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sabato 27 giugno 2009

La coscienza di Zeno

L'incoscienza del mondo




Trieste, Piazza Hortis, maggio 2006. Paola incrocia Ettore Smidht  mentre si sta dirigendo verso la Biblioteca-Museo, da cui lei è appena uscita.


Il tema d'italiano dato alla Maturità ha offerto l'occasione a tanti di ricordare questo triestino, mezzo italiano e mezzo svevo, vissuto a cavallo della prima guerra mondiale tra la sua fabbrica di vernici per uso marittimo - mi pare di ricordare - e la frequentazione letteraria con personaggi tipo James Joyce che faceva lezioni a lui per pagarsi vitto alloggio e scuola di canto per opera! A Svevo mi legano ricordi di scuola (relazione su di lui e le sue opere al concorso di abilitazione all'insegnamento..) e di paesaggio sentimentalmente partecipato (visita di 3 gioni a Trieste di pochi anni fa insieme a Paola. Vedi foto).

Scrittore moderno, anche, purtroppo, nel morire (incidente d'auto).


Faccio seguire qui una riflessione di Paola scritta allora e riportata in questo blog, in data maggio 2006, taggato Trieste.


Di Svevo non leggo da tempo le opere, ma, come non ho amato particolarmente i primi romanzi, così ho invece serbato un ricordo riconoscente alle opere mature: la Coscienza di Zeno e Storia del buon vecchio e della bella fanciulla. Che peccato quella sua morte accidentata e prematura e qui non penso certo solo allo scrittore, ma all’uomo che sapeva intrecciare riflessione profonda a ironia e cordialità di modi. I suoi furono davvero pensieri trasgressivi e nuovi nella cultura vacua e parolaia del dannunzianesimo e in parte anche del futurismo. E anche, anzi soprattutto, guerrafondaia. Quanto lontano il mondo di Svevo, proiettato nella ricerca della complessità e contraddittorietà interiore dell’uomo e consapevole del pericolo che incombeva su quell’umanità stravolta appena uscita da una guerra e in procinto di sprofondare in un’altra di dimensioni ancora più tragiche. (Paola)


E qui faccio seguire la pagina finale della "Coscienza di Zeno" - anno 1925,


senza commento ( ma con la sottolineatura di un punto che è un mio pallino-incubo):




Quando i gas velenosi nn basteranno più, un uomo fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo incomparabile, in confronto al quale gli esplosivi attualmente esistenti saranno considerati quali innocui giocattoli. Ed un uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po' più ammalato, ruberà tale esplosivo e s'arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà un' esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie.


La vita attuale è inquinata alle radici. L’uomo s’è messo al posto degli alberi e delle bestie ed ha inquinata l’aria, ha impedito il libero spazio. Può avvenire di peggio. Il triste e attivo animale potrebbe scoprire e mettere al proprio servizio delle altre forze. V’è una minaccia di questo genere in aria. Ne seguirà una grande ricchezza…nel numero degli uomini.

Ogni metro quadrato sarà occupato da un uomo. Chi ci guarirà dalla mancanza di aria e di spazio? Solamente al pensarci soffoco!

Ma l’occhialuto uomo, invece, inventa gli ordigni fuori del suo corpo e se c’è stata salute e nobiltà in chi li inventò, quasi sempre manca in chi li usa. Gli ordigni si comperano, si vendono e si rubano e l’uomo diventa sempre più furbo e più debole. Anzi si capisce che la sua furbizia cresce in proporzione della sua debolezza. I primi suoi ordigni parevano prolungazioni del suo braccio e non potevano essere efficaci che per la forza dello stesso, ma, oramai, l’ordigno non ha più nessuna relazione con l’arto. Ed è l’ordigno che crea la malattia con l’abbandono

della legge che fu su tutta la terra la creatrice. La legge del più forte sparì e perdemmo la selezione naturale. Altro che psico-analisi ci vorrebbe: Sotto la legge del possessore del maggior numero di ordigni prospereranno malattie e ammalati


Forse traverso una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni ritorneremo alla salute. Quando i gas velenosi non basteranno più, un uomo fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo incomparabile, in confronto al quale gli esplosivi attualmente esistenti saranno considerati quali innocui giocattoli. Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po’ più ammalato, ruberà tale esplosivo e s’arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo.

Ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie.


Se ne hai voglia e curiosità leggi una bella parafrasi di Borsellino


sabato 7 marzo 2009

Lugano 6 marzo 2009

Premio Dialogare 2009

Narrativa
Testo premiato Il fim di Thérèse

Per conoscere meglio Alessia Ballinari



Ci può raccontare il Suo percorso letterario?
Più che un percorso direi che si tratta piuttosto di un inizio: diciamo che ho sempre voluto scrivere, ma solo raramente ho dato forma compiuta ai pensieri sparsi per i vari taccuini.

Dal 2005 al 2008 ho collaborato alla rivista interculturale online www.bazarmagazine.ch, dove ho pubblicato interviste e articoli di approfondimento, oltre a brevi racconti più o meno legati alle mie esperienze di vita in Inghilterra. All’università ho partecipato a laboratori di scrittura creativa e giornalistica, e successivamente mi è capitato di utilizzare la scrittura a scopi professionali. È da poco che ho deciso di investire di più nella scrittura: il racconto per il Premio Dialogare è il primo risultato di questo proposito.

