai palestinesi, proprietari secondo il diritto internazionale. Le parti chiare sono in mano ai palestinesi, tra loro non comunicanti o destinate ad esserlo via via che la piovra scura avanza. Queste zone palestinesi sono vietate ai civili israeliani che non devono intrattenere rapporti né stringere legami con "gli arabi" (così vengono chiamati i palestinesi, defraudati anche del nome). Le tracce rosse non so bene, ma rappresentano degnamente il circuito di sangue e sofferenza che questa matta bestialità produce nella totalità della popolazione palestinese e in una sempre più estesa minoranza di Israeliani. La maggioranza degli israeliani viene tenuta all'oscuro delle vergogne di casa propria, aiutate dal bias mentale che consiglia l'ignoranza della realtà.
Primo giorno
29 dicembre - giovedì
Gerusalemme - Capitol Hotel
Alle 11 ci dirigiamo a piedi alla sede dell’Ocha, che è una Agenzia per gli Affari Umanitari delle Nazioni Unite sulla situazione nei territori palestinesi. 
Siamo a Gerusalemme est, ma la sede è in una striscia definita territorio di nessuno. Un funzionario ci illustra la situazione con l’aiuto di un video e fornendoci cartine topografiche della Palestina che illustrano in dettaglio realtà diverse. Inizia subito illustrando la situazione della striscia di Gaza recintata da un muro che la separa da Israele e che presenta 45 punti di passaggio controllati dai soldati. La striscia è lunga circa 40 km e larga 9 con una estensione di 360 kmq. In questo territorio vivono circa 4400 persone/kmq, che ne fa una delle zone a maggior densità di popolazione del mondo. Più della metà della popolazione è al di sotto di 18 anni. Fino al 2005 Israele era presente nella striscia con 21 colonie, che dopo gli accordi di Oslo Sharon ha fatto sgombrare facendo illudere i Palestinesi di essere finalmente liberi, ma invece restringendo a due i passaggi verso l’esterno presidiati dai soldati, mantenendo il controllo dello spazio aereo e riducendo progressivamente a 9 le miglia nautiche accessibili ai Palestinesi. Così da Gaza possono uscire solo 167 persone al giorno contro le 2600 che potevano uscire prima del 2006. La popolazione pertanto rimane prigioniera  nel suo territorio non raggiungibile né dal mare,  non essendoci un porto, né dal cielo, in quanto l’aeroporto è stato distrutto nel 2002. Dal 2007 Hamas ha preso il potere a Gaza. E’ stato organizzato un servizio medico sanitario e delle 200 scuole esistenti circa 150 sono gestite da Hamas. I materiali ritenuti proibiti (benzina, sigarette, materiali edili ecc) entrano in Gaza attraverso punti di passaggio “non ufficiali”, cioè i tunnel sotterranei, 200-300, che hanno una lunghezza media di 1,5 km. Invece i punti di passaggio “ufficiali” sono: Erez, aperto sei giorni a settimana solo per il passaggio di lavoratori, Kerem per le merci, Rafah, controllato da Egitto e Hamas, solo per persone autorizzate, medici palestinesi e casi umanitari. Le autorità egiziane sono a conoscenza dei tunnel, ma l’Egitto non vuole essere responsabile dei movimenti della popolazione di Gaza. Attualmente è in costruzione un muro sul confine fra Israele ed Egitto, che procede ad un ritmo di circa 800 metri al giorno, che terminato sarà lungo 250 km. Esso ufficialmente servirà per bloccare l’immigrazione clandestina dall’Eritrea e dal Sudan attraverso il deserto dl Sinai, ma alla sua realizzazione non sono certo estranee anche le recenti vicende egiziane. Ad oggi a Gaza possono entrare solo diplomatici e giornalisti, naturalmente con tutte le autorizzazioni previste. 
