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sabato 11 maggio 2013

At-Tuwani, 10 Maggio 2013


COMUNICATO STAMPA
Doppio attacco dei coloni nelle Colline a sud di Hebron: 62 alberi di ulivo tagliati durante la notte nell'ambito della 'strategia del price tag' e un campo di grano dato alle fiamme
Su un muro nelle vicinanze del luogo dove si è verificato il primo incidente i volontari hanno trovato una frase scritta in ebraico: "prezzo da pagare per coloro che rubano"
At-Tuwani, 10 Maggio 2013
Il 10 di Maggio, alle ore 6 del mattino, alcuni palestinesi del villaggio di At-Tuwani e due volontari di Operazione Colomba hanno scoperto che 62 alberi di ulivo sono stati tagliati durante la notte in un campo situato in prossimità della Bypass road 317.
Su di un piccolo muro vicino al campo di ulivi è stata notata la presenza della frase "prezzo da pagare per coloro che rubano". La "price tag" (Ebraico: מדיניות תג מחיר) è, secondo B'Tselem, il nome dato ad "atti di violenza occasionale nei confronti della popolazione palestinese e delle forze di sicurezza israeliane" commessi dalle frange più radicali del movimento dei coloni israeliani nei Territori Palestinesi. Secondo il New York Times essi: "esigono un prezzo dai Palestinesi locali o dalle forze di sicurezza israeliane per qualsiasi azione intrapresa a contrasto della loro impresa di colonizzazione".
L'uliveto appartiene alla famiglia Amor ed è stato piantato circa 30 anni fa. I membri della famiglia palestinese  presenti sul luogo dell'incidente erano particolarmente sconvolti dall'accaduto.
La prima jeep di soldati israeliani è arrivata sul posto alle ore 7 del mattino circa, seguita da un altro veicolo dell'esercito e da un'auto dell' Amministrazione Civile israeliana. Alle ore 7:30 un'auto della Polizia israeliana è arrivata nelle vicinanze del campo ed un poliziotto ha iniziato a documentare utilizzando una videocamera. Un membro della famiglia proprietaria del campo ha fornito una testimonianza all'ufficiale riguardo alla storia dell'uliveto. La Polizia israeliana non ha parlato con i volontari internazionali e non ha fornito ulteriori spiegazioni riguardanti le indagini. Intorno alle 8:00 il responsabile della sicurezza della colonia di Ma'on si è confrontato con le forze di Polizia, con alcuni militari e ha scattato alcune fotografie.
Alle ore 8:10 un ufficiale dell'Amministrazione Civile ha provato a detenere un pastore palestinese di At-Tuwani con l'accusa di mancanza di rispetto verso la sua autorità. L'uomo palestinese ha negato di essersi espresso malamente nei confronti del militare. Intorno alle ore 8:30 un soldato israeliano incaricato di analizzare le impronte ha iniziato la sua indagine sul campo. Alla fine della sua analisi ha affermato che i responsabili del danneggiamento erano in sei, cinque uomini e una donna più alcuni altri che monitoravano da lontano.
Nel pomeriggio, intorno alle 2.30 p. m., un gruppo di coloni ha dato fuoco a un campo di grano palestinese, vicino al villaggio di Tuba. Un minorenne palestinese, di sedici anni, li ha visti fuggire da lontano. Il campo appartiene alla famiglia degli Aliawad che hanno immediatamente chiamato la polizia israeliana. Quando la polizia è arrivata, il ragazzo e suo fratello sono stati portati alla più vicina stazione di polizia, Kiryat Arba, per sporgere denuncia.
Gli alberi di ulivo e il grano sono una risorsa fondamentale per i palestinesi delle Colline a sud di Hebron ed il loro danneggiamento costituisce una grave perdita economica.
Cionostante le comunità palestinesi delle Colline a sud di Hebron sono ancora fortemente impegnate nella resistenza popolare nonviolenta contro l'occupazione israeliana.
Operazione Colomba mantiene una presenza costante a At-Tuwani e nelle Colline a Sud di Hebron dal 2004.
Foto dell'incidente: http://snipurl.com/270rxvs

Operation Dove - Nonviolent Peace Corps
Palestine/Israel
Ass. Comunità Papa Giovanni XXIII

Email: tuwani@operationdove.org
Web: www.operationdove.org
Mobile: +972 54 9925773

Ad At Twvani sono stato e questo è il mio video:
http://www.youtube.com/watch?v=rTn1AANKsfI


venerdì 11 gennaio 2013

L'arte di resistere in Palestina

Giovedi 10 gennaio - Firenze, Giardino dei ciliegi
Incontro con Belal Jadou, del campo profughi di Aida, a Betlemme


Insieme a lui Silva Stefania e Laura, volontarie "internazionali" in Palestina, forza di interposizione tra i palestinesi che raccolgono ulive, parano le pecore, lavorano i campi e la violenza dei coloni sostenuti dall'esercito israeliano che impediscono loro di raccogliere le olive, pascolare le pecore, lavorare i campi.
Sono stato nel campo profughi di Aida un anno fa, primi di gennaio. E' una gabbia per polli che sta lì dal 1948, 64 anni fa. Custode della gabbia: l'ONU. Padrone della gabbia: Israele. Situazione inedita e originale della storia del mondo; un esperimento-cavia per verificare la possibilità di tenere un popolo in schiavitù tramite la costituzione di uno Stato fuorilegge, dichiarato impunibile. Si tratta di un esperimento in corpore vivi, fatto alla luce del sole, monitorato dall'ONU, eseguito da Israele per conto degli Stati Uniti e dell'Europa; per meglio dire dell'1% che detiene il potere negli Stati Uniti e in Europa, guidati - semplificando un po' - dai centri bancari di Wall Street e London City.
Per cui il valore di "Occupy Wall Street" dei giovani newyorchesi e il valore simbolico del termine Wall= muro= banche.
Belal Jadou, presente, viene prima presentato con un video che lo vede all'opera in un "circolo-gabbia-cortile-stanza-scale-solaio in veste di animatore, istruttore, di bambini e giovani dai 6 ai 17 anni. Un video fatto bene, illustrato dalle ragazze del "servizio di interposizione internazionale" (scudi umani-testimoni contro le angherie israeliane).
Bedal, nel video, ci fa vedere casa sua irraggiungibile di là dal muro, ci indica gli insediamenti dei coloni a  ridosso del campo, belle case munite di ogni confort, compresa l'acqua 24 ore al giorno contro la gabbia di Aida che dispone di acqua per un'ora al giorno: una ora.
Il salone del Giardino è al freddo, mancano i soldi per pagare il riscaldamento, siamo a rischio di chiusura, io sto al caldo dentro il giaccone imbottito e sotto la papalina di lana che mi copre gli orecchi. Bedal Jadou parla in italiano, qualcosa mi sfugge, ma non la determinazione, la chiarezza delle idee, l'intelligenza. Risponde alle domande senza divagare, non crede alle azioni di copertura buonista da parte di certi enti ed istituzioni europee, locali e nazionale, ma sa distinguere la moneta buona da quella falsa, è critico, se ho capito bene, contro certe posizioni a "governo di Vichy" dell'Associazione Nazionale Palestinese. Ritornerà nella gabbia, ma è uno spirito libero, spera di poter acquistare il circolino "Arci" gabbia-cortile-stanza-scale-solaio che ora è in affitto...
Insomma, caro amico che leggi, un conto è sentir parlare, un conto esserci stati, nella Palestina occupata due volte (1948 e 1967). Le foto che qui indico sono mie.
Non è Dachau, è Betlemme
Di qua gli umani (1 ora d'acqua al giorno) - Di là gli alieni (24 ore d'acqua al giorno)
Se ne hai voglia qui vedi le altre (tutte del campo di concentramento di AIDA)