Che cosa la spinge a scrivere?
Di preciso non saprei. Penso la voglia di comunicare, parlare di temi che mi stanno a cuore. Poi c’è anche qualcos’altro: una sorta di soddisfazione nel vedere una certa frase scritta su un foglio, nero su bianco, o leggerne il suono ad alta voce, e sentire che le parole fluiscono riuscendo a esprimere esattamente quello che avevo in testa. Purtroppo non capita spesso: sono molto esigente nello scrivere, direi che è quasi una fatica per me. Prima di cominciare mi chiedo un’infinità di volte perché scrivo, se ho davvero qualcosa da dire perché non sia soltanto un esercizio di stile, o uno sfogo personale: se non sono convinta (come spesso accade), lascio perdere.
L'intervista continua qui

Motivazione della giuria per il premio

"Il racconto interpreta in modo brillante il rapporto realtà/fantasia suggerito dal tema del concorso, sviluppando un personaggio femminile in sintonia con gli intendimenti dell’Associazione Dialogare, perché sa rinunciare con ironia alle illusioni della società mediatica, vivendo la quotidianità in modo autonomo e creativo."

Motivazioni della giuria per il racconto segnalato

Una donna come te” di Paola Galli di Firenze

Un laboratorio di sartoria, che accoglie giovani donne provenienti da paesi lontani e da culture diverse, diventa lo specchio in cui si riflettono i grandi interrogativi dell’epoca; trasformare lo scontro di civiltà in incontro, emancipare la donna attraverso il lavoro, fare dell’altro un nostro concittadino? L’autrice li riconduce a una quotidianità realmente vissuta in tutte le sue contraddizioni, fra speranze e illusioni. E ce li propone con gradevole abilità narrativa.

Massagno, 5 marzo 2009

Nota

I racconti presentati al concorso sono stati 62. Il 90 % svizeri, i restanti italiani. Paola racconterà il viaggio, l'incontro, l'accoglienza.  Io mi limito a dire che ho perduto le foto delle mia camera digitale e lo scrivo con grande dispiacere.

Riguardo al Canton Ticino, Canton Vicino (un'ora di treno da Milano, compresa la sosta di servizio-dogana di Chiasso) tengo a rilevare l'emozione che sempre mi crea l'entrata in Svizzera, paese dove non esistono monumenti ai caduti. Non ho neppure visto statue a cavallo...

 Nota di Paola

Appena arrivati a Lugano, Daniela che poi avrebbe continuato a mostrarsi disponibile per tutta la durata della nostra visita ci ha accolto nella sua macchina. Era una giornata piovosa e l'iniziativa ci è stata di molto aiuto anche perché non conoscevamo la città. Posso dire che questa accoglienza premurosa ci ha accompagnato per tutto il tempo: durante il pomeriggio della premiazione, la sera alla cena in casa di Osvalda, Presidente del premio e dell'Associazione, nel riaccompagnamento all'albergo. Le componenti di questa associazione che, come scrive nel suo statuto, ha come  scopo attività di formazione, approfondimento culturale, consulenza, ricerca e incontro a livello individuale e di gruppo per la valorizzazione e la crescita del ruolo personale in particolare della donna, sono persone capaci e culturalmente preparate. Hanno parlato del lavoro che fanno in relazione al premio con competenza e con rispetto per quello che le concorrenti avevano espresso. Ho avuto occasione di essere presente ad altri premi letterari. Questo mi è parso, più di altri, serio e scevro da fastidiose ampollosità di sedicenti critiche letterarie. Soddisfacente l'organizzazione di una serata simpatica e vivacizzata dalla fisarmonica dolce e appassionata di Sandra. Lugano è una bella città tranquilla, quasi nascosta tra montagne innevate e lago. Il clima fresco e umido del primo giorno si è poi addolcito il dì seguente fino a mostrarci il sole tra le nuvole con l'annuncio di primavera. Ci è piaciuto il vecchio centro scoperto quasi per caso col mercato e i negozi specializzati in cioccolateria. Abbiamo riempito una borsetta con bei pezzi di cioccolata “sfusa”, tipo i croccanti delle nostre fiere, al sapore di mirtillo, uvetta,nocciole, mandorle, zucchero caramellato… il pacchetto ci fa compagnia insieme al ricordo e alla nostalgia.

Arrivederci senza addio, Lugano bella.

domenica 1 marzo 2009

Sarò a Lugano il 5 marzo

Come valletto accompagnatore

di Paola che si presenta a ricevere la Menzione d'onore per il racconto presentato al concorso indetto dalla Associazione Dialogare-Incontri di Lugano.

Premiazione Premio Dialogare 2009

Come in un film

Questo il racconto segnalato al posto d'onore (dopo quello premiato: è un destino per Paola, ma va bene lo stesso), perché Paola sa scrivere. A volte, senza invidia né malizia, ci fermiamo a considerare pubblicazioni premiate nella grande sarabanda dei concorsi: c'è spesso roba "bruttina", scritta anche malino.  L'Associazione luganese è stata scelta da Paola perché in sintonia col suo impegno civile e letterario, come si può desumere entrando nel sito web:

Concorso Dialogare 2009        

Una donna come te
Guardo Antonia che sorbisce senza entusiasmo il suo orzo, come me del resto. Siamo a dieta, visto che dormiamo poco la notte. "Loro" fanno come al solito il caffé turco, nero, corposo, fragrante. Il nero brillante sembra si rifletta negli occhi scuri dal bianco azzurrino sotto le palpebre ambrate. I vestiti colorati sgonnellano su e giù dal ripostiglio che serve da cucina. E' l'ora del break, durante l'orario mattutino del laboratorio. Ci si rilassa tutte un po', mangiando la pitta con la ricotta che Fara ha portato stamani. A me la pitta non piace, la trovo unta, meglio i panini con la marmellata cotti nel forno di Sabila. In questi giorni però non li può fare perché le hanno tolto la corrente. Il guaio grosso è doversi lavare con l'acqua fredda.