L’intervento del funzionario prosegue parlando della situazione della Cisgiordania. Questa si estende su un area di 5.600 kmq con 2,600 milioni di abitanti. Di questi oltre 530.000 sono coloni distribuiti in insediamenti a macchia di leopardo su tutto il territorio. La Cisgiordania, che gli inglesi chiamavano West Bank, è attualmente divisa in tre aree: A) territorio a controllo civile e amministrazione palestinese; B) territorio a controllo israeliano ma amministrazione palestinese; C) territorio  a controllo e amministrazione israeliana. Il percorso del Muro in Cisgiordania è stato più volte rivisto. Nell’aprile 2006 la revisione del percorso del Muro è stata approvata dal gabinetto israeliano. Una volta completato, la lunghezza complessiva sarà di 723 km, dalla fine del 2007 ne sono stati costruiti 409. La giustificazione ufficiale di Israele per la sua costruzione  è la questione della sicurezza, ma il nuovo percorso misura addirittura il doppio della lunghezza del confine del 1967, il che rende più complicato il pattugliamento dell’area. In alcune zone invece del Muro vi sono recinzioni con zone cuscinetto larghe dai 30 ai 100 metri corredate di recinzioni elettrificate, videocamere, strade pattugliate dai militari, strati di filo spinato tagliente, percorsi di sabbia per la rilevazione delle impronte, fossati, telecamere di sorveglianza e varchi agricoli sorvegliati ( che cosa ci ricordano?). Solo il 20% del Muro è costruito sulla Linea Verde, che divide Israele dai territori occupati. E’ stato preventivato dal Parlamento il costo del Muro in 3,4 miliardi di dollari, 5 milioni a chilometro. Così i palestinesi, già provati dalla perdita delle terre a causa delle imponenti colonie, bypass roads e dall’espansione militare, progressivamente vengono privati della libertà di movimento, del lavoro, delle terre agricole, dell’acqua, delle strade, della possibilità di accesso alle strutture sanitarie e educative, ai mercati, ai siti religiosi, ai rapporti con i familiari che vivono a pochi km di distanza; inoltre vengono sradicati centinaia di migliaia d’alberi di ulivo. I palestinesi con la terra o il lavoro dall’altra parte del Muro devono ottenere e rinnovare i permessi dall’esercito israeliano per accedere ai loro campi o ai posti di lavoro.
Anche a Gerusalemme est si sono infiltrati i coloni, impadronendosi di molte case palestinesi dopo averne cacciato via gli abitanti e sistemandosi spesso agli ultimi piani per aggredire in ogni modo le famiglie palestinesi abitanti ai piani inferiori o le strade del Suq dove i palestinesi hanno le loro botteghe. Ci sono 521 punti di chiusura per controllare i movimenti interni. Nella Valle del Giordano, che comprende le zone più fertili, ormai poca è la popolazione residente soprattutto perché i coloni si sono impadroniti delle terre e dell’acqua con una proliferazione di piantagioni di palme, di serre e di orticoltura industriale dove spesso vanno a lavorare muovendosi dalle città. 
La distanza fra la Cisgiordania e Gaza è di 40 km. Secondo gli accordi di Oslo era previsto un collegamento fra Erez e Hebron, che però non è mai stato realizzato: questo ha fatto sì che fra le due aree vi siano pochissimi contatti. Ramallah è rimasta una città interamente palestinese ed è questa la sede delle autorità palestinesi.
Alle 12,30 si lascia Ocha, con le idee più chiare e maggiore indignazione per la drammatica situazione in cui versa questo popolo ed entriamo nella città vecchia superando la Porta di Damasco.
(dal diario di Fiorella Giuntoli e Pierluigi Caramelli. In seguito: Fiorella e Piero)
La ghigliottina su Gaza: inquadrato il braccio di mare  consentito ai palestinesi; adesso si è abbassato di un'altra metà. Cartina ONU tramite la rappresentanza OCHOA: compito unico dell'Ochoa è quello di monitorare l'avanzata del serpente israeliano che via via si ingoia la Palestina.  Per i palestinesi né pace né tanto meno missioni di pace tutte innamorate dell'Afghanistan. Vietato l'ingresso all'arbitro per mantenere il posto all'arbitrio.