Nota a margine

Resistenza non violenta e/o resistenza violenta; OLP e/o HAMAS.
Intendo parlarne, prima o poi. Nel frattempo annoto qui per memoria due passi di Nelson Mandela:


« Unitevi! Mobilitatevi! Lottate! Tra l'incudine delle azioni di massa ed il martello della lotta armata dobbiamo annientare l'apartheid! »

Rifiutando un'offerta di libertà condizionata in cambio di una rinuncia alla lotta armata (febbraio 1985), Mandela rimase in prigione fino al febbraio del 1990. Le crescenti proteste dell'ANC e le pressioni della comunità internazionale portarono al suo rilascio l'11 febbraio del 1990, su ordine del Presidente sudafricano F.W. de Klerk, e alla fine dell'illegalità per l'ANC. Mandela e de Klerk ottennero il Premio Nobel per la pace nel 1993. Mandela era già stato in precedenza premiato con il Premio Lenin per la pace nel 1962 ed il Premio Sakharov per la libertà di pensiero nel 1988.

giovedì 13 settembre 2012

Palestina mon amour

A colloquio con le Istituzioni
La Paola Torricini (80 anni) non mi dà pace. Oggi mi ha portato in Palazzo Vecchio presso la "VII° Commissione Consiliare Permanente, ore 11,30, all'OdG:
1 - Comunicazioni della Presidente
2 - Audizione della Sig.ra Paola Torricini una delle protagoniste del Viaggio Assopace in Palestina;
3 - Audizione del sig. Marco Romoli in merito al Convegno del prossimo 30 settembre "Pace, responsabilità per il futuro, etica, economia e pratiche di pace. Insieme per un mondo sostenibile.
4 - Varie ed eventuali.

 Ieri l'altro la stessa Paola con il Tommi suo compagno da 50 anni, mi ha trascinato in Provincia per incontrare dei consiglieri della corrispondente Commissione Pace.

Pochi giorni fa mi ha trascinato alla Coop di Ponte a Greve dove mi son trovato con D. Marco parroco nella zona, Roberto responsabile Coop, Renato dell'Associazione Giovanni Paolo II, Gabriella  , un tipo manager factotum territoriale, dove si è programmato un successivo incontro per il 26 settembre p.v. anticipatore e programmatore di una grande iniziativa di giovedi 6 dicembre p.v. in località, pare, Coop.

Tutto per colpa di quegli stronzi del Governo Israeliano, di quegli analfabeti delle Lobbies nordamericane, dell'ONU balbuziente, dell'Europa non vedente (come quei falsi ciechi visti in TV ultimamente) e soprattutto di quei Comitati di resistenza popolare non violenta dei villaggi palestinesi della Cisgiordania o West Bank che non intendono rinunciare alle loro case-grotte-capanne-olivi-pecore-sorgenti d'acqua per darle ai coloni insediati nelle colline sovrastanti su quelle case dai tetti rossi, emigrando nei ghetti di Ramalla, Betlemme, Nablus, Qalkilya, riparati da muri alti 7 metri, garantiti da torrette presidiate da giovani studenti di ambo i sessi vestiti da guerrieri moda e armi di ultima generazione. Niente da fare: i palestinesi non apprezzano la poesia del filo spinato, né la prosa dell'olivo espropriato. E ora pretendono di sostituire Davide lanciatore di pietre con Narriman Hamimi  
 cameraman, anzi camerawoman (a sinistra nella foto qui sotto). E pretendono di continuare a mettere al mondo tanti bambini, mandandoli pure a scuola.  (le due sorelle hanno ciascuna 4 bambini ).


(Narriman e Manal di Nabi Saleh, ricevute in Provincia lo scorso febbraio.)

Aggiornamento memoriale

16-18 Settembre 1982: LA STRAGE DI SABRA E SHATILA
30 anni fa, al culmine della guerra lanciata dai generali sionisti nel Libano, Ariel Sharon permise alle milizie fasciste libanesi di compiere il massacro di migliaia di palestinesi: donne, bambini e vecchi dei campi profughi di Sabra e Chatila, presso Beirut, vennero trucidati dai falangisti cristiani.
Le atrocità compiute - durate tre giorni interi - scatenarono massicce proteste, tanto da riempire le piazze in tutto il mondo. Fu questo il fattore che convinse i governi occidentali a fermare il massacro.
È l’ennesimo massacro, impunito, subito dal popolo palestinese: quelli del passato (Deir Yasin, Kufr Kasem, Lydda, Tantura e tanti altri) e quelli del presente: Qana, Tal Ezzàtar, il campo profughi di Jenin e Gaza. Israele corre sempre di più chiaramente verso uno stato di Apartheid e di razzismo organico, costruisce muri di separazione, fa uso inimmaginabile del filo spinato, espropria la terra ai palestinesi per costruirci colonie e basi militari, demolisce le case, distrugge le coltivazioni, ammazza la gente. Israele è un’entità canaglia per eccellenza.
La complicità dei governi occidentali è palese. Essi offrono sostegno politico, coperture legali e un flusso ininterrotto di denaro ed armi a Israele. Il mondo è in crisi, tante fabbriche chiudono i battenti, diritti acquisiti vengono smantellati uno ad uno, ma il sostegno al colonialismo sionista è sempre assicurato. Questo incondizionato appoggio continua a mettere a repentaglio la sicurezza e la stabilità in tutto il mondo. Un Medioriente dilaniato  dai conflitti e dalle guerre aumenta l’insicurezza economica e sociale anche in Italia. 
(Centro Falastin - Comitato Ricordare la Nakba - Comitato di solidarietà con il popolo palestinese/Torino)

martedì 5 giugno 2012

Gentiluomini israeliani


COMUNICATO STAMPA
Raccolto palestinese bruciato durante la notte vicino all'insediamento di Suseya

3 giugno 2012
At-Tuwani – Questa mattina sono state ritrovate sette cataste di raccolto bruciate in un terreno di proprietà palestinese situato vicino all'insediamento di Suseya, tra la bypass 317 e le coltivazioni israeliane, nell'area delle colline a sud di Hebron.
Attorno alle 8.00 i volontari dell'Operazione Colomba sono stati avvisati dai palestinesi del danneggiamento. Giunti sul posto gli internazionali hanno documentato sette cumuli di raccolto dati alle fiamme nel terreno di proprietà di Jamil Awad. I palestinesi, presenti sul posto per la raccolta, hanno dichiarato di aver abbandonato il campo ieri verso le 19.00 lasciando lì le messe.
La produzione agricola è una delle principali forme di sostentamento per le comunità palestinesi dell'area.
Mentre due volontari erano presenti un colono proveniente dall'insediamento di Suseya si è avvicinato al proprietario del terreno palestinese, urlando gli ha intimato di allontanarsi ed è rientrato nell'insediamento. Il palestinese ha subito chiamato la polizia israeliana, la quale non è intervenuta.