Intervengo io:" non compri i vestiti nuovi per tutti, quando fai la festa di Maggio. Non prendi la macchina nuova e ti contenti di risistemare la vecchia". Evito di dire "come faccio io" e mi pare di aver distillato tutto il possibile buon senso, ma lei mi guarda con gli occhi che hanno quel bianco così azzurro e io mi sento un po' nel giusto, un po' no. Penso a tutte le famiglie del campo che non rinunciano alla macchinona nuova e poi fanno le docce fredde.
A questo punto le fumatrici escono e si liberano dalla rabbia col fumo delle sigarette. Si torna al lavoro. La stireria funziona a ondate, bene d'inverno, meno durante la buona stagione. Il laboratorio di cucito tira abbastanza perché i rammendi ora nessuno ha più tempo di farli e comprare il nuovo non sempre si può. Le romnì a volte sono stanche e nervose. Litigano fra loro e parlano troppo forte nella loro lingua, anche se le clienti ormai ci hanno fatto l'abitudine. Forse è difficile essere solidali quando si vive gomito a gomito in un piccolo villaggio di casette di legno distanti un metro una dall'altra su una collinetta ex scarico di rifiuti, ai margini della città. E quella che hai accanto, anche se parla la tua lingua, ha una storia e una provenienza diverse dalla tua e mentre tu hai solo tre figli, lei ne ha sette che gridano, fanno a botte e ti rubano i panni dal filo dove li avevi stesi ad asciugare.
Qualche volta ripenso a tutta la nostra storia che è in piedi ormai da 10 anni ed è come se mi scorresse davanti agli occhi un lungo film fatto di inquadrature brevi quasi dei flashes, che però sono tante e precise. Quasi tutte di donne. I primi approcci al campo, quando avevamo un po’ timore di quelle donne scure che ci guardavano con una curiosità quasi sfacciata. C’era la difficoltà di capirsi, solo una cosa era chiara: volevano lavorare. Rivedo i bambini che si nascondevano ridendo dietro un mucchio di assi di legno o facevano capolino dalle finestre delle baracche ornate di tendine bianche che avevano un barlume di accoglienza. L’immagine è già sfuggita, al suo posto c’è Mirka, la figlia di Fara, che va in bicicletta e mi dice: “Non so se ci potrò più andare quando sarò sposata. Lui non vuole.” Ancora Mirka col vestito bianco del matrimonio fatto venire apposta da Skopje, a cui avevamo aggiustato i pesanti ricami un po’ sciupati. Qualcuno sussurra “Sembra una principessa”. Poi la principessa se ne va via da casa e io vado a trovarla nel rifugio dove l’assistente sociale l’ha portata coi due bambini. Infine, ed è l’ultima, noi due insieme nella sua casetta. Ora lei è vestita da moglie, con un fazzoletto in testa e non porta più i pantaloni. Appaiono altre immagini che s’impongono in primo piano. Gisa, l’unica ragazza rom che era entrata al laboratorio. Aveva 17 anni quando l'abbiamo presa a lavorare. Grande e robusta, allegra di quella allegria contagiosa e fresca che solo a quell'età si può avere. Con Daniela, appena più grande di pochi anni, chiacchieravano fitto, lavorando, e ridevano perdutamente di cose e persone che sapevano solo loro, finché Daniela saltava su e correva al bagno proclamando: "E ora corro a fare la paipai". Ora Gisa non c'è più, si è sposata e sta in Germania, in una sconosciutissima cittadina del Nord dove l'inverno deve fare un freddo considerevole e dove si parla una lingua difficile che lei dovrà imparare. All'inizio, quando ci annunciò che si sposava, le dicemmo senza mezze misure che per noi era un tradimento. Non si era insistito abbastanza sul fatto che bisognava resistere alla volontà della famiglia che, appena hai compiuto 15 anni, ti sta appresso per farti sposare uno che non hai mai visto né conosciuto? Anche lei era d'accordo.