martedì 17 gennaio 2012

I bambini vittime dei coloni.


La camionetta come deterrente contro la matta bestialità dei coloni che aggrediscono i bambini palestinesi.

I bambini vittime dei coloni.

Nel villaggio di At-Tuwani, in piena West Bank (territorio palestinese), a partire dal 1997 alcuni coloni israeliani hanno illegalmente preso possesso di un appezzamento di terreno tra Tuwani e un villaggio limitrofo ancora più piccolo, creando quello che viene chiamato l’insediamento di Havat Ma’on; insediamento che i bambini palestinesi sono costretti ad attraversare ogni giorno per recarsi a scuola (si tratta di una strada di poco meno di un chilometro) diventando bersaglio delle violenze dei coloni (fatte di lanci di oggetti, sassaiole e, nei casi più estremi, anche di rapimenti e percosse). Tutto nel silenzio della comunità internazionale che, pur ritenendo illegali gli insediamenti, non ha mai usato misure di enforcement contro il governo israeliano il quale, oltre a non condannare questi atti, offre anche incredibili incentivi e sgravi fiscali a tutti coloro i quali vogliano trasferirsi lì.
Continua qui
Aggiornamento del 20 gennaio:



Alle ore 13:00 Luai Khalil Rabai di 11 anni e Islam Ahmed Rabai di 13 anni sono rimasti feriti da un ordigno inesploso, mentre pascolavano il loro gregge in terre di proprietà  palestinese nei pressi di Jinba. 
Un elicottero militare israeliano ha trasportato i due bambini feriti all'ospedale Soroka di Beer Sheva. I due minori dovranno subire un intervento chirurgico agli arti inferiori e i medici hanno dichiarato che non sono in pericolo di vita. Al momento non si hanno altre notizie sullo stato di salute dei due bambini.

 Il villaggio palestinese di Jinba, a 5 chilometri dalla Green Line, si trova nelle vicinanze dell'omonima base militare israeliana. A partire dagli anni '70 un'ampia porzione della zona intorno al villaggio viene utilizzata dall'esercito israeliano per l'addestramento militare e denominata Firing Area 918.


Operazione Colomba mantiene una presenza costante nel villaggio di At-Tuwani e nell'area delle colline a sud di Hebron dal 2004. 


Foto dell'incidente: goo.gl/DOZUE
Per informazioni:
Operazione Colomba, +972 54 99 25 773



([Note: secondo la IV Convenzione di Ginevra, la II Convenzione dell'Aja, la Corte Internazionale di Giustizia e numerose risoluzioni ONU, tutti gli insediamenti israeliani nei Territori Palestinesi Occupati sono illegali. Gli avamposti sono considerati illegali anche secondo la legge israeliana.


(email inviata da "Operation Dove")