Operazione Colomba mantiene una presenza costante nel villaggio di At-Tuwani e nell'area delle colline a sud di Hebron dal 2004.
Foto dell'incidente: http://snipurl.com/23sc5ex

Per informazioni:
Operazione Colomba, +972 54 99 25 773

[Note: secondo la IV Convenzione di Ginevra, la II Convenzione dell'Aja, la Corte Internazionale di Giustizia e numerose risoluzioni ONU, tutti gli insediamenti israeliani nei Territori Palestinesi Occupati sono illegali. Gli avamposti sono considerati illegali anche secondo la legge israeliana.]


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Operation Dove - Nonviolent Peace Corps
Palestine/Israel
Ass. Comunità Papa Giovanni XXIII

Email: tuwani@operationdove.org
Web: www.operationdove.org
Mobile: +972 54 9925773

martedì 27 marzo 2012

"libero scambio" Europa- Israele: NON ORA!


Da Luisa Morgantini
Ciao a tutte e tutti,
vi invito fortemente ad inviare ai parlamentari italiani al Parlamento in Europa, la lettera in Italiano, tradotta dal Alessandra Mecozzi e redatta dal ECCP, coordinamento europeo per la Palestina affinchè votino contro la proposta
di "libero scambio" Europa- Israele. Trovate qui sotto in inglese una sintesi su ciò che si andrà a votare.
La proposta si voterà prima in Commissione esteri e poi in Inta (commercio Internazionale) il 26 aprile, a Maggio dovrebbe andare in plenaria.
E' davvero urgente ed importante inviare lettera a tutti i nostri parlamentari europei, compresi quelli del Pdl. Naturalmente una più forte pressione andrebbe fatta su Idv e Pd.
Magari oltre alle lettere fate anche telefonate e chiedete di parlare con il parlamentare o ditelo o agli alle assistenti.
I numeri di telefono li trovate sempre sul sito.

Trovate i loro indirizzi e telefoni sul sito del parlamento europeo

Dopo il trattato di Lisbona il voto del Parlamento Europeo è decisivo, se il parlamento vota contro, il Consiglio dei Ministri non può procedere.
Se si ottenesse il voto contrario, sarebbe davvero straordinario e di assoluta importanza visto che il no è legato alle violazioni dei diritti del popolo palestinese.
Un abbraccio.

Luisa Morgantini
Associazione per la pace

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URGENTE!!!!
CAre e cari,
dedicate un momento per favore a questa vicenda che riguarda la votazione prossima al Parlamento europeo dell'ACAA, ovvero di un accordo di "libero scambio" UE-Israele, in qualche modo un avanzamento dell'accordo di associazione. Socialisti, verdi e sinistra pare che voteranno contro. Mentre il gruppo dei liberali (ALDE) , che paraltro sostengono diritti palestinesi (Se ricordate niccolò Rinaldi ha partecipato a nostre iniziative su Palestina a Roma) essendo in assoluto favorevoli al libero commercio, voteranno a favore insieme a tutti gli altri di centro destra. Questo farà passare l'accordo, mentre la mancanza del loro voto non lo farebbe passare. E' tutto spiegato qui sotto in dettaglio in inglese, ma ho riassunto rapidamente in italiano il concetto.
La lista completa dei parlamentari europei la trovate più sotto, ovviamente si può scegliere, ma la pressione su socialisti, liberali e centro destra dovrebbe essere la più forte. Occorre mandare mail, richiamando alla coerenza tra le dichiarazioni sui principi fondamentali della UE nella sua politica verso altri paesi (trattato di Lisbona) e il voto ad un accordo che sarebbe di fatto un avanzamento delle realzioni UE con Israele, ovvero un paese che permanentemente viola principi e diritti umani fondamentali.
I due testi qui sotto, uno inglese dell'ECCP e uno in francese della'Associazione Belgo-Palestinese contengono gli elementi essenziali. Se qualcuno è in grado di tradurli in una più breve mail in italiano possiamo cominciare a farla girare e spedire ai parlamentari. Altrimenti vedo di farlo io la prossima settimana, perché sono in partenza per una riunione a milano domani.
CAri saluti
Alessandra


Dear all,

In March 2010, following the proposition of the European Commission, the European Council approved the signing of a protocol to the EU-Israel association agreement called ACAA (agreement on conformity assessment and acceptance of industrial products).
What is ACAA? ACAA is a mutual recognition agreement which will align the legislative systems of the EU and Israel, contribute to the eliminations of technical barriers to trade and therefore increase the accessibility of the EU’s markets to Israel and vice-versa. The sectors concerned by ACAA are machinery, electrical and construction products, toys,.. But most and foremost, ACAA is of crucial importance to Israel in the field of pharmaceuticals.
The decision of the Council was forwarded to the European Parliament for its consent. However, the committee of the European Parliament in charge of this agreement (INTA - international trade) decided to freeze the discussion on ACAA following the Israeli attack on the freedom flotilla.

A few months ago, INTA decided to "unfreeze” the discussions and asked the Foreign Affairs Committee of the European Parliament (AFET) to assess, in an opinion to be transmitted to INTA, the political context in which ACAA will be applied, assuming it is concluded.

The current balance of power, in the different Committees and the Parliament, when it comes to this agreement, is the following:
- The Socialists, the Greens and the European United Left are opposed to the agreement
- The 3 conservative groups (EPP, ECR and EFD) support the agreement
- The group of the Liberals (ALDE), quite supportive of the Palestinian cause, is this time likely to vote in favour of ACAA as its members consider that it's just a trade agreement.
Note that EPP, ECR and EFD hold together 356 seats (out of 753). They therefore need the support of the Liberals (85 seats) to adopt the agreement.

The timetable is the following:
- Discussion in AFET on the 27th of March
- Vote in AFET on the 24th of April
(most likely outcome : the AFET Committee will give its green light, stating that ACAA is a purely technical agreement and that it should not be uses as a means to pressure Israel , see for example arguments used in this article: http://www.europolitics.info/social/europe-needs-access-to-high-quality-and-affordable-medicines-art326458-26.html).
- Vote in INTA on the 26th of April
(most likely outcome : adoption of ACAA).
- Vote in plenary in May
(most likely outcome : adoption of ACAA).