Bene, pensavamo noi con soddisfazione, Gisa resiste, ha già vent'anni ed è diventata proprio brava. Il laboratorio lo affideremo a lei. E lei era uno degli elementi che ci facevano sentire contente di come andavano avanti le nostre cose.
Ora la vediamo ogni tanto, piuttosto di rado, quando torna a trovare i suoi. Ha imparato un po' di tedesco e ci pare sia contenta del marito e della suocera con cui abita. Ha mantenuto il suo bel sorriso allegro.
E’ stata una storia lunga durante la quale siamo vissute così a stretto contatto con lei che è impossibile non dedicarle un’attenzione particolare. La vedo coi suoi bei capelli neri annodati dietro mentre lavora e ride con Daniela e poi, quando è tornata dopo il matrimonio, con i capelli sciolti, un po’ di trucco e anelli e braccialetti a profusione.
“Tutti del matrimonio, Gisa?”
“Tutti, ma ne ho ancora a casa che mi hanno dato i parenti. Questi sono di lui.”
Quel lui verso il quale eravamo così diffidenti e forse anche un po’ gelose e di cui ci piaceva ora sentir parlar bene. Ultime. appaiono le mie ragazze giovanissime dagli occhi intriganti a cui ho chiesto, dopo averle tenacemente cercate, se avrebbero accettato di sposare l’uomo scelto dalla loro famiglia. Genna, che è scappata di casa col suo ragazzo e l’ha imposto ai suoi. Ha i capelli spettinati come sempre e gli occhi brillanti e decisi. Elvira e Zina che non ce l’hanno fatta. Ora, anche se giovanissime, sono già madri di famiglia. Sono ancora carine però. Mi guardano con un mezzo sorriso come per dirmi che è inutile fare a pugni, si soffre di più. Quando osservo le immagini di queste donne vedo anche i loro colori: verde scuro, rosso rubino, giallo zafferano. E il bianco, quel bianco lucido di quando si sposano. E dev’essere un bianco davvero veritiero, se no la suocera può ancora gridare e cacciarle di casa.
Però, il viso, lo vedo quasi in bianco e nero, prima di tutto perché adoro il bianco e nero, poi perché, se è un viso espressivo, il colore si perde e ti ricordi solo la pelle che è appena un po’ scura e gli occhi molto neri che hanno uno sguardo ora di simpatia curiosa perché “tu ti interessi a me”, ora di sfida perché “chi pensi di essere, io sono una donna come te”, ora di timore perché “tu vieni a carpire qualche segreto che andrai a spifferare tra la gente che sa così poco di me”.

  Questa l'intervista in anteprima:
Per conoscere meglio Paola Galli
Ci può raccontare il Suo percorso letterario?
Ho cominciato a scrivere tardi, poco prima del pensionamento, perché in realtà non mi sono mai pensata come una scrittrice, ma come una persona occupata a fare altre cose, insegnamento e attività sociali, e solo saltuariamente impegnata a ritagliarsi un piccolo spazio personale in cui lasciarsi andare alla scrittura. Un po' come un optional piacevole, ma occasionale. In realtà mi rendo conto di quanto mi piaccia la scrittura, come mi piace, e la pratico da sempre, la lettura di narrativa, in particolare quella femminile, nei riguardi della quale sono via via diventata, come succede, notevolmente selettiva. Mi interessa soprattutto il racconto, un organismo completo in se stesso. Non ho grande interesse per lo svolgimento dell'azione, che caratterizza il romanzo, mi emoziona di più individuare un punto centrale, uno scarto a cui corrisponde un momento di forza emotiva, come dice una brava scrittrice di cose femminili, Grazia Livi. Intorno a questo elemento nasce e si svolge poi il piccolo universo del racconto. E poi il racconto, se è di qualità, non ha cadute di stile, mentre il romanzo le ha quasi inevitabilmente e anche momenti di noia. 
Che cosa la spinge a scrivere?
E' importante la domanda su cosa mi spinge a scrivere. Credo che, come per altri, avvenga per esprimere qualcosa a cui tengo e nel tempo stesso per creare un punto d'incontro, perché certamente qualcosa di quello che si dice toccherà nel vivo qualcuno. Almeno è quello che si spera quando si scrive.
Scrivere per una giuria, l’ha condizionata o particolarmente stimolata ?
Che la giuria fosse tutta femminile non lo sapevo, ma in ogni caso sottoporsi a una giuria mi pare stimolante (se mai il condizionamento viene dal titolo), anche se resta sempre l'incognita di non sapere se si entrerà in sintonia. In questa occasione ho pensato che mi interessa entrare in rapporto con il gruppo di "Dialogare" che, come me in fondo, è interessato a creare possibilità di lavoro e di inserimento nella produttività. Mi pare di poter dire che, in situazioni diverse, abbiamo in fondo le stesse finalità.
Per quale pubblico scrive?
Il pubblico da cui mi aspetto maggiore comprensione è, in linea generale, quello delle donne e non a caso le poche cose che ho scritto hanno le donne come protagoniste.
Dopo il premio, qualche progetto?…o un sogno nel cassetto?
Sì, un sogno o meglio un progetto ce l'ho e ho anche incominciato a dargli forma: un libro sulle giovanissime ragazze rom del villaggio del "Poderaccio" contiguo al quartiere dove abito, ai loro precoci matrimoni, più o meno forzati, alla loro impossibilità di continuare gli studi e di entrare con dignità nel mondo del lavoro. Per realizzare questo libro mi occorrono ancora molte interviste, che non è facile fare, senza creare sentimenti di diffidenza. So che mi dovrò impegnare.

 Notizia biografica
 Sono nata e ho sempre vissuto a Firenze, dove ho insegnato materie letterarie negli Istituti Tecnici. Dopo la scuola ho lavorato in "Un ponte per Baghdad" e in una piccola associazione che forniva audiocassette per non vedenti "Ascoltare un libro". Da 11 anni collaboro con una cooperativa sociale che fa lavorare donne rom o comunque svantaggiate. Offriamo al pubblico un servizio di cucito e stiratura.