mercoledì 11 gennaio 2012

Ricordando Vassem

Resistere per esistere
ricordando Vassem
Quando sulla nostra stampa si parla o per lo meno si parlava fino a qualche tempo fa (ora sull'argomento c'è il silenzio) di palestinesi, le immagini che venivano fatte apparire erano foto di giovani e ragazzi scalmanati che gettavano pietre, ogni tanto quelle foto terribili di autobus o bar saltati in aria per colpa di un kamikaze (anche donna) e per completare il quadro, le foto di una o due città israeliane dove erano caduti, producendo danni, i missili di Hamas? E gli ebrei? Li si poteva pensare come più o meno distinti signori desiderosi solo di vivere in pace sulla terra che, dopo tanti secoli di persecuzione, erano riusciti ad avere. E come l'avevano abbellita questa terra in parte arida: giardini, orti lussureggianti, grandi case di pietra bianca con i tetti rossi, ideate da architetti europei dotati di una solida preparazione urbanistica. E guardate invece le affollate città arabe piene di traffico disordinato, di rumori e anche di una quantità eccessiva di angoli sporchi e trasandati.
E allora val la pena di muoversi per andare a vedere questo contrasto in una terra su cui per migliaia di anni sono vissuti insieme pacificamente pastori e contadini, ebrei e arabi, entrambi appartenenti a una varietà umana (voglio evitare la parola razza) cosiddetta semita. E così siamo andati in Palestina e  per quanto ci si aspettasse una situazione niente affatto rassicurante, abbiam dovuto, forse anche a malincuore, perché si tratta di sentimenti che incupiscono e rendono più pesante la vita, ripeto, abbiamo dovuto far posto a un sentimento amaro e ostile che assomiglia forse all' odio, certamente al disprezzo, quando abbiamo visto sulla strada che porta a una scuoletta di campagna un gruppo di bambini protetti da soldati e da volontari, perché i coloni israeliani, spesso anche donne e bambini, non scherzano nel tirare sassi e calci nelle gambe. E non scherzano neppure nel gettare dall'alto immondizia nelle strade dei palestinesi tanto che le buie strade tortuose che sono i loro suq sono spesso protette da reti messe dai soliti soldati. Succede così che i soldati sono meglio dei civili, quando questi di civile non hanno proprio più nulla e a noi che viviamo in città tranquille, certo un po' inquinate dal traffico, ma con le vie che s'incrociano ad angolo retto, tutte animate da bei negozi illuminati, cosa è sembrata Hebron, una città fra le più antiche, se non un campo di concentramento chiuso qua e là da filo spinato e da muri che hanno mozzato le strade, da inferriate dietro cui sono prigioniere case e persone, con molte vie un tempo animate da negozi pieni di colori ora ridotte a una sequela di porte di ferro (qui il legno non si usa) sprangate. Ma come fanno questi coloni europei che hanno abitato belle città d'Europa a vivere in questo orrendo incastro di strade, di fili di ferro e di muri che bloccano all'improvviso il passaggio, dove sono allo stesso tempo assedianti e assediati? E' vita questa per loro? E' sufficiente sentirsi popolo eletto per cancellare la tristezza di una vita così? Del resto foto e documentari li mostrano aggressivi e urlanti, sicuri di non dover cedere davanti a quell'umanità di serie B sul collo della quale posano pesantemente i piedi. E intanto sanno che intorno alla città assediata e assetata, perché loro si appropriano dell'acqua per quanto possono, già sta crescendo una cintura di insediamenti che finirà per soffocare il nemico insopportabile. Perché questo è molto evidente: gli arabi e i palestinesi in particolare sono appunto una razza inferiore ed è giusto che se ne vadano via e si riuniscano agli altri arabi a cui somigliano.
Le cose che abbiamo visto sono anche molte altre e compaiono in documentari che mostrano molto efficacemente aspetti durissimi del quotidiano, dalle lunghe soste ai ceck-point per poter andare al posto di lavoro, alla fatica necessaria per riuscire a raccogliere le olive della propria terra, cosa che solo la presenza dei soldati (ancora una volta) rende possibile, sotto gli insulti e le grida isteriche di donne e uomini che preferirebbero farle marcire tutte piuttosto che lasciarle a quei cani di palestinesi.
Nel frattempo che fanno quei cani di palestinesi? Devo dire che ci siamo quasi stupiti di come li abbiamo visti al momento. Sembra che il tempo delle intifade sia passato, anche se a noi la situazione è sembrata esplosiva, con l’avanzare continuo degli insediamenti che si diffondono sul territorio della Cisgiordania come bubboni di una peste nera. La parola d’ordine che abbiamo riscontrato dovunque è: resistenza senza le armi, “resistere per esistere”. Si resiste ricostruendo (anche per tre volte!) case distrutte che forse saranno di nuovo abbattute, lavorando i campi sotto le ingiurie dei vicini coloni, liberando i dintorni della casa dall’immondizia che è stata scaricata lì vicino. Ho davanti una serie di persone, di visi giovani e determinati ma sereni, qualche volta perfino sorridenti, come il giovane padre del villaggio di Attuani che ci raccontava mentre il bimbetto di due anni giocava a nascondino tra le sue gambe. O il giovane di Bil’in a cui piaceva molto parlare e rideva divertito mentre raccontava l’episodio quasi comico di come aveva rischiato la vita, durante la lotta a oltranza per fare arretrare il muro rubaterra a protezione di un insediamento di coloni sorto nuovo di zecca davanti a loro. E’ in questo villaggio che sono morti in seguito allo scoppio dei lacrimogeni due giovani, fratello e sorella, ed è sempre lì che, sotto la pioggia dei lacrimogeni è stata posta la semplice tomba che ricorda la morte di quel giovane, Vassem, di cui abbiamo trovato l’immagine in varie case, accanto a molte altre foto di giovani uccisi, i martiri, come dicono loro. Tra questi non c’è nessun kamikaze. E’ stato per noi molto educativo l’incontro con queste persone che nella situazione drammatica in cui si trovano hanno la forza di praticare questa scelta di compostezza e maturità che è la resistenza non violenta.
Ci sarà una realtà europea che voglia soffermarsi a fare una valutazione di questa situazione secondo criteri umani? Chi ha accettato la fine del colonialismo, chi ha considerato positiva la fine dell’apartheid in Africa in nome del rispetto dei diritti umani non ha scampo, perché nei territori occupati molti diritti vengono violati, prima di tutto quello della dignità della persone.
E noi che siamo stati testimoni diretti, per nostra volontà, di questa situazione, che cosa possiamo fare ora?
(Paola)