We need a huge mobilisation to stop ACAA from being adopted. This is our last chance to step in and intervene in the decision-making process. ACAA is a highly symbolic agreement, and one of the very few subjected to the consent of the European Parliament. We can therefore obtain results by pressuring the Members of the European Parliament.
Could you please write to the Members of the European Parliament and activate your networks urging as many people as possible to lobby the European Parliament to block ACAA?
The full list of MEPs with their email addresses is available here: http://www.europarl.europa.eu/meps/en/full-list.html; you can also make a selection by country or political groups here: http://www.europarl.europa.eu/meps/en/search.html.
We should particularly insist upon the members of
- The Socialist group, in order to ensure they will not split during the vote
- The Liberals, the EPP, the ECR and the EFD and the non-aligned, to convince them that trade cannot outweigh human rights
For possible argumentation, please see below the statement of the ECCP in English, and the letter sent by the ABP (association belgo-palestinienne) in French.
If you have any question, please do not hesitate to ask.
Thank you very much for your support,
In friendship,
Katarzyna


Statement of the ECCP:

The EU-Israel ACAA agreement: the EU must be consistent with its own stated positions!
The Additional Protocol to the Euro-Mediterranean Agreement establishing an EC-Israel Association on an EC-Israel Agreement on Conformity Assessment and Acceptance of Industrial Products (ACAA) is currently being debated at the European Parliament and is likely to be adopted. The adoption of ACAA would contribute to the elimination of technical barriers to trade, thereby increasing the accessibility of the EU’s markets to Israel which would benefit Israeli companies, many of which are known to conduct lucrative activities in the settlements, considered by the EU and the UN to be in breach of international law.
The ECCP calls upon the European Parliament to ensure respect for the Lisbon Treaty which promotes the need for consistency: “the Union's action on the international scene shall be guided by the principles which have inspired its own creation, development and enlargement, and which it seeks to advance in the wider world: democracy, the rule of law, the universality and indivisibility of human rights and fundamental freedoms, respect for human dignity, the principles of equality and solidarity, and respect for the principles of the United Nations Charter and international law… The Union shall ensure consistency between the different areas of its external action and between these and its other policies. The Council and the Commission, assisted by the High Representative of the Union for Foreign Affairs and Security Policy, shall ensure that consistency and shall cooperate to that effect”.
Moreover, the “Joint Communication to the European Parliament and the Council on Human Rights and Democracy at the Heart of EU External Action”, recently presented by Catherine Ashton, stipulates that “the EU’s trade and human rights agenda needs to be coherent, transparent, predictable, feasible and effective”.
When it comes to the stated positions of the EU on the Middle East, they could not be clearer - both in relation to Gaza and reiterated EU calls to lift the blockade, as well as the West Bank and the illegality of the settlements, which the EU considers to be an obstacle to peace. In addition, in the past months, three internal EU reports by the EU Heads of Missions in the OPT thoroughly described human rights violations committed by Israel in the West-Bank (including East-Jerusalem) and against the Palestinian citizens of Israel itself.
In this context, the consistent trade policy regarding Israel would be rejection of the ACAA, or any other agreement, that would in any manner benefit Israel and/or its industries. This is a question of credibility, accountability and justice. We therefore urge you not to consider those values as irrelevant or subordinate to short-term trade interests. At stake are the EU’s long-term strategic interests, as well as its credibility as defenders of human rights.
For all the reasons stated above, ECCP is calling for the unambiguous rejection of the EU-Israel Agreement on Conformity Assessment and Acceptance of Industrial Products.

Letter of the ABP:

Madame la députée,
Monsieur le député,
Comme vous le savez certainement, le Protocole additionnel ACAA fait l’objet de discussions en ce moment au sein des Commissions des Affaires Etrangères et du Commerce International du Parlement Européen. Ce Protocole additionnel permettrait de renforcer les relations UE-Israël en facilitant l’accès des produits industriels israéliens au marché européen grâce à une seule et unique procédure de certification.
Ceci est très grave : les violations répétées des droits de l’homme et du droit international par Israël sont répertoriées aussi bien par les institutions internationales (ONU, Banque mondiale etc .) que par EU elle-même comme le prouve le dernier rapport des chefs de missions en poste à Jérusalem.
Or, selon le Traité de Lisbonne, « L'action de l'Union sur la scène internationale repose sur les principes qui ont présidé à sa création, à son développement et à son élargissement et qu'elle (=l’UE) vise à promouvoir dans le reste du monde: la démocratie, l'État de droit, l'universalité et l'indivisibilité des droits de l'homme et des libertés fondamentales, le respect de la dignité humaine, les principes d'égalité et de solidarité et le respect des principes de la charte des Nations unies et du droit international. »
De plus, le Traité de Lisbonne ajoute : « L'Union veille à la cohérence entre les différents domaines de son action extérieure et entre ceux-ci et ses autres politiques.» Ce principe est répété dans la communication conjointe adressée au Parlement et au Conseil des droits et de la démocratie, présentée par Catherine Ashton en décembre 2010 : « l’agenda commercial et celui des droits de l’homme de l’UE doivent être cohérents, transparents, prévisibles, réalisables et efficaces. »
Or les positions de l’UE sur le processus de paix au Moyen-Orient, sont claires qu’il s’agisse de la bande Gaza dont l’UE demande la levée du blocus ou de la Cisjordanie et des colonies que l’UE considère comme un obstacle à la paix. Par ailleurs, ces derniers mois, trois rapports internes des chefs de mission de l’UE dans les Territoires occupés décrivent dans les détails les violations des droits de l’homme commises par Israël en Cisjordanie (Jérusalem-est incluse) et en Israël contre le peuple palestinien.
Les conclusions du Conseil d’Association UE-Israël de février 2011 mentionnaient déjà des situations que l’UE considère comme en contradiction avec le droit international et au regard de ses propres dispositions et engagements légaux, à savoir :
- la poursuite de la colonisation dans les Territoires occupés (par. 7 et 8)
- le blocus de Gaza (par.11)
- le droit des minorités israéliennes (par. 20)
- les ONG (par.27)
Dans ce contexte, la cohérence implique que l’on rejette l’accord ACAA et tout accord qui profiterait à Israël et à ses industries. C’est une question de crédibilité, de responsabilité et de justice. Valeurs qui ne peuvent être mises sous le boisseau pour une politique commerciale à court terme. Il s’agit de ne pas oublier non plus qu’en cette période de mutation dans le monde arabe, l’UE sera jugée sur ses actes et non sur ses déclarations de principe. Il serait absolument incompréhensible que le Parlement européen, et les députés qui nous représentent dans cet hémicycle, ferment les yeux sur les violations multiples et répétées commises par Israël dans la région et fassent passer la politique commerciale de l’UE avant ses engagements en termes des droits de l’Homme, de justice, et de respect du droit international.
En vous remerciant pour l’attention particulière que vous accorderez à cette requête, je vous prie de croire, Madame, Monsieur, en l’expression de nos meilleures salutations.

-- 
Katarzyna Lemanska
Coordinator
European Coordination of Associations and Committees for Palestine
115 Rue Stevin, 1000 Brussels, Belgium
Tel : 00 32 (0)2 230 28 48

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mercoledì 15 febbraio 2012

Il pastore e i coloni

Il pastore e i coloni
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La salvezza dello Stato più militarizzato del pianeta dipende dal se e come Israele riuscirà a fermare il riprodursi dei sanguinari pastori di capre palestinesi e degli instancabili coltivatori di aranceti.
E’ per questo che Dio ha scelto questa gente, cioè gli illegali coloni israeliani, per attaccare brutalmente i contadini palestinesi. Specialmente quel losco individuo che abbiamo incontrato sulla via che ci portava a Nablus.
Questo malcreato estremista agricolo insiste a voler coltivare il suo campicello, perché d’accordo con la sua stupida religione crede che sua moglie e i figli abbiano bisogno di mangiare. Il problema è che questi eletti del Signore hanno ricevuto una bozza del progetto divino in cui la sua piccola azienda non figura, ragion per cui deve essere distrutta.