 Bibliografia
Madre e handicap, Feltrinelli ed., Milano, 1988 (Giuliana Ponzio e Paola Galli)
Una vita segreta, Gazebo ed., Firenze, 1999
Un'identità intermedia, Tufani ed., Ferrara 2006
Nel sito seguente si può vedere il video trasmesso su RAI 2 riguardante la cooperativa sociale di cui parlo sopra.
http://www.unmondoacolori.rai.it/sito/scheda_puntata.asp?progid=236

sabato 17 novembre 2007

Prova di funerale

Prova di funerale


L’avevo in testa da un po’ di tempo, perché, se è vero che molte persone pensano a come potrebbe avvenire il proprio funerale, con poca o tanta gente, con una cassa semplicissima oppure di legno lucido con borchie metalliche, con un semplice mazzo di fiori o con abbondanza di sontuose corone e via dicendo, è altrettanto vero che non è per nulla frequente, anzi totalmente inesistente il fatto che un tale evento possa essere visto, diciamo in anteprima o meglio in prova, dalla persona per cui è stato organizzato. Infatti mi dicevo forse un po’ pirandellianamente (e la cosa già per questo mi intrigava) che non c’è una ragione accettabile perché questa “cerimonia” debba essere usufruita solo da amici e parenti. Perché a me che ricavo piacere o piuttosto consolazione dall’immaginare come potrà essere preparata, secondo il mio desiderio di lasciare una determinata immagine di me stessa, non dev’essere permesso di vederlo veramente nel suo svolgersi questo “momento finale”, questo addio o congedo che dir si voglia? Potrebbe sembrare una cosa assurda, un’idea di cattivo gusto, una farsa macabra? O forse piuttosto qualcosa che creerebbe un’emozione insostenibile per l’interessato? O magari sarebbe impossibile esprimere veramente l’affetto, la stima, il piacere che ci è venuto dall’essere stati con qualcuno, se questa persona è ancora viva?

A questo punto sorretta dal barlume di verità che mi pare ci sia in quest’ultima osservazione (e di nuovo non posso non pensare a una suggestione pirandelliana) voglio provare e vado avanti con l’idea. C’è una stanza non troppo piccola ma nemmeno troppo grande, in penombra. Al centro una cassa rettangolare di legno chiaro grezzo (che sarà poi bruciata). Sopra un mazzo di fiori piccolo o fiori sparpagliati qua e là. Amici e amiche sono seduti intorno e parlano fra loro, sottovoce, come si conviene. Poi uno di loro si alza e parla. E’ uno che parla bene, con semplicità, ma con precisione. Vengono fuori momenti di vita, cose serie, cose allegre. Anche altri e altre intervengono, appare qualche sorriso quando viene ricordato un momento divertente. Una persona così distratta, e poi golosa la sua parte. E li sapeva anche fare i dolci. Intervengo io dal fondo: per piacere la musica. Viene fuori una fisarmonica e si attacca la mia canzone preferita, “Amapola”.  No, il ballo no, non è il posto giusto, anche se un ballo serio, fra amici, per questa bella canzone popolare sarebbe un regalo bellissimo per me. Avverto che manca una cosa, i libri: Sì, metteteci anche due o tre libri. Magari “Le memorie di Adriano” e  i racconti di Katherine Mansfield. Mi hanno fatto tanta compagnia i libri. E anche un dolce, perché anche i dolci mi hanno fatto tanta compagnia. Poi naturalmente vorrei che fosse mangiato, un pezzetto per uno. Sarebbe davvero una cosa insostenibile?

Paola, dietro suggestione del barba.


In effetti l'argomento è tornato fuori quando il discorso è cascato su Alba incontrata poco prima nel viale dei bambini con i suoi due cani. Alba è la madre di Sandra, morta poco tempo fa a meno di 40 anni. E sempre mi ribolle dentro lo scorno subito quando il mio Quartiere n.4 nel quale è collocata la nobile porzione chiamata Isolotto ha rifiutato a tutti noi la soddisfazione di celebrare il funerale di Sandra nella bella sede di Villa Vogel, sottratta dalle nostre lotte e rivolte alla speculazione edilizia assieme a Villa Strozzi, la Montagnola, la Fattoria e decine di aree a verde che rendono così caratteristica questa zona di Firenze sud ovest frontaliera del parco lorenese delle Cascine dove da secoli messer aprile fa il rubacuori sui prati in fior. Per la cerimonia ci siamo obbligatoriamente ritrovati alle cappelle del commiato di Careggi, mostra quotidiana dei deceduti.  Dò atto alla ASL e all'Ente ospedaliero di aver provveduto ad una sistemazione logistica quanto meno dignitosa. Ma sempre ospdale è. A Villa Vogel sarebbe stata un'altra "prova di funerale". Laico. Parola così ripetuta, accarezzata, lucidata, corteggiata, esposta e sovraesposta in convegni, assemblee e tavole rotonde...per finire - all'atto pratico - all'obitorio di Careggi. Merde! (interiezione francese)

sabato 23 giugno 2007



Cara Paola,

 

approfittando di un viaggio in treno ho letto con calma e piacere i tuoi racconti, riscoprendo sentimenti, situazioni, parole (la manopola della televisione, l'accalappiacani) e sapori (il gorgonzola e la minestrina) quasi dimenticate nella mia affannata quotidianità. Mi sono sentita "aldilà dello specchio" della casalinga della Distrazione anche se non è la casa che ho fin sopra i capelli (anzi vorrei starci di più), ma i "ciuffi" sono anche per me penzoloni...perchè se non è la casa, ci sono sempre mille altre cose fuori di te che premono, quei "doveri" che ami ed odi allo stesso tempo. 