lunedì 9 gennaio 2012

Palestina mon amour III


IL TEMA DI MOHAMED

Mi chiamo Mohamed e ho 10 anni. Sono nato in un piccolo paese in cima a una collina in un giorno che il sole batteva forte; mi hanno detto che quel giorno c'erano 45 gradi fuori. Mamma sudava, papà sudava, i medici sudavano.
La mia terra è bella, a me piace. E' un po' polverosa, ma io sono contento della mia terra. Ci sono tante cose da fare. Correre. Giocare con la palla, saltare i muretti di pietra, giocare a nascondino. Coi miei amici gioco sempre a nascondino, perchè il mio villaggio è fatto da tante casette dove ci si riesce a nascondere benissimo: una volta sono rimasto nascosto per 2 ore dietro un cancello e Shara, la mia sorellina, non è riuscita a trovarmi mai.
Il gioco più divertente però è quando facciamo la gara di aquiloni, vince chi riesce a farlo volare più in alto; dopo la scuola lo facciamo spesso, con i miei amici. Corriamo su per la via, tutti con un aquilone in mano, per vedere chi è il più bravo. Mamma dice che possiamo andare fino al bivio, e lì dobbiamo fermarci, non possiamo andare più avanti del bivio, perchè oltre, per noi, è vietato andare. Oltre il bivio ci sono quelli là, che non vogliono che io e i miei compagni andiamo vicino alle loro case. Io non capisco perchè, però ho paura e quindi non vado. Una volta un mio amico è andato un po' più avanti, ma poi è scappato subito indietro. Nessuno di noi è coraggioso.
E' brutto non potere andare in un posto che è tuo. Oltre il bivio è sempre la mia terra, ma io non posso andarci, mamma e papà non possono andarci, i miei fratelli non possono andarci. Io ho 6 fratelli, tre siamo maschi e tre femmine, e nessuno di noi può andarci.
Anche se non possiamo andare oltre il bivio sono contento lo stesso, perchè almeno possiamo fare quello che vogliamo, nel nostro villaggio. Una volta sono stato a trovare mio cugino Nur che abita vicino a qui, e lui è molto più sfortunato di me. Lui ha paura anche di andare a scuola, perchè mentre va a scuola coi suoi compagni vengono aggrediti da quelli lì: gli lanciano pietre e gli urlano brutte cose. Mio cugino e i suoi amici devono camminare in fretta per non farsi colpire. Dice che sono persone arrabbiate e gridano tutti. Non capisco perchè quella gente ce l'ha con noi e ci impedisce di camminare sulla nostra terra, coltivare i nostri campi, comprare nei nostri negozi. Noi non siamo cattivi, io e i miei fratelli diciamo una preghiera mattina e sera, due volte al giorno; secondo me noi siamo abbastanza buoni invece.
Ma quelli lì, quella gente lì, ci urla che dobbiamo andarcene. Ci chiude le strade, ma è il nostro paese. Ci toglie l'acqua, ma è la nostra acqua. Ci distrugge le case, ma sono le nostre case. A casa di un mio amico non hanno più né acqua né luce, perchè quelli lì non vogliono che loro vivano in quella casa. Papà dice che presto la butteranno giù, la loro casa, e il mio amico con la sua famiglia non avranno più un posto dove stare.
Una volta sono andato in una città qui vicino con mamma e papà a trovare un amico di papà; io e Imad, un bambino che viveva lì, siamo scesi a giocare con il pallone. Io sono forte a pallone, sono il più bravo della mia classe. A un certo punto ho tirato così forte che il pallone è andato oltre il muro che c'era lì accanto. Lo vedevo spesso quel muro alto e lungo, ma non ci avevo mai fatto troppa attenzione. Invece Imad mi ha detto che non potevamo più giocare perchè noi non potevamo andare dall'altra parte del muro. Noi potevamo stare solo da questa parte, di là ci stavano gli altri. Imad mi ha anche detto che dall'altra parte, oltre il muro, la città non era bella, viva, colorata e rumorosa come da questa parte. Di là dal muro c'era una città vuota, abbandonata, paurosa, una città fantasma. Il pallone era perso e il gioco era finito.