Stiamo parlando di una persona che vive con la moglie e 5 figli isolata nella campagna con letteralmente 18 aranci, alcuni alberi di fico, un aratro tirato da un asino e poche piante di limoni. Egli è indubitabilmente  una minaccio per la sicurezza di Israele.
I coloni son venuti ed hanno bruciato la casa. Se ne è fatta un’altra e i bastardi eletti l’hanno buttata giù con un bulldozer. L’esercito israeliano è intervenuto e naturalmente come in tutte le migliori azioni cinematografiche ha arrestato i cattivi, cioè due dei figli del contadino. I quali sono ora in “detenzione amministrativa” nelle prigioni israeliane. Questo vuol dire che nessuno accusa è stata loro mossa e tuttavia possono essere detenuti per un periodo di 6 mesi, rinnovabile (ah,la bellezza di un territorio militarmente occupato). Il contadino vive ora con tutta la famiglia in quello che era l’alloggio del ciuco, naturalmente insieme al ciuco, perché altrimenti i coloni verrebbero di notte ad ammazzarlo. 

Esser pastore in Palestina è non meno un crimine che essere un contadino agli occhi degli eletti da Dio. Questo è il motivo per cui dei volontari internazionali debbono andare ogni giorno al pascolo insieme col pastore palestinese e le sue capre. Ma non per scrivere poemi bucolici che si è usato fare, piuttosto per impedire ai bastardi di attaccare le pecore. Certo è più difficile proteggere le capre. Il Dio delle capre non ha mai insegnato loro a distinguere l’erba avvelenata da quella buona e perciò muoiono in gran numero, così vanno nel paradiso delle capre, con dei bei prati verdi e senza coloni illegali.


Abbiamo incontrato un giovane volontario italiano di Recanati, città di poeti famosi, che aiuta i contadini palestinesi a raccattare le olive. Ah, da dire che dio ce la con gli olivi? No, bene, ora ti spiego. Succede questo perché quei bastardi eletti da dio attaccano i palestinesi quando provano a raccogliere le loro olive. Volontari internazionali insieme ad israeliani   pacifisti vanno con i palestinesi neglii uliveti e vengono bastonati e colpiti dai coloni. Se sono fortunati.  Se non lo sono si prendono gas lacrimogeni, vengono colpiti  e arrestati dall’esercito israeliano. Innumerevoli piante di olivo sono state distrutte dagli illegali coloni israeliani o dall’esercito perchè gli olivi non hanno mai imparato a fuggir via in tempo utile, poveri cristi.
Dal blog di Mirco Tomasi (traduzione di Barbabianca)
Notizia di oggi 16 febbraio 2012:
Israele distrugge olivi, cisterne d'acqua e stalle (in casa d'altri):
 http://baracchesempreverdi.blogspot.com/2012/02/demolizione-controllata.html

venerdì 27 gennaio 2012

l’industria dell’olocausto


l’industria dell’olocausto
Norman G. Finkelstein L’industria dell’olocausto Lo sfruttamento della sofferenza degli ebrei BUR 2004 ! 8,50
L’olocausto ha dimostrato di essere un'arma ideologica indispensabile grazie alla quale una delle più formidabili potenze militari del mondo, con una fedina terrificante quanto a rispetto dei diritti umani, ha acquisito lo status di «vittima», e lo stesso ha fatto il gruppo etnico di maggior successo negli Stati Uniti. Da questo specioso status di vittima derivano dividendi considerevoli, in particolare l'immunità alle critiche, per quanto fondate esse siano.
http://www.vho.org/aaargh/fran/livres3/NFOlocausto.pdf

Nabi Salih (West Bank, Palestina) - 13 maggio 2011: video

Palestina, 30 dicembre 2011: video di Barbabianca

domenica 22 gennaio 2012

Sette giorni nella Palestina occupata II


seconda giornata, venerdi 30 dicembre,  Da Gerusalemme a Nablus
Nablus

Il muro lungo la via
Dai finestrini del pullman abbiamo il primo impatto con il famigerato muro bordato di rotoli di filo spinato che si è insinuato come una metastasi verso Gerusalemme, ben al di là della linea verde, presidiato da decine di checkpoint. Attraversiamo una zona brulla, caratterizzata da alture separate da piccole valli. In cima a molte colline  si ergono le case delle colonie israeliane. Esse sono generalmente costruite in cerchi concentrici, con un misto di architettura civile e militare e hanno una duplice funzione, di aggressione e di difesa, in quanto la loro posizione garantisce il controllo territoriale e militare delle aree circostanti. La collina viene inizialmente occupata da un presidio militare, successivamente vengono portate delle case mobili, infine si dà il via alla costruzione definitiva. Tutto ciò è il risultato della sistematica confisca delle terre che ha portato all’assurda situazione odierna che vede i palestinesi israeliani, che rappresentano il 20% dell’attuale popolazione dello stato di Israele, detenere non più del 3% della terra, mentre il 93% della superficie del paese è stata dichiarata “suolo demaniale”. Decine di villaggi arabi non vengono semplicemente riconosciuti e conseguentemente privati della proprietà e dei servizi (acqua, elettricità, servizi sanitari ecc). Si sta progressivamente realizzando quel progetto politico noto come piano “Stella di Davide” il cui obiettivo è creare una maggioranza ebraica nelle regioni a prevalenza araba, spezzando nel contempo la contiguità territoriale fra le zone occupate da palestinesi. Già alla fine del 2006 erano in Cisgiordania circa 200 insediamenti con 527.000 coloni, il 43% dei quali vivevano in insediamenti intorno a Gerusalemme Est. Dopo lo scoppio dell’Intifada di al-Aqsa sono state realizzate altre 15 colonie ebraiche.  Si può ragionevolmente affermare, pur se in modo approssimativo, che dall’inizio della colonizzazione Israele abbia speso per gli insediamenti 80 bilioni di dollari, finanziati in larga misura dal governo americano.
Ogni tanto, soprattutto nelle zone pianeggianti, appaiono piccoli appezzamenti lavorati strappati alla pietrosità del suolo.
Il contadino  e il caravanserraglio

 Si lascia la strada principale per quella vecchia che si addentra in territorio palestinese. In una bella valle ci fermiamo vicino ad un vecchio caravanserraglio ormai cadente e ci avviciniamo ad un campo lavorato che ospita una bella piantagione di agrumi. Sulla collina soprastante sorge un insediamento dei coloni. Un contadino ci viene incontro e inizia a raccontare la storia delle sue giornate, le angherie che lui e la sua famiglia sono costretti a subire da parte dei coloni che spesso scendono nella valle per attaccarli. Oggi non c’è scuola e tutta la famiglia è a lavorare nel campo perché, ci spiega il contadino con i baffi, i figli si affezionino sempre di più alla terra e la sentano una cosa loro, da mantenere  e curare. Nel frattempo il ragazzo più grande sta arando una striscia di terreno con un aratro a chiodo trainato da un asinello, mentre la moglie, che ci dice di chiamarsi Tagrid, cuoce delle focacce appena impastate su una piastra di ferro scaldata su un fuoco di legna. Sorride e ci offre volentieri un assaggio. I bimbi più piccoli lasciano la zappa e offrono a tutti mandarini, limoni e spremute di agrumi. Siamo stupiti e commossi, in quel momento sentiamo di odiare quei coloni ancora di più.