Il racconto che più mi ha affascinato è stato il Giardino pubbliuco: avrei voluto che quello scambio di lettere silenziose e discrete  non avesse mai fine ed, iniziato così per caso, potesse durare tutta la vita. Non sognamo sempre tutti qualcosa che duri "per sempre"?

 

Grazie delle belle ore che mi hai regalato,

un caro saluto

Mariella.


Il racconto citato da Mariella Zoppi è il sesto, a pag.25 di "Identità intermedia", Tufani ed. 2006, Ferrara.


Giardino pubblico


Gentile Signora,


due settimane fa passeggiavo per questi giardini in un pomeriggio di sole, quando l’ho vista seduta su una panchina a leggere un libro. La giornata era così fredda, anche se terza e splendente che mi è subito parsa una cosa stupefacente vedere una donna che stava immobile per mezz’ora, ma certo poteva essere anche di più se si pensa che lei era già lì prima di me, sola in quel giardino deserto. Mi sono attardato infatti a girellare intorno, tenendomi a distanza. Un gran desiderio mi ha preso di sapere di che libro si trattava e, siccome insieme alla curiosità sentivo uno stringimento che potrei chiamare di gelosia, ho dovuto rendermi conto che ero geloso del libro che assorbiva tutta la sua attenzione. Un piccolo libro grigio di cui non potevo assolutamente indovinare il contenuto. Un romanzo, un saggio, una cosa seria, un passatempo leggero, non lo so. Ma non potevo avvicinarmi senza distruggere l’incanto che era fatto un po’ anche dal mistero. Così alla fine me ne sono andato e poi ho dimenticato quasi subito. Eppure in queste due settimane i miei pensieri sono stati così a lungo in sua compagnia, cioè di quel poco che so di lei, la linea pensosa del viso, la scriminatura tenue dei capelli nel mezzo della fronte e la mano piuttosto piccola che saliva ogni tanto ad allontanare i capelli, che non sa più come richiamarli ai loro percorsi soliti. Infatti scappano ogni tanto, si assentano per andare a sedersi dove avrei voluto sedermi io, sulla panchina, a rispettosa distanza.

Così sono diventato un uomo estremamente distratto, anzi astratto, completamente perso fuori da me stesso.




Caro Signore,


la ringrazio di non essersi seduto sulla panchina, perché davvero si sarebbe sciupato qualcosa. Io l’ho vista, anche se non subito, ma non ho alzato gli occhi perché mi è piaciuto vederla così come una persona di cui potessi pensare qualcosa che non sarebbe stato sciupato da un gesto non perfetto o da una parola inopportuna. Del resto qualcosa cui appigliarmi ce l’avevo, il suo cappotto scuro col bavero alzato, prima di tutto. Ora i cappotti non si usano più, non li porta più nessuno, ma a me gli uomini coi cappotti scuri son sempre piaciuti perché prendono quell’aria un po’ demodé, decisamente introversa e se posso dire, vagamente sognante. Guardi, mi ha ricordato Gerard Philipe, il mio attore preferito, da sempre. E poi naturalmente il cappello, scuro anche quello, Dio che meraviglia i colori scuri d’inverno perché si inseriscono bene nel paesaggio. Lei lo porta davvero un po’ all’antica il cappello, con la tesa grande e spiovente. Per quanto in un certo senso questi cappelli scuri e così grandi diano anche un aspetto d’ambigiutà.

Quando lei è scomparso per i vialetti del giardino, mi sono resa conto che ero arrivata in fondo alla pagina senza capire nulla.


Cara Signora del libro misterioso,


questa si che è una buona notizia! IL mio vecchio cappotto nero che stava lì nell’armadio da almeno dieci anni e che ho pensato di ritirare fuori perché quest’inverno ha deciso di essere molto freddo e lui invece è molto caldo, le piace. Forse se mi siederò accanto a lei la prossima volta, potrà constatare che gli manca l’ultimo bottone e che la stoffa è piuttosto consumata, ma anche secondo me è ancora un capo molto dignitoso. La ringrazio  di cuore per avermi in qualche modo paragonato a Gerard Philipe.

Secondo me, che al cinema ci sono sempre stato di casa, scegliere il suo viso per un personaggio maschile significava mostrare che c’è nell’uomo una componente di poesia che, per la verità , mi sembra sia, almeno per ora, irrimediabilmente scomparsa. Il fatto poi che lei mi veda come un sognatore va a toccare una parte profonda di me, dove sta nascosto per affacciarsi di tanto in tanto il mio umor malinconico. Per molto tempo mi sono vergognato della mia malinconia. Non è di moda, lo so, e non attira nemmeno le simpatie. Eppure oggi propendo a vederla come la fonte di molti piaceri, da quello di saper gustare un paesaggio o un quadro a quello di poter afferrare al volo certi passaggi particolari della musica. Mozart per esempio, che ha tutta le sfumature dell’emozione, quella della malinconia ce l’ha in un modo speciale. Voglio dire una malinconia bella, alta, serena, che può fare grande compagnia. Dolce signora del libro, che lungo discorso ho fatto. Ho proprio approfittato. Un saluto molto interessato al libro misterioso.