Spesso la sera, prima di dormire penso a perchè nella mia terra c'è gente cattiva? Io credo che sarebbe più bello se tutti possono andare dappertutto, così saremmo tutti più contenti. Anche i miei compagni pensano come me. Invece loro non vogliono, quelli lì. E a volte sono anche violenti, come quando siamo andati con zio Maher a vedere il mare Morto. Era venerdì, era festa, il venerdì non si va a scuola. E zio Maher ci ha chiesto a me e ai miei fratelli se volevamo andare a fare una gita al mare Morto, che a noi piace tantissimo. “Ialla” ci ha detto, andiamo! Siamo saltati tutti in macchina, io ero seduto davanti, che mi viene la nausea. Quando siamo arrivati a una specie di casello, che zio Maher chiama check point, ho subito avuto paura, perchè ho visto quelli lì vestiti come nelle guerre, con i fucili e i mitra in mano e i vestiti verdi imbottiti. A me sembrava stupido, visto che eravamo in pace e non c'erano pericoli. Ci hanno fatto fermare e hanno fatto scendere zio Maher, lo trattavano male. Poi lo hanno portato dietro, dove noi non vedevamo, e dopo 10 minuti hanno riportato zio Maher. Era tutto sanguinante e dolorante, non stava quasi in piedi, lo avevano picchiato fortissimo. L'hanno fatto salire in macchina e gli hanno detto che così la volta dopo ci avrebbe ripensato, a passare di lì. Io non capivo perchè avevano picchiato zio Maher, che voleva solo andare con noi a vedere il mare Morto.
Il mio nome è Mohamed, come quello di molti altri bambini del mio villaggio. Ho 10 anni e sono palestinese; vivo in una terra che secondo me è mia ma quellì lì me la vogliono togliere; vivo in un paese che secondo me è mio ma quellì lì vogliono che sia loro; vivo in un popolo che secondo me è forte ma quellì lì vogliono che sia debole. Quellì lì, quelli che ce l'hanno con noi, li chiamano gli “israeliani”; loro dicono che non ci odiano ma che noi dobbiamo andare via perchè questo posto è loro. Ma papà e mamma dicono che no, che non è vero, che noi abbiamo sempre vissuto qui. E anche la televisione, i telegiornali, quando intervistano la gente famosa, i capi degli altri paesi, tutti dicono come mamma e papà, che quella terra è nostra, è dei palestinesi. E poi io l'ho anche letto sui libri di scuola che questa terra si chiama Palestina.
Mi chiamo Mohamed e sono palestinese. Non ce l'ho con gli israeliani, non voglio che loro stiano male. Ma voglio solo vivere contento e felice nella mia terra, poter andare con papà a coltivare il campo, andare con le mie sorelle a vedere cosa c'è oltre il bivio, andare con Imad al di là del muro a recuperare il nostro pallone, andare con zio Maher a vedere il Mare Morto. Vorrei anche un giorno, quando sono grande, poter andare a vedere Gerusalemme, che so che è una grande città, piena di negozi e di macchine; e poi è la capitale del mio paese, la città più importante. Papà dice che noi non possiamo entrare nel centro di Gerusalemme. A scuola ho imparato cosa vuol dire giustizia, e che ci sono cose che sono giuste e altre che sono ingiuste. Ecco, io penso che tutto questo è ingiusto. Perchè gli israeliani dicono che hanno diritto ad avere un loro paese su una terra che non era loro, all'inizio, e allora adesso non è giusto che non capiscano che anche io e tutti i miei amici vogliamo avere una nazione sulla nostra terra.
Mi chiamo Mohamed e sono palestinese. Da grande vorrei fare il racconta storie, perchè mi piace scrivere. E nel mio libro voglio raccontare che Israele è uno Stato dove vivono gli israeliani, ed è giusto che ci sia. E voglio anche che gli israeliani siano felici, che vadano al mare e corrano nelle loro lunghe spiagge, che possano pregare nelle sinagoghe, che possano costruire le loro città con i tetti rossi ovunque, nel loro paese. E poi nel libro voglio anche scrivere del mio paese, che si chiama Palestina, dove i bambini giocano con gli aquiloni correndo per i campi senza fare attenzione al bivio, dove papà costruisce la nostra casa senza che venga distrutta, dove posso andare con zio Maer a fare il bagno al mare, sulle stesse spiagge dove corrono e giocano i bambini israeliani.
(email di Pietro De Luca)
Ciao Pietro,
Appena ho iniziato a leggere la tua storia mi è subito venuto in mente un video che mi hanno mostrato a Nabi Saleh, il villaggio dove sono andato per la manifestazione del venerdì.
Ti giro il link...
Grazie per il bel racconto.
Un Abbraccio
Andrea