 Nablus, montagna di fuoco


(gente di Nablus: foto di Alessandra)
Dopo un giro fra le rovine del bel caravanserraglio ottomano, si riparte per Nablus. Questa è una città di 134.000 abitanti e sorge in una stretta gola larga meno di 1 km fra due monti alti circa 900 metri. La città vecchia di Nablus, Shechem, si sviluppò intorno a una fonte sotto quello che oggi è il campo profughi di Balata.  Divenne famosa in tutto il mondo arabo per la produzione di sapone, tessuti di cotone e dolci. Durante la rivolta del movimento nazionale palestinese del 1936, Nablus fu la prima città a creare un Comitato Nazionale Palestinese. Per la sua posizione di avanguardia contro l’occupazione, fu soprannominata Jabal en-Nar (montagna di fuoco). Nella primavera del 1963, i movimenti di liberazione della Palestina dichiararono Nablus “repubblica di Palestina”. L’occupazione israeliana portò a molte forme di repressione e a molti attentati, fra cui uno nel 1980 al sindaco  che sopravvisse allo scoppio della sua auto, ma perse entrambe la gambe e fu arrestato. Nel 1995 Nablus divenne città autonoma, area A, ma fu completamente circondata da insediamenti  ebraici.
Arriva un uomo (anche lui, come tutti quelli che abbiamo incontrato e incontreremo in seguito, conosce bene Luisa, l’abbraccia e ringrazia per la nostra visita. Conosce bene la storia della sua città e insieme a due giovani ci guidano alla visita della città vecchia. Sulle pareti delle case appaiono i manifesti raffiguranti i caduti della prima e seconda intifada. Ci infiliamo nel labirinto di stradine e vicoli, spesso scavati sotto le abitazioni con scure gallerie. Molti sono gli edifici storici di epoca ottomana ma anche mamalucca, crociata e bizantina. Intorno ai portoni di antichi edifici ogni tanto appaiono caratteristiche decorazioni geometriche e molti sono gli scorci interessanti, anche se purtroppo negli angoli più appartati si ergono  cumuli di spazzatura di ogni tipo. Molte abitazioni sono fatiscenti e abbandonate ed anche una bella antica fabbrica di saponi mostra i segni del bombardamento subito dall’esercito israeliano nel 2002. Nablus era famosa in tutto il medio oriente per la sua fiorente industria di saponi che venivano esportati fino in Europa. Anche adesso il sapone di Nablus è ampiamente diffuso nel mondo arabo per le sue proprietà naturali, sfruttando l’olio d’oliva che qui viene soprannominato “oro verde”.  Ad un incrocio ci assale un forte odore di spezie e si invade tutti questo enorme e tortuoso magazzino per i nostri acquisti di saponette e spezie varie. Le foto sono d’obbligo.
 Si giunge alla piazza dei martiri, dove il giovane che ci ha accompagnato ci mostra la sua casa dove sono stati uccisi alcuni suoi familiari e ci racconta l’attacco dell’esercito israeliano del 2002 durante la prima Intifada.  Nablus oppose una strenua resistenza all’esercito e ai carri armati che avanzavano in città distruggendo e uccidendo, tanto da meritarsi il soprannome da parte degli israeliani di “capitale del terrorismo”. Fu bombardata ripetutamente e assediata per molto tempo. Nell’aprile del 2002 fece il suo ingresso in città l’esercito israeliano e la popolazione, ormai stremata e vessata dalla presenza di sette checkpoint che la circondavano, subì da luglio a metà ottobre un coprifuoco quasi permanente, tolto solo per 79 ore complessivamente.
Luisa continua a presentarci persone che la salutano affettuosamente, incluso il babbo di un bambino ucciso a 11 anni. Nella sede dell’Associazione palestinese Human Supporters ci presenta un signore che è stato in  carcere per 32 anni dopo essere stato arrestato a soli 15 anni.  Racconta la sua storia anche una donna, ora assistente sociale, che ha un incontro molto affettuoso con Luisa.  Essa è stata arrestata incinta, ha avuto il figlio in carcere, dove lo ha allevato per 5 anni. Anche il figlio è presente, è ormai adulto ed anche lui, come gli altri, vuole farci conoscere le sue vicende e spiegare ancora la drammatica situazione in cui sono costretti a vivere (quando si riparte da Nablus salirà con noi in pullman). Si termina la socializzazione, trovandoci a mangiare insieme intorno ad un tavolo improvvisato, dove troneggia un dolce spettacolare a base di formaggio fuso ricoperto di miele e marmellata, il “kunafa”. Squisito.
(dal diario di Fiorella e Piero - continua)

martedì 17 gennaio 2012

I bambini vittime dei coloni.


La camionetta come deterrente contro la matta bestialità dei coloni che aggrediscono i bambini palestinesi.

I bambini vittime dei coloni.

Nel villaggio di At-Tuwani, in piena West Bank (territorio palestinese), a partire dal 1997 alcuni coloni israeliani hanno illegalmente preso possesso di un appezzamento di terreno tra Tuwani e un villaggio limitrofo ancora più piccolo, creando quello che viene chiamato l’insediamento di Havat Ma’on; insediamento che i bambini palestinesi sono costretti ad attraversare ogni giorno per recarsi a scuola (si tratta di una strada di poco meno di un chilometro) diventando bersaglio delle violenze dei coloni (fatte di lanci di oggetti, sassaiole e, nei casi più estremi, anche di rapimenti e percosse). Tutto nel silenzio della comunità internazionale che, pur ritenendo illegali gli insediamenti, non ha mai usato misure di enforcement contro il governo israeliano il quale, oltre a non condannare questi atti, offre anche incredibili incentivi e sgravi fiscali a tutti coloro i quali vogliano trasferirsi lì.
Continua qui
Aggiornamento del 20 gennaio:



Alle ore 13:00 Luai Khalil Rabai di 11 anni e Islam Ahmed Rabai di 13 anni sono rimasti feriti da un ordigno inesploso, mentre pascolavano il loro gregge in terre di proprietà  palestinese nei pressi di Jinba. 
Un elicottero militare israeliano ha trasportato i due bambini feriti all'ospedale Soroka di Beer Sheva. I due minori dovranno subire un intervento chirurgico agli arti inferiori e i medici hanno dichiarato che non sono in pericolo di vita. Al momento non si hanno altre notizie sullo stato di salute dei due bambini.

 Il villaggio palestinese di Jinba, a 5 chilometri dalla Green Line, si trova nelle vicinanze dell'omonima base militare israeliana. A partire dagli anni '70 un'ampia porzione della zona intorno al villaggio viene utilizzata dall'esercito israeliano per l'addestramento militare e denominata Firing Area 918.


Operazione Colomba mantiene una presenza costante nel villaggio di At-Tuwani e nell'area delle colline a sud di Hebron dal 2004. 


Foto dell'incidente: goo.gl/DOZUE
Per informazioni:
Operazione Colomba, +972 54 99 25 773



([Note: secondo la IV Convenzione di Ginevra, la II Convenzione dell'Aja, la Corte Internazionale di Giustizia e numerose risoluzioni ONU, tutti gli insediamenti israeliani nei Territori Palestinesi Occupati sono illegali. Gli avamposti sono considerati illegali anche secondo la legge israeliana.