Caro Signore,

sono giusto passate quattro settimane e io sono tornata due volte su quella panchina, ma non l’ho più vista. Devo pensare che lei è stato molto molto occupato in tutto questo tempo o che l’avermi scritto quella bella lettera ha esaurito tutta la voglia che lei aveva di mettersi in contatto con me? Mi scusi per la brutalità, forse queste cose non le dovevo dire, perché veramente la sua lettera mi ha fatto tanto piacere dal momento che posso conoscerla meglio e quello che dice di sé mi piace. A proposito della malinconia, sa che ogni volta che arrivava novembre, non ne sopportavo l’atmosfera cupa, il grigiore della nebbia. Questo succedeva prima. Ora sapesse quanto mi piacciono le sue brune dense    che sembra nascondano tante cose. E i colori che vedo dalla mia finestra, soprattutto  il viola scuro dei boschi inframezzato dagli spiazzi più chiari dell’erba secca. Rimpiango solo che non si vedano animali in questo paesaggio invernale. Non si meravigli se parlo di queste cose. La mia casa sta all’estrema periferia della città e dai piani alti si vede la collina. Del resto, quello che non vedo lo immagino.




Cara amica,


Davvero ogni volta che le scrivo mi pare di essere più vicino a lei, dal momento che sento dietro le sue descrizioni di paesaggi tutta l’emozione e l’amore per la vita che lei ha. Mi pare che veda la campagna con l’occhio di una pittrice. Forse oltre a leggere libri misteriosi, lei dipinge anche quadri suggestivi in cui i colori predominanti sono il giallo e il viola. Chissà se sono molto moderni nell’esecuzione oppure più tradizionali. Non mi rimproveri per non essere venuto. Davvero non è stato possibile. Spero però di poterla rivedere presto, al solito posto.




Signore,


dal momento che non ci siamo più visti, penso che questa sia la mia ultima lettera. Infatti che senso può avere una nostra corrispondenza che rischia di avvicinarsi ogni volta di più senza  che la nostra convergenza ci trasferisca sul piano dell’impatto fisico, se questa espressione non le sembra poco poetica. Forse lei ha una moglie e a questo punto vuole agire da marito leale. Sono d’accordo, perfettamente. Dunque, la saluto e le auguro ogni bene.




Mia cara,


accetto con piena consapevolezza il suo tono improvvisamente freddo e sbrigativo, anche se forse mi sembra eccessivamente punitivo e se intuisco nelle sue parole una notevole forzatura. Quale sarebbe la mia colpa? Una moglie? Non sono mai stato sposato. Non ho quindi nessun debito con nessuno. Forse con lei sì, signora del libro, a cui sono costretto a questo punto a confessare il mio segreto. In questo momento non vorrei vedere il suo viso dalle linee dolci, ma la verità è che io sono un fantasma, il fantasma del giardino, ideato dal costruttore cinquanta anni fa insieme a questo luogo. Credo che gli sembrasse in tono col giardino una figura di uomo che si aggirava qua e là come un impronta di vita più forte per un luogo che forse gli era sembrato troppo vuoto. In realtà non è che a me questo ruolo sia piaciuto molto, troppo limitato, troppo poco sostanzioso. Apparire, sparire, trascorrendo la vita fra desideri e rinunce. Poi, ci sono anche gli aspetti poetici, come lei sa. Io capisco che a questo punto lei non mi voglia ascoltare più, però le devo dire ancora una cosa. Erano molti anni che non scrivevo lettere a visitatrici del giardino e se piuttosto sfacciatamente l’ho fatto, gentile signora del libro, è proprio perché non ho saputo farne a meno. Tutta colpa del fatto che io sono un fantasma molto solo e lei una donna dalla seduzione discreta e poco comune, quel tipo di seduzione a cui gli uomini che amano le cose poco comuni difficilmente riescono a resistere. Se lei crede a quello che le sto dicendo, forse capirà il mio stato d’animo di questo momento. Spero che abbia finito il suo libro e che le sia molto piaciuto.

Saluti per me la sua collina dai bei colori invernali.




Signor fantasma,


credo che in fondo le abbia tutta la mia comprensione umana. Davvero il suo ruolo non è invidiabile, eppure  far sognare qualche donna solitaria come me, e ce ne sono tante che non si crederebbe, non è cosa da poco. Lei è molto importante qui. Lo sa che questo è il giardino più frequentato della città? E che le donne sono molto più numerose degli uomini? E questo non è motivo di soddisfazione per lei? Via, non mi dica che aiutare a sognare non fa compagnia.

Lo sa qual è il titolo del libro, come lei dice, misterioso? “Racconti di fantasmi di Henry James. Un gran bel libro.




Chi ha trovato questo piccolo scambio di lettere sarebbe molto contento di poter dare una conclusione, per dire così, positiva a questa storia. Ma come? Intrecciare fra loro in maniera dura la vita di una donna viva e quella di un fantasma?

Non che manchino esempi letterari famosi. Jorge Amado, per dirne uno, nel famoso “Doria Flor e i suoi due mariti”, ma qui non c’è l’atmosfera giocosa e fantastica dei romanzi sudamericani e i due personaggi in questione sono in definitiva troppo seri e romantici perché si possa pensare di scherzare con loro. Basterà comunque riflettere al fatto che tutto quello che noi sappiamo della realtà e soprattutto di quello che ne sta fuori è quasi niente. Perciò sarebbe un imperdonabile errore considerare questa storia finita qui.