Palestina mon amour II



COLONI
***



Sulla strada per Nablus, a destra appena sotto la carreggiata, c'era una specie di cubo bianco e davanti nel campo un uomo ancora giovane coi capelli grigi guidava un asino che tirava l'aratro. Intorno due ragazzi; a pochi metri, inginocchiata davanti a un fuoco di legna, una donna giovane magra cuoceva sulla piastra calda delle sfoglie sottilissime di pasta. Avrebbe potuto essere una scena di molti secoli fa. Le sfoglie di pasta ci facevano gola per quell'aspetto antico e semplice. Lei ne ha date un po’ a noi donne che le stavamo intorno, mentre io guardavo il cubo di casa che mi pareva senza finestre: una grande stanza per tutta la famiglia. Intanto si era avvicinato alla strada il marito. Gli si leggevano in viso l'indignazione e la rabbia.
- Vengono qui loro (i coloni) tutti i venerdì, che sarebbe giorno di riposo, ma io lavoro lo stesso. Mi sfottono, mi dicono che dovrò venderla questa terra e la prenderanno loro. Tutto prendono. ma io porto nel campo i miei figli perché si affezionino alla terra e non se ne vogliano separare. -
Ci siamo allontanati con un vago senso di colpa e con molta tristezza da questa tragedia quotidiana.
***
Nel centro di Hebron, città palestinese, c'è una zona che sembra uscita da un film di fantascienza. C'è una strada larga quasi deserta. I palestinesi non possono passarci perché unisce due insediamenti ebraici. E' per questo che abbiamo affollato per un quarto d'ora il negozietto di un palestinese che
si trova all'entrata e gli abbiamo comprato un po’ di tutto, perché solo noi turisti possiamo passare di lì e fargli raggranellare qualche shegel.
Gli unici esseri umani che transitano sono appunto rari coloni, mentre dal tetto di una delle case malandate dalla porta sbarrata guardano in silenzio tre bambini palestinesi. Non potranno scendere giù nella strada, il loro mondo è dall'altra parte, dove si trova anche il percorso tortuoso per arrivare alla casa.
Camminiamo in silenzio, contagiati dall'atmosfera ostile della strada..A due riprese passano correndo, in calzoncini corti, giovani soldati.
Nell'ultima fila ce n'è sempre uno col mitra. All'improvviso mi vengono in mente i giovani della repubblica di Salò di cui ho visto più volte le
immagini in documentari dell'epoca. La stessa sensazione agghiacciante. Poso lo sguardo sui murales che tappezzano i muri sul lato destro
della strada. Ce n'è uno in cui un disegno piuttosto grossolano ma eloquente mostra in alto l'occhio di Dio e sotto un paesaggio. Una scritta
in inglese illustra: Dio ha riservato al suo popolo la terra promessa.
Questa strada surreale mi sembra il simbolo di un esproprio malvagio decretato da una divinità folle o piuttosto pensata da una mente folle.
Quando la strada finisce, attraversato il blocco, ci accorgiamo che stiamo rientrando nel centro della città: auto, carretti, camion, donne  con la verdura e tanto rumore, la solita bolgia di queste città del medio oriente. ma è un'immagine di vita e la sensazione è liberatoria. 
(Paola)