(email inviata da "Operation Dove")


mercoledì 11 gennaio 2012

Ricordando Vassem

Resistere per esistere
ricordando Vassem
Quando sulla nostra stampa si parla o per lo meno si parlava fino a qualche tempo fa (ora sull'argomento c'è il silenzio) di palestinesi, le immagini che venivano fatte apparire erano foto di giovani e ragazzi scalmanati che gettavano pietre, ogni tanto quelle foto terribili di autobus o bar saltati in aria per colpa di un kamikaze (anche donna) e per completare il quadro, le foto di una o due città israeliane dove erano caduti, producendo danni, i missili di Hamas? E gli ebrei? Li si poteva pensare come più o meno distinti signori desiderosi solo di vivere in pace sulla terra che, dopo tanti secoli di persecuzione, erano riusciti ad avere. E come l'avevano abbellita questa terra in parte arida: giardini, orti lussureggianti, grandi case di pietra bianca con i tetti rossi, ideate da architetti europei dotati di una solida preparazione urbanistica. E guardate invece le affollate città arabe piene di traffico disordinato, di rumori e anche di una quantità eccessiva di angoli sporchi e trasandati.
E allora val la pena di muoversi per andare a vedere questo contrasto in una terra su cui per migliaia di anni sono vissuti insieme pacificamente pastori e contadini, ebrei e arabi, entrambi appartenenti a una varietà umana (voglio evitare la parola razza) cosiddetta semita. E così siamo andati in Palestina e  per quanto ci si aspettasse una situazione niente affatto rassicurante, abbiam dovuto, forse anche a malincuore, perché si tratta di sentimenti che incupiscono e rendono più pesante la vita, ripeto, abbiamo dovuto far posto a un sentimento amaro e ostile che assomiglia forse all' odio, certamente al disprezzo, quando abbiamo visto sulla strada che porta a una scuoletta di campagna un gruppo di bambini protetti da soldati e da volontari, perché i coloni israeliani, spesso anche donne e bambini, non scherzano nel tirare sassi e calci nelle gambe. E non scherzano neppure nel gettare dall'alto immondizia nelle strade dei palestinesi tanto che le buie strade tortuose che sono i loro suq sono spesso protette da reti messe dai soliti soldati. Succede così che i soldati sono meglio dei civili, quando questi di civile non hanno proprio più nulla e a noi che viviamo in città tranquille, certo un po' inquinate dal traffico, ma con le vie che s'incrociano ad angolo retto, tutte animate da bei negozi illuminati, cosa è sembrata Hebron, una città fra le più antiche, se non un campo di concentramento chiuso qua e là da filo spinato e da muri che hanno mozzato le strade, da inferriate dietro cui sono prigioniere case e persone, con molte vie un tempo animate da negozi pieni di colori ora ridotte a una sequela di porte di ferro (qui il legno non si usa) sprangate. Ma come fanno questi coloni europei che hanno abitato belle città d'Europa a vivere in questo orrendo incastro di strade, di fili di ferro e di muri che bloccano all'improvviso il passaggio, dove sono allo stesso tempo assedianti e assediati? E' vita questa per loro? E' sufficiente sentirsi popolo eletto per cancellare la tristezza di una vita così? Del resto foto e documentari li mostrano aggressivi e urlanti, sicuri di non dover cedere davanti a quell'umanità di serie B sul collo della quale posano pesantemente i piedi. E intanto sanno che intorno alla città assediata e assetata, perché loro si appropriano dell'acqua per quanto possono, già sta crescendo una cintura di insediamenti che finirà per soffocare il nemico insopportabile. Perché questo è molto evidente: gli arabi e i palestinesi in particolare sono appunto una razza inferiore ed è giusto che se ne vadano via e si riuniscano agli altri arabi a cui somigliano.
Le cose che abbiamo visto sono anche molte altre e compaiono in documentari che mostrano molto efficacemente aspetti durissimi del quotidiano, dalle lunghe soste ai ceck-point per poter andare al posto di lavoro, alla fatica necessaria per riuscire a raccogliere le olive della propria terra, cosa che solo la presenza dei soldati (ancora una volta) rende possibile, sotto gli insulti e le grida isteriche di donne e uomini che preferirebbero farle marcire tutte piuttosto che lasciarle a quei cani di palestinesi.
Nel frattempo che fanno quei cani di palestinesi? Devo dire che ci siamo quasi stupiti di come li abbiamo visti al momento. Sembra che il tempo delle intifade sia passato, anche se a noi la situazione è sembrata esplosiva, con l’avanzare continuo degli insediamenti che si diffondono sul territorio della Cisgiordania come bubboni di una peste nera. La parola d’ordine che abbiamo riscontrato dovunque è: resistenza senza le armi, “resistere per esistere”. Si resiste ricostruendo (anche per tre volte!) case distrutte che forse saranno di nuovo abbattute, lavorando i campi sotto le ingiurie dei vicini coloni, liberando i dintorni della casa dall’immondizia che è stata scaricata lì vicino. Ho davanti una serie di persone, di visi giovani e determinati ma sereni, qualche volta perfino sorridenti, come il giovane padre del villaggio di Attuani che ci raccontava mentre il bimbetto di due anni giocava a nascondino tra le sue gambe. O il giovane di Bil’in a cui piaceva molto parlare e rideva divertito mentre raccontava l’episodio quasi comico di come aveva rischiato la vita, durante la lotta a oltranza per fare arretrare il muro rubaterra a protezione di un insediamento di coloni sorto nuovo di zecca davanti a loro. E’ in questo villaggio che sono morti in seguito allo scoppio dei lacrimogeni due giovani, fratello e sorella, ed è sempre lì che, sotto la pioggia dei lacrimogeni è stata posta la semplice tomba che ricorda la morte di quel giovane, Vassem, di cui abbiamo trovato l’immagine in varie case, accanto a molte altre foto di giovani uccisi, i martiri, come dicono loro. Tra questi non c’è nessun kamikaze. E’ stato per noi molto educativo l’incontro con queste persone che nella situazione drammatica in cui si trovano hanno la forza di praticare questa scelta di compostezza e maturità che è la resistenza non violenta.
Ci sarà una realtà europea che voglia soffermarsi a fare una valutazione di questa situazione secondo criteri umani? Chi ha accettato la fine del colonialismo, chi ha considerato positiva la fine dell’apartheid in Africa in nome del rispetto dei diritti umani non ha scampo, perché nei territori occupati molti diritti vengono violati, prima di tutto quello della dignità della persone.
E noi che siamo stati testimoni diretti, per nostra volontà, di questa situazione, che cosa possiamo fare ora?
(Paola)

mi strappò lo zaino dalla schiena e lo gettò nel fango


Come sono diventato un ‘terrorista’.
pubblicato in Haaretz quotidiano israeliano il 23.12. 2011