Un altro racconto lo trovi qui.

domenica 18 marzo 2007



Un racconto di Paola (Pag. 51)


I ‘mangiari’


Il cibo è una parte importante nella giornata di noi donne, un argomento di cui si parla volentieri e con gusto, un piacere so­stitutivo che ci attutisce spesso un pensiero molesto e ci crea un gradevole senso di attesa. Con le nostre rom abbiamo mangiato insieme molte volte portando ognuna le proprie cose oppure al ristorante.

Loro prediligono la pasta al forno e comunque la pasta al sugo, me­glio se corta. Mi ricordo di quando mangiammo insieme alla casa del popolo “XXV Aprile”, era uno dei primi ‘mangiari’ da quando eravamo diventate cooperativa. Avevo davanti Scegersada e Ra­bije e vedevo che spelluzzicavano senza convinzione il loro piatto di spaghetti. Più tardi, durante il ritorno a casa, ci scambiammo qualche impressione e chiesi perché non era loro piaciuta la pasta, forse il sugo non era buono? Era cotta troppo poco?

- No, no - rispose Scegersada col tono discreto e ben educato che la distingue.

- E'  che non si sapeva come mangiare, avevo paura che sugo va tutto qua e là.

Così altre volte abbiamo preferito la pasta corta o il riso che loro cucinano magnificamente nei dolma, gustosi involtini di foglie di cavolo o di bietola, ripiene di riso e carne, o pasticci di pasta sfoglia con ricotta e spinaci, una specie di pizza bianca, come dice Scegersada, a cui da parte mia ho insegnato le polpette di carne e il patataccio che è uno sformato di patate e formaggio molto appetitoso. Ci vorrebbe anche la mortadella ma loro non mangiano maiale.

Il pane è a volte oggetto di scambio: un pane comprato, sciocco com e il nostro toscano, magari insaporito con olive o ramerino, in cambio di un pane fatto in casa, nel forno della cucina nuova acquistata un anno fa, verdolina e lucida come la voleva Leila, la figlia di Scegersada, un pane bianco e soffice, quasi brioscia­to, che mi viene offerto involto nella carta perché lo porti a casa. E ancora tiepido e offre così poca resistenza al morso che me lo mangio subito per la strada, mentre torno a casa.

Per Sabilia, che predilige le cose morbide, una volta ho prepara­to gli gnocchi di patate, un’altra volta il risotto.

- - Buono -  dice lei -  lo mangio spesso la sera, con latte. Faceva mia mamma.

Ride, come fa lei, un po’ giocherellona, un po’ accattivante. Qualche volta Sabilia è venuta a casa mia con certi wùrstel sa­poriti! Una montagna di salsicciotti scuri e ben affumicati.

-  Mi ci vorrà un anno per mangiarli tutti! -  le dico.

- Ma no, tu mangia uno al giorno, buono per la salute - ride, battendomi la mano sulla schiena e attirandomi a sé.

Zenepa invece è golosa di verdure crude.

- Io no mangia verdura cotta, solo cruda. E io: Insalata?

- No, no - risponde lei con quella voce che non ammette replica e fa un gesto con la mano, - mangio carote, cetrioli tutti interi così, come conigli. Ti ricordi?

Certo, mi ricordo di quando portai dall’orto due cetrioli piccoli e teneri e lei se li mangiò di gusto, a morsi, senza neanche la­varli.

Siamo sedute al laboratorio intorno a quattro tazze di caffè e due di tè, nel momento della pausa.

Sul vassoio c’è anche qualche pastina proveniente dalla spesa, che con una certa regolarità Leila e Angela fanno al supermer­cato, contente e orgogliose di provvedere ai bisogni della nostra piccola comunità.

In alcune occasioni abbiamo fatto dolci per i nostri “mangia­ri”. I loro non rappresentano al meglio la cucina rom. Secondo noi sono troppo unti e troppo dolci, con la pasta sfoglia che rima­ne decisamente sullo stomaco. Ma ho l’impressione, o forse la segreta speranza, che ce ne siano di più misteriosi e allettanti, che ancora non conosciamo e che loro tirano fuori soltanto in occasioni specialissime di feste particolari. Dei nostri amano le crostate ricche di marmellata casalinga e i tiramisù con quel saporino nascosto di caffè che il cucchiaino lascia in bocca. Col caffè sono maestre e lo fanno tutti i giorni alla turca, bello cor­poso e fragrante. Allora l’odore inconfondibile si diffonde per il negozio e sappiamo che è gradito a tutte nello stesso modo.



I QUADERNI DI PORTO FRANCO. nuova serie.

16. Manididonne

un racconto a più voci

donne

si incontrano,

comunicano,

progettano

un’esperienza

di integrazione




Un libro per comunicare uno stile di integrazione ed una capacità operativa al femminile: contenuti, valori e realizzazioni di donne che accettano di mettersi in gioco e di osare il futuro possibile.

dicembre2006

 
Copie della pubblicazione si possono richiedere presso:

Regione Toscana Giunta Regionale - Direzione Generale politiche formative e beni culturali

PORTO FRANCO.Toscana. Terra dei popoli e delle culture

Via G. Modena 13- 50121 Firenze

Tel. 0554384127-129-122

Fax 0554384100

Leggi anche qui. Ci trovi l'introduzione del libro, a cura di Luciana Angeloni.



Ceterum censeo north american gang dimittendam esse