Video RAI   (assolutamente da vedere)

venerdì 6 gennaio 2012

Palestina mon amour:Qalqilia

La via dolorosa per andare al lavoro da Kalchilia nella propria terra occupata "illegalmente" da Israele.

Sette giorni nella Palestina militarmente occupata. Un viaggio militante; emozioni non programmate né previste; come dire "non me l'aspettavo". Un conto è guardare il mare dalla riva e leggere sull'orizzonte: "Conflitto arabo-israeliano" un conto è salire in barca con mascherina e bombola di ossigeno e immergersi dentro; appunto, ho rivisto "mare dentro", la vita e la morte, la speranza che non muore e la disperazione che non si arrende. La Bibbia attualizzata, quella del vecchio testamento che distrugge intere città e devasta grandi territori, quella del nuovo testamento che ha spostato la nascita del bambino dalla grotta di Betlemme al lager di A'ida, lì vicino, l'annuncio degli angeli ai pastori dal "campo del pastore" alle sedi delle Ong e dei movimenti pacifisti israelo-palestinesi. Ma un conto è dire Ong e Movimenti, un altro dire Ali M. Jiddah, Omar, Mike, Mustafà, Maer... Un conto dire Hebron, un conto vedere la larghissima via fantasma svuotata per far passare indisturbati 40 coloni ebrei che fanno jogging su e giù, protetti da 400 soldati mitrati e torrettati; una via buttata tra le strade adiacenti, limitata da case fantasma prospicienti i suk superaffollati, le strade strette e sudicie piene di negozi, cavalli, asini e taxi..; un conto dire Chalkilia, un conto vederne il muro che tutta la circonda (tutta vuol dire tutta), separata dai propri orti e proprietà; e vedere l'uscita dal lager la mattina dalle 5 in poi, lungo un corridoio recintato e labirintico come quando sei in coda  alla funivia che ti porta da Canazei al Lupo Bianco e al Sellaronda: lunghe file di gente che va al lavoro dagli israeliani, perché il lavoro è l'unica possibilità di uscire legittimati; davvero "il lavoro rende liberi" almeno per otto ore, fino al rientro sotto controllo la sera stessa.  Un incubo per me che per troppe volte ho condotto squadre di ragazzi del tecnico commerciale  a Dacau, Mauthausen, Ebensee, Gusen, Aushwitz; ma in questi sette giorni ho visto più filo spinato di tutti quelli messi insieme. La sera c'era la luna,  quasi piena e molto luminosa; con i pastori non più erranti ma rinchiusi dentro le stalle insieme alle pecore rimaste senza pascoli; e le stelle della bandiera d'Europa stanno a guardare.  (Continua).