All’ eta’ di 16 anni, varcando le porte d’acciaio delle prigioni militari israeliane, non avrei mai potuto ritornare alla mia vita precedente. L’avamposto di Levinger, la violenza dei suoi coloni, avevano cambiato in modo permanente la mia vita.
Di Abdelrahman Al Ahmar
La prima volta che venni attaccato da un colono israeliano avevo 14 anni. Stavo andando a scuola quando un uomo armato, con addosso un copricapo e che se ne stava a fianco di alcuni soldati israeliani, mi strappò lo zaino dalla schiena e lo gettò nel fango. Ciò non avvenne lo scorso mese, ne’capitò vicino a un nuovo avamposto a Nablus. Questo successe 30 anni fa, sulla strada principale verso Betlemme, vicino al campo profughi di Deheisheh, dove abitavo. Questo colono non era semplicemente una persona disadattata e delusa. Era, appresi più tardi, il padre del progetto religioso d’insediamento – il rabbino Moshe Levinger.In quei giorni, i coloni e i bus della Egged nelle loro vie da e per i nascenti insediamenti nell’area, passavano direttamente attraverso il campo. I loro veicoli erano spesso gli obiettivi del lancio di molte pietre: chi tra noi voleva che israeliani armati utilizzassero le nostre strade? Levinger voleva dimostrare a noi chi era il capo. In un primo momento fermava la sua auto, ci inseguiva e tentava di attaccarci. Urlava ai soldati che presidiavano la strada di arrestare e colpire i bambini, I soldati allora sparavano i gas lacrimogeni e giocavano con noi al gatto e al topo nei vicoli del campo. Incoraggiato dal supporto dell’esercito, Levinger a i suoi seguaci ‘pionieri’ entravano nel campo e aprivano il fuoco a caso. Ne conseguivano scontri. I soldati allora accorrevano e arrestavano, mentre Levinger e i suoi amici ritornavano alle loro auto per guidare fino a casa, nei loro insediamenti. La violenza divenne un fatto quotidiano. Questo rappresenta cosa era la vita per me e i miei amici durante quegli anni. Per Levinger e il suo movimento nazionalista, tutto ciò costituiva un ostacolo ai loro spostamenti da e per Gerusalemme.Per placare questi campioni di Sion, le forze di difesa israeliane alla fine eressero attorno a Deheisheh una recinzione alta 9 metri e sormontata da filo spinato. Le migliaia di residenti del campo ora avevano una singola via di accesso e di uscita, presidiata da soldati, così che sembrava di vivere in una prigione. Un coprifuoco dopo le sette di sera venne imposto per anni.I coloni avevano vinto: si erano impossessati dell’unica via di accesso a Deheisheh e della parte sud del West Bank, e avevano messo noi arabi in gabbia. Prendendo atto della sua invincibilità, il padre del movimento dei coloni – non una frangia radicale della estrema destra, ma lo stesso Levinger – creò allora un ‘avamposto’, un nuovo insediamento, lungo la strada di fronte il campo. Lo fece con un casa mobile, dove issò una bandiera israeliana, dichiarando questo come il primo insediamento vicino alla tomba di Rachele. Protetto dai soldati delle forze di difesa israeliana, invitava i suoi amici pionieri e dava feste fino a tarda notte, mentre noi rimanevamo sotto il coprifuoco. Come nel caso di Hebron oggigiorno, i soldati mettevano Deheisheh sotto coprifuoco diurno quando l’insediamento veniva visitato da delegazioni di coloni affini alle loro idee. Ogni giorno portava un nuovo incubo – scontri, coprifuochi, gas lacrimogeni, chiusura delle scuole. Le nostre case venivano colpite di notte e vedevamo i nostri amici, le nostre madri e le nostre sorelle attaccate. Con il supporto dell’esercito israeliano, quest’uomo, l’amato rabbino del movimento religioso dei coloni, stava distruggendo le nostre vite. Non vedevamo nessun segnale di fine a tutto ciò, soltanto più israeliani in procinto di spostarsi nei nostri quartieri e rendere le nostre vite un inferno. E così un gruppo di noi ragazzi – in sei, tra i 13 e i 16 anni – si organizzò e combatté nell’unico modo in cui sapeva farlo: con pietre e con poche improvvisate bottiglie riempite di cherosene e uno stoppino fissato all’interno. Le lanciavamo verso l’avamposto e ai soldati che stavano permettendo di distruggerci la nostra infanzia. Nessuno fu ferito. E a metà di una fredda notte d’inverno, soltanto pochi giorni dopo che c’eravamo organizzati, un poliziotto in borghese dei servizi segreti israeliani, scortato da un grande contingente dell’esercito, rastrellò le nostre case, ci prese tutti quanti per sottoporci a interrogatori e torture e arrestarci. Lea Tsemel, il nostro avvocato israeliano, dichiarò di fronte al giudice militare che “ erano solo ragazzi”. Il giudice rispose con una sentenza che ci condannava a tutti e sei dai quattro ai sei anni di prigione per attività terroristiche. Mia madre svenne in tribunale: il suo figlio primogenito, per il quale lei aveva aspettato per anni, le veniva portato via per sempre. Sì, per sempre, perché a 16 anni, varcando le porte di acciaio delle prigioni israeliane, non sarei mai più potuto ritornare alla mia vita precedente. L’avamposto di Levinger, la sua violenza da colono, cambiarono in modo permanente la mia vita. I miei amici ed io eravamo adesso ”terroristi” e per i successivi 20 anni, saremmo stati presi dalle porte girevoli degli interrogatori israeliani e delle detenzioni amministrative. Alla fine, l’avamposto di Levinger è stato smantellato dall’esercito, che aveva deciso che era troppo difficile da proteggere a causa dei lanci di pietre dei bambini di Deheisheh.
Adesso ho 44 anni – come gli anni dell’occupazione israeliana – sono sposato e ho 4 figli. Sto finendo il mio tirocinio così che potrò diventare avvocato. Ed ancora le azioni dei pionieri di Levinger – non di una frangia particolare, ma atti del movimento tradizionale dei coloni – mi spaventano. Ovunque io possa muovermi, ci sono delle restrizioni e il mio nome è ancora “nel computer”. Sono una minaccia alla sicurezza se voglio assistere alla nascita di mio figlio all’ospedale di Gerusalemme, e mi viene rifiutato il visto per poter andar a far visita alla mia anziana suocera a New York, perché, secondo le autorità statunitensi,” potenzialmente potrei intraprendere azioni terroristiche”.
Mi sarei dovuto comportare in modo differente all’epoca? Suppongo che se un colono israeliano dovesse strapparmi lo zaino dalla schiena e buttarlo per terra oggi, probabilmente scriverei un reclamo. La violenza da entrambe le parti è una parte importante del problema, non la soluzione. Il progetto degli insediamenti, nella sua stessa essenza e non in una delle sue frange, era e rimane marcio e intrinsecamente violento. Noi palestinesi abbiamo lottato a lungo per interrompere questo progetto, che viola i più elementari diritti del diritto internazionale, e per questo siamo stati etichettati come terroristi. Oggi la società israeliana potrebbe pagare il prezzo a livello esistenziale del progetto degli insediamenti, ma noi palestinesi lo abbiamo pagato con i nostri corpi, le nostre vite e il nostro futuro.
Abdelrahman Al Ahmar proviene dal campo profughi di Deheisheh. Oggi è il vice sindaco eletto del comune di Doha, vicino a Betlemme e Deheisheh.
traduzione a cura di Domenico Tucci - AssoPace- Palestina
(email di Luisa Morgantini)